| Onorevoli Colleghi! -- 1. Il 9 e il 10 giugno 1991 gli
elettori, approvando con oltre ventisei milioni di "sì" la
proposta di ridurre drasticamente le preferenze disponibili
per l'elezione della Camera dei deputati, hanno indicato in
modo fermo e inequivoco una volontà di riforma delle
istituzioni e di moralizzazione della vita pubblica che
sarebbe grave e irresponsabile ignorare.
I temi politici che hanno segnato il dibattito nella
campagna referendaria sono stati due. Anzitutto la riforma
elettorale nel suo significato più pieno: una riforma che,
cogliendo alle radici il malessere che travaglia la
Repubblica, sia in grado di restituire verità e trasparenza al
confronto elettorale, attraverso la limpida competizione di
schieramenti, programmi e proposte di governo tra loro
alternative. Al tempo stesso, proprio il quesito referendario
per la riduzione dei voti di preferenza ha consentito che si
esprimesse in modo democratico e costruttivo una profonda e
diffusa volontà di pulizia: i ventisei milioni di elettori che
hanno respinto gli appelli all'astensione ed hanno sostenuto
la proposta di abrogazione hanno dimostrato di ritenere
necessarie quelle riforme che possono restituire dignità e
valore alla politica e agli stessi partiti. Non dunque una
generica e pericolosa rivolta "antipolitica", ma una domanda
di politica pulita; non il rigetto indiscriminato
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dei partiti politici, ma la ferma - e forse ultimativa
- richiesta di una loro profonda riforma, nella loro vita
interna e nel rapporto con la società e con le istituzioni. La
proposta del collegio uninominale, come elemento
caratterizzante di un nuovo sistema elettorale, non è stata
dunque concepita, almeno da una grande parte dei promotori del
referendum, come leva per scardinare e scompaginare
l'idea fondativa dei grandi partiti di massa, ma come la
strada più limpida e corretta per superare il mercato delle
preferenze, causa non ultima di tante degenerazioni della vita
politica, rafforzando al tempo stesso il rapporto diretto di
responsabilità tra eletti ed elettori.
Da queste considerazioni il PDS trae motivo di conferma
delle scelte operate nel documento approvato dal suo congresso
costitutivo: la necessità di una riforma elettorale con due
obiettivi fondamentali: dare agli elettori il potere di
scegliere direttamente, con il voto, la maggioranza di
governo; rinnovare la politica per renderla pulita,
trasparente, fondata su una competizione tra programmi e non
su mediazioni affaristiche o clientelari.
2. Il PDS giunge ora ad indicare compiutamente un proprio
progetto di riforma elettorale per la Camera dei deputati,
aperto alla riflessione e al confronto, ma saldamente ancorato
ai due punti fermi in precedenza indicati: il sistema
uninominale per moralizzare la politica con un nuovo legame,
più limpido e forte, tra rappresentanti e rappresentati; la
correzione maggioritaria per consentire agli elettori di
scegliere tra proposte di governo alternative ed obbligare le
forze politiche ad assumere in modo chiaro le proprie
responsabilità.
Sarebbe errato disconoscere il ruolo positivo svolto dal
sistema proporzionale nel faticoso processo di crescita e di
consolidamento del pluralismo politico in Italia. Dopo la
dittatura fascista, di fronte al pericolo del riemergere di
tendenze totalizzanti, la strenua difesa della proporzionale
coincise con una più vasta battaglia culturale e politica per
l'attuazione della Costituzione e l'affermarsi di valori di
libertà, di tolleranza e di laicità, senza i quali un
ordinamento non può dirsi democratico. Per molti anni il
sistema elettorale proporzionale, pur con limiti e difetti
evidenti, ha garantito in larga misura il rispecchiarsi nelle
assemblee rappresentative delle aggregazioni, delle tensioni
ideali, delle divisioni che si manifestavano nella società. La
lotta della sinistra era la lotta per la centralità del
Parlamento, in quanto istituzione nella quale trovavano posto
e voce ceti sociali, culture, interessi tradizionalmente
esclusi dal vecchio stato liberale elitario ed, ancor più,
dalla struttura autoritaria di dominio costruita dal fascismo
ed ereditata dalla giovane democrazia italiana.
