| La Commissione prosegue l'esame del provvedimento.
Il deputato Franco BRUNI, dopo aver preliminarmente
dichiarato di condividere la relazione svolta dal relatore
Albertini, osserva che nel corso del dibattito che si è svolto
sulla riforma del Ministero dell'agricoltura e foreste si è, a
suo avviso, eccessivamente enfatizzato il significato
dell'esito referendario. Il referendum abrogrativo del
Ministero dell'agricoltura - ricorda - è stato indetto non su
richiesta dei cittadini ma su richiesta dei consigli
regionali; la sentenza della Corte, poi, con la quale è stato
dichiarato inammissibile il referendum si presta, nelle
motivazioni, ad una serie di censure, in quanto contradditoria
rispetto alle decisioni con le quali invece sono stati
ritenuti inammissibili i referendum richiesti per la
soppressione dei ministeri della sanità e dell'industria.
Altro aspetto da considerare nella valutazione politica
dell'esito referendario, è che questo è stato chiaramente
condizionato dal contestuale svolgimento di altri
referendum relativi a materie molto diverse, e che hanno
determinato un indubbio effetto negativo di trascinamento.
Tutto ciò premesso, è comunque oggi necessario affrontare
i problemi posti dall'esito del referendum. Una volta
scaduto inutilmente il termine di 60 giorni di differimento
dell'efficacia abrogativa del referendum, il Governo si
è trovato nella necessità di intervenire, ed ha correttamente
emanato il decreto in esame, confortato anche dal voto del
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Senato e della Commissione Agricoltura della Camera sul
disegno di legge atto Camera n. 2967.
La risposta che a suo avviso deve essere data all'esito
referendario è quella, contenuta nel disegno di legge n. 2967
e nel decreto in esame, dell'istituzione di un nuovo diverso
ministero, con competenze in materia agricola, alimentare e
forestale. Con il provvedimento in esame non si resuscita -
come viene invece detto - il vecchio ministero attribuendogli
per di più ampi poteri, ma si dà vita una struttura nuova e
diversa che risponde ad una logica non settoriale,
abbracciando, invece, l'intero comparto agro-industriale, agro
alimentare, e si augura anche agroturistico, recependo così
indicazioni di riforma da tempo avanzate.
Per quanto riguarda poi l'aspetto del trasferimento delle
competenze dal ministero alle regioni, osserva che questo è
puntualmente previsto dal decreto in esame. Al riguardo, più
in generale, rileva che il problema del rapporto tra il
livello statale e quello regionale in materia di competenze
agricole non va impostato sulla base di una lettura astratta
dell'articolo 117 della Costituzione, dovendosi invece tenere
conto degli impegni che lo Stato ha assunto successivamente
all'approvazione della Costituzione, con i trattati istitutivi
delle Comunità europee. Infatti con il trattato di Roma, ed
ancora di recente con il trattato di Maastricht, i paesi
membri hanno assunto l'impegno ad assicurare con una
rappresentanza unitaria statuale la difesa degli interessi
nazionali e l'attuazione degli impegni assunti in sede
comunitaria. Del resto, questa esigenza di un organismo
nazionale che rappresenti l'Italia in sede comunitaria e che
garantisca l'attuazione degli impegni assunti in tale sedi è
stata riconosciuta dalla stessa Corte costituzionale, ed è
condivisa da tutti i gruppi politici. A suo avviso, il
rappresentante a livello comunitario deve avere il rango di
ministro, analogamente quanto avviene negli altri paesi
membri. Ma un ministro non può certo affrontare da solo i
grandi temi dell'agricoltura senza essere adeguamente
assistito da una idonea struttura di supporto, eventualmente
più snella e più tecnica di quella attuale. La presenza di una
struttura tecnica di supporto è necessaria anche per garantire
la partecipazione dell'Italia all'elaborazione della normativa
comunitaria, e la sua uniforme applicazione sul territorio
nazionale. E' poi necessario che l'organismo statale disponga
di proprie risorse finanziarie, in quanto la corresponsione
dei contributi comunitari è, come noto, subordinata alla
previsione di un intervento finanziario statale aggiuntivo.
Sono quindi necessari un ministro, una struttura e un
finanziamento, vale a dire quello che normalmente viene
definito come un ministero.
