| DOMENICO NANIA, Relatore di minoranza. Signor
Presidente, onorevoli colleghi, il dibattito svoltosi
sulla proposta di legge costituzionale Bassanini ed altri
dal nostro punto di vista non ha apportato elementi di
novità alla sostanza del problema ed alla ragione per la
quale l'Assemblea ha dovuto esaminarla sotto l'incalzare
di una richiesta provenuta sostanzialmente dall'area del
centro-sinistra.
Ad avviso del gruppo di alleanza nazionale, si sta
affrontando questo dibattito ragionando sulla base di un
vizio di fondo, quello della cultura del sospetto.
Iniziamo a fare i primi passi verso la costruzione di una
seconda o di una nuova Repubblica (o del secondo ciclo
della prima Repubblica come ama dire la sinistra; o della
seconda fase della prima Repubblica come amano dire i
popolari), verso una nuova realtà politica-istituzionale,
spinti proprio da una cultura del sospetto che, invece,
non dovrebbe appartenerci.
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Ed e proprio la cultura del sospetto che motiva ed ispira
la proposta di legge costituzionale Bassanini ed altri,
essendo costruita sull'assunto che bisogna avere paura di
qualcosa, che bisogna stare attenti e spaventarsi perché,
ad esempio, se le forze del centro-destra vincessero le
elezioni, chissà quali rischi correrebbero l'Italia e la
democrazia! Non dovrebbe essere certamente questa
l'ispirazione di un progetto di riforma costituzionale ed
istituzionale; anzi, ad ispirare un progetto di riforma,
dovrebbe essere la voglia di rispondere all'ansia di
rinnovamento presente non solo in alcune forze politiche,
ma anche, e fortemente, in tutta la società civile. E' ben
noto, infatti, che da tutti i sondaggi svolti da quindici
anni a questa parte è emerso che l'opinione pubblica
preferisce un modello di repubblica presidenziale a quello
di tipo parlamentare. L'opinione pubblica ha infatti
dimostrato in materia un atteggiamento non ondeggiante ma
costante; tant'è che generalmente si calcola che circa il
70 per cento degli italiani sia favorevole ad una svolta
di tipo presidenzialista.
A nostro avviso deve essere allontanata questa cultura del
sospetto, che spinge addirittura il centro-sinistra a
presentare una proposta di legge costituzionale che
sostanzialmente eleva a due terzi dei componenti le Camere
il quorum occorrente per l'approvazione di progetti
di riforma della Costituzione. A giudizio di alleanza
nazionale occorre addentrarsi in questo campo delicato
muovendo dalla cultura della fiducia e della serenità,
dalla consapevolezza che si approntano progetti di riforma
della Carta costituzionale spinti soltanto dalla voglia di
assicurare efficienza alle istituzioni, di consentire un
avvicinamento di queste ai cittadini anziché un loro
allontanamento, di favorire un processo di partecipazione
alla politica dalla quale lentamente i cittadini hanno
preso le distanze a causa di una classe politica che ha
curato più la disaffezione che l'avvicinamento.
Che si tratti di un'operazione politica e non
istituzionale condotta dal centro-sinistra emerge da una
circostanza che, se rapportata all'atteggiamento tenuto in
riferimento alla proposta di modifica costituzionale, la
dice lunga sulla ragione per la quale ci troviamo
dinnanzi ad una operazione politica non condivisibile,
addirittura di natura propagandistica.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, mentre da una parte
si sostiene con forza (è enunciato nella relazione che
accompagna la proposta di legge costituzionale Bassanini)
che l'emergenza che oggi porta ad intervenire velocemente
con una siffatta proposta di legge, nella quale sono
raccolte le istanze di garanzia più che quelle di
cambiamento, dipende dal fatto che in una contesa
elettorale con sistema maggioritario una forza o un polo
politico da solo, pur con una minoranza di voti nel paese,
può ottenere la maggioranza dei seggi che occorre per
cambiare a proprio piacimento le istituzioni, dall'altra,
in merito ad un'altra riforma, quella elettorale, gli
stessi esponenti affermano (ad esempio lo ha fatto più
volte Bassanini) che tale riforma è necessaria perché vi è
il rischio che il risultato elettorale non comporti altro
che la fotocopia dell'attuale assetto parlamentare.
