| GIULIO ANDREOTTI, Presidente del Consiglio dei
ministri, risponde alle interrogazioni Pannella n. 3-00049,
Ronchi n. 3-00050, D'Alema n. 3-00051, Garavini n. 3-00052,
Andò n. 3-00053, Battistuzzi n. 3-00054, Bossi n. 3-00055,
Fini n. 300056, Pagani n. 3-00057, Caveri n. 300058, La Malfa
n. 3-00059, Novelli n. 300060 e Bianco Gerardo n. 3-00061
(vedi l'allegato A).
Sottolinea come, nella complessa e non di rado tormentata
vita della Repubblica, non poche volte si siano date riunioni
in quest'aula all'indomani di gravi fatti di violenza e di
strage, specialmente, ma non solo, nelle province messe a
rischio dalla criminalità di stampo mafioso. Senza voler fare
discriminazioni tra le vittime, osserva che quando cadono in
una tragica imboscata Giovanni Falcone, sua moglie e tre dei
suoi uomini di vigilanza, se ne rimane colpiti in modo tutto
particolare.
L'attentato del quale sono rimasti vittime Giovanni
Falcone, la moglie Francesca Laura Morvillo e gli agenti della
polizia di Stato Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Di
Cillo è avvenuto alle 17,58 di sabato 23 maggio lungo
l'autostrada Punta Raisi-Palermo, nei pressi dello svincolo di
Capaci. Sono state inoltre coinvolte alcune auto in transito,
Pag. 5
cinque occupanti delle quali - tra cui due cittadini austriaci
- sono rimasti feriti. Degli accompagnatori del magistrato sono
rimasti altresì feriti l'autista, che viaggiava nella sua
stessa vettura, ed i tre agenti della seconda auto di scorta.
Come soleva abitualmente fare da quando era stato
trasferito al Ministero, anche sabato scorso il dottor Falcone
si era recato a Palermo per trascorrervi il fine settimana,
servendosi, per ovvie e riconosciute ragioni di sicurezza, di
un aereo di Stato. Nella tragica occasione del volo di sabato
scorso (che il magistrato aveva in un primo momento
programmato per il giorno precedente, ma che egli stesso aveva
differito di ventiquattr'ore per suoi impegni di istituto), lo
accompagnava la moglie, magistrato presso il tribunale di
Palermo, che lo aveva raggiunto a Roma per impegni di lavoro.
Dall'inizio dell'anno il giudice Falcone aveva effettuato
con aerei di Stato altri undici voli per Palermo. Altrettanti
voli aveva effettuato per il rientro a Roma dopo il fine
settimana.
Alla partenza, sabato 23 maggio, il servizio di sicurezza
era stato organizzato prevedendo un ispettore di polizia sul
posto e due autovetture di controllo posizionate in punti
strategici del percorso tra il cancello di ingresso
all'aeroporto di Ciampino e la zona dalla quale era previsto
il decollo dell'aereo.
Il giudice Falcone è giunto all'aeroporto di Ciampino alle
16,40. Il decollo è avvenuto dieci minuti dopo. Oltre ad
elementi della polizia di Stato, alla partenza dell'aereo
hanno presenziato un ufficiale dei Carabinieri ed alcuni
militi dell'Arma.
A Palermo, dove l'aereo è giunto alle 17,43, il personale
di scorta - sei agenti della polizia di Stato e l'autista
civile dipendente dal Ministero di grazia e giustizia -
attendevano sulla pista i due passeggeri, con tre autovetture
blindate. I mezzi sono partiti pochi minuti dopo
l'atterraggio, diretti verso il centro di Palermo: la prima
autovettura con tre agenti di pubblica sicurezza, la seconda
con il dottor Falcone alla guida, la moglie sul sedile
anteriore e l'autista civile del Ministero di grazia e
giustizia sul sedile posteriore; il terzo mezzo con tre agenti
di scorta della polizia di Stato.
