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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XI Legislatura

Documento


956
DDL0102-0002
Progetto di legge Camera n. 102 - testo presentato - (DDL11-102)
(suddiviso in 19 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C102. TESTIPDL
...C102.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC102 ZZ11 ZZRL ZZPR
    Onorevoli Colleghi! -- 1.  Il 9 e il 10 giugno 1991 gli
  elettori, approvando con oltre ventisei milioni di "sì" la
  proposta di ridurre drasticamente le preferenze disponibili
  per l'elezione della Camera dei deputati, hanno indicato in
  modo fermo e inequivoco una volontà di riforma delle
  istituzioni e di moralizzazione della vita pubblica che
  sarebbe grave e irresponsabile ignorare.
    I temi politici che hanno segnato il dibattito nella
  campagna referendaria sono stati due.  Anzitutto la riforma
  elettorale nel suo significato più pieno: una riforma che,
  cogliendo alle radici il malessere che travaglia la
  Repubblica, sia in grado di restituire verità e trasparenza al
  confronto elettorale, attraverso la limpida competizione di
  schieramenti, programmi e proposte di governo tra loro
  alternative.  Al tempo stesso, proprio il quesito referendario
  per la riduzione dei voti di preferenza ha consentito che si
  esprimesse in modo democratico e costruttivo una profonda e
  diffusa volontà di pulizia: i ventisei milioni di elettori che
  hanno respinto gli appelli all'astensione ed hanno sostenuto
  la proposta di abrogazione hanno dimostrato di ritenere
  necessarie quelle riforme che possono restituire dignità e
  valore alla politica e agli stessi partiti.  Non dunque una
  generica e pericolosa rivolta "antipolitica", ma una domanda
  di politica pulita; non il rigetto indiscriminato
 
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  dei partiti politici, ma la ferma - e forse ultimativa
  - richiesta di una loro profonda riforma, nella loro vita
  interna e nel rapporto con la società e con le istituzioni.  La
  proposta del collegio uninominale, come elemento
  caratterizzante di un nuovo sistema elettorale, non è stata
  dunque concepita, almeno da una grande parte dei promotori del
  referendum,  come leva per scardinare e scompaginare
  l'idea fondativa dei grandi partiti di massa, ma come la
  strada più limpida e corretta per superare il mercato delle
  preferenze, causa non ultima di tante degenerazioni della vita
  politica, rafforzando al tempo stesso il rapporto diretto di
  responsabilità tra eletti ed elettori.
    Da queste considerazioni il PDS trae motivo di conferma
  delle scelte operate nel documento approvato dal suo congresso
  costitutivo: la necessità di una riforma elettorale con due
  obiettivi fondamentali: dare agli elettori il potere di
  scegliere direttamente, con il voto, la maggioranza di
  governo; rinnovare la politica per renderla pulita,
  trasparente, fondata su una competizione tra programmi e non
  su mediazioni affaristiche o clientelari.
    2.  Il PDS giunge ora ad indicare compiutamente un proprio
  progetto di riforma elettorale per la Camera dei deputati,
  aperto alla riflessione e al confronto, ma saldamente ancorato
  ai due punti fermi in precedenza indicati: il sistema
  uninominale per moralizzare la politica con un nuovo legame,
  più limpido e forte, tra rappresentanti e rappresentati; la
  correzione maggioritaria per consentire agli elettori di
  scegliere tra proposte di governo alternative ed obbligare le
  forze politiche ad assumere in modo chiaro le proprie
  responsabilità.
    Sarebbe errato disconoscere il ruolo positivo svolto dal
  sistema proporzionale nel faticoso processo di crescita e di
  consolidamento del pluralismo politico in Italia.  Dopo la
  dittatura fascista, di fronte al pericolo del riemergere di
  tendenze totalizzanti, la strenua difesa della proporzionale
  coincise con una più vasta battaglia culturale e politica per
  l'attuazione della Costituzione e l'affermarsi di valori di
  libertà, di tolleranza e di laicità, senza i quali un
  ordinamento non può dirsi democratico.  Per molti anni il
  sistema elettorale proporzionale, pur con limiti e difetti
  evidenti, ha garantito in larga misura il rispecchiarsi nelle
  assemblee rappresentative delle aggregazioni, delle tensioni
  ideali, delle divisioni che si manifestavano nella società.  La
  lotta della sinistra era la lotta per la centralità del
  Parlamento, in quanto istituzione nella quale trovavano posto
  e voce ceti sociali, culture, interessi tradizionalmente
  esclusi dal vecchio stato liberale elitario ed, ancor più,
  dalla struttura autoritaria di dominio costruita dal fascismo
  ed ereditata dalla giovane democrazia italiana.