Da un lato, dunque, si invoca una modifica costituzionale
paventando - lo si scrive - che da qui a poco una forza
politica da sola ottenga i due terzi dei seggi
parlamentari, quindi realizzi la riforma costituzionale
che desidera, dall'altro gli stessi personaggi sostengono
che è opportuna la riforma elettorale perché votando
subito e con l'attuale sistema si corre il rischio che il
risultato politico sia identico a quello presente, che
registra una sostanziale parità tra le forze politiche.
Se la riforma costituzionale non fosse stata dettata
dall'emergenza, evidentemente la posizione assunta avrebbe
un senso. La verità è che ci si comporta come con la gomma
americana: la si tira dalla parte che conviene. Circa il
problema della riforma costituzionale conviene affermare
che una forza parlamentare vincendo potrebbe da sola
ottenere la maggioranza che serve per modificare la
Costituzione a proprio piacimento; si invoca, poi, la
riforma elettorale rilevando che potrebbe verificarsi una
situazione di stallo, per cui dopo il ricorso alle urne
potrebbe esservi la stessa condizione
politico-parlamentare antecedente alle elezioni.
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Ad avviso di alleanza nazionale questo ragionamento
dimostra che si accede al tema con un atteggiamento di
tipo politico-propagandistico e non con l'approccio che
occorre, che deriva dalla necessità di riscrivere, di
rifondare, di ridiscutere l'assetto costituzionale
complessivo.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, richiamo
l'attenzione su tale aspetto perché la legge elettorale in
vigore da sola non può consentire ad una forza politica di
ottenere i due terzi dei seggi. Dico questo perché
soprattutto al Senato, in base al meccanismo dello
scorporo totale, una forza politica, o comunque il polo
perdente, il 25 per cento dei seggi li ha assicurati,
giacché, se gli altri dovessero vincere a tutto campo, ai
perdenti andrebbe sicuramente il 25 per cento dei seggi.
Poiché sappiamo benissimo che ci troviamo in una
condizione nella quale non è sostenibile un'ipotesi del
genere, è evidente che la legge elettorale in vigore, che
assegna la quota proporzionale mediante il meccanismo
dello scorporo (soprattutto quello dello scorporo totale),
non consentirebbe mai ad una forza politica di ottenere da
sola i due terzi dei seggi. Pertanto la cultura del
sospetto e tutto ciò che conduce alla necessità di una
siffatta riforma è strumentale; si tratta di un
ragionamento di tipo politico fondato sulla convenienza
piuttosto che su riflessioni autenticamente, genuinamente,
spontaneamente politico-costituzionali.
La seconda riflessione che intendo svolgere è che il
Parlamento non può non affrontare il problema della
sovranità, che è stato scarsamente ripreso dagli
interventi svolti dai colleghi del centro-sinistra;
addirittura ho notato che tale questione veniva guardata
con notevole sospetto, per esempio da parte del professore
Elia. L'onorevole Elia ritiene che ci troviamo di fronte
ad un'opinione pubblica, ad un corpo elettorale in stato
di permanente minorità; un corpo elettorale capace di
intendere e di volere, ma non su alcune tematiche. Ciò che
ispira il ragionamento dei sostenitori del centro-sinistra
è che il corpo elettorale non sia in grado su alcune
questioni fondamentali e importanti di dire l'ultima
parola; quindi, proprio per questo motivo tali forze
politiche guardano
con sospetto a quella che definiscono la deriva
plebiscitaria.
