| ANTONELLO SORO. Signor Presidente, ricordo i termini del
dibattito che svolgemmo in quest'aula circa un anno fa, in
occasione dell'esame del conto consuntivo per il 1993 e
delle disposizioni per l'assestamento del bilancio dello
Stato per l'anno 1994. I giudizi, le attese, le stime
avevano, in quella circostanza, toni e accenti forse più
aspri rispetto a quelli apparsi in questa prima fase di
discussione ma, sostanzialmente, giocati sugli stessi
dati, sulla stessa tendenza alla decodificazione di alcune
cifre, assumendo le variazioni in esame come indicatori di
grandi tendenze politiche.
La lettura degli atti oggi in esame mi ha dato la
sensazione che una valutazione estesa all'intero 1994
abbia sostanzialmente modificato alcune presunzioni ed
alcune certezze. Concordo con l'onorevole Valensise
sulla necessità di richiamare, nell'esercizio critico del
controllo sulla gestione del bilancio dello Stato un
periodo di tempo esteso; e credo sarebbe auspicabile, da
parte di tutti che il giudizio vero sulla corretta
gestione del bilancio dello Stato da parte del Governo e
della pubblica amministrazione tenesse conto di un arco
temporale coincidente con la legislatura. Ma,
naturalmente, noi abbiamo oggi la necessità di compiere un
atto di controllo doveroso che tuttavia rappresenta, nel
contempo, un'occasione per un giudizio consapevole su
quanto si è verificato nel 1994, al fine di valutare la
coerenza delle contabilità dello Stato e, più
concretamente, dei comportamenti della pubblica
amministrazione e del Governo rispetto agli indirizzi che
il legislativo aveva dato, su proposta dell'esecutivo, in
materia di gestione del bilancio.
Sinceramente non mi appassiono al conflitto fra i
detrattori del Governo che ha preceduto l'attuale, basato
su una oscillazione percentuale, centesimale, di qualche
indicatore di bilancio, così come credo sia fuori luogo un
comportamento contrario. Ritengo che dovremmo compiere uno
sforzo di lettura del conto consuntivo per cogliere
davvero - al di là di tutte le cifre che sono state
richiamate - la coerenza rispetto alle indicazioni che il
Parlamento aveva dato all'approvazione del bilancio di
previsione.
Concordo con quanti hanno sostenuto come l'esercizio del
controllo sia fortemente condizionato, limitato
dall'indisponibilità di un'intera serie di presidi che
potrebbero rendere il parlamentare consapevole
nell'esercizio del controllo stesso e, insieme, dai tempi
che di solito accompagnano l'esame del conto consuntivo.
Esiste una divaricazione profonda tra la posizione che il
conto consuntivo occupa nell'ordinamento ed il peso che la
politica assegna all'esame dello stesso, riducendolo
spesso ad una passerella di numeri e di cifre aride, prive
di corrispondenza reale rispetto agli atti di
amministrazione e di governo.
Io credo invece si debba cercare questa coerenza del
complesso degli atti di governo, del funzionamento della
pubblica amministrazione rispetto agli indirizzi programmatici
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che l'esecutivo che ha svolto la sua attività nel 1994 -
trattandosi di un consuntivo riferito a quell'anno - ha
registrato e comprendere dalle cifre, dalla variazione
condizionata dei flussi monetari e dalla tempesta che ha
accompagnato l'andamento della finanza europea ed italiana
in quell'anno quanto il risanamento economico, che
rappresentava un obiettivo comune del Parlamento e del
Governo, sia stato perseguito.
Richiamo la relazione dell'onorevole Di Rosa per dire che
non entrerò nei singoli dettagli e che mi fermerò ad una
valutazione generale, depurandola da tutte le variabili
indotte sul nostro bilancio dal complesso meccanismo
monetario.
Faccio una sola considerazione: nel 1994 si disse che
erano cresciuti in misura ragguardevole i residui passivi
e cioè che era cresciuto il divario tra le risorse
stanziate, quelle impegnate e, ancora di più, quelle
spese. Si tratta, evidentemente, di un fatto non nuovo,
che ha origini lontane nel tempo, di questa nostra
democrazia repubblicana e della nostra consuetudine
parlamentare, da un lato, di procedere all'accantonamento
di grandi risorse per leggi di un certo futuro e
dall'altro, di gonfiare le poste di investimento che in
qualche misura si ritengono possibili, ma che poi non si
utilizzano concretamente. Ritengo si tratti della spia più
severa e rigorosa della inefficienza della pubblica
amministrazione nella sua accezione più ampia.