Né si può dimenticare che lo scontro parlamentare del 1953,
contro la cosiddetta "legge truffa", fu motivato soprattutto
dalla trasparente intenzione, almeno in una parte delle forze
centriste, di condurre artificiosamente la maggioranza di
governo fino alle soglie necessarie per la elezione degli
organi di garanzia e per la stessa revisione costituzionale.
Nei primi anni della democrazia repubblicana, nel clima aspro
condizionato dalla guerra fredda, ciò avrebbe probabilmente
significato un rischio gravissimo per la compiutezza del patto
costituzionale, che già tanti ostacoli incontrava nella sua
corretta e piena attuazione.
Se questi sono stati i meriti storici del sistema
proporzionale, non si può ignorare che, almeno da vent'anni,
l'effetto combinato del proporzionalismo e della degenerazione
partitocratica è rilevabile nello svuotamento progressivo di
rappresentatività delle assemblee parlamentari, non più luoghi
della decisione politica effettiva e pertanto incapaci di
esprimere coerenti linee di maggioranza e di governo. La
stessa forza organizzata dell'opposizione è stata smorzata e,
per così dire, ammortizzata da un sistema che, per sua natura,
non favorisce le alternative nette, ma consente, in cambio,
una difesa prolungata di posizioni acquisite. A lungo andare,
la difficoltà dell'alternativa ha avuto un effetto di ritorno
sullo stesso pluralismo politico,
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perché la continuità di governo - senza raffronti nei sistemi
democratici occidentali - dello stesso partito di centro ha
determinato un appannamento della dialettica politica, sia per
pratiche consociative estese dal centro alla periferia, sia
per il consolidarsi di enormi apparati di potere affaristico e
clientelare che, specie nelle regioni meridionali, hanno
costantemente eroso spazi sempre più ampi di autonomia e di
libertà della società civile.
Bisogna ridare ai cittadini la fiducia nell'utilità del
proprio voto, che poi vuol dire fiducia nelle potenzialità
democratiche della rappresentanza. Assemblee elettive che si
limitano a rispecchiare - con tutte le distorsioni che oggi
conosciamo - e non dimostrano capacità di fornire valido
supporto ad un indirizzo politico di maggioranza chiaro,
contrapposto ad un altrettanto chiaro indirizzo di
opposizione, sono destinate a perdere peso ed influenza nel
sistema istituzionale e cedono fatalmente terreno di fronte al
prepotere partitico, alle logiche spartitorie
extraparlamentari, a velleità bonapartiste più o meno
mascherate, a demagogie localistiche di facile presa.
L'attuale sistema elettorale - con il concorso di altri,
molteplici fattori - favorisce quel curioso fenomeno, tipico
della vita politica italiana, per cui la conflittualità
permanente tra i partiti facenti parte della coalizione di
maggioranza consente a chi condivide da decenni responsabilità
di governo di presentarsi con la veste dell'oppositore e
tuonare contro i propri alleati, per allontanare da sé il
giudizio negativo dell'elettorato.
Il mezzo più adatto per porre fine a questa situazione
sembra quello di indurre i partiti a sottoporre al corpo
elettorale gli schieramenti che essi intendono realizzare nel
Parlamento da eleggere, vincolandoli ad una coerenza, dalla
quale oggi si sentono completamente sciolti. I cittadini
potranno così premiare o sanzionare scelte programmatiche ed
alleanze conseguenti, alla luce dei risultati raggiunti, senza
"rendite di posizione", che oggi impigriscono e ottundono la
capacità di governo, per la sicurezza di alcuni
dell'impraticabilità di alternative concrete, per
l'autolimitazione di altri al mero esercizio di un potere di
interdizione, che non intacca significativamente l'egemonia
del partner più grosso della coalizione. La stessa
opposizione sarebbe stimolata ad essere più incisiva e
puntuale e potrebbe spiegare al massimo la sua progettualità e
la sua forza di mobilitazione senza tentazioni consociative, e
operando al fine di costruire una proposta alternativa di
governo, con la consapevolezza di potere poi, alla scadenza
elettorale, diventare maggioranza.