    Né si può dimenticare che lo scontro parlamentare del 1953,
  contro la cosiddetta "legge truffa", fu motivato soprattutto
  dalla trasparente intenzione, almeno in una parte delle forze
  centriste, di condurre artificiosamente la maggioranza di
  governo fino alle soglie necessarie per la elezione degli
  organi di garanzia e per la stessa revisione costituzionale.
  Nei primi anni della democrazia repubblicana, nel clima aspro
  condizionato dalla guerra fredda, ciò avrebbe probabilmente
  significato un rischio gravissimo per la compiutezza del patto
  costituzionale, che già tanti ostacoli incontrava nella sua
  corretta e piena attuazione.
    Se questi sono stati i meriti storici del sistema
  proporzionale, non si può ignorare che, almeno da vent'anni,
  l'effetto combinato del proporzionalismo e della degenerazione
  partitocratica è rilevabile nello svuotamento progressivo di
  rappresentatività delle assemblee parlamentari, non più luoghi
  della decisione politica effettiva e pertanto incapaci di
  esprimere coerenti linee di maggioranza e di governo.  La
  stessa forza organizzata dell'opposizione è stata smorzata e,
  per così dire, ammortizzata da un sistema che, per sua natura,
  non favorisce le alternative nette, ma consente, in cambio,
  una difesa prolungata di posizioni acquisite.  A lungo andare,
  la difficoltà dell'alternativa ha avuto un effetto di ritorno
  sullo stesso pluralismo politico,
 
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  perché la continuità di governo - senza raffronti nei sistemi
  democratici occidentali - dello stesso partito di centro ha
  determinato un appannamento della dialettica politica, sia per
  pratiche consociative estese dal centro alla periferia, sia
  per il consolidarsi di enormi apparati di potere affaristico e
  clientelare che, specie nelle regioni meridionali, hanno
  costantemente eroso spazi sempre più ampi di autonomia e di
  libertà della società civile.
    Bisogna ridare ai cittadini la fiducia nell'utilità del
  proprio voto, che poi vuol dire fiducia nelle potenzialità
  democratiche della rappresentanza.  Assemblee elettive che si
  limitano a rispecchiare - con tutte le distorsioni che oggi
  conosciamo - e non dimostrano capacità di fornire valido
  supporto ad un indirizzo politico di maggioranza chiaro,
  contrapposto ad un altrettanto chiaro indirizzo di
  opposizione, sono destinate a perdere peso ed influenza nel
  sistema istituzionale e cedono fatalmente terreno di fronte al
  prepotere partitico, alle logiche spartitorie
  extraparlamentari, a velleità bonapartiste più o meno
  mascherate, a demagogie localistiche di facile presa.
  L'attuale sistema elettorale - con il concorso di altri,
  molteplici fattori - favorisce quel curioso fenomeno, tipico
  della vita politica italiana, per cui la conflittualità
  permanente tra i partiti facenti parte della coalizione di
  maggioranza consente a chi condivide da decenni responsabilità
  di governo di presentarsi con la veste dell'oppositore e
  tuonare contro i propri alleati, per allontanare da sé il
  giudizio negativo dell'elettorato.
