| Onorevoli Colleghi! -- Mentre la decima legislatura volgeva
al termine, essendo fin d'allora evidente agli occhi di tutti
come l'attuale non potesse sottrarsi all'obbligo di riforme
istituzionali profonde, a cominciare da quella elettorale,
presentai questa proposta di legge.
Il grave marasma nel quale sono cadute le istituzioni
repubblicane, le loro disfunzioni, le polemiche e i conflitti
insorti tra chi le rappresenta, le ulteriori prove
referendarie cui saranno sottoposte dopo l'esito del
referendum già effettuato lo scorso giugno, rendono del
tutto imprevedibili un decorso tradizionale e ordinario
dell'undicesima legislatura, il perpetuarsi ancora a lungo
dell'attuale modo di
governare e di legiferare, il permanere delle attuali regole
per la scelta dei parlamentari.
E' convinzione di chi ripresenta l'attuale proposta che,
così come è avvenuto in Francia oltre trent'anni fa, il
cambiamento istituzionale si svilupperà in una nuova fase
costituente a partire da una nuova legge elettorale, il cui
varo dovrà precedere le scadenze referendarie, se non si vorrà
lasciare a un Parlamento delegittimato dal probabile esito dei
referendum il compito delicato di interpretarne
correttamente il significato.
Sarà, peraltro, una nuova, del tutto diversa legge
elettorale a ridisegnare l'ormai consueto e pressoché
unanimemente
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contestato sistema dei partiti, bocciato chiaramente
dall'ultima consultazione elettorale.
La prima presentazione della presente proposta di legge
avveniva quando, come abbiamo premesso, la legislatura stava
per chiudersi e quando la Commissione affari costituzionali
della Camera dei deputati aveva già abbandonato la speranza di
giungere a qualche conclusione in presenza di ben otto diversi
progetti di riforma, presentati dal 2 luglio 1987 al 20 luglio
dell'anno in corso, da parte di radicali, democristiani,
deputati del PDS e liberali. Essa risponde al desiderio di
precisare un'opinione, frutto di molti anni di esperienza
parlamentare di permanenza per oltre un triennio nella carica
di Ministro per i rapporti con il parlamento e più volte
espressa negli ultimi anni in interventi sulla stampa e nelle
sedi politiche; una tale precisazione ritengo ancora più
opportuno concretare e ufficializzare all'inizio di una
legislatura che avrà come compito prioritario e precipuo
quello della riforma elettorale.
I fini da raggiungere.
Fini ed esigenze, spesso contrapposti, ma da conciliare,
vanno definiti ed analizzati in premessa.
Il nostro sistema politico si sta dimostrando sempre più
incapace di decisioni tempestive ed adeguate rispetto ai
problemi da risolvere. Assemblearismo e consociativismo hanno
caratterizzato tanta parte delle nostre vicende politiche e
hanno trovato genesi, spiegazione e giustificazione nella
necessità di conservare e consolidare una democrazia, sia pure
imperfetta, in quanto non basata sul ricambio delle forze al
potere. Ci sembra del tutto inutile, in questa sede,
analizzare le ragioni per cui questa stagione della nostra
storia può considerarsi conclusa.
E' necessario e indifferibile creare le premesse per la
formazione di governi autorevoli e forti, espressione che
spero non spaventi più, capaci di amministrare con fermezza,
basati su una maggioranza coerente e compatta, contrapposta a
un'opposizione, dotata di ampie possibi-
lità di controllo sull'attività governativa, libera nel suo
diritto alla critica e alla denuncia, legittimata a proporsi
come futura maggioranza di governo, ma alla quale sia negato
il potere di impedire o di ritardare irragionevolmente
l'attività dell'esecutivo e le decisioni legislative della
maggioranza parlamentare.
Un Governo siffatto può ricevere autorevolezza e forza
soltanto dalla diretta investitura popolare e la scelta dello
schieramento di maggioranza deve, dunque, scaturire dal voto
dei cittadini.
Seconda esigenza da soddisfare è il miglioramento dei
meccanismi selettivi della rappresentanza parlamentare.
L'affievolirsi delle caratterizzazioni ideologiche dei
partiti, fino alla loro quasi totale scomparsa, ha ampliato
enormemente l'area del cosiddetto "voto scambio" e ha
trasformato il voto di stima, prima in larga misura basato sui
trascorsi di partito e sulle garanzie ideologiche fornite dal
candidato, in voto di immagine, creato o alimentato dai mezzi
di comunicazione di massa. Ritengo questo intrecciarsi di
motivi alla base del palese, progressivo peggioramento della
rappresentanza politica.
Si avverte, peraltro, che non soltanto l'ultima prova
elettorale, basata sulla preferenza unica, ma anche le
precedenti hanno dimostrato con l'aumento delle preferenze
espresse nell'ambito di ciascuna lista che si va verso una
crescente personalizzazione del voto. Il referendum del
9 giugno 1991 ha inoltre manifestato che la sensibilità
popolare spinge verso l'uninominalità del voto.
Terza ed ultima esigenza da considerare è quella di tener
presente la storia politica del nostro Paese, che dalla fine
del secolo scorso ad oggi è storia di partiti. Essi hanno
svolto e continuano a svolgere una funzione politica
importante e da ciò consegue sia il dovere di non cercare la
cancellazione delle forze tradizionali minori per effetto di
qualche marchingegno elettorale, sia quello di consentire a
forze nuove ed emergenti di esprimersi in Parlamento. Ciò
anche per evitare la ricaduta in quel trasformismo
opportunistico degli eletti che caratterizzò i primi decenni
del Parlamento nazionale.
