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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XI Legislatura

Documento


18536
SMA0008-0019
Resoconto Sommario n. 8 del 17 giugno 1992 (SMA11-8)
(suddiviso in 39 Unità Documento)
Unità Documento n.19 (che inizia a pag.6 dello stampato)
(il TITOLO si trova nell'Unità Documento n.10)
SVOLGIMENTO: 2 - 00025; 2 - 00052; 2 - 00056; 2 - 00057; 2 - 00058; 2 - 00059; 2 - 00060; 2 - 00064; 2 - 00065; 2 - 00067; 3 - 00085; 3 - 00087; 3 - 00090; 3 - 00093.
...SVOLGIMENTO: 2 - 00025; 2 - 00052; 2 - 00056; 2 - 00057; 2 - 00058; 2 - 00059; 2 - 00060; 2 - 00064; 2 - 00065; 2 - 00067; 3 - 00085; 3 - 00087; 3 - 00090; 3 - 00093.
GIANNI DE MICHELIS, Ministro degli affari esteri. ZZGOV GOVERNO
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE GIORGIO NAPOLITANO
ZZSMA ZZRES ZZSMA170692 ZZSMA920617 ZZSMA000692 ZZSMA000092 ZZSMA8 ZZ11
    GIANNI DE MICHELIS,  Ministro degli affari esteri,
  rispondendo anche alle interrogazioni Parigi n. 3-00085,
  Battistuzzi n. 3-00087, Andò n. 3-00090 e Calzolaio n. 3-00093
  (vedi l'allegato A),  ricorda che la situazione della
  Bosnia-Erzegovina è scaturita dalla dichiarazione
  d'indipendenza effettuata da tale repubblica contro la volontà
  della componente etnica serba.  Tale dichiarazione, non
  concordata, ha infatti innescato un conflitto analogo, ma più
  complesso di quello sorto lo scorso anno in Croazia.
    L'individuazione di regole per la convivenza è difficile
  perché a seconda dei territori le varie etnie tendono a voler
  mantenere lo  status quo ante  oppure a volerlo
  modificare.  Gli scontri sono stati particolarmente gravi a
  Sarajevo, dove ciascuna parte mira a prefigurare con la forza
  una situazione di predominio.  Rispetto a questi fatti, che
  erano peraltro prevedibili, la CEE, la CSCE e
 
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  successivamente le Nazioni Unite hanno messo in atto gli unici
  strumenti politico-economici possibili, seguendo la linea
  adottata, con qualche successo, in occasione della crisi in
  Croazia.
    Indubbiamente nel caso di questi processi storici si
  verificano tragedie umane di fronte alle quali si è purtroppo,
  in buona misura, impotenti.  Non può però concordare sul
  giudizio generalizzato di impotenza della Comunità europea e
  delle Nazioni Unite, perché la strada per giungere alla
  soluzione del conflitto è lunga e complessa e l'azione
  politico-diplomatica portata avanti negli ultimi mesi è stata
  efficace, anche se inevitabilmente si scontra con una
  situazione di fatto molto difficile.  Le soluzioni prospettate
  sono state molteplici anche se, purtroppo, ultimamente l'etnia
  musulmana si è rifiutata di partecipare alle riunioni
  preordinate a trovare una mediazione.  Questo non solo a causa
  di difficoltà pratiche, ma anche perché non si è voluta più
  riconoscere la validità delle basi politiche su cui si era
  realizzato il relativo accordo.
    Quindi i "cessate il fuoco" si sono succeduti l'uno
  all'altro, ma la loro importanza non deve essere sottovalutata
  in quanto essi rappresentano una precondizione per la ripresa
  del negoziato politico e per consentire la presenza in loco di
  forze di pace, come già avvenuto in Croazia.  Ciò è
  politicamente importante anche per consentire di portare aiuti
  alla popolazione civile.  Questa è stata una linea costante del
  Governo italiano.
    Attualmente dunque esperti ed osservatori dell'ONU sono
  presenti a Sarajevo; la loro opera, con il prossimo arrivo di
  un contingente di mille "caschi blu", è volta a garantire
  l'apertura dell'aeroporto e ad aprire un corridoio umanitario
  sotto l'egida dell'ONU.
    Le misure di  embargo  e di isolamento internazionale
  auspicate dalla CEE e adottate dalle Nazioni Unite dimostrano
  che l'azione della Comunità europea ha preceduto, sin dall'11
  maggio, l'iniziativa degli Stati Uniti.  Anche riguardo a
  questa decisione, l'atteggiamento unitario dell'Europa, pur se
  conseguito con molta fatica, ha concorso al superamento delle
  perplessità di alcuni paesi membri dell'ONU.
    L'applicazione di tali misure non può prescindere dal
  riconoscimento della preponderante responsabilità serba:
  nonostante che vi sia un concorso di responsabilità da parte
  croata, è certo che la questione bosniaca potrà essere avviata
  a soluzione soltanto con un mutamento di posizioni da parte
  dei Governi serbo e montenegrino.
    Circa la posizione del Governo greco, rileva che essa
  corrisponde ad un atteggiamento esistente in larghe parti
  della popolazione di quel paese.  E' interesse di tutti non
  aggiungere altri problemi a quelli già presenti nella odierna
  realtà europea, attraverso una perdurante trattativa sul
  riconoscimento della Macedonia.
    L'Italia e la CEE ritengono altresì che la "piccola
  federazione" di Serbia e Montenegro non abbia titolo a
  presentarsi come erede della ex Iugoslavia.  Non vi è, allo
  stato, alcun atto di riconoscimento: se esso seguirà, sarà
  condizionato al rispetto degli stessi impegni richiesti alle
  altre repubbliche.
    In seno alla CSCE si va introducendo il principio della
  "ingerenza attiva", di cui è segno la prassi di assumere
  decisioni prescindendo dal voto di un membro, la ex
  Iugoslavia, la cui partecipazione è stata, per così dire,
  congelata.
    Il Governo italiano - a differenza di taluni altri paesi
  euroepi - ha già ritirato il proprio ambasciatore a Belgrado.
    Nonostante i risultati delle ultime elezioni serbe, qualche
  segnale di mutamento si rileva, ed è stato colto anche dalle
  stesse forze di opposizione al partito del presidente
  Milosevic.
    Non condivide le richieste di abolizione delle sanzioni o
  la eguale applicazione verso tutte le parti in conflitto.
  Occorre certo inviare opportuni segnali al popolo serbo - dati
  i naturali legami derivanti dalla posizione geografica
  dell'Italia - ma senza oscurare le responsabilità del Governo
  di Belgrado.
    Ricorda che la perseveranza della comunità internazionale
  nell'azione di mantenimento
 