Va osservato che l'articolo 138 è sostanzialmente
suddiviso in due parti: la prima disciplina le procedure
aggravate e ripetute necessarie per operare una modifica
costituzionale. Nella seconda parte, invece, si collega il
procedimento di modifica costituzionale al tema della
sovranità. A mio giudizio è importante - sottopongo la
questione anche all'attenzione del relatore per la
maggioranza - aver chiaro l'assetto dell'articolo 138 così
com'è, rendendosi conto che dal punto di vista strutturale
(su tale aspetto il signor ministro può dirci molto) tale
parte dell'articolo 138 realizza un equilibrio tra il
procedimento di modifica e la sovranità popolare. Mentre
nella prima parte, dunque, si vuole istaurare una
determinata procedura nell'ambito di una Costituzione
rigida e formale come la nostra, nella seconda parte
dell'articolo 138 si mette in relazione il corpo
elettorale con la procedura di modifica stessa. Si pone
cioè in rapporto la sovranità popolare e il cambiamento
costituzionale, la titolarità del quale è affidata
esclusivamente al Parlamento; tuttavia vi è un inserimento
del corpo elettorale nel processo costituente seppure
sotto la formula impropria dell'abrogazione. Questo
passaggio sembra a noi di alleanza nazionale decisivo,
perché i costituenti, nel porre in essere l'articolo 138,
si sono posti il problema di stabilire a chi affidare il
compito di cambiare le regole. Essi, cioè, si sono posti
il problema se nel tempo, dopo venti o trent'anni di
funzionamento della Carta costituzionale, con il
cambiamento degli assetti, degli equilibri, del clima
politico, una parte politica o le forze di Governo
potessero ritenere in qualche modo di porre mano
all'adeguamento costituzionale. Di fronte al problema di
stabilire a chi affidare il compito di iniziare il
procedimento costituente, la responsabilità di dare il
primo colpo, l' input del cambiamento costituzionale,
i costituenti hanno scelto di affidarlo al Parlamento.
Qual è la differenza di fondo tra una legge costituzionale
o di modifica costituzionale, onorevoli colleghi, e una
legge ordinaria? La differenza è che su quest'ultima è
consentito al corpo elettorale, raccogliendo 50 mila
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firme, di presentare una petizione alle Camere. Su una
legge ordinaria, cioè, 50 mila elettori possono
raccogliere le firme e proporre, per esempio - proposta
che piace molto all'onorevole Calderisi -, l'abolizione
della caccia.
In materia di legge ordinaria, dunque, 50 mila persone
possono raccogliere le firme ed avanzare una proposta. I
nostri costituenti, richiamandosi non si sa a quale
concetto di democrazia - ma non è questo il punto - non
hanno consentito invece agli elettori di raccogliere le
firme per avanzare una proposta di modifica della
Costituzione. Se 50 mila elettori volessero proporre una
legge con la quale introdurre la Repubblica presidenziale,
ciò non sarebbe possibile. Tuttavia - questo è il punto -
i costituenti, nel momento in cui toglievano al corpo
elettorale la possibilità di dare avvio al procedimento di
riforma costituzionale, attribuendola esclusivamente alle
Camere (soltanto i parlamentari, infatti, possono dare
inizio a tale procedimento), si rendevano conto che il
corpo elettorale doveva comunque fare ingresso nel
processo in questione e lo hanno consentito, in assenza di
una maggioranza dei due terzi, sotto forma di
referendum.
La seconda parte dell'articolo 138, quindi, miscela in un
equilibrio sapiente, con un sistema proporzionale,
l'ingresso del corpo elettorale nel processo costituente,
consentendo ai cittadini, attraverso la raccolta di almeno
500 mila firme, di attivare i meccanismi del referendum
sospensivo-confermativo.
Orbene, questo è il congegno dell'articolo 138, la cui
seconda parte bilancia l'ingresso del corpo elettorale nel
processo costituente. Si può scardinare questo meccanismo?
Si può impedirne il funzionamento? E' possibile farlo,
senza violare un principio fondamentale della
Costituzione, quello di cui all'articolo 1, ossia il
principio che la sovranità appartiene al popolo, secondo
il quale la forma di esercizio della sovranità non può mai
metterne in discussione la titolarità? Si può fare ciò
impunemente? Questa riforma dell'articolo 138 non è forse
anticostituzionale nel momento in cui impedisce al corpo
elettorale di attivare il procedimento di revisione
costituzionale quando un terzo dei
parlamentari esercita il diritto di veto? In questo sta
la violazione di una regola fondamentale della
democrazia.
