| La Commissione antimafia è tornata in Liguria dopo circa
due anni dal sopralluogo effettuato nel luglio 1993.
Lo sviluppo dell'azione giudiziaria e delle forze di
polizia coordinata dalla D.D.A. del capoluogo ha fornito in
questo arco di tempo lusinghieri risultati sotto il profilo
della conoscenza del fenomeno criminale nella regione e della
conseguente repressione.
In tale contesto è stato notevole l'apporto fornito dai
collaboratori di giustizia che con le loro dichiarazioni hanno
corroborato un quadro investigativo che negli anni trascorsi
era già stato delineato dall'ottimo lavoro degli apparati
investigativi ma che giocoforza
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necessitava di una chiave di lettura che poteva essere offerta
solo da chi viveva all'interno dell'apparato criminale.
Nella precedente relazione della Commissione antimafia
era stato dato atto della prima fase operativa della D.D.A.
dedicata alla raccolta dei dati relativi agli insediamenti di
organizzazioni criminali che aveva consentito di rilevare la
presenza nella regione di alcuni gruppi delinquenziali
rappresentati da famiglie di "grosso spessore criminale" che
per il loro modus operandi e settori di interesse
possono essere considerati appartenenti alla "grande
criminalità organizzata". Più specificatamente è apparso
consolidato l'insediamento di gruppi criminali meridionali
prevalentemente provenienti dalla Sicilia, Campania e
Calabria, regioni caratterizzate da alta densità di presenze
di organizzazioni riconducibili al carattere mafioso.
Il quadro delineatosi nel corso delle audizioni dei
Prefetti e dei rappresentanti delle forze dell'ordine ed in
particolare dei dirigenti dei servizi interprovinciali di
polizia giudiziaria rende uno spaccato chiaro della presenza
sul territorio regionale delle citate organizzazioni criminali
con precisi riferimenti ai settori illeciti occupati.
Da tale disamina emerge la dislocazione territoriale di
queste "famiglie" ove si vede nella città di Genova un forte
insediamento di un'articolazione del clan mafioso di Piddu
Madonia, la famiglia dei fratelli Fiandaca, proveniente dalla
provincia di Caltanissetta nei primi anni '80 e del clan dei
fratelli Angiollieri legati alla camorra.
Gli Angiollieri presenti soprattutto nella zona ovest
della città sono particolarmente attivi nell'attività
dell'usura e delle estorsioni mentre i Fiandaca, attestati nel
quartiere della Foce considerato il centro finanziario della
città, controllano prevalentemente i settori del giuoco
d'azzardo, il traffico di stupefacenti e negli ultimi anni si
sono impadroniti del settore dell'usura grazie a una forte
disponibilità di capitali provenienti dalle altre illecite
attività nonchè ad una gestione attività in maniera
manageriale provvedendo ad assoldare nelle fila
dell'organizzazione personaggi insospettabili già operanti nel
campo finanziario a cui venivano attribuite determinate zone
d'influenza ed attività normalmente riconducibili, come
territorio, ai quartieri cittadini.
L'evoluzione del ruolo del clan Fiandaca su Genova vede
il suo apice nel 1983 quando iniziano ad acquisire il
controllo della "piazza genovese" per quanto attiene
l'esercizio dell'usura, dell'estorsione e del traffico degli
stupefacenti.
I Fiandaca, in effetti, all'epoca dei fatti già
disponevano di una struttura forte dell'appoggio della potente
"famiglia" Cammarata di Riesi, nutrita di un folto numero di
affiliati legati anche da vincoli di parentela e di
comparatico, nonchè dotata di un già affermato potere di
intimidazione derivante dalla diffusa consapevolezza delle
caratteristiche dell'organizzazione sin qui descritte e
dall'eclatanza degli episodi delittuosi agli stessi attribuiti
dallo stesso ambiente criminale in cui si trovano ad operare e
che tanta risonanza riscuotevano dagli organi di stampa che ne
accrescevano la potenzialità.
Il panorama dell'epoca relativo alle strutture siciliane
vede, quindi, la predominanza sugli altri delle "famiglie"
riesine dovuta alla loro abilità nell'"affiancarsi" ad
espressioni criminali tipiche di altre regioni qui già
operanti, attraverso un'oculata spartizione territoriale,
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nonchè grazie alla capacità di "amalgamare" sotto un'unica
bandiera i gruppi di compaesani qui stanziati, assicurando
un'equa ripartizione dell'illecito profitto mediante
un'ulteriore sotto-scompartimentazione territoriale degli
stessi.