    Il mezzo più adatto per porre fine a questa situazione
  sembra quello di indurre i partiti a sottoporre al corpo
  elettorale gli schieramenti che essi intendono realizzare nel
  Parlamento da eleggere, vincolandoli ad una coerenza, dalla
  quale oggi si sentono completamente sciolti.  I cittadini
  potranno così premiare o sanzionare scelte programmatiche ed
  alleanze conseguenti, alla luce dei risultati raggiunti, senza
  "rendite di posizione", che oggi impigriscono e ottundono la
  capacità di governo, per la sicurezza di alcuni
  dell'impraticabilità di alternative concrete, per
  l'autolimitazione di altri al mero esercizio di un potere di
  interdizione, che non intacca significativamente l'egemonia
  del  partner  più grosso della coalizione.  La stessa
  opposizione sarebbe stimolata ad essere più incisiva e
  puntuale e potrebbe spiegare al massimo la sua progettualità e
  la sua forza di mobilitazione senza tentazioni consociative, e
  operando al fine di costruire una proposta alternativa di
  governo, con la consapevolezza di potere poi, alla scadenza
  elettorale, diventare maggioranza.
    3.  Per impostare una riforma elettorale di tipo sistemico
  coerente con queste finalità, si tratta allora di tener
  presenti due livelli.  Il primo consiste nel rapporto tra il
  singolo eletto e il cittadino elettore: l'alternativa al
  sistema delle preferenze (che induce i candidati a farsi
  portatori di istanze particolaristiche, alimenta corruzione e
  rischia di distruggere i partiti, soprattutto quelli di media
  e grande dimensione, rendendoli dei meri contenitori
  elettorali) non sembra essere la lista bloccata, che
  consegnerebbe alle segreterie dei partiti un potere eccessivo,
  ma l'introduzione di forti dosi di uninominalismo.  Il secondo
  livello è quello della scelta del governo, e qui è importante
  sia consentito ai cittadini di scegliere un programma di
  governo, una coalizione che si presenta davanti agli elettori
  prospettando un governo.
    In sostanza, il collegio uninominale, per la scelta dei
  rappresentanti, e una regola maggioritaria che corregga la
  proporzionale, per la scelta delle maggioranze di governo,
  sono i due strumenti fondamentali per affrontare i due livelli
  di cui si è detto.
    Pertanto, la proposta del PDS prevede - in sintesi - che il
  cittadino scelga al primo turno il candidato (nel collegio
  uninominale) e il partito.
    Se nessun partito ottiene la maggioranza assoluta, il
  cittadino vota al secondo turno per la coalizione di governo:
  la coalizione che ottiene il maggior numero di voti (purché
  superiore al 40 per cento) ha diritto alla maggioranza di
  seggi in Parlamento.
 
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    4.  Venendo ora ad illustrare più da vicino la motivazione e
  i caratteri della proposta, si può notare, quanto al primo
  livello di cui si diceva (rapporto tra il singolo eletto e il
  cittadino elettore), che il collegio uninominale è uno
  strumento fondamentale per risolvere il problema della
  moralizzazione del rapporto elettori-eletto, dove esso
  inserisce una forma di responsabilizzazione molto più netta di
  quella assicurata dai collegi plurinominali.
    Il sistema delle preferenze è una singolarità italiana che
  non ha riscontro in nessuna altra grande democrazia e che fu
  escogitato per sfuggire al dilemma tra collegio uninominale e
  lista bloccata.  La logica dell'intervento da operare nel
  rapporto elettori-eletti è la stessa che motiva anche
  l'intervento sul piano distinto della scelta dei governi: il
  tentativo di passare da una competizione in cui i partiti,
  come i candidati all'interno della stessa lista, cercano spazi
  sul mercato elettorale proprio a danno dei competitori più
  vicini, ossia di coloro con cui si alleeranno o collaboreranno
  comunque dopo le elezioni, ad una competizione in cui cambia
  la posta in gioco; in cui, in breve, abbia luogo una gara tra
  due programmi per il governo del Paese e tra candidati per la
  rappresentanza generale, non settoriale, del proprio collegio.
  Una competizione del primo tipo porta con sé una estrema
  permeabilità delle istituzioni rispetto alla frammentazione
  degli interessi, fino a forme di vera e propria colonizzazione
  da parte di  lobbies  o, addirittura, di contropoteri
  criminali.