3. Per impostare una riforma elettorale di tipo sistemico
coerente con queste finalità, si tratta allora di tener
presenti due livelli. Il primo consiste nel rapporto tra il
singolo eletto e il cittadino elettore: l'alternativa al
sistema delle preferenze (che induce i candidati a farsi
portatori di istanze particolaristiche, alimenta corruzione e
rischia di distruggere i partiti, soprattutto quelli di media
e grande dimensione, rendendoli dei meri contenitori
elettorali) non sembra essere la lista bloccata, che
consegnerebbe alle segreterie dei partiti un potere eccessivo,
ma l'introduzione di forti dosi di uninominalismo. Il secondo
livello è quello della scelta del governo, e qui è importante
sia consentito ai cittadini di scegliere un programma di
governo, una coalizione che si presenta davanti agli elettori
prospettando un governo.
In sostanza, il collegio uninominale, per la scelta dei
rappresentanti, e una regola maggioritaria che corregga la
proporzionale, per la scelta delle maggioranze di governo,
sono i due strumenti fondamentali per affrontare i due livelli
di cui si è detto.
Pertanto, la proposta del PDS prevede - in sintesi - che il
cittadino scelga al primo turno il candidato (nel collegio
uninominale) e il partito.
Se nessun partito ottiene la maggioranza assoluta, il
cittadino vota al secondo turno per la coalizione di governo:
la coalizione che ottiene il maggior numero di voti (purché
superiore al 40 per cento) ha diritto alla maggioranza di
seggi in Parlamento.
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4. Venendo ora ad illustrare più da vicino la motivazione e
i caratteri della proposta, si può notare, quanto al primo
livello di cui si diceva (rapporto tra il singolo eletto e il
cittadino elettore), che il collegio uninominale è uno
strumento fondamentale per risolvere il problema della
moralizzazione del rapporto elettori-eletto, dove esso
inserisce una forma di responsabilizzazione molto più netta di
quella assicurata dai collegi plurinominali.
Il sistema delle preferenze è una singolarità italiana che
non ha riscontro in nessuna altra grande democrazia e che fu
escogitato per sfuggire al dilemma tra collegio uninominale e
lista bloccata. La logica dell'intervento da operare nel
rapporto elettori-eletti è la stessa che motiva anche
l'intervento sul piano distinto della scelta dei governi: il
tentativo di passare da una competizione in cui i partiti,
come i candidati all'interno della stessa lista, cercano spazi
sul mercato elettorale proprio a danno dei competitori più
vicini, ossia di coloro con cui si alleeranno o collaboreranno
comunque dopo le elezioni, ad una competizione in cui cambia
la posta in gioco; in cui, in breve, abbia luogo una gara tra
due programmi per il governo del Paese e tra candidati per la
rappresentanza generale, non settoriale, del proprio collegio.
Una competizione del primo tipo porta con sé una estrema
permeabilità delle istituzioni rispetto alla frammentazione
degli interessi, fino a forme di vera e propria colonizzazione
da parte di lobbies o, addirittura, di contropoteri
criminali.
Anche per questi motivi (e non solo per introdurre il
diritto dei cittadini a decidere sui governi) l'iniziativa dei
referendum elettorali, su cui il PDS è attivamente
impegnato, propone di introdurre al Senato una quota
maggioritaria di vero uninominalismo; così come - con il voto
del 9 e 10 giugno 1991 - ha realizzato alla Camera la
riduzione ad una delle preferenze esprimibili, evitando almeno
le cordate di candidati, che spesso esprimono gli accordi tra
corporazioni, lobbies, correnti o comunque inducono
ulteriormente al fazionismo intra-partitico.
L'importante è l'obiettivo, quello di avere eletti che si
sentano fortemente responsabili di fronte ad un corpo
elettorale ristretto, ben identificabile, portatore di
interessi non sempre omogenei e quindi tale da indurre una
rappresentanza più di tipo orizzontale che settoriale, non
necessariamente ripiegato su logiche localistiche di basso
profilo perché la contemporaneità con la scelta del Governo
nazionalizza la competizione politica.
C'è chi obietta che il sistema uninominale darebbe più
potere ai partiti che diverrebbero arbitri assoluti della
scelta dei candidati. Al contrario, renderebbe i partiti più
responsabili nella scelta dei candidati stessi. E comunque
potrebbero così riacquistare potere di designazione, non a
scapito dei cittadini (che oggi comunque non ne hanno), ma dei
gruppi settoriali e di comitati di affari.
