| GIUSEPPE PERICU, Relatore per la maggioranza.
Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, ritengo che
il compito del relatore per la maggioranza debba
consistere nel ritrovare - nell'ambito del dibattito che
si è svolto e delle proposte di legge e degli emendamenti
presentati al testo base - ciò che unisce, debba cioè
verificare se esiste un percorso comune, un filo rosso che
lega tali proposte, che ci consenta di porre le premesse
per un ulteriore lavoro di affinamento e di
perfezionamento, in modo da raggiungere l'obiettivo che ci
si è prefissati. In questo quadro a me sembra che al
relatore per la maggioranza, e forse anche ai relatori di
minoranza - mi consenta il collega Calderisi di censurarlo
da questo punto di vista - competa di abbandonare la
polemica contingente, la considerazione dell'oggi, e si
imponga loro invece, soprattutto quando si tratta di
riforme costituzionali, la considerazione di orizzonti più
ampi, di visioni a più lungo termine, in sostanza la
capacità di prevedere quello che potrà essere domani il
nostro paese. Non mi pare che questo orientamento sia
emerso molto chiaramente in alcuni interventi - forse è
emerso in altri - condizionati da quello che si sta
verificando. Non dimentichiamo che nelle giornate del 2 e
del 3 agosto uno dei temi maggiormente affrontati, oltre a
quelli della riforma costituzionale, è stato quello della
data delle elezioni.
Ma di cosa si è discusso? Quali sono i problemi che
abbiamo affrontato? A prescindere da considerazioni
contingenti, che, a mio giudizio, debbono essere
abbandonate, il dibattito si è svolto a due livelli
profondamente diversi: il primo ha riguardato i temi della
grande riforma costituzionale - cioè quelli che
coinvolgono da un lato una riconsiderazione complessiva
della Costituzione del 1948 e dall'altro già consentono di
individuare possibili percorsi per ritrovare soluzioni
modificative che adeguino la Costituzione stessa alle
mutate condizioni socio-economiche del paese, al mutato
quadro politico complessivo -, mentre il secondo livello
ha riguardato più specificamente le
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modifiche dell'articolo 138 della Costituzione. Scarsa
considerazione è stata dedicata infine alle ulteriori
modifiche costituzionali proposte nel testo base, cioè
quelle relative agli articoli 64, 83, 86 e 136. Ebbene,
cos'è emerso dal dibattito? Mi sia consentito distinguere
il dibattito complessivo sulla grande riforma
costituzionale, dal confronto che invece si è svolto
sull'articolo 138 della Costituzione. Le mie
considerazioni da questo angolo visuale saranno
sicuramente molto più ottimistiche di quelle prospettate
dal collega Calderisi, uniformandosi per alcuni versi alle
osservazioni svolte dal relatore di minoranza, onorevole
Nania.
In relazione al dibattito sulla grande riforma
costituzionale in realtà è emerso da parte di tutti gli
intervenuti, ivi compreso l'onorevole Berlusconi - che ha
suscitato una tale profonda ammirazione nel collega
Calderisi, ma credo forse in pochi altri componenti del
Parlamento - un desiderio di riconfermare i valori
fondanti della nostra Costituzione, cioè quelli
rappresentati nei princìpi fondamentali e nella parte I.
E' ben vero che alcuni dei colleghi intervenuti - in
particolare il collega Berlusconi - tendono a dare di
questi valori un'interpretazione personale, ma le
formulazioni contenute nei princìpi fondamentali e nella
parte I non sono state discusse, non sono state negate.
Inoltre, molti colleghi hanno rilevato - io stesso l'ho
fatto nella relazione introduttiva - che questi princìpi
debbono essere integrati, debbono subire aggiunte
ulteriori per consentire di affrontare le problematiche
che non erano presenti al costituente e che per i motivi
più diversi non sono state a suo tempo trattate e
considerate. Nel bellissimo elenco del rappresentante del
Governo, professor Motzo, questo profilo è estremamente
sviluppato ed accentuato. Ma vi è un consenso generale sui
valori fondanti della nostra Costituzione, che devono
essere riconfermati e tutelati, eventualmente integrati ed
aggiornati, ma certamente non modificati.
