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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XI Legislatura

Documento


18341
SMA0005-0009
Resoconto Sommario n. 5 del 25 maggio 1992 (SMA11-5)
(suddiviso in 24 Unità Documento)
Unità Documento n.9 (che inizia a pag.4 dello stampato)
SVOLGIMENTO: 3 - 00049; 3 - 00050; 3 - 00051; 3 - 00052; 3 - 00053; 3 - 00054; 3 - 00055; 3 - 00056; 3 - 00057; 3 - 00058; 3 - 00059; 3 - 00060; 3 - 00061.
SVOLGIMENTO: 3 - 00049; 3 - 00050; 3 - 00051; 3 - 00052; 3 - 00053; 3 - 00054; 3 - 00055; 3 - 00056; 3 - 00057; 3 - 00058; 3 - 00059; 3 - 00060; 3 - 00061.
Svolgimento di interrogazioni sull'uccisione del magistrato Giovanni Falcone.
GIULIO ANDREOTTI, Presidente del Consiglio dei ministri. ZZGOV GOVERNO
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE OSCAR LUIGI SCALFARO
ZZSMA ZZRES ZZSMA250592 ZZSMA920525 ZZSMA000592 ZZSMA000092 ZZSMA5 ZZ11
    GIULIO ANDREOTTI,  Presidente del Consiglio dei
  ministri,  risponde alle interrogazioni Pannella n. 3-00049,
  Ronchi n. 3-00050, D'Alema n. 3-00051, Garavini n. 3-00052,
  Andò n. 3-00053, Battistuzzi n. 3-00054, Bossi n. 3-00055,
  Fini n. 300056, Pagani n. 3-00057, Caveri n. 300058, La Malfa
  n. 3-00059, Novelli n. 300060 e Bianco Gerardo n. 3-00061
  (vedi l'allegato A).
    Sottolinea come, nella complessa e non di rado tormentata
  vita della Repubblica, non poche volte si siano date riunioni
  in quest'aula all'indomani di gravi fatti di violenza e di
  strage, specialmente, ma non solo, nelle province messe a
  rischio dalla criminalità di stampo mafioso.  Senza voler fare
  discriminazioni tra le vittime, osserva che quando cadono in
  una tragica imboscata Giovanni Falcone, sua moglie e tre dei
  suoi uomini di vigilanza, se ne rimane colpiti in modo tutto
  particolare.
    L'attentato del quale sono rimasti vittime Giovanni
  Falcone, la moglie Francesca Laura Morvillo e gli agenti della
  polizia di Stato Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Di
  Cillo è avvenuto alle 17,58 di sabato 23 maggio lungo
  l'autostrada Punta Raisi-Palermo, nei pressi dello svincolo di
  Capaci.  Sono state inoltre coinvolte alcune auto in transito,
 