A produrre la terrificante esplosione che ha sbalzato per
circa cento metri la prima autovettura di scorta, uccidendone
gli occupanti, e che ha semidistrutto quella nella quale
viaggiavano il magistrato, la moglie e l'autista, è stata una
ingente quantità, al momento non precisamente valutabile, di
esplosivo situato in una condotta di scolo di acque reflue che
attraversa ortogonalmente il sottosuolo del tratto
autostradale in entrambe le carreggiate. Si ritiene che
l'attentatore abbia azionato un congegno a distanza per far
brillare l'esplosivo nel preciso istante in cui transitavano
le tre auto blindate di Falcone e della scorta. La posizione
del o degli attentatori non è stata ancora accertata e gli
organi competenti stanno vagliando tutte le possibilità al
riguardo. Ai competenti servizi non risultano essere
pervenute, prima dell'attentato, segnalazioni relative a
movimenti sospetti lungo quel tratto di strada.
Subito dopo l'attentato, i primi atti urgenti sono stati
svolti dalla procura della Repubblica del luogo.
Successivamente, la specifica competenza dell'inchiesta è
stata assunta dalla procura distrettuale di Caltanissetta,
posto che l'appartenenza della consorte del magistrato ad un
ufficio giudiziario palermitano esclude l'intervento
nell'inchiesta stessa della magistratura del capoluogo
siciliano.
Mentre veniva attivata una capillare rete di controllo sul
territorio, anche in riferimento alle altre province
dell'isola, il sopralluogo effettuato da personale del
gabinetto regionale di polizia scientifica e da esperti del
laboratorio centrale di esplosivi della polizia di Stato
consentiva di accertare che l'esplosione aveva prodotto una
voragine di circa venti metri di diametro. L'onda d'urto aveva
provocato lo smantellamento della superficie stradale, i cui
detriti erano stati proiettati per centinaia di metri.
Pag. 6
Allo scopo di realizzare un più efficace coordinamento
delle attività informative, investigative ed operative,
affluivano intanto a Palermo gruppi specializzati del servizio
centrale operativo della polizia di Stato e dell'Arma dei
carabinieri. Veniva contestualmente attuata la completa
mobilitazione delle relative strutture provinciali e
regionali.
Nella serata di sabato 23 i principali responsabili del
Ministro dell'interno e di quello di grazia e giustizia,
recatisi a Palermo, tenevano in loco una prima riunione,
unitamente all'Alto commissario per la lotta contro la
criminalità mafiosa, ai responsabili della direzione
investigativa antimafia ed alle principali autorità
amministrative e giudiziarie della provincia. Nella mattinata
di ieri si è riunito inoltre il comitato provinciale per
l'ordine e la sicurezza pubblica alla presenza del ministro
guardasigilli e del capo della polizia.
Una prima rivendicazione dell'eccidio si è registrata alle
ore 19,30 del giorno 23 con telefonate alle sedi dell'agenzia
ANSA di Genova e di Bari a nome dell'organizzazione definita
"falange armata". Dopo una telefonata di avertimento delle ore
22,20 alla sede romana del quotidiano Il Messaggero,
veniva inoltre rinvenuto in una cabina telefonica della
capitale un volantino che attribuiva la paternità del crimine
ad un " commando di regime" ed annunciava nuovi attentati
di ispirazione rivoluzionaria.
In precedenza era pervenuta al vice capo cronista del
quotidiano Il giornale di Sicilia di Palermo una
telefonata anonima del seguente tenore: "E' un regalo di
matrimonio di Salvino Madonia". Il riferimento era
presumibilmente diretto al pregiudicato Salvatore Madonia,
sposatosi lo stesso giorno nel carcere dell'Ucciardone e
figlio del boss Francesco Madonia, condannato
all'ergastolo nel maxi-processo di Palermo e ritenuto il
mandante dell'omicidio di Libero Grassi.
L'attendibilità di queste segnalazioni è al vaglio delle
competenti autorità.
Nei confronti del giudice Falcone venivano effettuati
particolari attentissimi servizi di sicurezza anche durante i
suoi periodici soggiorni a Palermo.
Nel 1989, dopo il ritrovamento di un ordigno esplosivo
nelle adiacenze della sua residenza estiva, tali misure furono
ulteriormente rafforzate. Attualmente esse consistevano nella
fornitura di un'auto blindata con autista e di una scorta di
due auto blindate che, rispettivamente, precedevano e
seguivano quella del magistrato con a bordo tre agenti
ciascuna; nell'effettuazione di una vigilanza fissa
ininterrotta presso l'abitazione palermitana in due apposite
garitte blindate davanti e sul retro dell'edificio, situato in
zona in cui veniva vietata la sosta; nella messa a
disposizione di una pattuglia della polizia di Stato con
funzioni di staffetta durante gli spostamenti in città; nella
perlustrazione da parte di agenti della polizia di Stato,
dell'abitazione del dottor Falcone prima del suo ingresso.