Vi è un ulteriore generale consenso su un altro aspetto:
sull'esigenza che la seconda parte della Costituzione
subisca una profonda revisione. Permettetemi di compiere
una distinzione, perché nell'ambito di tale seconda
parte è stata richiesta da tutti gli esponenti dei diversi
gruppi che hanno preso la parola una riforma incisiva,
profonda della forma di Stato e di Governo. Non sono stati
invece toccati - e probabilmente questa carenza dovrà
essere colmata in qualche modo - i problemi relativi
all'ordinamento giurisdizionale né alla Corte
costituzionale. I temi di fondo sono stati da un lato la
forma di Stato, con l'accentuazione di un sistema di
autonomie locali (in alcuni interventi sono state
prospettate addirittura ipotesi di tipo federalista) e
dall'altro la forma di Governo, dunque un nuovo modo di
atteggiarsi nei rapporti tra Parlamento e potere
esecutivo: riforma incisiva, richiesta da tutte le parti,
e - desidero sottolineare questo profilo - organica. Non
si è parlato della necessità di addivenire, attraverso
interventi parziali, ad una modifica del quadro
costituzionale, ma dai più è stata prospettata l'ipotesi
che l'assetto costituzionale della forma di Stato e di
Governo sia ripensato unitariamente, evidentemente alla
luce delle idee dominanti sulle quali ciascun gruppo,
ciascun esponente politico ritiene debba fondarsi la
riforma costituzionale. Tuttavia, alla luce di tali idee
l'attuazione deve essere di carattere organico.
Senza voler in alcun modo sottovalutare le diversità dei
contenuti dei vari interventi svolti i giorni 2 e 3 agosto
scorsi, mi sia consentito ritrovare, dal punto di vista
dei nuovi assetti che si ipotizzano, alcuni elementi
comuni (e preciserò in che termini sono comuni).
Innanzitutto vi è una forte tendenza ad un'effettiva
destrutturazione dello Stato centrale verso la
massimizzazione delle posizioni di autonomia locale.
Questa tendenza è presente anche in posizioni politiche
che, uniformandosi verso scelte di tipo presidenzialista,
evidentemente hanno di mira uno Stato centrale forte ed
unitario. Ad esempio, anche l'onorevole Berlusconi, che ha
parlato a nome del polo della libertà, ha fatto
riferimento al potenziamento del sistema delle autonomie
locali. Nel contempo in tutti gli interventi è emersa
l'esigenza di valorizzare il potere esecutivo nei
confronti del Parlamento; si ritiene, cioè, che
l'esecutivo debba fondarsi su una maggioranza
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stabile, essere duraturo ed avere la capacità di tradurre
in comportamenti effettivi le proprie decisioni di
carattere politico.
E' vero che questi obiettivi sono comuni, ma le strade che
si individuano di volta in volta per il loro
raggiungimento sono profondamente diverse, tanto che in
realtà si modifica l'obiettivo stesso. Tuttavia, cari
colleghi - mi sembra un dato di rilievo - da nessuna parte
si esclude che il rappresentante del potere esecutivo, il
Presidente o l'esecutivo nel suo complesso, abbia un
rapporto più diretto con il corpo elettorale. A questo ci
conduce già il nostro sistema elettorale, sia pure solo
tendenzialmente maggioritario; e del resto a questo ci
porta la propensione, generale nei paesi di democrazia
occidentale, a far si che il leader del movimento
politico che risulta vincitore alle elezioni possa gestire
il potere esecutivo e godere di una maggioranza stabile in
Parlamento. Si tratta di verificare in quale modo tale
obiettivo possa essere raggiunto.