                               Pag. 5
 
  cinque occupanti delle quali - tra cui due cittadini austriaci
  - sono rimasti feriti.  Degli accompagnatori del magistrato sono
  rimasti altresì feriti l'autista, che viaggiava nella sua
  stessa vettura, ed i tre agenti della seconda auto di scorta.
    Come soleva abitualmente fare da quando era stato
  trasferito al Ministero, anche sabato scorso il dottor Falcone
  si era recato a Palermo per trascorrervi il fine settimana,
  servendosi, per ovvie e riconosciute ragioni di sicurezza, di
  un aereo di Stato.  Nella tragica occasione del volo di sabato
  scorso (che il magistrato aveva in un primo momento
  programmato per il giorno precedente, ma che egli stesso aveva
  differito di ventiquattr'ore per suoi impegni di istituto), lo
  accompagnava la moglie, magistrato presso il tribunale di
  Palermo, che lo aveva raggiunto a Roma per impegni di lavoro.
    Dall'inizio dell'anno il giudice Falcone aveva effettuato
  con aerei di Stato altri undici voli per Palermo.  Altrettanti
  voli aveva effettuato per il rientro a Roma dopo il fine
  settimana.
    Alla partenza, sabato 23 maggio, il servizio di sicurezza
  era stato organizzato prevedendo un ispettore di polizia sul
  posto e due autovetture di controllo posizionate in punti
  strategici del percorso tra il cancello di ingresso
  all'aeroporto di Ciampino e la zona dalla quale era previsto
  il decollo dell'aereo.
    Il giudice Falcone è giunto all'aeroporto di Ciampino alle
  16,40.  Il decollo è avvenuto dieci minuti dopo.  Oltre ad
  elementi della polizia di Stato, alla partenza dell'aereo
  hanno presenziato un ufficiale dei Carabinieri ed alcuni
  militi dell'Arma.
    A Palermo, dove l'aereo è giunto alle 17,43, il personale
  di scorta - sei agenti della polizia di Stato e l'autista
  civile dipendente dal Ministero di grazia e giustizia -
  attendevano sulla pista i due passeggeri, con tre autovetture
  blindate.  I mezzi sono partiti pochi minuti dopo
  l'atterraggio, diretti verso il centro di Palermo: la prima
  autovettura con tre agenti di pubblica sicurezza, la seconda
  con il dottor Falcone alla guida, la moglie sul sedile
  anteriore e l'autista civile del Ministero di grazia e
  giustizia sul sedile posteriore; il terzo mezzo con tre agenti
  di scorta della polizia di Stato.
    A produrre la terrificante esplosione che ha sbalzato per
  circa cento metri la prima autovettura di scorta, uccidendone
  gli occupanti, e che ha semidistrutto quella nella quale
  viaggiavano il magistrato, la moglie e l'autista, è stata una
  ingente quantità, al momento non precisamente valutabile, di
  esplosivo situato in una condotta di scolo di acque reflue che
  attraversa ortogonalmente il sottosuolo del tratto
  autostradale in entrambe le carreggiate.  Si ritiene che
  l'attentatore abbia azionato un congegno a distanza per far
  brillare l'esplosivo nel preciso istante in cui transitavano
  le tre auto blindate di Falcone e della scorta.  La posizione
  del o degli attentatori non è stata ancora accertata e gli
  organi competenti stanno vagliando tutte le possibilità al
  riguardo.  Ai competenti servizi non risultano essere
  pervenute, prima dell'attentato, segnalazioni relative a
  movimenti sospetti lungo quel tratto di strada.
    Subito dopo l'attentato, i primi atti urgenti sono stati
  svolti dalla procura della Repubblica del luogo.
  Successivamente, la specifica competenza dell'inchiesta è
  stata assunta dalla procura distrettuale di Caltanissetta,
  posto che l'appartenenza della consorte del magistrato ad un
  ufficio giudiziario palermitano esclude l'intervento
  nell'inchiesta stessa della magistratura del capoluogo
  siciliano.
    Mentre veniva attivata una capillare rete di controllo sul
  territorio, anche in riferimento alle altre province
  dell'isola, il sopralluogo effettuato da personale del
  gabinetto regionale di polizia scientifica e da esperti del
  laboratorio centrale di esplosivi della polizia di Stato
  consentiva di accertare che l'esplosione aveva prodotto una
  voragine di circa venti metri di diametro.  L'onda d'urto aveva
  provocato lo smantellamento della superficie stradale, i cui
  detriti erano stati proiettati per centinaia di metri.
 