Per i servizi di sicurezza effettuati a Palermo venivano
impiegate complessivamente, lungo l'arco delle ventiquattro
ore, sessanta unità di personale della pubblica sicurezza, di
cui trenta per la vigilanza fissa e trenta per la scorta.
Gli agenti di scorta erano scelti e selezionati
personalmente dal questore ed avevano ottenuto il pieno
gradimento del magistrato, tant'è che lo stesso aveva chiesto
loro se volevano trasferirsi a Roma per continuare qui il loro
servizio.
Il magistrato soleva guidare personalmente l'autovettura in
città, scegliendo di volta in volta l'itinerario; peraltro,
per raggiungere il centro di Palermo partendo dall'aeroporto
di Punta Raisi, non esistono validi percorsi alternativi.
Dopo l'orrendo crimine che è stato perpetrato ai danni di
Giovanni Falcone e che ha coinvolto altri fedeli servitori
dello Stato nonché pacifici ed inermi cittadini, la nazione,
le forze politiche e gli stessi responsabili della cosa
pubblica si pongono con rinnovata urgenza la domanda se sia
stato fatto tutto il possibile nella lotta contro la
criminalità organizzata.
Risponde a questa domanda ripercorrendo, sia pur
brevemente, la figura e
Pag. 7
l'opera di Giovanni Falcone, e soffermandosi in particolare
sul contributo che egli ha dato alla definizione delle più
importanti misure adottate dal Governo in questa materia.
Indipendentemente dalle mansioni specifiche e dai posti di
responsabilità affidatigli, egli è stato sempre in prima linea
nella elaborazione di una valida strategia per contrastare e
sconfiggere la mafia e nel curarne di persona l'attuazione
senza risparmio di pericoli e di fatiche.
Falcone proveniva da una lunga e fattiva esperienza presso
gli uffici giudiziari di Palermo, dove aveva curato
l'istruzione dei più significativi procedimenti contro gli
esponenti della criminalità organizzata. A lui si deve
l'intuizione del cosiddetto pool antimafia, di quel
gruppo di magistrati, cioè, che riuscì a far condannare i
vertici di Cosa Nostra nel maxiprocesso di Palermo.
Dal 13 marzo 1991 egli aveva assunto le funzioni di
direttore generale degli affari penali presso il Ministero di
grazia e giustizia: ciò non fu certo per sottrarsi al
combattimento, ma per collaborare efficacemente e più da
vicino con chi deve assumere indirizzi legislativi ed
operativi nella estenuante battaglia contro la mafia, di cui
aiutò ad individuare meglio le connessioni internazionali,
anche con il traffico della droga.
L'esperienza acquisita sul campo lo condusse ad indirizzare
il suo impegno verso l'obiettivo di dare effettività ed
efficacia agli strumenti investigativi ed a favorire la
creazione di strutture centralizzate che fungessero da
collettori di conoscenze e da fattori di impulso e di
coordinamento nelle indagini: nacquero così le prime sue
proposte per l'introduzione nell'ordinamento di uffici di
procura distrettuale; la previsione normativa dei pool
antimafia presso tali uffici; l'istituzione della direzione
nazionale antimafia e della figura del procuratore nazionale
ad essa preposto.
Su queste proposte, a partire dalla metà del 1991, Giovanni
Falcone cominciò ad interpellare i magistrati inquirenti di
tutta Italia, per acquisirne l'opinione, per sollecitarne
l'iniziativa, per stimolarne valutazioni propositive.
Con la piena adesione del ministro di grazia e giustizia
che, unitamente al ministro dell'interno, ed interpretando
fedelmente l'impegno comune del Governo, ha sempre
sottolineato l'urgenza di soluzioni che pongano fine al
dilagare della criminalità, il progetto antimafia di Giovanni
Falcone andò via via acquisendo forme sempre più precise,
coincidendo perfettamente con la visione complessiva del
Governo in materia di lotta alla criminalità organizzata.