Detto questo va comunque precisato che i presentatori di
questo progetto non si ritrovano sulla posizione di chi
ritiene che l'uninominalismo di per sé (escludendo qualsiasi
elemento proporzionalistico e di voto su lista) sia la panacea
anti-partitocratica. Non riteniamo cioè che il problema
consista nel restaurare un rapporto con l'eletto individuale,
vedendo il ruolo di responsabilità collettiva dei partiti come
una degenerazione.
La partitocrazia è un sintomo, è la manifestazione
esteriore del male, non il male del sistema. La partitocrazia
nasce dalla crisi dei partiti, pronti più ad occupare che a
governare, più dediti al criptogoverno e al sottogoverno che
al vero governo delle istituzioni.
Una democrazia matura non si crea tanto col vano tentativo
di reprimere le degenerazioni partitocratiche, ma promuovendo
un rafforzamento delle istituzioni sui partiti e facendo
emergere la capacità di proposta dei partiti più che
sollecitazioni delle dichiarazioni di appartenenza da parte
degli elettori.
Occorre quindi introdurre forti dosi di uninominalismo, ma
dentro un sistema la cui filosofia complessiva sia quella di
rafforzare i partiti rendendoli pienamente responsabili delle
loro scelte, in primis per
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la loro capacità di selezionare personale politico adeguato,
per affermare la priorità della responsabilità collettiva,
sulla base della quale regolare anche le responsabilità
individuali.
5. Muovendo da queste premesse, proponiamo pertanto che il
territorio nazionale sia diviso in 300 collegi uninominali,
affidando ad un intreccio più complesso di regole il
completamento dell'assemblea, in modo da contemperare
adeguatamente le opposte esigenze di salvaguardare il
pluralismo della rappresentanza e di consentire agli elettori
di decidere con il voto tra proposte di governo
alternative.
Del resto, il sistema inglese dei collegi uninominali a
maggioranza relativa ha provocato, come è noto, alcuni gravi
inconvenienti. Due sono i principali: l'eccessiva distorsione
maggioritaria, con conseguente sottorappresentazione della
minoranza; il possibile paradosso di un partito che conquista,
su scala nazionale, la maggioranza dei voti, ma non dei seggi.
A ciò si aggiunge la considerazione dell'opportunità, tutta
politica, di avere un mezzo di identificazione complessiva dei
partiti di fronte al corpo elettorale.
Per risolvere le questioni ora enunciate sono previsti, in
questa proposta, le liste nazionali e il riequilibrio
proporzionale nella distribuzione dei seggi. Il riequilibrio
proporzionale è previsto sulla maggioranza dei seggi (330 su
630), con il metodo dei quozienti interi e dei maggiori resti,
tenendo conto della consistenza percentuale dei voti riportati
dalla lista e dai candidati ad essa collegati nelle singole
regioni (articolo 9).
Com'è noto, infatti, vi sono diverse varianti di
uninominale: si va da quello proporzionale (come è oggi per il
Senato), al maggioritario puro (come in Inghilterra), a
sistemi misti (come in Francia e in Germania). La nostra
scelta è per una soluzione simile a quella tedesca: il
candidato più votato viene eletto, e successivamente si
procede al riequilibrio in senso proporzionale su base
regionale. In Germania il riequilibrio si fa con liste
regionali bloccate; proponiamo invece di farlo scegliendo tra
i candidati non eletti ma meglio piazzati nei collegi
uninominali. Con questo metodo viene eletto il 90 per cento
dei parlamentari.
In tal modo non solo si elimina alla radice il mercato
delle preferenze, ma si ridà - a differenza dell'attuale
sistema del Senato - senso e leggibilità alla competizione
elettorale dentro il collegio. Un'idea sana e semplice di
democrazia vuole che venga eletto chi prende più voti; il
riequilibrio proporzionale e territoriale previsto nella
proposta del Pds non incide su questo presupposto.
Al rischio di eccessiva personalizzazione e localismo del
collegio uninominale si ovvia proponendo l'abbinamento con
liste nazionali (alle quali sono riservati il 10 per cento dei
seggi totali). In tal modo l'elettore vota insieme, al primo
turno, per il candidato locale e per la proposta nazionale di
un partito (articoli 6 e 7).