                               Pag. 6
 
    Allo scopo di realizzare un più efficace coordinamento
  delle attività informative, investigative ed operative,
  affluivano intanto a Palermo gruppi specializzati del servizio
  centrale operativo della polizia di Stato e dell'Arma dei
  carabinieri.  Veniva contestualmente attuata la completa
  mobilitazione delle relative strutture provinciali e
  regionali.
    Nella serata di sabato 23 i principali responsabili del
  Ministro dell'interno e di quello di grazia e giustizia,
  recatisi a Palermo, tenevano in loco una prima riunione,
  unitamente all'Alto commissario per la lotta contro la
  criminalità mafiosa, ai responsabili della direzione
  investigativa antimafia ed alle principali autorità
  amministrative e giudiziarie della provincia.  Nella mattinata
  di ieri si è riunito inoltre il comitato provinciale per
  l'ordine e la sicurezza pubblica alla presenza del ministro
  guardasigilli e del capo della polizia.
    Una prima rivendicazione dell'eccidio si è registrata alle
  ore 19,30 del giorno 23 con telefonate alle sedi dell'agenzia
  ANSA di Genova e di Bari a nome dell'organizzazione definita
  "falange armata".  Dopo una telefonata di avertimento delle ore
  22,20 alla sede romana del quotidiano  Il Messaggero,
  veniva inoltre rinvenuto in una cabina telefonica della
  capitale un volantino che attribuiva la paternità del crimine
  ad un " commando  di regime" ed annunciava nuovi attentati
  di ispirazione rivoluzionaria.
    In precedenza era pervenuta al vice capo cronista del
  quotidiano  Il giornale di Sicilia  di Palermo una
  telefonata anonima del seguente tenore: "E' un regalo di
  matrimonio di Salvino Madonia".  Il riferimento era
  presumibilmente diretto al pregiudicato Salvatore Madonia,
  sposatosi lo stesso giorno nel carcere dell'Ucciardone e
  figlio del  boss  Francesco Madonia, condannato
  all'ergastolo nel maxi-processo di Palermo e ritenuto il
  mandante dell'omicidio di Libero Grassi.
    L'attendibilità di queste segnalazioni è al vaglio delle
  competenti autorità.
    Nei confronti del giudice Falcone venivano effettuati
  particolari attentissimi servizi di sicurezza anche durante i
  suoi periodici soggiorni a Palermo.
    Nel 1989, dopo il ritrovamento di un ordigno esplosivo
  nelle adiacenze della sua residenza estiva, tali misure furono
  ulteriormente rafforzate.  Attualmente esse consistevano nella
  fornitura di un'auto blindata con autista e di una scorta di
  due auto blindate che, rispettivamente, precedevano e
  seguivano quella del magistrato con a bordo tre agenti
  ciascuna; nell'effettuazione di una vigilanza fissa
  ininterrotta presso l'abitazione palermitana in due apposite
  garitte blindate davanti e sul retro dell'edificio, situato in
  zona in cui veniva vietata la sosta; nella messa a
  disposizione di una pattuglia della polizia di Stato con
  funzioni di staffetta durante gli spostamenti in città; nella
  perlustrazione da parte di agenti della polizia di Stato,
  dell'abitazione del dottor Falcone prima del suo ingresso.
    Per i servizi di sicurezza effettuati a Palermo venivano
  impiegate complessivamente, lungo l'arco delle ventiquattro
  ore, sessanta unità di personale della pubblica sicurezza, di
  cui trenta per la vigilanza fissa e trenta per la scorta.
    Gli agenti di scorta erano scelti e selezionati
  personalmente dal questore ed avevano ottenuto il pieno
  gradimento del magistrato, tant'è che lo stesso aveva chiesto
  loro se volevano trasferirsi a Roma per continuare qui il loro
  servizio.
    Il magistrato soleva guidare personalmente l'autovettura in
  città, scegliendo di volta in volta l'itinerario; peraltro,
  per raggiungere il centro di Palermo partendo dall'aeroporto
  di Punta Raisi, non esistono validi percorsi alternativi.
    Dopo l'orrendo crimine che è stato perpetrato ai danni di
  Giovanni Falcone e che ha coinvolto altri fedeli servitori
  dello Stato nonché pacifici ed inermi cittadini, la nazione,
  le forze politiche e gli stessi responsabili della cosa
  pubblica si pongono con rinnovata urgenza la domanda se sia
  stato fatto tutto il possibile nella lotta contro la
  criminalità organizzata.
    Risponde a questa domanda ripercorrendo, sia pur
  brevemente, la figura e
 