In tale realtà, alla fine degli anni '80, viene ad
affacciarsi il gruppo dei fratelli Emmanuello. Questi,
provenienti da Gela nell'89 a seguito di sottoposizione a
misura di prevenzione, si inseriscono immediatamente nel
contesto genovese grazie al "pedigree malavitoso" che li
contraddistingue, ritagliandosi uno spazio di gestione nel
centro urbano, senza entrare in contrasto con i loro
corregionali grazie alla notoria potenzialità criminale e,
soprattutto, in virtù della comune dipendenza dai vertici
della Cosa Nostra nelle zone d'origine, tutti sottoposti
all'autorità del rappresentante provinciale Piddu Madonia,
capo della "famiglia" di Gela in cui gli Emmanuello sono
inseriti.
Analoga considerazione si ritiene possa valere per il
c.d. clan dei "Maurici". Questo, facente capo a Maurici
Giacomo, composto prevalentemente da riesini e pertanto più
vicino ed accomunato a quello dei Fiandaca, giunge nel
capoluogo ligure intorno alla meta degli anni '70, vantando
collegamenti con gli stessi vertici nisseni (Cammarata e
Madonia), ma è da ritenersi minore per potenzialità, entità e
sfera d'azione.
In conclusione, l'analisi dell'evoluzione storica
dell'insediamento mafioso in Liguria di elementi della
criminalità organizzata siciliana, si ritiene consenta di
individuare una quasi egemonia dei gruppi nisseni, tutti
verticisticamente ricondotti all'autorità di Piddu Madonia per
il tramite dei rispettivi capofamiglia delle zone d'origine
che ne condizionano l'agire, ben scompartimentati in
quest'area nel cui ambito operano in totale autonomia ed
indipendenza gli uni dagli altri; frazionamento
dell'organizzazione chè, ciò nonostante, non sminuisce il
potere intimidatorio esercitato verso l'esterno grazie alla
diffusa consapevolezza di doversi comunque confrontare con una
così potente presenza siciliana sul territorio.
Tale analisi della "criminalità nissena" in questa
provincia, consente anche una più agevole lettura dei rapporti
intercorrenti tra i suddetti gruppi. Rapporti fortemente
condizionati dalla realtà siciliana in continua evoluzione
nelle zone d'origine, ove gli accordi e le alleanze allacciate
tra quelle famiglie incidono e si ripercuotono sui gruppi
genovesi che ne rappresentano i "tronconi periferici".
Ecco, quindi, come gruppi minori quali quelli di Calvo,
dei Maurici e degli stessi Emmanuello, sebbene militarmente ed
economicamente meno influenti a nord rispetto al clan Fiandaca
- decisamente predominante sugli altri - riescano a convivere
tutti a pari livello in virtù di equilibri di forza e di
influenza evidenziati non qui al nord, ma bensì nell'ambito
della Cosa Nostra siciliana.
Nella provincia di Genova sono altri presenti a Chiavari
i fratelli Nucera, calabresi, il cui capofamiglia è già stato
condannato per il reato di associazione mafiosa, che si stanno
impadronendo del settore, tipico peraltro della 'ndrangheta,
degli appalti dei rifiuti urbani, estendendo tale attività a
molti comuni della riviera di levante vicini a Chiavari.
Sempre in Genova, sono altresì presenti i fratelli Saccà,
il cui capostipite Eugenio nella sua carriera criminale è
stato più volte avvicinato
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ai nomi del gotha della criminalità italiana. La zona
d'influenza della famiglia Sacca si estende fino alla Versilia
ove nell'intero territorio della provincia di Lucca sono stati
accertati e successivamente sequestrati consistenti beni
patrimoniali principalmente in possidenze immobiliari a
carattere turistico alberghiero.
Fortemente radicati nel ponente ligure fino alla città di
Ventimiglia sono numerosi gruppi di origine calabrese i quali,
come accertato in sede giudiziaria, estendono il loro
"braccio" nella confinante Francia interessando oltre la Costa
Azzurra anche i territori di Tolone e Marsiglia.