    Anche per questi motivi (e non solo per introdurre il
  diritto dei cittadini a decidere sui governi) l'iniziativa dei
  referendum  elettorali, su cui il PDS è attivamente
  impegnato, propone di introdurre al Senato una quota
  maggioritaria di vero uninominalismo; così come - con il voto
  del 9 e 10 giugno 1991 - ha realizzato alla Camera la
  riduzione ad una delle preferenze esprimibili, evitando almeno
  le cordate di candidati, che spesso esprimono gli accordi tra
  corporazioni,  lobbies,  correnti o comunque inducono
  ulteriormente al fazionismo intra-partitico.
    L'importante è l'obiettivo, quello di avere eletti che si
  sentano fortemente responsabili di fronte ad un corpo
  elettorale ristretto, ben identificabile, portatore di
  interessi non sempre omogenei e quindi tale da indurre una
  rappresentanza più di tipo orizzontale che settoriale, non
  necessariamente ripiegato su logiche localistiche di basso
  profilo perché la contemporaneità con la scelta del Governo
  nazionalizza la competizione politica.
    C'è chi obietta che il sistema uninominale darebbe più
  potere ai partiti che diverrebbero arbitri assoluti della
  scelta dei candidati.  Al contrario, renderebbe i partiti più
  responsabili nella scelta dei candidati stessi.  E comunque
  potrebbero così riacquistare potere di designazione, non a
  scapito dei cittadini (che oggi comunque non ne hanno), ma dei
  gruppi settoriali e di comitati di affari.
    Detto questo va comunque precisato che i presentatori di
  questo progetto non si ritrovano sulla posizione di chi
  ritiene che l'uninominalismo di per sé (escludendo qualsiasi
  elemento proporzionalistico e di voto su lista) sia la panacea
  anti-partitocratica.  Non riteniamo cioè che il problema
  consista nel restaurare un rapporto con l'eletto individuale,
  vedendo il ruolo di responsabilità collettiva dei partiti come
  una degenerazione.
    La partitocrazia è un sintomo, è la manifestazione
  esteriore del male, non il male del sistema.  La partitocrazia
  nasce dalla crisi dei partiti, pronti più ad occupare che a
  governare, più dediti al criptogoverno e al sottogoverno che
  al vero governo delle istituzioni.
    Una democrazia matura non si crea tanto col vano tentativo
  di reprimere le degenerazioni partitocratiche, ma promuovendo
  un rafforzamento delle istituzioni sui partiti e facendo
  emergere la capacità di proposta dei partiti più che
  sollecitazioni delle dichiarazioni di appartenenza da parte
  degli elettori.
    Occorre quindi introdurre forti dosi di uninominalismo, ma
  dentro un sistema la cui filosofia complessiva sia quella di
  rafforzare i partiti rendendoli pienamente responsabili delle
  loro scelte,  in primis  per
 
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  la loro capacità di selezionare personale politico adeguato,
  per affermare la priorità della responsabilità collettiva,
  sulla base della quale regolare anche le responsabilità
  individuali.
    5.  Muovendo da queste premesse, proponiamo pertanto che il
  territorio nazionale sia diviso in 300 collegi uninominali,
  affidando ad un intreccio più complesso di regole il
  completamento dell'assemblea, in modo da contemperare
  adeguatamente le opposte esigenze di salvaguardare il
  pluralismo della rappresentanza e di consentire agli elettori
  di decidere con il voto tra proposte di governo
  alternative.
    Del resto, il sistema inglese dei collegi uninominali a
  maggioranza relativa ha provocato, come è noto, alcuni gravi
  inconvenienti.  Due sono i principali: l'eccessiva distorsione
  maggioritaria, con conseguente sottorappresentazione della
  minoranza; il possibile paradosso di un partito che conquista,
  su scala nazionale, la maggioranza dei voti, ma non dei seggi.
  A ciò si aggiunge la considerazione dell'opportunità, tutta
  politica, di avere un mezzo di identificazione complessiva dei
  partiti di fronte al corpo elettorale.