Perché l'articolo 138, nell'attuale formulazione, pur non
realizzando una forma di democrazia matura, non viola in
maniera penetrante il principio dell'ingresso del corpo
elettorale nel processo costituente? Perché questo viene
impedito da una maggioranza di due terzi dei parlamentari;
cioè, in presenza di un sistema proporzionale, qualora una
proposta di modifica in Parlamento passi con il voto dei
due terzi dei deputati e dei senatori, vi è una
presunzione assoluta di concordanza con l'opinione degli
elettori. Pertanto, con il meccanismo attuale, che si
ispira ad un modello elettorale proporzionale, si presume
che se i due terzi dei deputati e dei senatori votano a
favore di una proposta di modifica costituzionale, anche
il popolo italiano dovrebbe essere d'accordo. Quindi, non
si prevede l'ingresso del corpo elettorale in questo
processo solo in presenza di una maggioranza ampia di
parlamentari fino al punto da raggiungere i due terzi dei
componenti l'Assemblea.
Con la proposta di legge costituzionale Bassanini ed
altri, nel momento in cui si stabilisce che una proposta
di modifica costituzionale per passare deve essere votata
dai due terzi dei parlamentari si afferma, in un certo
senso, una sorta di "dittatura" dell'altro terzo dei
deputati e dei senatori; è come dire, cioè, che un terzo
dei parlamentari può sempre impedire che una proposta di
modifica costituzionale passi, esercitando il proprio
diritto di veto. Ed è come dire che un terzo dei
parlamentari impedisce al corpo elettorale di entrare nel
processo costituente.
Pertanto, laddove con l'articolo 138 della Costituzione in
vigore era il voto dei due terzi dei parlamentari ad
impedire al corpo elettorale di fare ingresso nel processo
costituente, con la proposta di legge Bassanini ed altri
un terzo dei parlamentari può tenere fuori non solo le
forze politiche dalla voglia di cambiare, ma anche il
corpo elettorale da qualunque possibilità di interferenza
nel processo costituente.
Ed è qui il vulnus alla democrazia! Infatti, un
terzo dei parlamentari - raccogliticcio,
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raggiunto mettendo insieme sinistra e non si sa chi
altri, un po' di federalisti, un po' di rifondazione, un
po' di PDS - può impedire a quel 60-65 per cento di
parlamentari che in qualche modo vogliono modificare la
Costituzione di poterlo fare. E mentre in una democrazia
normale, occidentale, europea, a correggere le follie e le
pazzie di un Parlamento che perde il senno interviene la
sovranità popolare - come è previsto nell'attuale articolo
138 della nostra Costituzione - con la proposta Bassanini
questo non si può verificare.
Pertanto, le bizze, le follie, gli umori di un terzo dei
parlamentari possono impedire qualunque processo di
riforma, mentre il corpo elettorale non può mai
intervenire, non può mai dire come la pensa. E' solo un
terzo dei parlamentari che può decidere se la proposta di
modifica costituzionale, avanzata dagli altri due terzi
dei parlamentari vada bene o meno, ma il corpo elettorale
no!
Che democrazia è mai questa? Quale cultura della maturità,
quale "paese normale" ci viene suggerito dall'onorevole
D'Alema?
Stiamo attenti, perché ciò che si sta facendo porterà di
fatto molto probabilmente allo "sbrego" costituzionale!
Non si possono tenere fuori i cittadini dal processo
costituente, di fronte alla voglia di cambiare o quando le
condizioni politiche stesse richiedono un cambiamento! Del
resto, non credo che occorra ricordare che il nostro
assetto costituzionale è stato pensato e giustamente -
oserei dire - realizzato dietro il complesso del
bonapartismo, dopo la paura dell'"istituto duce", dopo che
si paventava un possibile ritorno di una dittatura, nel
contesto della divisione in blocchi tra occidente ed
oriente, in un processo di pacificazione nazionale che di
fatto non esisteva. Oggi ci troviamo in una realtà
completamente diversa, che si è lasciata dietro le spalle
tanti avvenimenti, che ha visto forze politiche prima
ispirarsi a modelli totalitari ed oggi avvicinarsi al
processo democratico; basti pensare all'avvicinamento
culturale ed ideologico a tale processo da parte di
partiti quali quello comunista, che prima si ispirava a
modelli totalitari. E che dire anche di alleanza nazionale
che sicuramente coltivava molti filoni autoritari
all'interno del proprio DNA, ma
che nel quadro politico nuovo che si è venuto
determinando oggi rappresenta un elemento di stabilità?
Non c'è dubbio: è un partito d'ordine, ma ad ispirazione
fortemente moderata!