Visione che si era già tradotta in provvedimenti di grande
portata innovativa indirizzati verso gli obiettivi prioritari
del potenziamento dell'efficienza delle strutture; del
controllo di talune manifestazioni dell'attività economica;
della lotta all'inquinamento mafioso delle amministrazioni
locali; dell'ammodernamento costante dell'impianto normativo;
di una più capillare ricerca dei latitanti.
Verso questi obiettivi tendono in particolare le
disposizioni emanate in materia di copertura d'ufficio, in
mancanza di domande volontarie, delle sedi giudiziarie
vacanti; quelle volte a contrastare il riciclaggio di denaro
derivante da attività illecite; quelle in forza delle quali è
stato possibile sciogliere finora ventisei consigli comunali
sospettati di totali o parziali collusioni mafiose; quelle,
infine, che hanno rivisto il sistema delle misure alternative
alla detenzione escludendo la concessione di taluni benefìci -
tra cui gli arresti domiciliari - ai condannati o imputati di
delitti di mafia. Si collocano pure in questo quadro le misure
di solidarietà adottate per le vittime di estorsioni.
La consapevolezza che la positiva attuazione di queste
misure non poteva prescindere dalla contestuale applicazione
di un migliore modulo organizzativo degli uffici di procura ha
condotto il Governo a disciplinare in modo completamente
innovativo il coordinamento delle indagini in materia di
criminalità organizzata, curando in particolare il
collegamento tra la nuova organizzazione degli uffici di
Pag. 8
procura con le nuove strutture di polizia che si andavano
organizzando attraverso l'istituzione della direzione
investigativa antimafia.
Ricorda, a questo proposito, che alla conversione in legge
del decreto sul coordinamento delle indagini - la cosidetta
super-procura disegnata proprio a partire dalle esperienze
palermitane di Falcone e dei suoi colleghi del " pool
antimafia" - si pervenne con difficoltà, tanto che il
Governo fu costretto a ricorrere al voto di fiducia.
La costituzione di una centrale di coordinamento,
incardinata nella persona del procuratore nazionale antimafia
e di venti sostituti procuratori antimafia, è criticata
infatti da chi teme che in questo modo si possa attenuare
l'indipendenza della magistratura e contesta una presunta
volontà di verticismo degli uffici del pubblico ministero. Il
potere del procuratore nazionale antimafia di avocare i
procedimenti e di destinare ai vari uffici magistrati
provenienti da procure diverse è stato così ingiustamente
letto più come una forma di centralizzazione dell'indagine, e
quasi come un pericoloso passo verso un distorto rapporto di
dipendenza tra la magistratura e l'esecutivo, piuttosto che
per quello che attraverso di esso effettivamente ci si propone
di realizzare, e cioè la necessaria razionalizzazione delle
forme investigative o, in altri termini, l'organizzazione
delle indagini come risposta efficace alla organizzazione
della criminalità.
Purtroppo, quando ci si trova sotto l'emozione dei crimini
della mafia, unanime è la spinta per mezzi più energici di
lotta, senza uscire mai, ovviamente, dalla legalità. Ma
dinanzi alle proposte concrete non sempre si mantiene lo
stesso rigore e la necessaria coerente fermezza.
Non può dimenticare, infatti, che l'accoglienza a dir poco
perplessa che l'Associazione nazionale magistrati riservò al
progetto della cosidetta superprocura creò momenti di grande
ed ingiustificata tensione istituzionale, che si acuì proprio
quando Giovanni Falcone presentò domanda per l'incarico di
procuratore nazionale antimafia. Le vicende successive sono
note. Esse si collocano all'interno di una delicata e
complessa controversia di princìpi, sulla quale non ritiene
opportuno esprimersi in attesa della pronuncia della Corte
costituzionale sul ricorso per conflitto di attribuzioni
sollevato dal Consiglio superiore della magistratura attorno
al significato del concerto ministeriale sulle assegnazioni
che il Consiglio stesso decide.
Nella dolorosa gravità dell'ora presente è significativa la
lettura che Giovanni Falcone, in una conversazione con il
corrispondente palermitano dell'ANSA, aveva dato di alcuni dei
più recenti episodi della violenza mafiosa.