Le liste nazionali sono composte di un massimo di 60
nominativi, sui quali verosimilmente si concentrerebbe
l'attenzione dell'opinione pubblica dell'intero Paese,
costringendo ciascun partito a schierare uomini, sui quali
"giocare" la propria immagine. L'attuale elevato numero di
liste circoscrizionali non consente - o, comunque, rende molto
difficile - rilevare contraddizioni e mescolanze di personaggi
profondamente diversi (stimati dirigenti e portaborse,
galantuomini e mafiosi, ecc.); con una lista unica nazionale
queste dissimulazioni non sarebbero possibili. La quota di
seggi riservata alle liste nazionali è del 10 per cento circa,
tale da non poter suscitare critiche ragionevoli di
"strapotere partitico".
Va sottolineata, inoltre, la differenza con le proposte di
introduzione di un "collegio unico nazionale". Con
quest'ultimo metodo, infatti, i candidati primi collocati
nella lista nazionale di ciascun partito hanno la certezza di
essere eletti; nella nostra proposta di lista nazionale,
invece, c'è - come si vedrà - la forte probabilità che nessuno
dei candidati della lista soccombente al secondo turno sia
eletto.
La possibilità di doppie candidature, nella lista nazionale
e in un collegio, con
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opzione obbligata per la prima, unitamente alla
incompatibilità tra la carica di Ministro e di sottosegretario
e l'ufficio di deputato e di senatore (prevista dall'articolo
14), rendono la presenza dei candidati supplenti (articoli 4 e
10) tutt'altro che simbolica; si rafforza in tal modo
l'impegno di più candidati nel collegio, senza introdurre
peraltro alcuna concorrenzialità tra candidati con lo stesso
simbolo.
6. Venendo ora al secondo dei livelli di intervento di cui
si è detto (il potere dei cittadini di scegliere la
maggioranza di governo), c'è da dire anzitutto che la
contrapposizione (frequente nel dibattito politico) tra
sistema maggioritario e sistema proporzionale è una
semplificazione che non rispecchia la realtà.
Esistono, e possono essere proposti, molti sistemi
elettorali, che vanno dall'estremo nel quale la maggioranza
relativa, in turno unico, dia diritto alla maggioranza
assoluta dei seggi, all'estremo opposto, nel quale si applichi
la proporzionale cosiddetta pura su base nazionale.
La grande maggioranza dei sistemi elettorali adotta formule
intermedie. Anche i sistemi ispirati al criterio della
proporzionalità dei seggi con i voti espressi prevedono per lo
più distorsioni e "premi" occulti. Ciò vale anche per la legge
elettorale italiana vigente, che, com'è noto, privilegia,
nell'assegnazione dei seggi, i partiti più forti.
Come si è già detto, la logica della proposta del PDS è
quella di combinare l'istanza pluralista, insita nel principio
proporzionalista, che garantisce la visibilità delle diverse
identità storico-politiche dei soggetti in campo nella
democrazia italiana, con una regola maggioritaria che consenta
la scelta degli elettori sui programmi e sulle coalizioni di
governo.
Le grandi democrazie europee adottano del resto sistemi
elettorali di tipo maggioritario, o con una proporzionale
fortemente corretta.
Nell'elaborare la proposta del PDS ci si è proposti di non
copiare altri modelli, ma di tenerne conto per valutare
vantaggi e svantaggi, considerando la peculiarità del sistema
politico italiano. Così come si è tenuto particolare conto di
proposte già presentate, aventi analoghe finalità, come ad
esempio quella presentata dal senatore Pasquino (atto Senato
n. 25 della X legislatura).
Il superamento della proporzionale è pertanto previsto nei
limiti necessari a realizzare l'obiettivo di assicurare il
potere di scelta dei cittadini tra proposte alternative. Le
ragioni ancora valide del proporzionalismo vanno coordinate
con la logica della democrazia dell'alternanza. A tale fine
opera il riequilibrio proporzionale sia all'interno della
coalizione che risulterà maggioritaria, sia nella quota
riservata all'opposizione, garantendo quindi il pluralismo,
con riferimento sia a chi si aggreghi per libera scelta in una
coalizione, sia a chi scelga una collocazione diversa e
completamente autonoma. Il recupero proporzionale, inoltre, è
previsto mediante un sistema simile a quello attuale del
Senato, in modo da assicurare una equilibrata ripartizione nel
territorio nazionale della presenza istituzionale dei partiti
(articolo 9, commi 2, 3 e 4).