Non vorrei comunque dedicarmi eccessivamente ai temi di
carattere generale ricercando consonanze là dove altri
invece vedono soltanto profonde dissonanze. Mi sembra che
si debba rilevare un elemento fondamentale: in tutti gli
interventi, compreso quello dell'onorevole Berlusconi (che
il collega Calderisi ha letto con eccessivo animo di parte
giacché non ha rilevato tale profilo), da un punto di
vista generale si è considerata la Costituzione distinta
di due parti. Si è quindi ritenuto che nella parte prima,
i princìpi fondamentali, debbano avere un trattamento
giuridico che corrisponda alla loro radicata presenza
nella società; mentre - ecco la distinzione - ciò non vale
per la seconda parte della Costituzione, soprattutto per
quanto riguarda la forma di governo e la forma di Stato.
Su quest'ultimo tema, anche coloro che ritengono (da
questo punto di vista vi sono stati alcuni interventi di
grande rilievo) che tra le due parti della Costituzione vi
siano interconnessioni e che si debbano trovare momenti di
comunanza o comunque interdipendenze necessarie; ebbene
anche questi colleghi alla fine, ritengono che nessuno
debba porre in discussione l'unità nazionale e le libertà
fondamentali, mentre debbano essere discussi i problemi
concernenti la forma di governo e la forma di Stato.
D'altra parte mi sia consentito da tale angolo visuale una
particolare sottolineatura. E' evidente a tutti che il
processo di riforma costituzionale nel nostro paese per
quanto riguarda la forma di governo è già iniziato; è
stato avviato dalle esperienze referendarie nonché dalle
nuove leggi elettorali. E' un processo che si svolge in
modo caotico e confuso, senza una linea; è un processo che
può determinare più scompensi che benefici; ma è un
processo che deve essere portato avanti e concluso. Lo
strumento per farlo non può essere solo la riforma della
legge elettorale, poiché da tale riforma può emergere una
maggioranza stabile, ma non quel sistema di pesi e
contrappesi che può dar vita ad un effettivo ordinamento
costituzionale moderno. La strada che dobbiamo
necessariamente percorrere è quella di una riforma
organica della seconda parte della Costituzione. Noto con
piacere che non emergono voci dissenzienti da tale punto
di vista; l'esigenza che ho prospettato è condivisa ed
accettata da tutti. Si tratta semmai di discutere le
modalità, il percorso, i tempi; ma certo non è in
discussione la possibilità stessa di procedere in tale
direzione: questo è già un dato importanto dal quale è
opportuno non discostarsi.
Vengo ora ai temi specifici che sono stati oggetto della
disciplina proposta dal testo base e da alcuni colleghi
intervenuti.
Innanzitutto debbo far presente che su tali tematiche oggi
sono all'attenzione dell'Assemblea proposte di legge
presentate da tutti i gruppi parlamentari ad eccezione di
quello di forza Italia; anche il gruppo di rifondazione
comunista-progressisti ha presentato la proposta di legge
n. 3015, che si è aggiunta al quadro normativo complessivo
con interessanti proposte. Ciò significa che l'argomento è
sentito e che merita di essere affrontato adeguatamente.
Per quanto riguarda le soluzioni emerse, rilevo
innanzitutto che nel corso del dibattito si è confermato
un punto di riferimento che già emergeva dai provvedimenti
a suo tempo presentati. Le esigenze che motivano le
proposte di legge (contenute in parte anche nel testo
base, ma meglio rappresentate in alcuni degli emendamenti
presentati) sono
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sostanzialmente due, solo in apparenza contraddittorie;
per lo meno, si tratta di una contraddittorietà, come
vedremo, facilmente risolvibile. Da un lato vi è
l'esigenza di garantire l'effettiva rigidità della
Costituzione, cioè di far sì che una forza politica (la
quale, con un sistema elettorale maggioritario può
conseguire in Parlamento una maggioranza molto ampia ed
avere quindi la possibilità di condurre, eventualmente
attraverso prove referendarie una parte del corpo
elettorale, sia pure limitata, a confermare le proprie
scelte) non possa porre in discussione le fondamenta della
nostra casa comune, della nostra Costituzione.
