| Onorevoli Colleghi! -- Oggi la funzione civile del
giornalismo è gravemente minacciata dal condizionamento che
deriva dalle distorsioni del mercato e dalle influenze
politiche. Da una parte i finanziamenti a pioggia alla stampa,
che hanno aperto la strada al controllo dei grandi gruppi
finanziario-industriali, dall'altra, la gestione duopolistica
del settore televisivo hanno provocato un decadimento
strutturale della professione giornalistica. L'Ordine
rappresenta un ulteriore fattore di blocco di mercato e di
degenerazione partitocratica.
Se ancora vi fosse stato qualche dubbio sulla opportunità
di abolire l'Ordine dei giornalisti, lo scandalo degli esami
truccati alle prove di idoneità professionale, venuto alla
luce nel novembre 1991, l'ha spazzato via. L'unica funzione
rilevante
svolta dall'Ordine nel corso degli anni è stata infatti
quella dell'usciere cui spetta aprire o no le porte dei
privilegi professionali a chi si affaccia al giornalismo.
L'Ordine è sempre stato un usciere esoso, burocratico, del
tutto indifferente alla realtà concreta dell'attività
giornalistica. E per giunta corrotto, come ora sappiamo grazie
all'inchiesta della magistratura che ha messo a nudo il
meccanismo delle raccomandazioni: testi anonimi di esame
identificabili dalle prime righe del tema, commissari di esame
complici per amicizia di partito o altre ragioni.
Lo scandalo, scoperto per l'errore di un commissario che ha
inserito l'elenco dei propri raccomandati in una rete
computerizzata accessibile ad altri giornalisti, ha soltanto
portato in superficie un fenomeno di malcostume che durava da
anni, se non
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da decenni, e che investe tutto il
percorso di guerra che un giornalista deve superare prima di
arrivare all'esame. Essere riconosciuto praticante (e avere
quindi titolo di ammissione all'esame) è spesso frutto di un
negoziato politico: lottizzazione partitocratica, familismo,
clientela, sono la regola. Proprio come sono la regola le
raccomandazioni al momento del cosiddetto concorso di
esame.
Questi esami e questo Ordine dovrebbero del resto essere
aboliti per la loro inutilità e stupidità costituzionale anche
se fossero un esempio di ortodossia prussiana. A maggior
ragione devono esserlo ora che è stato provato ciò che tutti,
nel mondo giornalistico, da sempre sapevano. E in attesa che
un qualche incidente di percorso possa alla fine far emergere
il marcio in altri settori che ricadono nella sfera di azione
dell'Ordine: ad esempio nei criteri e modalità di assegnazione
delle abitazioni che fanno parte del patrimonio immobiliare
dell'Istituto di previdenza dei giornalisti (INPGI).
Con la soppressione dell'Ordine prevista da questa proposta
di legge viene a cadere un'anomalia italiana all'interno della
Comunità economica europea e si restituisce piena dignità
professionale a chi svolge effettivamente la professione di
giornalista. L'articolo 2 istituisce infatti la "carta di
identità professionale del giornalista" valida fino al momento
in cui l'attività giornalistica cessa, abolendo da
una parte la qualifica (altrove sconosciuta) di
"pubblicista", e dall'altra lo status sociale vitalizio,
indipendente dall'esercizio della professione, di "giornalista
professionista".
Cessa così la commistione fra giornalisti e lobbisti, vale
a dire funzionari redattori di uffici stampa o pubbliche
relazioni: identificazione pericolosa per chi svolge
un'attività di giornalista legata a valori costituzionalmente
protetti; ma, d'altra parte, implicitamente offensiva per chi
si vede costretto a mascherare la propria attività di
informatore di parte, che è pienamente legittima all'interno
di meccanismi di mercato chiari e rigorosi.
In questa proposta non viene previsto un periodo di
praticantato, visto che l'apprendistato professionale è stato
di fatto cancellato nella vita delle redazioni proprio dalla
legge attualmente in vigore e sostituito da lavoro nero,
sottopagato e privo di diritti. I proponenti sono favorevoli,
anche se il tema esula da questa proposta di legge, a corsi di
formazione professionale e a un rapporto più stretto fra il
mondo dell'informazione e le università.
Con l'istituzione della "carta di identità professionale
del giornalista" cessa anche l'assurda discriminazione fra
redattori di quotidiani da una parte e redattori di emittenti
radiofoniche o televisive, di agenzie e periodici
specializzati dall'altra, vale a dire le forme più moderne di
accesso alla professione.
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