    Per risolvere le questioni ora enunciate sono previsti, in
  questa proposta, le liste nazionali e il riequilibrio
  proporzionale nella distribuzione dei seggi.  Il riequilibrio
  proporzionale è previsto sulla maggioranza dei seggi (330 su
  630), con il metodo dei quozienti interi e dei maggiori resti,
  tenendo conto della consistenza percentuale dei voti riportati
  dalla lista e dai candidati ad essa collegati nelle singole
  regioni (articolo 9).
    Com'è noto, infatti, vi sono diverse varianti di
  uninominale: si va da quello proporzionale (come è oggi per il
  Senato), al maggioritario puro (come in Inghilterra), a
  sistemi misti (come in Francia e in Germania).  La nostra
  scelta è per una soluzione simile a quella tedesca: il
  candidato più votato viene eletto, e successivamente si
  procede al riequilibrio in senso proporzionale su base
  regionale.  In Germania il riequilibrio si fa con liste
  regionali bloccate; proponiamo invece di farlo scegliendo tra
  i candidati non eletti ma meglio piazzati nei collegi
  uninominali.  Con questo metodo viene eletto il 90 per cento
  dei parlamentari.
    In tal modo non solo si elimina alla radice il mercato
  delle preferenze, ma si ridà - a differenza dell'attuale
  sistema del Senato - senso e leggibilità alla competizione
  elettorale dentro il collegio.  Un'idea sana e semplice di
  democrazia vuole che venga eletto chi prende più voti; il
  riequilibrio proporzionale e territoriale previsto nella
  proposta del Pds non incide su questo presupposto.
    Al rischio di eccessiva personalizzazione e localismo del
  collegio uninominale si ovvia proponendo l'abbinamento con
  liste nazionali (alle quali sono riservati il 10 per cento dei
  seggi totali).  In tal modo l'elettore vota insieme, al primo
  turno, per il candidato locale e per la proposta nazionale di
  un partito (articoli 6 e 7).
    Le liste nazionali sono composte di un massimo di 60
  nominativi, sui quali verosimilmente si concentrerebbe
  l'attenzione dell'opinione pubblica dell'intero Paese,
  costringendo ciascun partito a schierare uomini, sui quali
  "giocare" la propria immagine.  L'attuale elevato numero di
  liste circoscrizionali non consente - o, comunque, rende molto
  difficile - rilevare contraddizioni e mescolanze di personaggi
  profondamente diversi (stimati dirigenti e portaborse,
  galantuomini e mafiosi, ecc.); con una lista unica nazionale
  queste dissimulazioni non sarebbero possibili.  La quota di
  seggi riservata alle liste nazionali è del 10 per cento circa,
  tale da non poter suscitare critiche ragionevoli di
  "strapotere partitico".
    Va sottolineata, inoltre, la differenza con le proposte di
  introduzione di un "collegio unico nazionale".  Con
  quest'ultimo metodo, infatti, i candidati primi collocati
  nella lista nazionale di ciascun partito hanno la certezza di
  essere eletti; nella nostra proposta di lista nazionale,
  invece, c'è - come si vedrà - la forte probabilità che nessuno
  dei candidati della lista soccombente al secondo turno sia
  eletto.
    La possibilità di doppie candidature, nella lista nazionale
  e in un collegio, con
 
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  opzione obbligata per la prima, unitamente alla
  incompatibilità tra la carica di Ministro e di sottosegretario
  e l'ufficio di deputato e di senatore (prevista dall'articolo
  14), rendono la presenza dei candidati supplenti (articoli 4 e
  10) tutt'altro che simbolica; si rafforza in tal modo
  l'impegno di più candidati nel collegio, senza introdurre
  peraltro alcuna concorrenzialità tra candidati con lo stesso
  simbolo.
    6.  Venendo ora al secondo dei livelli di intervento di cui
  si è detto (il potere dei cittadini di scegliere la
  maggioranza di governo), c'è da dire anzitutto che la
  contrapposizione (frequente nel dibattito politico) tra
  sistema maggioritario e sistema proporzionale è una
  semplificazione che non rispecchia la realtà.
    Esistono, e possono essere proposti, molti sistemi
  elettorali, che vanno dall'estremo nel quale la maggioranza
  relativa, in turno unico, dia diritto alla maggioranza
  assoluta dei seggi, all'estremo opposto, nel quale si applichi
  la proporzionale cosiddetta pura su base nazionale.
