| La Commissione prosegue l'esame delle abbinate proposte di
legge.
Paolo BAMPO, presidente, ricorda che l'esame
preliminare, iniziato il 25 maggio scorso, è proseguito il
successivo 21 giugno.
Francesca CHIAVACCI (gruppo progressisti-federativo)
ritiene che il dibattito sulla riforma della legge attualmente
vigente in materia, la n. 772 del 1972, abbia evidenziato una
sostanziale convergenza sul riconoscimento del diritto
soggettivo del cittadino all'obiezione. Questo elemento,
ancorché i comportamenti dei gruppi non siano sempre
conseguenti, la convince della possibilità di giungere ad una
positiva conclusione dell' iter, sempre che la
Commissione possa proseguire speditamente i propri lavori.
Proprio per favorire questo obiettivo, invita la
presidenza a fissare il termine per la conclusione dell'esame
preliminare e la presentazione degli emendamenti, che il suo
gruppo ha comunque deciso di non presentare al testo trasmesso
dal Senato. In tal senso non vede neppure alcuna necessità di
costituire un Comitato ristretto, dato che sostanzialmente la
Commissione può adottare quale testo base il provvedimento
licenziato dal Senato.
Passando al merito, sottolinea come la mancata riforma
della legge n. 772 indurrebbe la prosecuzione di fenomeni
abnormi quali lo spreco delle risorse umane e l'attuale
eccesso di esuberi. Si tratta di fenomeni denunciati da
numerose interrogazioni, con riferimento alla gestione della
normativa vigente attuata dal Ministero della difesa ed in
particolare dalla direzione generale della leva. Senza la
riforma si finirebbe per impedire la razionalizzazione di una
situazione che interessa trentamila giovani l'anno, nonché
migliaia di enti ed associazioni del volontariato.
Una delle critiche mosse al provvedimento è poi quella
secondo cui esso non terrebbe conto della necessità di una
preventiva definizione del problema della leva. A suo avviso
le cose non starebbero affatto così: occorre anzi porre
attenzione a non scaricare sull'obiezione le molte incertezze
sul futuro della leva che oggi dividono le forze politiche.
Ritiene pertanto che molte delle critiche che vengono
mosse dal provvedimento in esame non siano fondate
sull'articolato ma rivelino in realtà motivazioni recondite.
Tra queste l'accusa che l'obiezione costituirebbe un elemento
di scardinamento delle Forze armate. Si tratta di un'accusa
infondata: la nuova legge non crea ex novo un fenomeno,
ma tenta invece di razionalizzare l'esistente, anche alla
stregua di molte sentenze della Corte costituzionale, in base
alle quali non è più in questione la insindacabilità del
diritto soggettivo, ma solo l'individuazione degli spazi da
offrire a tale diritto e le relative modalità di esercizio.
Altre critiche si appuntano invece sugli abusi compiuti da
presunti obiettori che approfitterebbero della legge per non
svolgere per intero il loro dovere. Ma il suo gruppo non
intende certo favorire chicchessia: se dunque vi sono
obiettori di comodo, è compito del parlamentare che ne venga a
conoscenza di segnalare i relativi casi, valendosi degli
appositi strumenti regolamentari. Ma è anche dovere dei
parlamentari non penalizzare i veri obiettori bloccando
l' iter di una legge certamente necessaria.
Si tratta in sostanza di dare una risposta legislativa
alle tante situazioni di fatto che si registrano giornalmente,
tanto più
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in assenza della concreta definizione del servizio militare
non armato. Un'esigenza, questa, che va prendendo sempre più
piede, come si evince anche dal fatto che perfino un esponente
di Alleanza nazionale, Alemanno, ha di recente affermato che
il suo partito deve cambiare le sue posizioni in materia di
riforma dell'obiezione di coscienza, con particolare
riferimento al servizio civile sostitutivo.