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  della pace ha dato evidenti frutti in Croazia, come
  ha recentemente riaffermato il segretario generale dell'ONU.
  L'armata federale è oramai uscita della Croazia, e ciò può
  considerarsi un significativo risultato.  Tempo maggiore si
  richiederà per avviare a soluzione il problema della Bosnia:
  non si può pensare di ripristinare condizioni di concordia e
  stabilità in presenza di tensioni antiche e complesse.
    Il Governo italiano e la Comunità europea hanno sempre
  escluso l'ipotesi di un intervento militare, che rinnoverebbe
  il vano tentativo di porre fine alla guerra con la guerra.  Non
  è dunque possibile, finché dura la guerra, lo spiegamento di
  una forza di interposizione che inevitabilmente parteciperebbe
  agli scontri.  Per questo occorre molta chiarezza sul
  significato di tale richiesta.
    Rileva infine che il grandissimo numero di profughi del
  conflitto pone problemi gravissimi.
    Non è vero che il Governo non abbia operato, corrispondendo
  anche ai sentimenti espressi dall'Assemblea  (Commenti del
  deputato Pannella).  Esso ha agito secondo il principio di
  soccorrere i profughi  in loco -  pur prevedendo le
  necessarie eccezioni - e richiedendo il concorso di tutti i
  membri della Comunità europea allo sforzo immenso che l'Italia
  non è da sola in grado di compiere.  Un decretolegge ha
  aggiunto 125 miliardi di lire alla quota versata nel quadro
  della cooperazione europea.  Sono state già effettuate
  realizzazioni per circa 19 miliardi: se si aprirà il
  "corridoio umanitario", il Governo italiano è pronto ad
  intervenire nelle zone di guerra.  Nessun altro paese può dire
  di aver fatto di più.
    Su richiesta del segretario generale dell'ONU, il Governo
  italiano ha inoltre assicurato la propria cooperazione alla
  attività di assistenza ai rifugiati serbi e montenegrini.
    L'esecutivo ha agito costantemente in accordo con le
  indicazioni e gli atti d'indirizzo del Parlamento.  Osserva
  incidentalmente che la mozione citata nell'interpellanza
  Pannella n. 2-00052 - peraltro non ancora discussa alla Camera
  - contiene impegni già accettati dal Governo, che nella sua
  azione non se ne è discostato: non è possibile invece attuare
  la richiesta di interdizione dello spazio aereo ex iugoslavo -
  ivi contenuta -, in quanto esso è già suddiviso fra le diverse
  repubbliche.
    In conclusione, ribadisce come il Governo si sia mosso in
  accordo con la Comunità europea, tenendo fermo il rifiuto di
  qualsiasi intervento militare.  Qualora l'ONU decida l'adozione
  di misure di blocco navale o aereo - la cui esigenza oggi non
  si ravvisa - l'Italia è pronta a partecipare alla loro
  esecuzione.  Ma non si andrà comunque al di là di questo.
    La linea fin qui esposta, nonostante la drammatica
  contraddizione con l'urgenza della drammatica situazione in
  atto, costituisce al momento la sola praticabile.
 
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