Il suo impegno nella lotta alla criminalità organizzata lo
portava a valutare nella giusta luce la complessa
strumentazione normativa e funzionale alla cui realizzazione
egli aveva attivamente contribuito, ma anche a prevedere che
il rafforzamento dell'azione di contrasto messa in essere da
parte dello Stato non avrebbe mancato di produrre la feroce
reazione di un potere mafioso che si sente marcato sempre più
strettamente.
Anche se egli non era uomo da cedere alla paura, non poteva
sfuggire a Giovanni Falcone il filo che legava misure
radicali, quali quelle che avevano impedito prima la
scarcerazione dei boss per scadenza dei termini e che -
quando ciò era accaduto - li avevano riportati in carcere nel
giro di ventiquattr'ore, con la ripresa dell'attenzione della
mafia verso bersagli particolarmente significativi. In questo
quadro, lo stesso assassinio dell'onorevole Lima appariva a
Giovanni Falcone - sono sue parole - un delitto "logico" dopo
il quale erano da attendersi ulteriori reazioni da parte di
una organizzazione che "se non vuole perdere potere e
prestigio, deve dimostrare di essere ancora la più forte".
A tutte le forze politiche che hanno avanzato la richiesta
di conoscere che cosa il Governo intenda fare e quale
strategia intenda promuovere nella lotta alla criminalità
mafiosa desidera dire con grande fermezza, sicuro che non
diverso
Pag. 9
sarà il comportamento delle istituzioni, superata l'attuale
fase transitoria, che il Governo non intende in alcun modo
deflettere dalla linea sinora perseguita, intesa a combattere
la piovra mafiosa con gli strumenti dell'ordinamento
democratico, in una piena e rigorosa applicazione del
complesso di misure che sono state via via predisposte e che
potranno essere ulteriormente corroborate.
Il Governo non intende, in altri termini, attenersi a
comportamento diverso da quello al quale, sia pure con grande
sforzo, improntò la propria azione negli anni bui del
terrorismo in una essenziale sintonia con il Parlamento.
Il popolo siciliano, che questo nuovo efferato episodio
criminale colpisce nell'orgoglioso sentimento della propria
onestà e rettitudine, deve sapere che l'impegno operativo, che
si intende moltiplicare nell'opera di prevenzione e di
contrasto dei reati, avrà di mira tutti gli aspetti del
fenomeno mafioso: dai pericoli che derivano dai traffici di
stupefacenti al riciclaggio del denaro, passando per i
fenomeni di corruzione negli apparati pubblici. Il tutto nel
rispetto della legalità, poiché ogni incrinatura di questo
fondamentale principio costituisce minaccia alla credibilità
delle istituzioni sulla quale si possono innestare pericolose
tentazioni di svolte autoritarie.
E' compito di tutti riaffermare con grande fermezza, ma
anche con la consapevolezza di ciò che questo significa per i
comportamenti individuali e collettivi di ognuno, l'impegno a
non deflettere. Né la Sicilia né l'Italia tutta meritano la
mafia. Questa consapevolezza deve guidare soprattutto gli
amministratori della cosa pubblica, a livello locale ed in
ambito nazionale. Proprio Falcone ha lasciato scritto: "Certo,
dovremo ancora per lungo tempo confrontarci con la criminalità
organizzata di stampo mafioso. Per lungo tempo, non per
l'eternità: perché la mafia è un fenomeno umano, e come tutti
i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà
quindi anche una fine".
Nella prospettiva, che è e deve essere comune a tutti, di
accelerare il processo che porterà la mafia alla sua fine, con
grande nostalgia, ma con rafforzato vigore, ciascuno dovrà
coltivare e tenere alta ed intatta l'eredità civile e morale
che Giovanni Falcone ha lasciato. Di questa eredità lo Stato è
debitore anche alla sua famiglia e a quelle degli uomini che
hanno condiviso la sua sorte, nel momento del sacrificio più
alto e che rimangono a lui accomunati nel ricordo e nel
rimpianto, in un senso di grande commozione e solidarietà
(Applausi dei deputati dei gruppi della DC, del PSI, del
PSDI e liberale).
| |