                               Pag. 7
 
  l'opera di Giovanni Falcone, e soffermandosi in particolare
  sul contributo che egli ha dato alla definizione delle più
  importanti misure adottate dal Governo in questa materia.
    Indipendentemente dalle mansioni specifiche e dai posti di
  responsabilità affidatigli, egli è stato sempre in prima linea
  nella elaborazione di una valida strategia per contrastare e
  sconfiggere la mafia e nel curarne di persona l'attuazione
  senza risparmio di pericoli e di fatiche.
    Falcone proveniva da una lunga e fattiva esperienza presso
  gli uffici giudiziari di Palermo, dove aveva curato
  l'istruzione dei più significativi procedimenti contro gli
  esponenti della criminalità organizzata.  A lui si deve
  l'intuizione del cosiddetto  pool  antimafia, di quel
  gruppo di magistrati, cioè, che riuscì a far condannare i
  vertici di Cosa Nostra nel maxiprocesso di Palermo.
    Dal 13 marzo 1991 egli aveva assunto le funzioni di
  direttore generale degli affari penali presso il Ministero di
  grazia e giustizia: ciò non fu certo per sottrarsi al
  combattimento, ma per collaborare efficacemente e più da
  vicino con chi deve assumere indirizzi legislativi ed
  operativi nella estenuante battaglia contro la mafia, di cui
  aiutò ad individuare meglio le connessioni internazionali,
  anche con il traffico della droga.
    L'esperienza acquisita sul campo lo condusse ad indirizzare
  il suo impegno verso l'obiettivo di dare effettività ed
  efficacia agli strumenti investigativi ed a favorire la
  creazione di strutture centralizzate che fungessero da
  collettori di conoscenze e da fattori di impulso e di
  coordinamento nelle indagini: nacquero così le prime sue
  proposte per l'introduzione nell'ordinamento di uffici di
  procura distrettuale; la previsione normativa dei  pool
  antimafia presso tali uffici; l'istituzione della direzione
  nazionale antimafia e della figura del procuratore nazionale
  ad essa preposto.
    Su queste proposte, a partire dalla metà del 1991, Giovanni
  Falcone cominciò ad interpellare i magistrati inquirenti di
  tutta Italia, per acquisirne l'opinione, per sollecitarne
  l'iniziativa, per stimolarne valutazioni propositive.
    Con la piena adesione del ministro di grazia e giustizia
  che, unitamente al ministro dell'interno, ed interpretando
  fedelmente l'impegno comune del Governo, ha sempre
  sottolineato l'urgenza di soluzioni che pongano fine al
  dilagare della criminalità, il progetto antimafia di Giovanni
  Falcone andò via via acquisendo forme sempre più precise,
  coincidendo perfettamente con la visione complessiva del
  Governo in materia di lotta alla criminalità organizzata.
  Visione che si era già tradotta in provvedimenti di grande
  portata innovativa indirizzati verso gli obiettivi prioritari
  del potenziamento dell'efficienza delle strutture; del
  controllo di talune manifestazioni dell'attività economica;
  della lotta all'inquinamento mafioso delle amministrazioni
  locali; dell'ammodernamento costante dell'impianto normativo;
  di una più capillare ricerca dei latitanti.
    Verso questi obiettivi tendono in particolare le
  disposizioni emanate in materia di copertura d'ufficio, in
  mancanza di domande volontarie, delle sedi giudiziarie
  vacanti; quelle volte a contrastare il riciclaggio di denaro
  derivante da attività illecite; quelle in forza delle quali è
  stato possibile sciogliere finora ventisei consigli comunali
  sospettati di totali o parziali collusioni mafiose; quelle,
  infine, che hanno rivisto il sistema delle misure alternative
  alla detenzione escludendo la concessione di taluni benefìci -
  tra cui gli arresti domiciliari - ai condannati o imputati di
  delitti di mafia.  Si collocano pure in questo quadro le misure
  di solidarietà adottate per le vittime di estorsioni.
    La consapevolezza che la positiva attuazione di queste
  misure non poteva prescindere dalla contestuale applicazione
  di un migliore modulo organizzativo degli uffici di procura ha
  condotto il Governo a disciplinare in modo completamente
  innovativo il coordinamento delle indagini in materia di
  criminalità organizzata, curando in particolare il
  collegamento tra la nuova organizzazione degli uffici di
 