In questo contesto dobbiamo favorire l'affinamento
istituzionale oppure dobbiamo alzare muri che impediscono
di andare verso un bipolarismo maturo lasciando le cose
come stanno? Nella precedente legislatura questo problema
si pose. Non si sapeva (e mi avvio alla conclusione del
ragionamento) chi avrebbe vinto e chi avrebbe perso; si
presupponeva che a vincere sarebbe stata la sinistra e che
a perdere sarebbero stati gli altri (ma non si capiva chi
fossero). Nella legislatura precedente, quindi, non si
poneva il problema della par condicio; si è varata
una legge di riforma della campagna elettorale, ma non ci
si è posti il problema se il primo canale della RAI fosse
di ispirazione democristiana, il secondo canale di
ispirazione socialista e il terzo canale fortemente
comunista (tant'è vero che in Italia era noto come
"Telekabul"). Il Presidente Scàlfaro allora non avvertì il
problema di determinare condizioni di par condicio e
Occhetto potè annunciare con baldanza (si colga
l'importanza di questa espressione) che era stata posta in
campo una formidabile macchina da guerra. La vittoria era
assicurata e, ripeto, non si pose alcun problema di questo
tipo.
Nella precedente legislatura, peraltro, l'onorevole
Labriola, del partito socialista, con una proposta di
legge costituzionale pose il problema della modifica
dell'articolo 138 della Costituzione. Nonostante nei
sondaggi al partito socialista si attribuisse lo 0,5-0,7
per cento, il professor Labriola avvertì il problema e
presentò una proposta di legge costituzionale per
modificare l'articolo 138. Egli sostenne che, a seguito
dell'introduzione del sistema maggioritario, tale norma
costituzionale poteva comportare che il corpo elettorale
fosse tagliato completamente fuori dal processo
costituente. Il punto centrale del ragionamento di
Labriola era il seguente. Le garanzie in un sistema
democratico debbono puntare alla tutela dei cittadini o
della rendita politica dei partiti?
I padri costituenti (che di diritto costituzionale se ne
intendevano!) hanno congegnato
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l'articolo 138 (soprattutto la seconda parte) in modo tale
da far entrare il corpo elettorale nel processo
costituente. Quando Labriola propose la modifica della
seconda parte di tale articolo volle garantire al corpo
elettorale di essere sempre parte del processo
costituente. Egli, quindi, propose l'abolizione del comma
che impediva il referendum nel caso in cui la legge di
modifica fosse approvata con una maggioranza di due terzi.
Qual è stato il ragionamento seguito e da noi condiviso?
Essendovi un sistema maggioritario può succedere che chi
ha vinto le elezioni con il 45 per cento dei voti raccolga
in Parlamento una maggioranza di due terzi. A chi spetta,
a questo punto, il diritto di affermare che una proposta
di riforma approvata dal Parlamento è giusta o sbagliata?
Ad un partito politico che, essendo minoranza, esercita il
diritto di veto o al corpo elettorale, che è titolare
della sovranità e può decidere di non gradire e quindi di
non votare un certo tipo di riforma?
Questo è il punto centrale. Che cosa si garantisce? Il
diritto di veto di una forza politica abbarbicata al
vecchio? Pensate colleghi, se, anziché un ipotetico terzo
di parlamentari perdenti del centro-sinistra di un
Parlamento futuro, si mettessero insieme un terzo dei
parlamentari della precedente legislatura, ex
democristiani, ex socialisti, ex socialdemocratici, quindi
"ex Tangentopoli". Questi deputati, insieme, se fosse
stato in vigore l'articolo 138 di cui alla proposta
Bassanini, avrebbero potuto impedire qualunque tipo di
modifica della Costituzione. Ma a chi tocca impedire le
modifiche: ad un gruppo piccolo che esercita il diritto di
veto o al corpo elettorale? I costituenti pensarono che
fosse compito del corpo elettorale; Labriola, nella sua
proposta di legge, pensò al corpo elettorale, ai
cittadini, titolari della sovranità. In quell'occasione
non si sapeva chi avrebbe vinto.
