| L' A. pone in evidenza come i giudici della Consulta, chiamati a
pronunziarsi in una controversia in tema di monopolio pubblico delle
trasmissioni televisive via etere a carattere nazionale, abbiano
cercato di ricostruire l' evoluzione del pensiero della Corte
Costituzionale in materia, impegnandosi in una sorta di
interpretazione autentica, per approdare al risultato di rivendicare
la coerenza dei responsi resi dal 1960 ad oggi. L' A. rileva che il
succo della decisione annotata e' questo: ammesso e non concesso che
il presupposto della strutturale limitatezza dei canali disponibili
sia, o tenda ad essere, vanificato dai progressi della tecnica, si
erano date altre motivazioni su cui poggiare il "rationale" della
riserva alla mano pubblica del servizio radiotelevisivo su scala
nazionale, e queste motivazioni non sono state minimamente scalfite.
Senonche', rileva ancora l' A., la versione dei fatti resa dal
protagonista sa di mistificazionismo ad oltranza, per cui ritiene che
il sospetto sia, in parte almeno, fondato. Dedica quindi gran parte
del suo studio per vedere, sia pur succintamente, il perche' di
questo suo sospetto. Si chiede poi se si tratti o no di una sentenza
"sbagliata", concludendo che tale interrogativo non merita risposta,
perche' e' molto piu' realistico riconoscere che la Corte ha reso una
decisione "politica", cosi' come politica era la liberalizzazione
sancita nel 1976.
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