| Onorevoli Colleghi! -- Riteniamo opportuno ripresentare
ancora una volta questa proposta di legge in quanto ha in sé
tutti gli elementi dell'attualità pur essendo stata affidata
all'esame della Camera già nella X legislatura.
Potremmo cominciare da una delle tante esigenze "concrete"
- sulle quali si può essere tutti d'accordo - e trarre spunto
dal noto fenomeno dell'aumento delle allergie, dovute ad
intolleranze di certi prodotti medicinali di tipo chimico.
Anche per questo verso, l'attenzione del pubblico è stata - ed
è sempre di più - rivolta verso l'uso delle piante officinali
che, proprio nei casi di allergia, si sono rivelate di grande
utilità. Potremmo continuare sottolineando un altro sempre più
diffuso "fenomeno" in atto, quello del ricorso ai cosiddetti
"integratori alimentari", che si è reso necessario per il tipo
di alimentazione in uso oggi; specie nel momento in cui nei
grandi agglomerati
metropolitani milioni di persone sono costrette a nutrirsi
all'incredibile - e, per noi, perversa - insegna del "mangia e
fuggi"; e anche su questo versante incontriamo la stessa
necessità già percepita dagli allergologi.
La verità è che, se appena appena si approfondisce questo
argomento, si percepiscono subito i complessi contorni di uno
dei maggiori "problemi" del vivere sociale contemporaneo, che
si può impostare - crediamo, correttamente, senza enfasi né
partigianeria - nei termini indicati dalla domanda (non a caso
abbastanza corrente) relativa all'uso, o all'abuso, dei
farmaci di origine chimica. Molti, moltissimi (in ogni caso,
un numero crescente di persone) ritengono che si sia superata
- o che si stia per superare - la soglia dell'abuso; né
mancano vere e proprie "crociate", anche di scienziati, di
chimici e di medici, contro il cosiddetto "consumismo dei
farmaci".
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Senza entrare neanche per un momento in questo specifico
campo - difficile ma affascinante e di estrema attualità -
appare tuttavia chiaro che, anche un simile stato di cose
fornisce una componente qualificata a quella che definiremmo
come una richiesta crescente di un "altro tipo" di prodotti
che in qualche modo escano dai "condizionamenti" (nel senso
dei rischi, pericoli, ecc.), che sono ormai evidenti quanto
meno nell'abuso - o nella assuefazione - ai prodotti di
origine chimica.
L'erboristeria si situa in questo contesto; che è sociale,
culturale e psicologico al tempo stesso. Vi si situa - anche -
con tutte le sue "valenze" di ordine curativo; aggiungiamo:
con tutto il peso specifico di una sua antica e nobile
"tradizione" che l'uomo della moderna società di massa, tutta
centrata sugli inurbamenti e lo "sradicamento" dalla natura,
ha incautamente dimenticato. E qui si pone anche la
correlativa constatazione che, nel settore, manca un qualsiasi
organico complesso di norme, opportunamente e chiaramente
disciplinatrici, finalizzate al duplice scopo di "garantire"
quanti all'erboristeria vogliono (o debbono?, ormai)
rivolgersi e tutti coloro - e non sono certo pochi né
immeritevoli di tutela giuridica - che dell'erboristeria hanno
curato spesso in silenzio e col coraggio di "andare
controcorrente" le sorti e le fortune, sin qui
legislativamente poco o niente curate. Per questo - nel
tentare, quanto meno, di far questo - siamo anche sollecitati
dal fiorire, dal diffondersi di tante manifestazioni, raduni,
convegni - tutti altamente e seriamente qualificati - nei
quali proprio questo problema viene abitualmente discusso,
analizzato, approfondito; e anche dal crescente successo -
scientifico e di pubblico - che ottengono "incontri" volti
alla diffusione di questa esigenza.
E' stato detto, fra l'altro, e giustamente che "la
crescente presa di coscienza dell'opinione pubblica relativa
ai problemi della salute, la propensione all'automedicazione,
il degrado ambientale, stanno creando l'esigenza di un ritorno
al "naturale".
Il conseguente interesse nei confronti di terapie "dolci",
e in particolar modo per l'erboristeria, fa sì che il bagaglio
culturale relativo alla cura del corpo e delle sue affezioni,
formatosi in millenni di storia, torni utile all'uomo del
duemila.
Questo, grazie all'apporto offerto dalla ricerca
scientifica, che ha convalidato ed ampliato le possibilità
terapeutiche preventive, curative e coadiuvanti, nel
mantenimento dello stato di salute, delle piante
officinali.
D'altronde, è anche vero che i punti di vendita erboristici
sono in continuo aumento non soltanto al nord ma anche nel
centro sud.
