| GIANNI DE MICHELIS, Ministro degli affari esteri,
rispondendo anche alle interrogazioni Parigi n. 3-00085,
Battistuzzi n. 3-00087, Andò n. 3-00090 e Calzolaio n. 3-00093
(vedi l'allegato A), ricorda che la situazione della
Bosnia-Erzegovina è scaturita dalla dichiarazione
d'indipendenza effettuata da tale repubblica contro la volontà
della componente etnica serba. Tale dichiarazione, non
concordata, ha infatti innescato un conflitto analogo, ma più
complesso di quello sorto lo scorso anno in Croazia.
L'individuazione di regole per la convivenza è difficile
perché a seconda dei territori le varie etnie tendono a voler
mantenere lo status quo ante oppure a volerlo
modificare. Gli scontri sono stati particolarmente gravi a
Sarajevo, dove ciascuna parte mira a prefigurare con la forza
una situazione di predominio. Rispetto a questi fatti, che
erano peraltro prevedibili, la CEE, la CSCE e
Pag. 7
successivamente le Nazioni Unite hanno messo in atto gli unici
strumenti politico-economici possibili, seguendo la linea
adottata, con qualche successo, in occasione della crisi in
Croazia.
Indubbiamente nel caso di questi processi storici si
verificano tragedie umane di fronte alle quali si è purtroppo,
in buona misura, impotenti. Non può però concordare sul
giudizio generalizzato di impotenza della Comunità europea e
delle Nazioni Unite, perché la strada per giungere alla
soluzione del conflitto è lunga e complessa e l'azione
politico-diplomatica portata avanti negli ultimi mesi è stata
efficace, anche se inevitabilmente si scontra con una
situazione di fatto molto difficile. Le soluzioni prospettate
sono state molteplici anche se, purtroppo, ultimamente l'etnia
musulmana si è rifiutata di partecipare alle riunioni
preordinate a trovare una mediazione. Questo non solo a causa
di difficoltà pratiche, ma anche perché non si è voluta più
riconoscere la validità delle basi politiche su cui si era
realizzato il relativo accordo.
Quindi i "cessate il fuoco" si sono succeduti l'uno
all'altro, ma la loro importanza non deve essere sottovalutata
in quanto essi rappresentano una precondizione per la ripresa
del negoziato politico e per consentire la presenza in loco di
forze di pace, come già avvenuto in Croazia. Ciò è
politicamente importante anche per consentire di portare aiuti
alla popolazione civile. Questa è stata una linea costante del
Governo italiano.
Attualmente dunque esperti ed osservatori dell'ONU sono
presenti a Sarajevo; la loro opera, con il prossimo arrivo di
un contingente di mille "caschi blu", è volta a garantire
l'apertura dell'aeroporto e ad aprire un corridoio umanitario
sotto l'egida dell'ONU.
Le misure di embargo e di isolamento internazionale
auspicate dalla CEE e adottate dalle Nazioni Unite dimostrano
che l'azione della Comunità europea ha preceduto, sin dall'11
maggio, l'iniziativa degli Stati Uniti. Anche riguardo a
questa decisione, l'atteggiamento unitario dell'Europa, pur se
conseguito con molta fatica, ha concorso al superamento delle
perplessità di alcuni paesi membri dell'ONU.
L'applicazione di tali misure non può prescindere dal
riconoscimento della preponderante responsabilità serba:
nonostante che vi sia un concorso di responsabilità da parte
croata, è certo che la questione bosniaca potrà essere avviata
a soluzione soltanto con un mutamento di posizioni da parte
dei Governi serbo e montenegrino.
Circa la posizione del Governo greco, rileva che essa
corrisponde ad un atteggiamento esistente in larghe parti
della popolazione di quel paese. E' interesse di tutti non
aggiungere altri problemi a quelli già presenti nella odierna
realtà europea, attraverso una perdurante trattativa sul
riconoscimento della Macedonia.
L'Italia e la CEE ritengono altresì che la "piccola
federazione" di Serbia e Montenegro non abbia titolo a
presentarsi come erede della ex Iugoslavia. Non vi è, allo
stato, alcun atto di riconoscimento: se esso seguirà, sarà
condizionato al rispetto degli stessi impegni richiesti alle
altre repubbliche.