    La grande maggioranza dei sistemi elettorali adotta formule
  intermedie.  Anche i sistemi ispirati al criterio della
  proporzionalità dei seggi con i voti espressi prevedono per lo
  più distorsioni e "premi" occulti.  Ciò vale anche per la legge
  elettorale italiana vigente, che, com'è noto, privilegia,
  nell'assegnazione dei seggi, i partiti più forti.
    Come si è già detto, la logica della proposta del PDS è
  quella di combinare l'istanza pluralista, insita nel principio
  proporzionalista, che garantisce la visibilità delle diverse
  identità storico-politiche dei soggetti in campo nella
  democrazia italiana, con una regola maggioritaria che consenta
  la scelta degli elettori sui programmi e sulle coalizioni di
  governo.
    Le grandi democrazie europee adottano del resto sistemi
  elettorali di tipo maggioritario, o con una proporzionale
  fortemente corretta.
    Nell'elaborare la proposta del PDS ci si è proposti di non
  copiare altri modelli, ma di tenerne conto per valutare
  vantaggi e svantaggi, considerando la peculiarità del sistema
  politico italiano.  Così come si è tenuto particolare conto di
  proposte già presentate, aventi analoghe finalità, come ad
  esempio quella presentata dal senatore Pasquino (atto Senato
  n. 25 della X legislatura).
    Il superamento della proporzionale è pertanto previsto nei
  limiti necessari a realizzare l'obiettivo di assicurare il
  potere di scelta dei cittadini tra proposte alternative.  Le
  ragioni ancora valide del proporzionalismo vanno coordinate
  con la logica della democrazia dell'alternanza.  A tale fine
  opera il riequilibrio proporzionale sia all'interno della
  coalizione che risulterà maggioritaria, sia nella quota
  riservata all'opposizione, garantendo quindi il pluralismo,
  con riferimento sia a chi si aggreghi per libera scelta in una
  coalizione, sia a chi scelga una collocazione diversa e
  completamente autonoma.  Il recupero proporzionale, inoltre, è
  previsto mediante un sistema simile a quello attuale del
  Senato, in modo da assicurare una equilibrata ripartizione nel
  territorio nazionale della presenza istituzionale dei partiti
  (articolo 9, commi 2, 3 e 4).
    In questo quadro, va rilevato che una correzione della
  proporzionale in funzione della scelta tra coalizioni
  alternative che raggiungano almeno il 40 per cento dei voti
  assume caratteri decisamente garantisti se vista in chiave
  europea: non solo nei Paesi che utilizzano il collegio
  uninominale maggioritario si possono avere maggioranze
  assolute anche con meno del 40 per cento dei voti, ma tale
  esito può prodursi anche in sistemi proporzionali corretti
  come quello spagnolo.  Infatti nelle ultime elezioni spagnole,
  il Psoe ha conquistato la metà dei seggi con poco meno del 40
  per cento dei voti.  Questo perché, al di là del criterio
  proporzionalistico di fotografare i voti in percentuali simili
  di seggi, ha luogo una correzione fondata sul criterio di
  consentire una scelta diretta dei Governi.
    7.  Nella proposta che qui si presenta, è previsto che se
  una lista ottiene, da sola, la maggioranza dei voti validi, il
  procedimento elettorale si ferma al primo turno
 
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  ed il sistema assicura a tale partito - come è giusto - una
  maggioranza sufficiente per governare.
    Ove nessuno raggiunga, al primo turno, la maggioranza
  assoluta dei voti validi, si prevede un secondo turno,
  riservato alle sole liste nazionali, che possono essere di
  coalizione, risultando dalla fusione delle liste nazionali
  presentate al primo turno (articolo 12).  Nel caso si debba
  procedere al secondo turno, il riequilibrio proporzionale è
  rinviato all'esito di quest'ultimo.