E' chiaro che se dovesse passare la proposta
dell'onorevole Bassanini non soltanto si presenterebbe il
problema del referendum (che sarebbe sicuramente attivato
per fare esprimere i cittadini sulla proposta di
blindatura rispetto alla voglia di cambiamento
dell'assetto costituzionale), ma si configurerebbe anche
un aspetto di correttezza costituzionale.
Se sarà approvata questa proposta di legge costituzionale
si porrà il problema concreto di cosa fare per consentire
a chi vuole cambiare di prospettare la possibilità di tale
cambiamento.
A nostro avviso occorre rispettare questo bilanciamento
tra colui (in questo caso il Parlamento) che è, da solo,
abilitato a proporre un progetto di modifica
costituzionale e colui (nel nostro caso, il corpo
elettorale) che può bloccare il progetto di riforma
costituzionale. Poiché siamo in presenza di un sistema
maggioritario si garantisce sempre al corpo elettorale la
possibilità di intervenire sul progetto di riforma
costituzionale.
Ribadiamo pertanto la nostra convinzione sull'opportunità
di intervenire in maniera radicale e profonda sulla
proposta Bassanini ed altri della quale possiamo solo
recepire la necessità (è questo un elemento presente nella
nostra come in altre proposte di legge) di difendere
alcuni princìpi fondamentali ed indiscutibili quali il
principio di libertà, quello che la sovranità appartiene
al popolo, il principio della solidarietà e quello
dell'unità nazionale. Alcuni princìpi fondamentali, se si
vuole, possono essere protetti innalzando i quorum,
senza però dimenticare - si può cogliere bene questo
aspetto nell'intervento dell'onorevole Pericu - che vi
sono princìpi dei quali la Costituzione non si è
minimamente occupata. Penso, per esempio, alla circostanza
per cui in una Costituzione assai lunga come è la nostra,
composta di 139 articoli e di 18 disposizioni transitorie
e finali, non esiste un solo riferimento neppure
terminologico all'Europa. In una Costituzione che guarda
al futuro; in una Costituzione che non deve essere più
anti o contro (anticomunista, antifascista o anti non so
cosa) ma per qualcosa; in una Costituzione che deve avere
un'anima che stia dentro le norme, che deve contenere
qualcosa che dia sostanza alle norme e che le ispiri, si
può ignorare, nel 2000 la necessità di introdurre princìpi
quali, per esempio, l'unità europea? In Germania, già
nella costituzione provvisoria, era contenuto il
riferimento all'Europa. Nella nostra Costituzione tale
riferimento non è presente e mi chiedo se si possa oggi
ignorare la tendenza costruttiva con riferimento al
domani. Pensare all'Europa
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non significa infatti predisporre una Costituzione contro
qualcuno ma per qualcosa. Si può ignorare, in una
costituzione, l'esigenza di introdurre il principio della
tutela dell'ambiente che - come ricordava l'onorevole
Pericu - non può essere ridotto alla tutela del paesaggio?
Qual è oggi, nella realtà in cui ci troviamo, il valore
dell'ambiente? Si può ignorare il fatto che la nostra
Costituzione non considera problemi come quello della
droga e, quindi, il principio connesso a tale questione?
Si può ignorare che la Costituzione non fa riferimento ai
potenti mezzi di comunicazione di massa e alla tutela -
nel rapporto con la televisione - di tutti gli aspetti
connessi alla questione, dal punto di vista non solo della
manifestazione del proprio pensiero (di cui all'articolo
21 della Costituzione) ma anche della tutela della
formazione del proprio pensiero. Può una costituzione,
alle soglie del 2000, ignorare il problema del modo in cui
si forma il pensiero?
Esistono, quindi, anche sul piano dei princìpi, problemi
che vanno affrontati. Pur riconoscendo, pertanto,
l'esigenza di una tutela rafforzata dei princìpi di cui
alla prima parte, non si può ignorare che tanti altri
temi, che sono il portato di una società moderna, debbono
essere in qualche modo raccolti e recepiti da forze
politiche che non vogliono difendere lo status quo,
non vogliono lasciare le cose come stanno né consegnare
diritti di veto a chicchessia, bensì intendono puntare ad
un cambiamento che sia effettivamente tale, anche se
sereno, equilibrato e concordato (Applausi dei deputati
dei gruppi di alleanza nazionale e di forza Italia).
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