Quanto poi alle affermazioni fatte da taluni nel corso del
dibattito, secondo le quale le organizzazioni professionali
agricole premerebbero per la ricostituzione di un ministero
per difendere propri privilegi particolari, fa presente che la
forza delle organizzazioni professionali ed in particolare
della Coldiretti deriva dal profondo radicamento nel mondo
agricolo, che rimarrebbe forte ed inalterato anche col venir
meno del ministero; del resto le organizzazioni professionali
si sono confrontate in tutti questi anni anche con le regioni,
e continuerebbero a farlo con eguale efficacia anche se queste
divenissero gli unici interlocutori istituzionali. Richiamando
poi gli indebiti paralleli fatti con il periodo fascista a
proposito della compenetrazione tra rappresentanti delle
organizzazioni professionali ad esponenti delle istituzioni
parlamentari, fa presente che oggi la presenza di
rappresentanti sindacali nelle istituzione parlamentari non è,
come nel periodo fascista, il risultato di una scelta
dall'alto, ma bensì il risultato della libera scelta degli
elettori, a cui solo lui così come gli altri parlamentari
esponenti delle organizzazioni professionali rendono conto del
proprio operato.
In conclusione, richiamandosi a quanto già detto nel
proprio intervento dal deputato Torchio, esprime il proprio
avviso favorevole al decreto in esame così come ritiene che
vadano recuperate le parti, non riprodotte nel decreto,
contenute nel disegno di legge n. 2967, approvato dal Senato e
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dalla Commissione Agricoltura della Camera, su cui si potrà
aprire un opportuno confronto.
Il deputato Uber ANGHINONI (gruppo della lega nord)
osserva innanzitutto che la riforma del Ministero in
discussione davanti alle Camere dovrebbe rappresentare un
banco di prova ed una prefigurazione delle più ampie e
profonde riforme dell'assetto statale che dovranno essere
approvate nel prossimo futuro. Ma a queste esigenze di riforma
e di rinnovamento vengono opposte grosse resistenze, come è
dimostrato dal decreto-legge in esame che, ignorando una
precisa indicazione dell'elettorato, ricostituisce un
Ministero con competenze in materia agricola per di più
aumentate. Ritiene inoltre inaccettabile la banalizzazione e
la sottovalutazione che si tenta di compiere dell'esito
referendario: è vero che il referendum è stato richiesto
dai Consigli regionali, come del resto previsto dalla
Costitusizione, ma è stato poi approvato dal corpo elettorale,
ed il cittadino italiano ha compiuto una scelta cosciente e
meditata, come è dimostrato dal fatto che i diversi
referendum hanno ottenuto maggioranze molto diverse fra
loro. Di fronte a questo pronunciamento elettorale, col
disegno di legge n. 2967 prima e con il decreto oggi si tenta
un vero e proprio colpo di mano per consolidare il potere
centrale contro la volontà popolare. In più occasioni le forze
di Governo hanno accusato la Lega che con il suo comportamento
ostruzionistico avrebbe impedito l'approvazione entro il 4
agosto del disegno di legge 2967: tutto ciò è falso in quanto
la Lega sarebbe stata disponibile ad un serio e costruttivo
confronto sul disegno di legge ma questo non è stato resto
possibile, dal momento che il disegno di legge venne iscritto
all'ordine del giorno dell'Aula solo il pomeriggio dell'ultimo
giorno utile senza una seria volontà di passare alla sua
discussione. In realtà le forze di Governo cercano di trovare
dei capri espiatori per giustificare i propri
comportamenti.
Più in generale ritiene fortemente che la politica
agricola non vada elaborata solo per controbilanciare la
politica industriale e commerciale italiana, ma che invece
debba essere una risorsa gestita con una rigorosa politica di
settore che rilanci il mercato agricolo alimentare secondo una
nuova logica di produzione che tenga conto dell'agricoltura e
della zootecnia anche con criteri di selezione geografica.
Ritiene poi una vera e propria forma di terrorismo
politico affermare che i problemi del mondo agricolo
verrebbero aggravati dalla mancanza di un Ministro italiano in
sede comunitaria. Infatti la presenza fino ad ora di quella
rappresentanza che oggi si vuole conservare non ha certo
impedito, anzi ha essa stesso determinato lo scarso peso che
l'Italia ha in sede comunitaria, la scarsa fiducia e la
mancata credibilità di cui spesso veniamo accusati a
Bruxelles. Ricorda che l'attuale Ministro dell'agricoltura
dopo il referendum dichiarò che la regionalizzazione
decretata dal referendum corrispondeva in realtà ad una
esigenza di maggiore vicinanza ai produttori, tenendo conto
del grande divario esistente tra il Nord e il Sud dell'Italia
per cui tale scelta poteva essere indice del desiderio di
voler gestire l'agricoltura più da vicino e quindi con un peso
politico amplificato; lo stesso Diana dichiarò poi necessaria
l'esistenza di un dicastero che garantisse il coordinamento
tra regioni e comunità europea. Ritiene che l'analisi di
allora di Diana non abbia trovato oggi rispondenza nel testo
del decreto-legge.