    Qualora, dopo la seconda votazione, uno schieramento
  risulti vincente con almeno il 40 per cento dei voti validi,
  gli verrà attribuita una quota-parte dei sessanta seggi
  nazionali, calcolata con il metodo proporzionale, secondo i
  risultati del secondo turno, più i seggi  eventualmente
  necessari per arrivare a 325.  Questo è l'unico premio di
  maggioranza previsto dal progetto (articolo 13).
    Il premio non scatta in ogni caso, ma è funzionalmente
  orientato ad assicurare la maggioranza a chi vince le
  elezioni.  Tale obiettivo non viene perseguito ad ogni costo,
  ma solo se lo schieramento che ha ottenuto il maggior numero
  dei voti non abbia conseguito la maggioranza assoluta, purché
  però abbia raggiunto almeno il 40 per cento dei voti: la
  soglia cioè che consente di governare nella maggior parte
  delle democrazie europee.
    Da notare ancora che i rimanenti seggi vengono assegnati
  secondo i risultati del primo turno: il premio di maggioranza
  è, così, bilanciato dalla non incidenza, sul grosso dei seggi
  destinati al riequilibrio proporzionale, della sconfitta
  registrata al secondo turno dagli schieramenti soccombenti, se
  non per la parte strettamente necessaria a formare la
  maggioranza.  Del resto, non avrebbe senso parlare di cumulo di
  premi, sol che si pensasse al fatto che un partito, che avesse
  fatto il "pieno" di seggi al primo turno, non avrebbe certo
  bisogno di altri seggi per raggiungere la maggioranza, oltre
  quelli che gli spetterebbero come quota-parte della lista
  nazionale.
    La norma ha uno scopo preciso e trasparente: favorire le
  concentrazioni e le formule di governo direttamente approvate
  o respinte dal corpo elettorale.  Il sistema in vigore sino ad
  oggi ha consentito la formazione di roccaforti, ridotte a
  nicchie, nelle quali attestarsi o per esercitare un
  destabilizzante potere di interdizione sul Governo, o per
  resistere stoicamente in attesa di tempi migliori.  L'una e
  l'altra tendenza hanno prodotto soltanto un abnorme
  rigonfiamento del centro dello schieramento politico e sono
  destinate ad accentuarlo ulteriormente.  Il sistema che
  proponiamo tende a creare le condizioni per l'alternanza,
  rendendo più difficile quel polimorfismo politico che ha
  inceppato gravemente il funzionamento delle istituzioni
  democratiche in Italia.  Sarebbe sbagliato sottovalutare
  l'incidenza del sistema elettorale sul sistema politico e fare
  calcoli sulle conseguenze di questa o quella proposta, senza
  valutare l'effetto modificativo dei comportamenti politici
  prodotto dal cambiamento di sistema.
    Del resto, proprio l'articolazione in due turni consente a
  tutti i partiti di esaminare con realismo le prospettive di
  governo.  Difatti, se tra il primo e il secondo turno si
  formasse una coalizione molto grande ed estesa, questa
  potrebbe aspirare ad una rilevante quota-parte dei seggi
  nazionali, ma niente di più, in quanto la sua stessa grandezza
  renderebbe inammissibile il "prelievo" dei seggi residui,
  previsto soltanto per l'ipotesi di carenza di seggi per
  formare la maggioranza.
    Se si formasse una coalizione, tra primo e secondo turno,
  che, in base ai risultati del primo turno, avesse già i
  "numeri" per formare una maggioranza, il giudizio del corpo
  elettorale sarebbe particolarmente significativo, perché
  sarebbe espresso proprio sulla scelta di schieramento, oggi
  rimessa esclusivamente alle trattative tra i partiti.
    In definitiva, il consenso minimo necessario perché la
  coalizione vincente abbia il diritto di governare, che in
  altri sistemi elettorali viene determinato di fatto, per
  effetto indiretto dei meccanismi
 
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  elettorali, nella nostra proposta si prevede che sia aperto
  oggetto della competizione elettorale: non per "premiare" il
  partito più forte, ma per dare ai cittadini un potere in più,
  quello di esprimere, con il voto, un chiaro mandato di
  governo.
    8.  In conclusione giova ricordare che un sistema elettorale
  non può ridursi al semplice "meccanismo elettorale",
  indispensabile per tradurre i voti degli elettori in seggi.