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Alle suddette esigenze: investitura popolare del governo
del Paese, possibile alternarsi di schieramenti diversi e
contrapposti, migliori meccanismi selettivi della
rappresentanza popolare, mantenimento di un ruolo alle forze
politiche, tradizionali e nuove, cerca di rispondere
l'impostazione della presente proposta.
Il ballottaggio elettorale a doppio turno con correzione
proporzionale.
Dei 630 deputati, previsti dalla nostra Costituzione,
circa due terzi sono, secondo la presente proposta, eletti
sulla base di collegi uninominali con sistema maggioritario a
doppio turno; poco meno di un terzo, sempre sulla base di
collegi uninominali, ma con criterio proporzionale analogo a
quello attualmente adottato per il Senato.
L'articolo 2 stabilisce i criteri per la suddivisione del
territorio nazionale nei 430 collegi nazionali, tali da
prendere poco più di centomila elettori in media per ciascun
collegio. Il ridotto numero degli elettori dovrebbe consentire
un confronto diretto tra candidati e una più approfondita e
migliore loro valutazione. Ne conseguirà, inoltre, una
riduzione delle sfere elettorali e un'attenuazione del peso
delle lobbies sulle scelte elettorali e sui
comportamenti parlamentari.
Con l'articolo 3 si prevede la possibilità per un numero di
elettori, pari all'1 per cento degli aventi diritto, di
presentare un proprio candidato. Il numero dei presentatori è
stato previsto sufficientemente alto per evitare presentazioni
di mero disturbo, anche in considerazione del fatto che le
candidature così presentate non sono soggette a una soglia da
superare per passare al secondo turno, come nel sistema
francese al contrario non sono suscettibili di rinuncia anche
se, ovviamente, possono costituire un punto di convergenza di
un'alleanza di forze politiche attraverso il ritiro da parte
di queste dei loro candidati, così come previsto dall'articolo
4. L'impossibilità della rinuncia evita qualsiasi forma di
baratto tra forze politiche e candidato, sulla base dei
consensi di cui localmente gode.
La presentazione di candidati su tutto il territorio
nazionale è consentita alle forze politiche già rappresentate
in uno dei due rami del Parlamento con un proprio gruppo
parlamentare. Il meccanismo al secondo turno della elezione è
quello della maggioranza relativa dei voti e costringe,
quindi, alla costituzione di coalizioni, in previsione delle
quali non può non essere avvertita da ciascun partito
l'esigenza di un'attenta scelta di candidature, tali da
costituire possibile punto di convergenza anche per altri
partiti. Ne conseguirà una più accurata valutazione del
credito che il candidato può godere al di là dei confini della
propria parte politica.
L'articolo 5 prevede che i duecento seggi restanti siano
assegnati ai candidati dei singoli partiti con criterio di
proporzionalità, lievemente corretto dalla ripartizione di
centodieci seggi ai partiti della coalizione che raggiunge la
maggioranza, anche relativa, in modo da assicurare, salvo casi
del tutto limite, ipotizzabili ma difficilmente verificabili,
la costituzione di una maggioranza parlamentare di governo.
Secondo il comma 3 dell'articolo 5, i seggi sono ripartiti
proporzionalmente e attribuiti secondo la graduatoria delle
percentuali conseguite all'interno di ciascuna lista.
Il meccanismo di attribuzione non evita che uno stesso
collegio sia rappresentato da più parlamentari, il che
costituisce certamente un'anomalia nella logica del collegio
uninominale, anche se si verifica da sempre nella elezione del
Senato repubblicano. L'inconveniente potrebbe essere eliminato
escludendo dall'attribuzione dei seggi i candidati non
confermati dalle forze politiche per il secondo turno e
riducendo quindi l'eventuale presenza di più parlamentari
rappresentanti lo stesso collegio a uno soltanto di
maggioranza e a uno, o eventualmente più, dell'opposizione. Si
è preferito mantenerlo per contrappesare le scelte di partito
con le scelte degli elettori, consentendo, cioè, l'elezione di
un candidato non confermato dai partiti al secondo turno,
qualora abbia riportato
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una sufficiente percentuale di voti all'interno della
lista di appartenenza.
* * *
Con la presente proposta non si affronta il problema
dell'elezione del Senato della Repubblica che pure andrebbe
razionalmente coordinato con la soluzione data a quello della
elezione della Camera dei deputati. Mi limito ad aggiungere
che se si volesse, come da alcune parti si chiede, la
differenziazione tra le due Camere basata soprattutto su
funzioni, competenze e procedure, il sistema di elezione
potrebbe anche essere sostanzialmente analogo. Come, peraltro,
non sarebbe irrazionale ricorrere, almeno in parte, ad
elezione di secondo grado così come parzialmente prevede, da
parte dei consigli
regionali, una delle proposte di legge presentate alla Camera
dei deputati nella precedente legislatura.
* * *
Onorevoli colleghi, la riforma elettorale non esaurisce
certamente i problemi di una più vasta riforma istituzionale
adeguata ai tempi, ma ne è, a mio giudizio, il presupposto
essenziale, il necessario punto di partenza. Resta aperta la
questione di un diverso rapporto tra Parlamento, Governo,
regioni, enti pubblici e di una riflessione profonda sulle
rispettive competenze. Occorre, in definitiva, creare un
assetto politico istituzionale capace di decisioni pronte, non
sottoposte a defatiganti prassi compromissorie, all'altezza
delle esigenze di una società economica e civile, sviluppata
ed evoluta.
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