A questa necessità di tipo garantistico si accompagna
un'altra esigenza, presente nelle proposte di modifica
dell'articolo 138, quella cioè di consentire un processo
di revisione costituzionale più agevole e, soprattutto, la
possibilità di addivenire alla modifica organica di
un'ampia parte della nostra Costituzione. Ciò non è
consentito dall'attuale articolo 138, che nasce per
ridotte, limitate modifiche della disciplina
costituzionale e consente in sostanza solo tali modifiche.
Di contro, l'esigenza da tutti rappresentata è che si
proceda ad una revisione organica della seconda parte
della Costituzione, esigenza che deve trovare anch'essa
soddisfazione nel processo di modifica dell'articolo
138.
Come è stata risolta la contraddizione, che pure è insita
nelle esigenze contrapposte che ho richiamato, da un lato
quella di rafforzare i meccanismi di tutela dell'assetto
costituzionale e, dall'altro, quella di individuare
percorsi privilegiati per poter addivenire ad una modifica
costituzionale? La chiave di lettura di questa tematica
l'abbiamo in una separazione ed in una diversa
considerazione del testo della Carta costituzionale: i
princìpi fondamentali e i contenuti della prima parte
della Costituzione, a giudizio della stragrande
maggioranza dei colleghi (stando alle proposte di legge ed
agli emendamenti presentati) debbono essere rafforzati e,
quindi, rispetto ad essi debbono individuarsi maggioranze
più ampie (dei due terzi e non più della metà più uno) per
poter procedere alla loro riforma; al contrario, per
quanto riguarda le altre parti della Costituzione,
o si propongono maggioranze più ridotte (quella dei tre
quinti), ovvero si lascia inalterata la disposizione oggi
vigente (che fissa una maggioranza della metà più uno), od
ancora si prevede già l'introduzione di nuovi meccanismi
(Assemblea costituente o Commissione costituente) che
possano rappresentare la chiave di volta per giungere ad
una effettiva modifica dell'assetto costituzionale.
In qualità di relatore per la maggioranza, posso dire che
sull'aumento del quorum verso i due terzi per
procedere a modifiche costituzionali della prima parte
della Costituzione vi è un consenso quasi generale. In
quasi tutte le proposte di legge avanzate, rappresentative
di buona parte del Parlamento, questa esigenza è infatti
richiamata e soddisfatta. Analogamente, in quasi tutte le
proposte si ritrova l'esigenza di individuare - sebbene
sotto questo profilo i percorsi suggeriti si differenziano
- un meccanismo, diverso da quello previsto per la prima
parte della Costituzione, per porre mano a quella che ho
detto dover essere una riforma organica.
Un altro dato che emerge, sul quale richiamava la mia
attenzione il collega Nania, è l'esigenza, espressa da più
parti, di far sì che la scelta costituzionale espressa al
livello parlamentare debba essere in qualche modo rivista
e riconsiderata nell'ambito di un confronto popolare ed in
esso trovare conforto. Mi riferisco al tema della
sovranità, che è stato affrontato con intensa
partecipazione dal collega Nania ed è stato considerato
anche da altre parti. Nella stessa proposta di legge
Bassanini ed altri il referendum diventa un passaggio
obbligato, ovviamente ove venga richiesto. In altre
soluzioni, il referendum viene ad essere proposto secondo
le modalità della scelta alternativa, per consentire cioè
al corpo elettorale di pronunciarsi fra due opzioni
complesse che gli vengono sottoposte; in questo modo non
lo si costringe ad esprimere un sì o un no di fronte ad
una proposta già elaborata ed ampiamente definita.