In questo quadro, va rilevato che una correzione della
proporzionale in funzione della scelta tra coalizioni
alternative che raggiungano almeno il 40 per cento dei voti
assume caratteri decisamente garantisti se vista in chiave
europea: non solo nei Paesi che utilizzano il collegio
uninominale maggioritario si possono avere maggioranze
assolute anche con meno del 40 per cento dei voti, ma tale
esito può prodursi anche in sistemi proporzionali corretti
come quello spagnolo. Infatti nelle ultime elezioni spagnole,
il Psoe ha conquistato la metà dei seggi con poco meno del 40
per cento dei voti. Questo perché, al di là del criterio
proporzionalistico di fotografare i voti in percentuali simili
di seggi, ha luogo una correzione fondata sul criterio di
consentire una scelta diretta dei Governi.
7. Nella proposta che qui si presenta, è previsto che se
una lista ottiene, da sola, la maggioranza dei voti validi, il
procedimento elettorale si ferma al primo turno
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ed il sistema assicura a tale partito - come è giusto - una
maggioranza sufficiente per governare.
Ove nessuno raggiunga, al primo turno, la maggioranza
assoluta dei voti validi, si prevede un secondo turno,
riservato alle sole liste nazionali, che possono essere di
coalizione, risultando dalla fusione delle liste nazionali
presentate al primo turno (articolo 12). Nel caso si debba
procedere al secondo turno, il riequilibrio proporzionale è
rinviato all'esito di quest'ultimo.
Qualora, dopo la seconda votazione, uno schieramento
risulti vincente con almeno il 40 per cento dei voti validi,
gli verrà attribuita una quota-parte dei sessanta seggi
nazionali, calcolata con il metodo proporzionale, secondo i
risultati del secondo turno, più i seggi eventualmente
necessari per arrivare a 325. Questo è l'unico premio di
maggioranza previsto dal progetto (articolo 13).
Il premio non scatta in ogni caso, ma è funzionalmente
orientato ad assicurare la maggioranza a chi vince le
elezioni. Tale obiettivo non viene perseguito ad ogni costo,
ma solo se lo schieramento che ha ottenuto il maggior numero
dei voti non abbia conseguito la maggioranza assoluta, purché
però abbia raggiunto almeno il 40 per cento dei voti: la
soglia cioè che consente di governare nella maggior parte
delle democrazie europee.
Da notare ancora che i rimanenti seggi vengono assegnati
secondo i risultati del primo turno: il premio di maggioranza
è, così, bilanciato dalla non incidenza, sul grosso dei seggi
destinati al riequilibrio proporzionale, della sconfitta
registrata al secondo turno dagli schieramenti soccombenti, se
non per la parte strettamente necessaria a formare la
maggioranza. Del resto, non avrebbe senso parlare di cumulo di
premi, sol che si pensasse al fatto che un partito, che avesse
fatto il "pieno" di seggi al primo turno, non avrebbe certo
bisogno di altri seggi per raggiungere la maggioranza, oltre
quelli che gli spetterebbero come quota-parte della lista
nazionale.
La norma ha uno scopo preciso e trasparente: favorire le
concentrazioni e le formule di governo direttamente approvate
o respinte dal corpo elettorale. Il sistema in vigore sino ad
oggi ha consentito la formazione di roccaforti, ridotte a
nicchie, nelle quali attestarsi o per esercitare un
destabilizzante potere di interdizione sul Governo, o per
resistere stoicamente in attesa di tempi migliori. L'una e
l'altra tendenza hanno prodotto soltanto un abnorme
rigonfiamento del centro dello schieramento politico e sono
destinate ad accentuarlo ulteriormente. Il sistema che
proponiamo tende a creare le condizioni per l'alternanza,
rendendo più difficile quel polimorfismo politico che ha
inceppato gravemente il funzionamento delle istituzioni
democratiche in Italia. Sarebbe sbagliato sottovalutare
l'incidenza del sistema elettorale sul sistema politico e fare
calcoli sulle conseguenze di questa o quella proposta, senza
valutare l'effetto modificativo dei comportamenti politici
prodotto dal cambiamento di sistema.
Del resto, proprio l'articolazione in due turni consente a
tutti i partiti di esaminare con realismo le prospettive di
governo. Difatti, se tra il primo e il secondo turno si
formasse una coalizione molto grande ed estesa, questa
potrebbe aspirare ad una rilevante quota-parte dei seggi
nazionali, ma niente di più, in quanto la sua stessa grandezza
renderebbe inammissibile il "prelievo" dei seggi residui,
previsto soltanto per l'ipotesi di carenza di seggi per
formare la maggioranza.
