| Con le costituzioni liberaldemocratiche, introdotte nei Paesi dell'
Europa continentale, dopo la prima e la seconda guerra mondiale, com'
e' risaputo, fu tentata la "razionalizzazione" della forma di governo
parlamentare. Si mirava cosi' a rifondare, con l' ausilio di formule
scritte, rigorose e complicate, quel tipo di governo che storicamente
aveva avuto orgine in modo empirico, quasi per evoluzione spontanea.
Ma il tentativo, in condizioni politiche e sociali mutate, incontro'
contraddizioni e difficolta' notevoli. I partiti di "massa",
soprattutto se "eterogenei", come notato dal Burdeau, " si rivelano
irriducibilmente refrattari all' integrazione nei meccanismi
tradizioni della democrazia" occidentale. Nella loro azione, i
partiti utilizzano l' uno o l' altro dei congegni istituzionali,
pero' in maniera occasionale e difforme dai contesti originari. A
proposito e' da richiamare l' insegnamento secondo cui l' essenza del
governo parlamentare consiste nella combinazione di elementi o
"sottosistemi" diversi. Questo discorso generale si applica anche
alla "tendenza equilibratrice", accolta nella Costituzione del 1947.
Nella storia costituzionale della Repubblica Italiana, a volta a
volta, si determinarono spinte nelle seguenti direzioni: a) regime
del Primo Ministro; b) preponderanza del Presidente della Repubblica;
c) regime assembleare. Tali oscillazioni della nostra prassi di
governo si ricollegano alle concezioni di democrazia, plebiscitaria e
consociativa, propugnate dai partiti politici.
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