Nel 1994 i nuovi residui sono stati pari a 91 mila
miliardi e la gestione di cassa ha fatto registrare una
capacità di spesa pari a poco più del 66 per cento
rispetto alla previsione definitiva. Io credo che qui
risieda uno degli aspetti più importani rispetto al quale
valutare la coerenza degli atti amministrativi e di
governo in relazione alle indicazioni date: la ridotta
capacità di utilizzare gli stanziamenti destinati agli
investimenti ha prodotto, infatti, effetti pesanti
sull'economia del nostro paese. Al di là delle cifre una
cosa è certa: nel 1994 è continuato il processo di
decremento del flusso degli investimenti pubblici nella
nostra economia, che è sceso ancora più pesantemente nelle
aree nelle quali il bisogno
di crescita dell'economia era più acuto creando una
condizione per effetto della quale se l'obiettivo era
quello dello sviluppo economico come condizione per il
rilancio dell'economia del nostro paese, tale caduta degli
investimenti pubblici ha inciso negativamente, molto
negativamente, sulla possibilità di una crescita vera
della ricchezza del nostro paese e, soprattutto, delle
aree che più si attardano nella fase di aggiornamento del
proprio sistema produttivo.
Il documento di programmazione economico-finanziaria, al
di là delle finzioni, indica tra le condizioni essenziali
per raggiungere nel 1996 l'obiettivo di un tasso di
crescita pari al 3 per cento - condizione che secondo i
parametri macroeconomici comporta la stabilità del tasso
di occupazione -, quindi un obiettivo che non consentirà
un consistente rilancio dell'occupazione in un paese in
gran parte investito dal dramma della disoccupazione, una
crescita complessiva degli investimenti pubblici e privati
pari al 6 per cento. Se partiamo dalla considerazione che
gli investimenti pubblici nel 1994 hanno registrato un
saldo decisamente negativo in ragione della incapacità di
spendere le pur scarse risorse, ritenute indispensabili
per realizzare determinati investimenti, comprendiamo che
i residui passivi, in special modo quelli concernenti gli
investimenti, rappresentano un indice del fallimento
rispetto all'obiettivo che il Parlamento si è dato di
insistere sulla strada del risanamento economico al fine
di favorire la ripresa dello sviluppo e dell'occupazione.
Infatti, non vi possono essere sviluppo e occupazione se
non vi sono investimenti e non ci saranno investimenti se
la macchina complessiva della pubblica amministrazione del
paese non compirà un salto di qualità. Si deve quindi
tradurre la contabilità astratta in una politica concreta
di rilancio della nostra economia attraverso gli
investimenti nelle regioni e nelle aree in cui è più
necessario.
Non mi appassiona il confronto tra i dati riferibili
all'assestamento 1995 e quelli concernenti il consuntivo
1994. L'entità del problema è tale da non consentire
recuperi nelle oscillazioni di un semestre; una soluzione
va ricercata invece nelle più generali
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tendenze di politica economica del paese negli ultimi
anni. E' rispetto a tali dati che va fondata in modo
consapevole un'impostazione del bilancio di previsione per
il 1996 che, lo ripeto, deve essere collegato alle
aspettative più vere del paese.
Se è vero che lo sviluppo nazionale è in qualche misura
condizionato dalla capacità della nostra pubblica
amministrazione di diventare efficiente, dobbiamo avere
anche la consapevolezza che lo sviluppo non è un dato
astratto. Ad esso è collegata l'aspettativa di una parte
importante degli italiani che non lavora e che vede nello
sviluppo un'opportunità, ancorché non immediata, per
risolvere il dramma dell'occupazione. Questo infatti è un
vero problema di democrazia nel paese. La questione della
democrazia in molte regioni d'Italia è collegata e
strettamente intrecciata con le opportunità che vengono
offerte ad una generazione di trentenni che non ha mai
lavorato e che non vede nemmeno avvicinarsi la prospettiva
di poter lavorare.
Il giudizio sul rendiconto dello Stato quindi non deve
muovere da valutazioni astratte, bensì da considerazioni
concrete e da queste si deve partire al momento di
predisporre il bilancio di previsione per il 1996. Gli
orizzonti del nostro lavoro non possono non inglobare il
futuro del nostro sistema istituzionale. Tutti infatti
hanno giudicato impensabile una corretta esplicazione
delle aspettative implicite nei bilanci e nelle leggi
dello Stato in assenza di un sistema governabile e
stabile. Quindi la ripresa complessiva del paese si gioca
tutta intorno alla nostra capacità di porre nel restante
scorcio di legislatura le condizioni che rendano compiuto
il disegno democratico nella prossima.
Credo che tutti dovremmo avvertire che questa è la vera
posta in gioco! Dovremmo avere, inoltre, un supplemento di
fiducia nelle nostre capacità di essere responsabili del
mandato che abbiamo ricevuto affinché la fine della XII
legislatura - ancorché anticipata rispetto alla sua
scadenza ordinaria - possa essere impiegata per costruire
le condizioni che nella prossima legislatura potranno
consentire che il regime della democrazia compiuta e della
alternanza nei
ruoli di governo, di controllo e di opposizione, possa
giocarsi correttamente. Per il raggiungimento di tale
obiettivo, occorre davvero un atto di grande
responsabilità da parte di tutti noi (Applausi dei
deputati del gruppo del partito popolare italiano).
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