A suo avviso occorre quindi, alla luce anche della
fallimentare esperienza della partecipazione ministeriale alla
elaborazione delle politiche comunitarie, non riesumare i
vecchi schemi ma avviare un radicale cambiamento che preveda
una partecipazione più diretta delle regioni, secondo il
modello federalista contenuto nella proposta di legge
presentata dal gruppo della lega nord, che non ha avuto alcuna
attenzione da parte delle forze di Governo. Ricorda infine che
in un suo precedente intervento aveva rivolto un appello a
tutte le forze politiche per avviare una riflessione profonda
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sul nuovo Ministero che stava per nascere, ma che questo
rimase inascoltato, per cui al gruppo della lega non possono
essere attribuite responsabilità di nessun tipo.
Il deputato Flavio TATTARINI (gruppo del PDS) ritiene che
occorra prendere atto politicamente della precisa volontà di
cambiamento rappresentata dall'esito del referendum
abrogativo del Ministero dell'agricoltura, il cui risultato
non ha determinato un vuoto normativo, in quanto rimane fermo
come punto di riferimento il disposto costituzionale, che
all'articolo 117 indica chiaramente la direttrice di marcia
cui ispirarsi nell'avviare la riforma dell'assetto
istituzionale delle competenze nel settore agricolo, riforma
che solo parzialmente venne incominciata con il decreto del
Presidente della Repubblica n. 616 del 1977, e che va oggi,
alla luce appunto dell'esito referendario, completata ed
affermata in modo profondo e radicale.
L'esito referendario, che ha messo in discussione non solo
l'istituzione ministeriale, ma anche la intera gestione che in
materia agricola è stata attuata in tutti questi anni, offre
l'occasione per avviare finalmente un processo nuovo nella
gestione della politica agricola del paese. E' questo il reale
significato politico del referendum, su cui bisogna
discutere, e a cui occorre dare una risposta che non tradisca
la volontà referendaria.
E' necessaria quindi una riforma che sia coerente con il
dettato costituzionale e rispetti il pronunciamento
referendario. Sotto questo aspetto il decreto è più limitato
rispetto alla impostazione del disegno di legge n. 2967 che
andrebbe invece recuperato. Infatti bisogna rendersi conto che
oggi la legittimazione politica anche delle funzioni che
devono rimanere di competenza statale, quale quella di
indirizzo e di coordinamento, deve essere una base nuova
fondata sullo stretto raccordo con il livello regionale.
Questo aspetto, contenuto nel disegno di legge n. 2967, va
riaffermato anche nel decreto in esame, lo stesso deve dirsi
per la legittimazione delle scelte che il Ministero compie in
campo internazionale che anche qui non possono, politicamente,
prescindere da un rapporto con le regioni. Questi due punti
devono essere chiaramente ribaditi nel decreto in esame,
altrimenti il processo riformatore richiesto dal
referendum verrebbe arrestato. Il vero nodo, appunto, è
quello di prevedere una struttura centrale, Ministero o
dipartimento che sia, la quale, nelle scelte nazionali od
internazionali, non prescinda dalle posizioni delle regioni,
ma che sul raccordo con queste legittimi politicamente
l'esercizio delle proprie competenze. Sotto questo aspetto,
che costituisce il vero discrimine della riforma, il disegno
di legge n. 2967, i cui contenuti andrebbero ripresi e
migliorati, era più avanzato rispetto al decreto in esame, che
contiene ambiguità e contraddizioni.
Il deputato Bruno ZAMBON (gruppo della DC) osserva che nel
corso dell'ampio dibattito svoltosi in diverse sedi ed
occasioni sulla riforma del soppresso Ministero
dell'agricoltura, da parte di forze politiche non sono sempre
pervenute indicazioni chiare e precise; qualche forza
politica, per esempio, assume in Parlamento posizioni diverse
da quelle illustrate invece in sede locale. Ricorda poi al
deputato Anghinoni, il quale ha sostenuto che la
responsabilità della mancata approvazione del disegno di legge
n. 2967 non era da attribuirsi al gruppo della lega, che
sarebbe stato disposnibile invece ad un positivo confronto,
che in occasione dell'esame da parte dell'Assemblea il gruppo
leghista ha iscritto a parlare tutti i suoi deputati,
vanificando ogni possibilità di passare all'esame ed
all'approvazione del provvedimento nel termine del 4 agosto.