                               Pag. 8
 
  procura con le nuove strutture di polizia che si andavano
  organizzando attraverso l'istituzione della direzione
  investigativa antimafia.
    Ricorda, a questo proposito, che alla conversione in legge
  del decreto sul coordinamento delle indagini - la cosidetta
  super-procura disegnata proprio a partire dalle esperienze
  palermitane di Falcone e dei suoi colleghi del " pool
  antimafia" - si pervenne con difficoltà, tanto che il
  Governo fu costretto a ricorrere al voto di fiducia.
    La costituzione di una centrale di coordinamento,
  incardinata nella persona del procuratore nazionale antimafia
  e di venti sostituti procuratori antimafia, è criticata
  infatti da chi teme che in questo modo si possa attenuare
  l'indipendenza della magistratura e contesta una presunta
  volontà di verticismo degli uffici del pubblico ministero.  Il
  potere del procuratore nazionale antimafia di avocare i
  procedimenti e di destinare ai vari uffici magistrati
  provenienti da procure diverse è stato così ingiustamente
  letto più come una forma di centralizzazione dell'indagine, e
  quasi come un pericoloso passo verso un distorto rapporto di
  dipendenza tra la magistratura e l'esecutivo, piuttosto che
  per quello che attraverso di esso effettivamente ci si propone
  di realizzare, e cioè la necessaria razionalizzazione delle
  forme investigative o, in altri termini, l'organizzazione
  delle indagini come risposta efficace alla organizzazione
  della criminalità.
    Purtroppo, quando ci si trova sotto l'emozione dei crimini
  della mafia, unanime è la spinta per mezzi più energici di
  lotta, senza uscire mai, ovviamente, dalla legalità.  Ma
  dinanzi alle proposte concrete non sempre si mantiene lo
  stesso rigore e la necessaria coerente fermezza.
    Non può dimenticare, infatti, che l'accoglienza a dir poco
  perplessa che l'Associazione nazionale magistrati riservò al
  progetto della cosidetta superprocura creò momenti di grande
  ed ingiustificata tensione istituzionale, che si acuì proprio
  quando Giovanni Falcone presentò domanda per l'incarico di
  procuratore nazionale antimafia.  Le vicende successive sono
  note.  Esse si collocano all'interno di una delicata e
  complessa controversia di princìpi, sulla quale non ritiene
  opportuno esprimersi in attesa della pronuncia della Corte
  costituzionale sul ricorso per conflitto di attribuzioni
  sollevato dal Consiglio superiore della magistratura attorno
  al significato del concerto ministeriale sulle assegnazioni
  che il Consiglio stesso decide.
    Nella dolorosa gravità dell'ora presente è significativa la
  lettura che Giovanni Falcone, in una conversazione con il
  corrispondente palermitano dell'ANSA, aveva dato di alcuni dei
  più recenti episodi della violenza mafiosa.
    Il suo impegno nella lotta alla criminalità organizzata lo
  portava a valutare nella giusta luce la complessa
  strumentazione normativa e funzionale alla cui realizzazione
  egli aveva attivamente contribuito, ma anche a prevedere che
  il rafforzamento dell'azione di contrasto messa in essere da
  parte dello Stato non avrebbe mancato di produrre la feroce
  reazione di un potere mafioso che si sente marcato sempre più
  strettamente.
    Anche se egli non era uomo da cedere alla paura, non poteva
  sfuggire a Giovanni Falcone il filo che legava misure
  radicali, quali quelle che avevano impedito prima la
  scarcerazione dei  boss  per scadenza dei termini e che -
  quando ciò era accaduto - li avevano riportati in carcere nel
  giro di ventiquattr'ore, con la ripresa dell'attenzione della
  mafia verso bersagli particolarmente significativi.  In questo
  quadro, lo stesso assassinio dell'onorevole Lima appariva a
  Giovanni Falcone - sono sue parole - un delitto "logico" dopo
  il quale erano da attendersi ulteriori reazioni da parte di
  una organizzazione che "se non vuole perdere potere e
  prestigio, deve dimostrare di essere ancora la più forte".
    A tutte le forze politiche che hanno avanzato la richiesta
  di conoscere che cosa il Governo intenda fare e quale
  strategia intenda promuovere nella lotta alla criminalità
  mafiosa desidera dire con grande fermezza, sicuro che non
  diverso
 
