| Onorevoli Colleghi! -- Con la presente proposta di legge,
assai semplice e composta da un unico e sintetico articolo,
proponiamo la proroga per tre anni dell'attuale sistema di
adeguamento retributivo al costo della vita.
Si tratta della rivalutazione del cento per cento di una
somma mensile uguale per tutti di lire 835.000 e di una
rivalutazione percentuale pari al 25 per cento della quota di
retribuzione eccedente tale parte rispetto all'aumento del
costo della vita.
Con questa proposta il gruppo di Rifondazione comunista
afferma con nettezza che questo livello del salario, prossimo
ai limiti di sussistenza, deve essere completamente
tutelato e difeso come potere reale d'acquisto
dall'attuale meccanismo di indicizzazione. Le condizioni di
sussistenza di milioni di lavoratrici e lavoratori non sono
"affari dei privati", come sostenuto dal presidente della
Confindustria, ma una questione pubblica sulla quale è non
solo legittimo, ma doveroso per il legislatore intervenire.
Del resto la Confindustria sostiene che non è neppure aperta
una trattativa con le confederazioni sindacali, ma un
confronto nel quale i costi debbono essere tutti sostenuti dai
lavoratori, in particolare con la rinuncia alla protezione
derivante dalla scala mobile, ed essa non prevede una
conclusione entro l'anno.
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Per evitare una situazione che potrebbe essere interpretata
di vacanza normativa è utile questa nostra proposta di legge,
coerente con il primo comma dell'articolo 36 della
Costituzione, che fa riferimento alla necessità di un salario
sufficiente, ricavabile dalla normativa consolidata nella
contrattazione vigente, sino alla definizione negoziale di una
nuova normativa.
A sostegno della validità di questa proposta non stanno
solo i nostri argomenti, del tutto contrapposti a quelli
confindustriali, relativi agli effetti inflattivi delle
indicizzazioni del salario, al rapporto tra potere d'acquisto
del salario e crescita dell'occupazione (che nessuno dovrebbe
dignitosamente sostenere dopo l'esperienza degli anni ottanta
e con il processo di deindustrializzazione e preannuncio di
licenziamenti di massa che segna l'avvio di questi anni
novanta), all'apertura di spazi di contrattazione.
Troviamo infatti un'ulteriore conferma delle nostre
posizioni nelle valutazioni dello studio pubblicato di recente
dal Financial Times, che smentisce il presidente della
Confindustria: il costo del lavoro in Italia non è affatto
superiore di 3, 5 punti alla media dei Paesi più
industrializzati, ma è in linea con questi e sono invece, nel
nostro paese, inferiori i livelli salariali.
Dal canto loro, le organizzazioni sindacali affrontano le
trattative su una questione di tale rilievo, in assenza di una
consultazione che coinvolga tutti i lavoratori e dunque di
una contestuale e specifica verifica di mandato.
I rappresentati sono, o meglio dovrebbero essere, la fonte
della legittimazione a trattare e si pone inoltre con grande
rilievo il problema di quanti pur non iscritti a sindacati
confederali potrebbero vedersi annullato, senza aver conferito
alcuna delega, quello che considerano un diritto consolidato
nel tempo e acquisito. La Confindustria richiede infatti
l'estinzione dello stesso istituto della contingenza, che
tutela un livello, già peraltro assai ridotto, di salario e
che oggi ha valore di legge, esteso con i suoi effetti anche
alle aree a minore o nullo potere contrattuale.
La nostra proposta di legge non è lesiva dell'autonomia
delle parti sociali, ma intende favorire condizioni di
partecipazione e protagonismo anche dei diretti interessati e
reali rapporti di contrattazione e trattativa tra le parti,
contrastando dunque l'unilateralità delle posizioni
confindustriali.
Riteniamo di rappresentare, con questa proposta, il punto
di vista della più ampia maggioranza delle lavoratrici e dei
lavoratori e il senso di solidarietà che si esprime nella
difesa dell'istituto della scala mobile.
Auspichiamo che tale proposta incontri anche il consenso di
una maggioranza in Parlamento.
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