| Onorevoli Colleghi! -- Da quando, con la fine della X
legislatura, è stato interrotto l'esame del disegno di legge
sulla riforma della portualità italiana, una sostanziale
novità è intervenuta a variare il quadro generale di
riferimento su cui l'esame dovrà proseguire. La sentenza della
Corte di giustizia della CEE, che ha sancito di fatto la fine
del regime di monopolio in cui operavano le compagnie
portuali, ha introdotto parallelamente, per singole aziende
private o consorzi, la possibilità di svolgere la loro
attività all'interno dell'area portuale.
L'accesso equilibrato dell'imprenditoria privata nei porti
è, appunto, uno dei punti cardine della riforma prevista dalla
presente proposta di legge.
Circa sei mesi fa, secondo i calcoli del Governo,
nonostante le massicce operazioni di prepensionamento, 4.348
lavoratori portuali erano in eccedenza rispetto alle reali
esigenze. Alcuni scali, considerati in questa tanto tragica
quanto reale fotografia della portualità italiana, avevano,
esattamente un anno e mezzo prima della realizzazione del
Mercato comune, organici doppi rispetto alla dotazione
effettiva. Questa situazione, tralasciando l'analisi dei danni
a lunga scadenza, ha significato investimenti immediati per
diversi miliardi a carico dello Stato.
L'operazione di "sfoltimento" ha consentito ad alcuni scali
di vivere un momento di apparente equilibrio economico; ma,
finiti i fondi, la situazione, come era
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stato più volte previsto, si è nuovamente capovolta. La Corte
dei conti, nelle ultime relazioni sugli esercizi finanziari
degli enti portuali, ha rilevato, oltre all'incompatibilità
tra l'organizzazione portuale italiana e le indicazioni della
Corte di giustizia della CEE, la necessità di orientare le
misure di riassetto organizzativo dei porti nella direzione
della concorrenzialità, imposta dalla maggiore competitività
degli scali europei. Secondo i magistrati della Corte dei
conti, al perseguimento di tale scopo potrà concorrere in
maniera determinante la riforma organica delle gestioni
portuali.
Prendendo atto dei risultati fallimentari degli enti
portuali nello svolgimento dei compiti di natura
imprenditoriale, per i quali non risultano, secondo la Corte,
né capacità organizzativa né vocazione, l'indicazione è quella
di perseguire l'indirizzo della riforma che configura i nuovi
enti come port authority, sulla falsariga delle analoghe
istituzioni nord-europee. Questo tipo di orientamento servirà
da una parte a contenere i danni alla finanza pubblica,
dall'altra ad incrementare nel settore la presenza di capitali
di rischio privati con i quali poter rilanciare le attività
portuali a partire dal trasporto merci.
Per questo la riforma individua una struttura precisa con
compiti di programmazione e controllo: la port
authority. Per evidenti motivi di maggior fluidità
gestionale, le funzioni dell'autorità portuale sarebbero del
tutto distinte dall'attività di gestione, che verrebbe svolta
da operatori privati, consentendo di attuare meccanismi di
sviluppo che caratterizzano ancora oggi le più avanzate e
competitive esperienze internazionali. L'autorità portuale
sarebbe inoltre strutturata in modo da non essere
appesantita da eccessive bardature burocratiche che, come la
passata esperienza dimostra, impediscono l'attuazione di
corrette politiche di sviluppo.
Si tratterebbe quindi di una struttura con compiti
specifici di pianificazione, di amministrazione delle aree e
dei beni demaniali compresi nel proprio territorio, di
vigilanza sui servizi portuali e di normazione tariffaria.
Non è più possibile considerare i problemi della portualità
come episodi legati all'attività di un singolo settore; per
questo da anni si parla di intermodalità ed è stato redatto un
piano generale dei trasporti che prevede l'integrazione
funzionale delle diverse componenti. L'Italia è, non solo
nelle aspettative di quanti perseguono l'idea di uno sviluppo
delle potenzialità soffocate, il più grande "molo" naturale
del Mediterraneo centrale. Il Mediterraneo è a sua volta il
mare più trafficato dell'intero globo terrestre.
Avere porti più efficienti vorrebbe dire poter utilizzare,
nell'ottica di un veloce sviluppo economico e sociale, le
nostre potenzialità. Non dare risposte a questa che oramai più
che un'esigenza rappresenta una assoluta necessità vorrebbe
dire compromettere alla base le possibilità di crescita di
tutte le attività legate per i loro scambi ai porti. Se si
tiene conto poi dell'esigenza di riequilibrare l'economia
italiana in vista dell'ingresso nel Mercato comune europeo, la
riforma della portualità non può che essere considerata come
un passaggio fondamentale e non più eludibile durante la
presente legislatura. L'ipotesi contraria potrebbe a questo
punto essere tanto penalizzante da compromettere molto più che
la riorganizzazione della portualità.
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