Se si formasse una coalizione, tra primo e secondo turno,
che, in base ai risultati del primo turno, avesse già i
"numeri" per formare una maggioranza, il giudizio del corpo
elettorale sarebbe particolarmente significativo, perché
sarebbe espresso proprio sulla scelta di schieramento, oggi
rimessa esclusivamente alle trattative tra i partiti.
In definitiva, il consenso minimo necessario perché la
coalizione vincente abbia il diritto di governare, che in
altri sistemi elettorali viene determinato di fatto, per
effetto indiretto dei meccanismi
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elettorali, nella nostra proposta si prevede che sia aperto
oggetto della competizione elettorale: non per "premiare" il
partito più forte, ma per dare ai cittadini un potere in più,
quello di esprimere, con il voto, un chiaro mandato di
governo.
8. In conclusione giova ricordare che un sistema elettorale
non può ridursi al semplice "meccanismo elettorale",
indispensabile per tradurre i voti degli elettori in seggi.
Nessun sistema elettorale può dirsi completo e coerente se non
è inserito in un quadro di disposizioni - costituzionali,
legislative e regolamentari - che ne esaltano le potenzialità
e ne precisano il profilo. Valga anzitutto la considerazione
sulla struttura e le funzioni del Parlamento: è molto
difficile l'efficace soddisfacimento della conclamata volontà
di consentire agli elettori di scegliere direttamente il
Governo se si vorrà mantenere un Parlamento a struttura
bicamerale paritaria e perfetta, con sistemi elettorali
naturalmente distinti per ciascuna Camera. La coerenza delle
proposte di riforma elettorale si misura dunque sul
complessivo disegno istituzionale che ciascuna forza politica
propone.
Altrettanto rilevante, tanto ai fini dell'efficace
assolvimento delle funzioni rappresentative del Parlamento,
quanto per l'effettiva moralizzazione della vita pubblica, è
la riduzione del numero dei parlamentari, sulla cui base ogni
ipotesi di legge elettorale dovrà essere corretta e precisata.
E ancora, è evidente - anche nel confronto con altre
democrazie occidentali - che la curvatura maggioritaria della
legge elettorale comporta la necessità che in Parlamento siano
riconosciuti alle opposizioni adeguati strumenti e garanzie -
anzi un vero e proprio "statuto" - affinché, non
nell'interesse di una parte sola, ma nell'interesse del
funzionamento complessivo del sistema, la dialettica
Governo-opposizione possa delinearsi nel modo più limpido ed
efficace.
Tutto ciò non è possibile fare in sede di proposta di legge
ordinaria. Altri interventi però possono essere realizzati già
in questa sede, ad essenziale completamento della riforma
elettorale.
Per questo la nostra proposta contiene norme sulle campagne
elettorali, che qualificano il senso e la portata della
complessiva riforma elettorale, e al tempo stesso hanno una
loro autonomia, che ne renderebbe possibile l'approvazione
prioritaria in tempi brevi.
In primo luogo, per quanto attiene all'uso delle
radiotelevisioni durante le campagne elettorali, l'articolo 15
della proposta prevede la parità di accesso di tutti i partiti
in lizza alle trasmissioni elettorali e a qualsiasi spazio di
pubblicità elettorale, secondo regole definite dalla
Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la
vigilanza dei servizi radiotelevisivi, e la gratuità
dell'accesso per i programmi diffusi da concessionari che
trasmettono in oltre dodici bacini d'utenza.
In secondo luogo, l'articolo 16 prevede un tetto rigido per
le spese elettorali, con rigorosi controlli e con la sanzione
della decadenza dalla carica elettiva in caso di falsità della
dichiarazione, che ogni candidato sarà tenuto a rilasciare,
circa le spese sostenute e le fonti di finanziamento della sua
campagna elettorale.
Anche questi sono elementi, tutt'altro che accessori, che
contribuiscono a definire il "segno" di una proposta di
riforma: sono un banco di prova della volontà riformatrice
delle diverse forze politiche e della coerenza con cui si
vorrà dare seguito alla domanda di "politica pulita" posta a
gran voce dagli elettori nel referendum del 9 e del 10 giugno
1991.
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