Qual è in questo quadro il modello di norma che sembra
emergere? Per quanto riguarda la prima parte della
Costituzione si registra da un lato un rafforzamento della
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maggioranza verso i due terzi dei parlamentari;
dall'altro, si individuano delle procedure particolari -
la mia preferenza va verso una Comissione costituente -
per giungere ad un adeguamento della nostra Costituzione
alle esigenze di profonda riforma che sono state da più
parti manifestate.
Resta da chiedersi se, in realtà, queste prospettive
abbiano oggi possibilità di svilupparsi, se abbiano una
reale concretezza o se invece rappresentino soltanto
aspirazioni eventualmente strumentalizzate al dibattito
politico che confronta oggi le diverse componenti di
questo Parlamento in vista di elezioni prossime, se non
imminenti.
Ebbene, io ritengo che l'attuale Parlamento compirebbe
un'opera di grandissima utilità non se affrontasse il tema
della grande riforma, rispetto al quale probabilmente
occorrono ulteriori maturazioni. A questo proposito mi sia
consentito un breve inciso: rileggendo attentamente il
dibattito che si è svolto in quest'aula il 2 e il 3 agosto
scorsi, mi è sembrato che in molti interventi il livello
di approfondimento non fosse sufficiente rispetto alle
tematiche affrontate. Alcuni si sono fatti tradire
dall'impeto polemico, altri dall'esigenza di prospettare
slogans o miti senza approfondirne i contenuti
sostanziali.
E' necessario, invece, che vi sia un maggiore
approfondimento anche culturale oltre che politico su
queste tematiche, perché esse possano essere affrontate.
Ma l'attuale Parlamento farebbe già una cosa di grande
utilità se individuasse i percorsi per poter modificare la
Costituzione: noi faremmo già un grande lavoro se
operassimo le scelte di fondo che sono emerse, se
individuassimo non solo ciò che deve restare intangibile,
eventualmente rafforzando i procedimenti di modifica, ma
anche quei percorsi e quegli strumenti necessari per
arrivare ad una revisione organica della Carta
costituzionale.
Notate bene che questo problema l'avrà qualunque
parlamento; ecco perché è opportuno affrontarlo ora. Come
già ricordavo nella mia relazione introduttiva, da nessun
gruppo politico è stata mai espressa in alcun modo la
tendenza a superare il riferimento costituzionale
attraverso il quale occorre
passare per modificare la Costituzione. Non si parla più
di assemblee costituenti spontaneamente formatesi dal
popolo, ma si parla sempre, da parte di tutti, di
ritrovare nella nostra Costituzione la fonte della nuova
Costituzione; e questa fonte è quella della disposizione
sulla normazione, non può che essere la modifica dell
'articolo 138 della Costituzione.
Questo tema, o lo sviluppiamo noi e lo lasciamo risolto a
quanti ci seguiranno dopo le prossime elezioni affinché lo
svolgano in tutta la sua complessità, oppure sarà il primo
tema su cui il nuovo Parlamento dovrà misurarsi, in quanto
si tratta di un passaggio obbligato.
Mi chiedo se oggi esistano le condizioni per una modifica
costituzionale che riguardi questo punto centrale del
nostro ordinamento. La mia posizione al riguardo è
profondamente dissenziente da quella espressa dal collega
Calderisi. Le riforme costituzionali non si fanno a colpi
di maggioranza, non possono essere il frutto del 51 per
cento del corpo elettorale, ma devono essere espressione
di una sovranità popolare che non rappresenti la
prevaricazione di una parte nei confronti di un'altra. Le
riforme costituzionali devono essere espressione di un
largo consenso popolare. Anche coloro che sono rimasti
sconfitti in una competizione elettorale debbono trovarsi
a loro agio nella casa costituzionale che viene costruita
insieme; non può determinarsi una situazione di estraneità
per alcuno, tutti dobbiamo operare insieme all'interno di
una stessa società nazionale e domani, speriamo,
europea.
Se è vero questo dato, che a mio giudizio non può essere
contestato da alcuno...
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