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| IDG941505756 | |
| 94.15.05756 - Ist. Doc. Giur. / CNR - Firenze
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| Morace Pinelli Arnaldo
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| "In claris non fit interpretatio": un brocardo che non trova asilo
nel nostro ordinamento giuridico
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| Nota a Cass. sez. II civ. 23 dicembre 1993, n. 12758
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| Giur. it., an. 146 (1994), fasc. 8-9, pt. 1A, pag. 1163-1166
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| (Bibliografia: a pie' di pagina o nel corpo del testo)
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| D30606
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| L' A. affronta l' esame della questione se il criterio letterale di
cui al comma 1 dell' art. 1362 c.c. debba prevalere su quello della
valutazione del comportamento delle parti, o se si tratta di due
canoni paritetici posti sul medesimo piano logico-giuridico. L' A.
espone le ragioni per cui e' da condividere la sentenza in epigrafe
la quale ribadisce che obiettivo dell' interpretazione del contratto
e' il rinvenimento della comune intenzione delle parti e che nello
svolgimento di quest' indagine l' art. 1362 c.c. non ordina al
giudice di conferire al senso letterale delle parole usate alcun
valore preminente, anzi gli impone di valutare anche il criterio
comportamentale, la cui utilizzazione non incontra limiti nella
chiarezza di formulazione del testo negoziale. Una lettera
apparentemente chiara ed univoca, sempre secondo la sentenza, puo'
infatti non esserlo piu' di fronte al diverso comportamento dei
contraenti che abbiano inteso concretamente il loro rapporto in senso
diverso. E' da ritenere, quindi, che il principio "in claris non fit
interpretatio" non e' accolto dal sistema interpretativo del
contratto previsto dal nostro codice civile.
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| art. 1362 c.c.
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