Così come è vero che l'attuale interesse per "la medicina
verde" ed i nuovi orientamenti dell'OMS (Organizzazione
mondiale della sanità) fanno supporre che l'importanza delle
piante medicinali ed officinali nel prossimo futuro aumenterà
e con fondata ragione. L'Organizzazone mondiale della sanità
preconizza il ritorno alle piante officinali e cioè ad una
terapia che presenta meno inconvenienti di quella eseguita con
sostanze chimiche di sintesi. Per altro va annotato che i
responsabili della sanità pubblica, mettendo in guardia dal
grave pericolo rappresentato da un uso indiscriminato dei
medicinali di sintesi, hanno demandato all'OMS di promuovere
le ricerche sulla utilizzazione delle piante medicinali e di
collaborare alla migliore utilizzazione di queste piante, e
ancora di promuovere la collaborazione per la ricerca sui
medicinali di origine naturale e particolarmente sulle piante
medicinali ed officinali.
Né si può trascurare il fatto che il "nuovo mercato" ormai
creatosi in materia, impone all'Italia (nonostante le sue
solidissime e nobili tradizioni in materia di erboristeria) un
pesante esborso per le importazioni.
Nel nostro paese alle piante medicinali sono riservati
attualmente (secondo
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uno studio effettuato dall'IRVAM su dati 1980-1981) 1.300
ettari circa: una cifra irrisoria.
Questo comporta una produzione nazionale capace di
soddisfare soltanto un quarto della richiesta del mercato
interno, con un conseguente esborso che supera i 60 miliardi
di lire annui e che va sempre più crescendo. Nel corso degli
ultimi anni, a fronte di una incapacità legislativa del
Parlamento e di un costante e continuo aumento della
richiesta, il divario tra le piante ed i prodotti importati e
quelli nazionali è ancora cresciuto con grave danno per
l'agricoltura e l'economia. Non è molto, di contro alle
migliaia di miliardi del nostro deficit agro-alimentare,
ma è davvero assurdo ove si pensi che non solo potremmo non
importare ma, agevolmente, esportare per almeno dieci volte il
nostro attuale import se solo sapessimo utilizzare
almeno una parte delle immense "potenzialità" che il nostro
territorio, con il suo clima e la sua conformazione - e,
sottolineiamo, con la sua immensa cultura storica in materia:
una vera e propria "miniera di specifica sapienza" al riguardo
- indubbiamente ed evidentemente offre. Non è poi trascorso
molto tempo da quando, negli anni '30 e '40 e ancora nel primo
dopoguerra, l'Italia era ai primi posti fra i paesi produttori
(ed esportatori) di piante officinali. Una pubblicazione
diffusa ad "Herboroma '84" (e non certo di nostra parte quanto
ad orientamento politico), ricorda che quel "successo" era,
senza dubbio, "favorito principalmente dalle eccezionali
condizioni geografiche, climatiche e pedologiche della nostra
penisola, che permettono di avere una grande varietà di specie
botaniche e una qualità
superiore delle droghe, dovuta alle caratteristiche
organolettiche e alla concentrazione dei princìpi attivi" ma -
e questo è il punto - ""la prosperità" della quale allora
godeva il settore era anche dovuta ad una normativa confacente
alla situazione e ad una efficiente struttura del settore
produttivo e commerciale dell'erboristeria (centri di
raccolta, erboristi provinciali, incentivazioni, ecc.)".
Si fa inoltre notare che "la coltivazione di piante
medicinali ed officinali (che dovrà essere sempre preceduta da
sperimentazione sistematica e inserita con ponderata scelta
nella programmazione colturale) presenta vantaggi per
l'economia agricola in quanto offre la possibilità di recupero
dei terreni incolti, marginali, o male sfruttati".
Su questi temi specifici - e in genere sulla complessa
problematica dell'erboristeria - si potrebbe scrivere a lungo,
essendo ormai pressoché sterminata la pubblicità (anche seria,
con alto contenuto culturale) ma riteniamo che meglio, in via
di sintesi, non potremmo dire.
Occorre uscire, insomma, da uno stato di assoluta
inadeguatezza legislativa, per tagliare quello che non
esitiamo a definire un traguardo affascinante e importante al
tempo stesso, con risvolti socioeconomici - oltre che,
ovviamente, di sanità autentica e positiva - di grande
rilievo.
Una proposta di legge pressoché identica a questa nostra fu
presentata nella IX Legislatura, prima firmataria l'onorevole
Cristiana Muscardini. Abbiamo ritenuto di modificarla
leggermente, aggiornandola alla luce dell'esperienza maturata
in questi ultimi anni, e di ripresentarla nell'attuale
legislatura.
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