Martino DORIGO (gruppo misto) si richiama alle
dichiarazioni che il ministro della difesa ha reso proprio a
questa Commissione tempo addietro, secondo le quali la
posizione parlamentare favorevole all'obiezione di coscienza
costituirebbe in sostanza l'affermazione di un principio di
libera scelta da parte del cittadino, tale da contrastare con
il precetto costituzionale di difesa della Patria. Si
rammarica al riguardo che vengano usati simili espedienti
dialettici al solo fine di evitare un approfondito confronto
di merito.
Un primo problema è quello della scelta tra il
mantenimento di un esercito di leva e il passaggio
all'esercito professionale. A suo avviso, le critiche
provenienti dai fautori dell'esercito professionale sono più
comprensibili di quelle dei sostenitori della coscrizione
obbligatoria.
Per parte sua, essendo un difensore del servizio di leva -
convinto come è che la difesa della Patria, del territorio,
dell'insieme dei propri valori costituisca non solo un dovere
ma anche un diritto dei cittadini - ritiene che il servizio
militare non possa diventare appannaggio esclusivo di un
esercito professionale. La sua contrarietà a quest'ultima
scelta non deriva da ragioni ideologiche, ma da concrete
riserve sull'efficienza di una simile scelta nonché dal fatto
che essa esuli dalla stessa cornice programmatica del nuovo
modello nazionale di difesa, che ammette soltanto l'esistenza
di aliquote di professionisti nel contesto di un esercito di
leva.
Venendo all'articolato, non può non constatare che il
provvedimento in esame sia più restrittivo rispetto alla
situazione di fatto che si è determinata dopo le cinque
sentenze della Corte costituzionale, dato che introduce una
serie di limitazioni superiori a quelle esistenti. Questa
constatazione lo induce a ritenere che la contrarietà alla
riforma sia di carattere prevalentemente ideologico.
Qualora invece si intenda partecipare al dibattito con
spirito costruttivo, allora si possono anche trovare le
soluzioni tecnicamente più idonee: ad esempio è abbastanza
propenso a ritenere che, se si vuole mantenere il servizio di
leva, occorra garantire un minimo di durata del servizio
stesso, ad esempio per dieci mesi. Ma a questa disponibilità
non può far riscontro l'intransigenza di chi pretende che nel
frattempo non vi siano riduzioni del contingente di leva,
mantenendone inalterata l'attuale consistenza, di ben 150 mila
unità, raggiunta arruolando anche i giovani meno dotati o
affatto inidonei.
Né si può contestare la riforma adducendo l'esistenza di
abusi. A prescindere dalla sua convinzione che tale fenomeno
non sia così diffuso, trova specioso che tale critica sia
mossa da chi non si accorge che esiste anche un servizio
militare di comodo, quello espletato dai figli dei potenti.
In realtà il problema è un altro: non già quello di
impedire l'obiezione di coscienza, impossibile dopo le
sentenze della Corte costituzionale; e neppure quello di
sindacare la genuinità delle vocazioni, impossibile in linea
di fatto; ma quello di regolare l'esercizio di un diritto
ormai riconosciuto dalla coscienza civile del Paese.
Non condivide quindi la ragione delle critiche mosse alla
norma, secondo cui devono svolgere servizio civile anche i
giovani in esubero, dato che essi possono svolgere molte
funzioni di pubblica utilità; e neppure le critiche rivolte
alla norma che prevede l'utilizzo di obiettori nell'ambito
delle missioni internazionali cui partecipi il nostro Paese.
Infatti, se si fa la scelta di partecipare a tali missioni,
allora è giusto ricorrere all'impiego sia di reparti militari
sia di aliquote di personale civile che deliberatamente abbia
espresso tale intendimento. La presenza di civili sarebbe
infatti fondamentale per evitare che le missioni di pace si
riducano a mera esibizione
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muscolare o ricadano in limiti e carenze che il più
recente ricorso al Peace-Keeping, per esempio in
Somalia, ha chiaramente evidenziato.
Invita pertanto la Commissione ad adoperarsi, con un
dibattito franco e costruttivo, affinché nei tempi più
solleciti si possa approvare una riforma che suscita tante e
legittime aspettative sociali.
La Commissione rinvia quindi ad altra sede il seguito del
dibattito.
La seduta termina alle 22,30.
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