| l' a. rileva che due sono i problemi fondamentali dibattuti nella
is-ought question: se "deve" si puo' ridurre a "e", e se "deve" si
puo' derivare da "e'". se il primo e' un problema di analisi del
linguaggio etico, il secondo e', invece, un problema squisitamente
logico, che, come tale, puo' e deve trattarsi indipendentemente. l'
a. discute l' inferibilita' del dover essere dall' essere entro una
classe di sistemi logici ben determinati, costruiti sulla base di un
linguaggio logico prefissato, e presupponendo una precisa
stipulazione in merito a cio' che si deve intendere per
ought-sentences e is-sentences. entro i sistemi logico-deontici
considerati, da nessun enunciato deontico descrittivo si puo'
inferire un enunciato prescrittivo. l' a., pur essendo consapevole
che questa soluzione del problema e' strettamente legata ai termini
in cui il problema e' stato formulato, fa pero' notare che allo
stadio attuale della ricerca logica e' difficile sfuggire a questa
formulazione. perche', dunque, si continua a ricercare ed a sostenere
la possibilita' di un' inferenza del dover essere dall' essere? la
ragione sta nella confusione, gia' individuata dai medioevali, tra la
necessita' della conseguenza e la necessita' del conseguente, cui
corrisponde la distinzione tra obbligo prima facie ed obbligo
assoluto. per l' a. la derivazione dell' obbligo dalla descrizione di
un fatto istituzionale non e' normativa, ma descrittiva, descrittiva
appunto nel senso che descrive un fatto istituzionale. l' a. conclude
quindi che i fatti istituzionali sono pur sempre dei fatti e non
verita' logiche, cosi' come, d' altra parte, non e' una verita'
logica la non inferibilita' di "deve" da "e'". cio' che importa e',
pero', che l' analisi dell' inferenza avvenga nell' ambito della
logica in quanto scienza delle forme corrette di ragionamento.
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