In ogni caso ritiene che oggi il problema vero da affrontare è
che l'agricoltura italiana sta perdendo sempre più peso e
prestigio all'interno ed a livello comunitario. E' perciò
necessario prevedere una struttura nazionale che possa
fronteggiare i gravi problemi che affliggono il mondo agricolo
e che in mancanza di un punto di riferimentostatale si
aggraverebbero sempre di più. Questa esigenza ovviamente non
escludela necessità di avviare un profondo processo
riformatore dell'assetto istituzionale delle competenze che
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ridimensioni il ruolo della burocrazia ministeriale e
sottolinei l'autonomia delle regioni nell'elaborazione delle
politiche agricole. In conclusione auspica che tutte le forze
politiche affrontino con senso di responsabilità le esigenze
di riforma per dare finalmente risposte vere ai problemi
concreti dell'agricoltura.
Il relatore Giuseppe ALBERTINI (gruppo del PSI),
replicando, richiama la dichiarazione fatta dal Ministro
Diana, che ha precisato che il decreto riproduce solo le parti
del disegno di legge n. 2967 fornite dei requisiti di
necessità e di urgenza previsti dall'articolo 77 della
Costituzione, ma che le rimanenti parti qui pretermesse
conservano il loro rilievo e la loro validità. Alla luce anche
dell'andamento del dibattito, in cui da più parti si è
sottolineata l'esigenza di recuperare alcuni punti
significativi del disegno di legge n. 2967, fa presente che
alla Commissione si presentano a questo punto due strade: la
prima consisterebbe nell'approvazione di un parere
estremamente articolato con il quale si richiederebbe
l'inserimento nel decreto-legge di tutte le parti del disegno
di legge n. 2967 non riprodotte; la seconda strada, da lui
preferita, sarebbe quella della approvazione di un parere
focalizzato sulla necessità di introdurre nel decreto due
punti fondamentali, che costituiscono a suo avviso delle
scelte di fondo strategiche da cui non si può prescindere.
Questi punti riguardano le competenze del Comitato permanente
delle politiche agroalimentari e forestali, che costituisce
uno dei nodi fondamentali del nuovo assetto istituzionale, le
cui competenze sono state "alleggerite" nel decreto. Al
riguardo ritiene fondamentale che sia riprodotta nel decreto
la norma contenuta nel disegno di legge n. 2967 secondo la
quale il Comitato cura l'informazione, la consultazione ed il
raccordo tra il Ministero, le regioni e le provincie autonome
(...) assicurando il contributo delle regioni e delle
provincie medesime alla elaborazione ed attuazione della
politica agricola comune.
L'altro punto fondamentale riguarda il processo
riformatore degli assetti istituzionali del mondo agricolo,
che non può certo essere limitato al solo Ministero, ma deve
riguardare anche l'AIMA, l'Ispettorato repressione frodi, il
Corpo forestale, l'Istituto di ricerche e sperimentazione
agraria e tutti gli altri enti vigilati dal Ministero. Questa
seconda fase del processo di riforma, che riveste un preciso
significato politico, anche se non è una conseguenza
necessitata del referendum abrogativo, nel decreto-legge
è semplicemente accennata mentre il disegno di legge prevedeva
che entro sei mesi dalla data di entrata in vigore, il
Ministro, di intesa con il Comitato permanente delle politiche
agroalimentari e forestali presentasse al Parlamento una
relazione sulle esigenze di riforma di tali enti. Tale norma
va recuperata in quanto prevede un vero e proprio impegno ad
elaborare dei princìpi riformatori in materia, ed a
coinvolgere il Parlamento in tale processo di riforma.
Su questi due aspetti di fondo, a suo avviso, dovrebbe
concentrarsi il parere della Commissione. Altri aspetti, quali
la previsione degli addetti agricoli, la previsione dei
comitati permanenti per la veterinaria e la zootecnia e per la
trasformazione industriale dei prodotti agricoli e forestali
(la cui mancata riproposizione nel decreto non si giustifica
essendo questi non centri di spesa, ma momenti di
coordinamento delle competenze), ed altri, potrebbero essere
forse lasciati alle iniziative dei gruppi parlamentari, che
potrebbero presentare al riguardo degli emendamenti nel corso
dell' iter parlamentare.
Il Presidente Carmine NARDONE rinvia il seguito del'esame
alla seduta che è stata convocata per domani 16 settembre al
termine della seduta per l'indagine conoscitiva sull'AIMA
prevista alle ore 9,30.
La seduta termina alle 16,30.
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