In seno alla CSCE si va introducendo il principio della
"ingerenza attiva", di cui è segno la prassi di assumere
decisioni prescindendo dal voto di un membro, la ex
Iugoslavia, la cui partecipazione è stata, per così dire,
congelata.
Il Governo italiano - a differenza di taluni altri paesi
euroepi - ha già ritirato il proprio ambasciatore a Belgrado.
Nonostante i risultati delle ultime elezioni serbe, qualche
segnale di mutamento si rileva, ed è stato colto anche dalle
stesse forze di opposizione al partito del presidente
Milosevic.
Non condivide le richieste di abolizione delle sanzioni o
la eguale applicazione verso tutte le parti in conflitto.
Occorre certo inviare opportuni segnali al popolo serbo - dati
i naturali legami derivanti dalla posizione geografica
dell'Italia - ma senza oscurare le responsabilità del Governo
di Belgrado.
Ricorda che la perseveranza della comunità internazionale
nell'azione di mantenimento
Pag. 8
della pace ha dato evidenti frutti in Croazia, come
ha recentemente riaffermato il segretario generale dell'ONU.
L'armata federale è oramai uscita della Croazia, e ciò può
considerarsi un significativo risultato. Tempo maggiore si
richiederà per avviare a soluzione il problema della Bosnia:
non si può pensare di ripristinare condizioni di concordia e
stabilità in presenza di tensioni antiche e complesse.
Il Governo italiano e la Comunità europea hanno sempre
escluso l'ipotesi di un intervento militare, che rinnoverebbe
il vano tentativo di porre fine alla guerra con la guerra. Non
è dunque possibile, finché dura la guerra, lo spiegamento di
una forza di interposizione che inevitabilmente parteciperebbe
agli scontri. Per questo occorre molta chiarezza sul
significato di tale richiesta.
Rileva infine che il grandissimo numero di profughi del
conflitto pone problemi gravissimi.
Non è vero che il Governo non abbia operato, corrispondendo
anche ai sentimenti espressi dall'Assemblea (Commenti del
deputato Pannella). Esso ha agito secondo il principio di
soccorrere i profughi in loco - pur prevedendo le
necessarie eccezioni - e richiedendo il concorso di tutti i
membri della Comunità europea allo sforzo immenso che l'Italia
non è da sola in grado di compiere. Un decretolegge ha
aggiunto 125 miliardi di lire alla quota versata nel quadro
della cooperazione europea. Sono state già effettuate
realizzazioni per circa 19 miliardi: se si aprirà il
"corridoio umanitario", il Governo italiano è pronto ad
intervenire nelle zone di guerra. Nessun altro paese può dire
di aver fatto di più.
Su richiesta del segretario generale dell'ONU, il Governo
italiano ha inoltre assicurato la propria cooperazione alla
attività di assistenza ai rifugiati serbi e montenegrini.
L'esecutivo ha agito costantemente in accordo con le
indicazioni e gli atti d'indirizzo del Parlamento. Osserva
incidentalmente che la mozione citata nell'interpellanza
Pannella n. 2-00052 - peraltro non ancora discussa alla Camera
- contiene impegni già accettati dal Governo, che nella sua
azione non se ne è discostato: non è possibile invece attuare
la richiesta di interdizione dello spazio aereo ex iugoslavo -
ivi contenuta -, in quanto esso è già suddiviso fra le diverse
repubbliche.
In conclusione, ribadisce come il Governo si sia mosso in
accordo con la Comunità europea, tenendo fermo il rifiuto di
qualsiasi intervento militare. Qualora l'ONU decida l'adozione
di misure di blocco navale o aereo - la cui esigenza oggi non
si ravvisa - l'Italia è pronta a partecipare alla loro
esecuzione. Ma non si andrà comunque al di là di questo.
La linea fin qui esposta, nonostante la drammatica
contraddizione con l'urgenza della drammatica situazione in
atto, costituisce al momento la sola praticabile.
| |