Tale presenza considerevole, in particolare nelle
provincie di Imperia e Savona, è da attribuire alla forte
immigrazione che fin dagli anni '60 ha visto interi nuclei
familiari scegliere questa regione per risolvere problemi di
lavoro, sfuggire a "faide" familiari o più semplicemente alla
giustizia, o dopo un iniziale periodo di soggiorno
obbligato.
Approfittando quindi della massiccia presenza nella
suddetta zona del ponente ligure di soggetti di origine
calabrese pienamente inseriti nella comunità del luogo e
dediti ad attività economiche legali, gli uomini delle 'ndrine
hanno trovato l' humus necessario per penetrare
capillarmente nella gestione delle attività illegali sul
territorio costituendo una sorta di zona franca lontana dalla
regione di origine ove più pressante era l'attività
investigativa svolta nei loro confronti.
Questa penetrazione è potuta avvenire in modo
praticamente incontrastato per più ordini di ragioni:
innanzitutto la struttura stessa della mafia calabrese
(comunemente denominata 'ndrangheta) ha reso possibile il
radicarsi delle varie cosche in modo assolutamente non
appariscente. Com'è noto la 'ndrangheta - a differenza della
mafia siciliana che trova la sua espressione fondamentale
nell'organizzazione denominata "Cosa Nostra" - non ha una
struttura verticistica ed un vertice ("Cupola") che tutto
dirige e regola sia pure con lotte sanguinarie al suo interno.
Al contrario la 'ndrangheta (denominata anche "Onorata
Società") e una struttura orizzontale formata da tante
organizzazioni sparse sul territorio e denominate "Locali". I
singoli locali possono collegarsi tra loro - e il più delle
volte ciò avviene - in un organismo superiore denominato
"Crimine" nel quale sono rappresentati tutti i "Locali" che ne
fanno parte; ma questo organismo è soltanto un organo di
collegamento tra le organizzazioni territoriali e non il
vertice dell'organizzazione.
Ovviamente l'autonomia tra le varie organizzazioni rende
più difficile il contrasto investigativo da parte delle forze
dell'ordine e dell'autorità giudiziaria e lo svelamento della
struttura associativa è spesso addirittura impossibile.
In secondo luogo il radicamento in Liguria della
'ndrangheta è avvenuto con forme e modalità tali da evitare
che l'attenzione delle forze di polizia venisse richiamata
sulle attività delle cosche. I fatti di sangue ascrivibili
alle cosche operanti nella zona sono numericamente limitati
(ove si consideri quanto è successo in Calabria); si sono
evitate contrapposizioni sanguinarie con le opposte
organizzazioni che tentavano di assumere il controllo della
attività criminali della zona (si veda quanto è avvenuto a
Sanremo dove l'insediamento di appartenenti
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alla Nuova Famiglia e il contemporaneo allontanamento
degli esponenti della 'ndrangheta dalle attività economiche
precedentemente controllate - per esempio i prestiti ad usura
nel Casino e fuori - è avvenuto in modo quasi indolore, forse
addirittura concordato).
Si pensi che, dopo iniziali coinvolgimenti in fatti
clamorosi, come i sequestri di persona, gli appartenenti alle
organizzazioni liguri hanno evitato accuratamente ogni
coinvolgimento in attività più lucrose ma più eclatanti sempre
nella logica indicata.
La terza ragione per la quale questa presenza è rimasta a
livello quasi sotterraneo è costituita dalla capacità che
queste organizzazioni hanno dovuto operare praticamente su un
duplice livello: quello illegale sottostante e uno legale di
copertura. Livello legale che veniva svolto con l'esercizio di
attività economiche svolte spesso con la compiacente
complicità delle amministrazioni locali i cui rappresentanti
elettivi chiedevano ed ottenevamo l'appoggio esplicito delle
organizzazioni criminali calabresi.
Le attività criminali alle quali si sono da decenni
dedicate queste organizzazioni sono quelle tipiche che la
'ndrangheta svolge nelle altre zone d'Italia: in passato, come
si è detto, i sequestri di persona. Questa attività delittuosa
solo raramente è stata compiuta in Liguria (che però
costituiva un'importantissima base operativa per i sequestri):
si ricordano soltanto i sequestri di Balboni Marco e Marzocco
Claudio certamente riconducibili alle organizzazioni criminali
di origine calabrese.
