| Il lavoro prende spunto dalla ripresa del dibattito sulle riforme per
sottolineare come il problema del recupero dell' efficienza delle
istituzioni non puo' considerarsi limitato agli interventi sull'
apparato amministrativo ma, per la stretta connessione ed il
reciproco condizionamento, coinvolge necessariamente anche i c.d.
"rami alti" dell' ordinamento. Riforme amministrative e riforme
costituzionali si pongono nella stessa prospettiva istituzionale, ma
entrambe, fino ad oggi, hanno trovato comune sorte nella difficolta',
se non addirittura nell' impossibilita', di essere concretamente
realizzate. La ragione che ha impedito, e tutt' ora impedisce, l'
attuazione delle riforme e' da ricercarsi primieramente, nella
disgregazione del sistema politico che e', al tempo stesso, motivo di
spinta verso le riforme e causa della impossibilita' di trovare
accordi e convergenze su concreti programmi di modifiche
istituzionali. Cosi', alcune proposte di recente formulate sembrano
rispecchiare, piu' che altro, obiettivi politici settoriali e
contingenti che non il convincimento profondo della loro
necessarieta' per risolvere la crisi istituzionale. Tra queste,
emblematica, e' quella relativa alla elezione diretta del Presidente
della Repubblica che appare, non solo di difficile realizzazione ma
di dubbia utilita', se non accompagnata da una attenta valutazione
dell' impatto che ad essa conseguirebbe sugli equilibri della attuale
forma di governo. Di piu' immediata incidenza sul piano della
funzionalita' ed efficienza delle istituzioni risulta, invece, la
proposta di elezione diretta del Sindaco, la cui introduzione,
esigendo una modifica profonda del sistema elettorale locale,
potrebbe porsi, tra l' altro, come elemento propulsore per la
modifica del sistema elettorale nazionale. Ed e' proprio quest'
ultimo il vero nodo della riforma, paralizzato fino ad oggi dagli
opposti veti incrociati delle forze politiche, timorose di
compromettere anche una piccola frazione di potere. La modifica del
sistema elettorale, incidendo sulla configurazione degli equilibri e
dei rapporti futuri e' sicuramente la innovazione piu' difficile da
realizzare perche' condizionata piu' delle altre dal grado di
coesione politica realizzabile tra i vari partiti. Un' idea per
superare i "veti incrociati" puo' individuarsi -a patto che trovi
condizioni per rafforzarsi- nella formazione di "movimenti" che
attraversino e superino gli schieramenti di partito, consentendo
cosi' la elaborazione di piattaforme comuni. La conclusione che puo'
allora trarsi e' che, stante le attuali condizioni, forse l' unica
strategia riformatrice puo' essere individuata nella attuazione
immediata di quelle riforme, realizzabili per lo piu' senza ricorso a
modifiche della Costituzione, e sulle quali, ormai da tempo, si sono
andati concentrando l' attenzione ed il consenso delle forze
politiche. Piu' in particolare quelle dirette a ricostituire l'
efficienza del rapporto Parlamento-Governo (modifica del voto segreto
nelle assemblee parlamentari, riforma dei regolamenti parlamentari,
legge sulla Presidenza del Consiglio), a realizzare il principio di
partecipazione nella p.a., nonche' ad assicurare un accettabile grado
di efficienza e trasparenza nel sistema dei poteri locali, appaiono
tra le piu' urgenti. Ma la crisi del sistema politico, per la sua
complessita', esige rimedi piu' profondi che siano in grado di
operare un radicale rinnovamento della politica: tra questi, assume
carattere condizionante il profilo del rinnovamento interno dei
partiti che consenta loro di riacquistare la posizione di interpreti
privilegiati delle esigenze della comunita'.
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