  Nessun sistema elettorale può dirsi completo e coerente se non
  è inserito in un quadro di disposizioni - costituzionali,
  legislative e regolamentari - che ne esaltano le potenzialità
  e ne precisano il profilo.  Valga anzitutto la considerazione
  sulla struttura e le funzioni del Parlamento: è molto
  difficile l'efficace soddisfacimento della conclamata volontà
  di consentire agli elettori di scegliere direttamente il
  Governo se si vorrà mantenere un Parlamento a struttura
  bicamerale paritaria e perfetta, con sistemi elettorali
  naturalmente distinti per ciascuna Camera.  La coerenza delle
  proposte di riforma elettorale si misura dunque sul
  complessivo disegno istituzionale che ciascuna forza politica
  propone.
    Altrettanto rilevante, tanto ai fini dell'efficace
  assolvimento delle funzioni rappresentative del Parlamento,
  quanto per l'effettiva moralizzazione della vita pubblica, è
  la riduzione del numero dei parlamentari, sulla cui base ogni
  ipotesi di legge elettorale dovrà essere corretta e precisata.
  E ancora, è evidente - anche nel confronto con altre
  democrazie occidentali - che la curvatura maggioritaria della
  legge elettorale comporta la necessità che in Parlamento siano
  riconosciuti alle opposizioni adeguati strumenti e garanzie -
  anzi un vero e proprio "statuto" - affinché, non
  nell'interesse di una parte sola, ma nell'interesse del
  funzionamento complessivo del sistema, la dialettica
  Governo-opposizione possa delinearsi nel modo più limpido ed
  efficace.
    Tutto ciò non è possibile fare in sede di proposta di legge
  ordinaria.  Altri interventi però possono essere realizzati già
  in questa sede, ad essenziale completamento della riforma
  elettorale.
    Per questo la nostra proposta contiene norme sulle campagne
  elettorali, che qualificano il senso e la portata della
  complessiva riforma elettorale, e al tempo stesso hanno una
  loro autonomia, che ne renderebbe possibile l'approvazione
  prioritaria in tempi brevi.
    In primo luogo, per quanto attiene all'uso delle
  radiotelevisioni durante le campagne elettorali, l'articolo 15
  della proposta prevede la parità di accesso di tutti i partiti
  in lizza alle trasmissioni elettorali e a qualsiasi spazio di
  pubblicità elettorale, secondo regole definite dalla
  Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la
  vigilanza dei servizi radiotelevisivi, e la gratuità
  dell'accesso per i programmi diffusi da concessionari che
  trasmettono in oltre dodici bacini d'utenza.
    In secondo luogo, l'articolo 16 prevede un tetto rigido per
  le spese elettorali, con rigorosi controlli e con la sanzione
  della decadenza dalla carica elettiva in caso di falsità della
  dichiarazione, che ogni candidato sarà tenuto a rilasciare,
  circa le spese sostenute e le fonti di finanziamento della sua
  campagna elettorale.
    Anche questi sono elementi, tutt'altro che accessori, che
  contribuiscono a definire il "segno" di una proposta di
  riforma: sono un banco di prova della volontà riformatrice
  delle diverse forze politiche e della coerenza con cui si
  vorrà dare seguito alla domanda di "politica pulita" posta a
  gran voce dagli elettori nel referendum del 9 e del 10 giugno
  1991.
 
DATA=920423 FASCID=DDL11-102 TIPOSTA=DDL LEGISL=11 NCOMM= SEDE=PR NSTA=0102 TOTPAG=0016 TOTDOC=0019 NDOC=0002 TIPDOC=L DOCTIT=0000 COMM= FRL PAGINIZ=0001 RIGINIZ=013 PAGFIN=0008 RIGFIN=067 UPAG=NO PAGEIN=1 PAGEFIN=8 SORTRES= SORTDDL=010200 00 FASCIDC=11DDL0102 SORTNAV=0010200 000 00000 ZZDDLC102 NDOC0002 TIPDOCL DOCTIT0002 NDOC0002



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