Da sempre invece costituiscono oggetto attività di queste
organizzazioni le estorsioni, le rapine, il traffico di armi,
i fatti di violenza alle persone e alle cose, il riciclaggio
e, soprattutto, il traffico di sostanze stupefacenti.
Il traffico di sostanze stupefacenti, qui come altrove, è
divenuto da 10-15 anni a questa parte, la principale tra le
attività svolte dagli affiliati all'Onorata Società: dalla
Liguria ed in particolare da Ventìmiglia passano alcuni dei
principali canali di rifornimento della cocaina e
dell' hascish verso l'Italia con provenienza dalla Spagna
e dall'Olanda. L'eroina proviene principalmente da Milano ma
nella provincia di Imperia operano alcuni dei principali
trafficanti italiani di questa sostanza.
In questo panorama di radicata presenza della criminalità
organizzata di provenienza calabrese la città di Ventimiglia
ha assunto una posizione di fondamentale importanza sia per la
diffusa presenza di affiliati, sia per la presenza degli
esponenti di maggior prestigio dell'Onorata Società sia per
evidenti ragioni geografiche: ciò ha avuto come conseguenza
che il "locale" di Ventimiglia sia divenuto il più importante
dell'intera regione tanto da essere denominato "Camera di
controllo" inteso come una sorta di apparato regolatore per i
"locali" della Liguria e da "Camera di transito" per la
Francia ove nella zona della Costa Azzurra sono presenti
diversi "locali".
In questo ambito il locale di Ventimiglia ha assunto per
la Liguria e per tutta l'Italia settentrionale la delicata
funzione di regolatore per i rapporti con la "famiglia"
affiliata trasferitasi in
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Francia dove continuano ad operare come basi per attività
criminali e rifugio per i latitanti.
Sempre nel Ponente Ligure sono presenti consistenti
insediamenti di famiglie campane, legate alla criminalità
organizzata dei paesi di origine, giunte nella regione a
seguito di un fenomeno migratorio iniziato già negli anni
'50.
La crescita socio-economica, connessa allo sviluppo delle
attività prevalentemente del terziario, se da un lato ha
consentito l'inserimento di queste famiglie nel tessuto
sociale d'altro canto ha indirizzato le attività illecite in
particolari ambiti quali, il contrabbando di tabacchi lavorati
esteri (favorito questo specifico settore dalla particolare
conformazione costiera ligure), il traffico di stupefacenti,
il giuoco clandestino, l'intermediazione finanziaria passiva
ed il riciclaggio.
In questa zona della Liguria, come precedentemente
citato, la camorra ha posto la sua attenzione orientata in tal
senso dalla vicinanza geografica dei casinò di Sanremo e
Mentone.
Nella zona di Imperia, sul finire degli anni '80, nel
quadro di una chiara strategia criminale, il controllo delle
estorsioni, dell'usura e del traffico di stupefacenti è
passato dai gruppi calabresi a quelli campani, senza
ripercussioni sui già consolidati equilibri del crimine.
Proprio in riferimento alla situazione creatasi a seguito
dell'interessamento della malavita italiana intorno alle case
da gioco è nato l'interesse delle Autorità Francesi che hanno
accertato legami della criminalità locale del sud della
Francia con gruppi criminali operanti in Liguria e con
ramificazioni che giungono fino a Parigi, in Belgio e nel sud
della Germania.
Quando si parla di camorra in Liguria ed in particolare
nella riviera di Ponente il riferimento deve andare al clan di
Giovanni Tagliamento e del fratellastro Antonio Alberino.
Operante da anni nella zona questa famiglia ha avuto
contatti con tutti i più rappresentativi clan della camorra
fino al noto Michele Zaza di cui costituiva uno dei bracci
operativi piu attivi.
Oggetto di attività investigative da parte anche di
polizie europee il clan Tagliamento tra il 1993 ed il 1994 si
può definire essere stato ampiamente identificato e
disarticolato tanto che a seguito dell'intensa attività
giudiziaria vede i suoi principali soggetti, poco più di una
decina, ristretti nelle carceri italiane ed alcuni di essi
attivi allo stato come collaboratori di giustizia.
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