                               Pag. 9
 
  sarà il comportamento delle istituzioni, superata l'attuale
  fase transitoria, che il Governo non intende in alcun modo
  deflettere dalla linea sinora perseguita, intesa a combattere
  la piovra mafiosa con gli strumenti dell'ordinamento
  democratico, in una piena e rigorosa applicazione del
  complesso di misure che sono state via via predisposte e che
  potranno essere ulteriormente corroborate.
    Il Governo non intende, in altri termini, attenersi a
  comportamento diverso da quello al quale, sia pure con grande
  sforzo, improntò la propria azione negli anni bui del
  terrorismo in una essenziale sintonia con il Parlamento.
    Il popolo siciliano, che questo nuovo efferato episodio
  criminale colpisce nell'orgoglioso sentimento della propria
  onestà e rettitudine, deve sapere che l'impegno operativo, che
  si intende moltiplicare nell'opera di prevenzione e di
  contrasto dei reati, avrà di mira tutti gli aspetti del
  fenomeno mafioso: dai pericoli che derivano dai traffici di
  stupefacenti al riciclaggio del denaro, passando per i
  fenomeni di corruzione negli apparati pubblici.  Il tutto nel
  rispetto della legalità, poiché ogni incrinatura di questo
  fondamentale principio costituisce minaccia alla credibilità
  delle istituzioni sulla quale si possono innestare pericolose
  tentazioni di svolte autoritarie.
    E' compito di tutti riaffermare con grande fermezza, ma
  anche con la consapevolezza di ciò che questo significa per i
  comportamenti individuali e collettivi di ognuno, l'impegno a
  non deflettere. Né la Sicilia né l'Italia tutta meritano la
  mafia.  Questa consapevolezza deve guidare soprattutto gli
  amministratori della cosa pubblica, a livello locale ed in
  ambito nazionale.  Proprio Falcone ha lasciato scritto: "Certo,
  dovremo ancora per lungo tempo confrontarci con la criminalità
  organizzata di stampo mafioso.  Per lungo tempo, non per
  l'eternità: perché la mafia è un fenomeno umano, e come tutti
  i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà
  quindi anche una fine".
    Nella prospettiva, che è e deve essere comune a tutti, di
  accelerare il processo che porterà la mafia alla sua fine, con
  grande nostalgia, ma con rafforzato vigore, ciascuno dovrà
  coltivare e tenere alta ed intatta l'eredità civile e morale
  che Giovanni Falcone ha lasciato.  Di questa eredità lo Stato è
  debitore anche alla sua famiglia e a quelle degli uomini che
  hanno condiviso la sua sorte, nel momento del sacrificio più
  alto e che rimangono a lui accomunati nel ricordo e nel
  rimpianto, in un senso di grande commozione e solidarietà
  (Applausi dei deputati dei gruppi della DC, del PSI, del
  PSDI e liberale).
 
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