| MARCO PANNELLA, replicando per la sua interpellanza n.
2-00084, rileva che proprio ieri il Presidente di turno
cercava di giustificare di fronte alla Presidenza del
Parlamento europeo la scarsa incisività dell'azione
comunitaria, ad esempio nella crisi iugoslava, con le
difficoltà che incontra anche un organismo come l'ONU,
dimostrando ben poca consapevolezza della realtà europea.
Il processo apertosi con Maastricht delinea un modello che
esclude tanto il Parlamento europeo quanto i Parlamenti
nazionali; questo deficit di democrazia ha finito per
contribuire al risultato negativo del referendum danese.
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Il referendum in questione è tra l'altro ignorato
nell'ordine del giorno del vertice di Lisbona, a causa della
scarsa preveggenza del Governo danese. Non si deve invece
trascurare un simile argomento, pur se non è necessario
ridiscutere il trattato nel suo complesso. Il referendum
italiano del 1989 fu certamente un fatto positivo, ma troppo
tardivo per poter concretamente influire sul comportamento
degli altri paesi della Comunità.
Il trattato di Maastricht delinea un piano di politica
intergovernativa analogo a quello a suo tempo proposto dal
generale De Gaulle ed all'epoca oggetto di feroce polemica.
Il Presidente Andreotti, pure a capo di un Governo ormai
defunto, può ancora fare molto: finora non si è operato a
sufficienza per indirizzare opportunamente la politica
europea. Occorre tentare di governare determinati processi: in
primo luogo è dunque necessario chiedere a Lisbona un
preambolo che garantisca la continuità fra i trattati di Roma
e di Maastricht.
Tutte le prese di posizione del Parlamento italiano
autorizzano il Presidente Andreotti a propugnare con decisione
una nuova fase. Vada dunque a Lisbona ad annunziare il nuovo:
l'Unione europea dei Consigli intergovernativi ha infatti
ormai dimostrato la propria inconcludenza (Applausi dei
deputati del gruppo federalista europeo).
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