| PAOLO RAFFAELLI. Signor Presidente, onorevoli colleghi,
signor sottosegretario, è solo per una coincidenza casuale
che questa interpellanza del gruppo parlamentare
progressisti-federativo, concernente l'invito di Programma
Italia a vendere i BOT (cito la sintesi forse eccessiva
del telegramma di convocazione, che comunque rende
l'idea), viene svolta proprio mentre si è improvvisamente
riacceso, dopo un periodo di relativo assopimento, il
confronto sul tema fondamentale del conflitto di
interessi. Un confronto cruciale nel nostro paese da
quando leader di Governo, prima, e pretendente alla
leadership governativa, poi, è diventato un uomo che
riassume nella sua persona un numero, un'estensione e una
qualità invero rilevantissimi di interessi materiali e
immateriali: informazione pubblica e privata,
telecomunicazioni, assicurazioni, grande distribuzione
commerciale, pubblicità, finanza e consulenza finanziaria,
edilizia, opere pubbliche.
In questo scontro l'accento viene posto quasi
esclusivamente sulle problematiche della comunicazione, e
questo, a mio avviso, è un errore. Poco si capirebbe -
credo - della politica italiana dell'ultimo anno se non si
tenesse presente questo più largo intreccio di interessi:
i referendum sul commercio e
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gli interessi della grande distribuzione, l'attacco
autunnale alle pensioni e le ambizioni delle grandi
compagnie di assicurazione, le misure prese nel campo
dell'informazione. Sono temi del dibattito politico su cui
c'è evidentemente divergenza tra gli schieramenti ed è
normale che sia così. Cosa assai meno normale sarebbe (e
qui vengo al cuore della nostra interpellanza) se questi
interessi, oltre a sovrapporsi nel dibattito politico e
nelle scelte di Governo, fossero stati fatti pesare in
senso contrastante rispetto agli interessi nazionali sulle
scelte dei risparmiatori e quindi sulla tenuta della
nostra moneta e sul difficile equilibrio dei nostri conti
pubblici, per ragioni che dovessero attenere non alla
tutela degli interessi dei risparmiatori medesimi ma a
motivi di calcolo politico-elettorale, di orientamento del
consenso a scapito - lo ripeto - dell'interesse nazionale.
Si ricorderanno, ritengo, l'occasione e le circostanze
nelle quali presentammo la nostra interpellanza del marzo
scorso: lo scivolone della lira in una congiuntura
internazionale avversa ed in una situazione politica di
incertezza derivante dalle reiterate pressioni esercitate
per interrompere anzitempo la legislatura.
Noi progressisti raccogliemmo segnalazioni, preoccupazioni
e denunce che venivano da diversi soggetti, singoli ed
associati, e che avevano trovato eco sulla stampa
nazionale e in interventi di associazioni di categoria,
come quella che tutela gli utenti dei servizi bancari e
delle finanziarie. Ricordavamo quindi che un quotidiano,
la Repubblica, aveva pubblicato in data 22 marzo
1995 un articolo in cui si sosteneva, sostanzialmente, che
i consulenti di Programma Italia, la società di
intermediazione che fa capo alla Fininvest, non andavano
troppo per il sottile nel consigliare un risparmiatore
disorientato dalle turbolenze sui mercati finanziari e lo
invitavano - queste erano le segnalazioni che ci
pervenivano - ad allontanare i propri risparmi dai buoni
ordinari del tesoro, perché questi sarebbero crollati, la
fiducia nei titoli di Stato sarebbe venuta meno e dunque
sarebbe stato più conveniente acquisire valuta estera
(particolarmente marchi).
Le segnalazioni furono talmente reiterate - ed ebbero echi
anche in trasmissioni
radiotelevisive in diretta - che ci sembrò oggettivamente
impossibile passare sotto silenzio una cosa che non era
oggetto di una singola segnalazione, ma di un vero e
proprio coro. Da qui la nostra interpellanza.
Una preoccupazione eccessiva? Una strumentalizzazione
politica? Ci sembrava piuttosto una legittima domanda di
chiarezza e di trasparenza. Per questo abbiamo chiesto al
Governo di verificare l'entita dei movimenti di titoli del
debito pubblico e le modalità degli scambi avvenuti sui
mercati in quelle ore difficilissime. Suggerire di
abbandonare i titoli di Stato - su questo punto
circoscritto e limitato verte la nostra interpellanza -
per ragioni che attengono ad una strategia politica di
parte, di partito, se non di azienda, rappresenterebbe, se
si è verificato, una forma estrema di conflitto di
interessi di cui non è tollerabile nemmeno l'ipotesi.
All'inizio di ottobre - cito dal numero odierno del
supplemento di La Stampa - scadono titoli per 30
mila miliardi: 18 mila in CCT, 12 mila in BTP. A questa
cifra già enorme vanno aggiunti altri 10 mila miliardi
liberati dal pagamento delle cedole. In tutto fanno 40
mila miliardi, più o meno quanto si scambia in un anno sul
circuito della borsa. E' un primato assoluto che
contribuirà ad un altro record: nel 1995, infatti,
l'ammontare dei prestiti accesi dal Tesoro con i
risparmiatori (comprese le cedole) supererà per la prima
volta il tetto di un milione di miliardi di lire. Si
tratta dunque di una partita enorme, decisiva per il
nostro paese. Ad essa sono collegate opportunità di
ripresa e di sviluppo, di mantenimento dei servizi
essenziali, di salvaguardia dello Stato sociale, di
lavoro, di occupazione. Non è ammissibile anche solo
l'ombra di un dubbio che i sacrifici del paese possano
essere vanificati da manovre spregiudicate legate ad
interessi corposi che nulla hanno a che vedere con quelli
del paese e dei suoi cittadini.
Signor Presidente, signor rappresentante del Governo,
onorevoli colleghi, dicevo all'inizio che è un caso che
questa interpellanza si discuta oggi che torna a divampare
il dibattito sul conflitto di interessi. Forse un caso non
è, forse è una necessità, dal momento
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che gli interessi confliggenti, invece di essere
finalmente separati, come già da tempo si sarebbe dovuto
fare, vengono invece, viceversa, agitati come una bandiera
in assisi, come quella celebrata la scorsa settimana a
Montecarlo da Publitalia, nella quale, usando il verbo
ispiratore del presidente Mao-Tse-Tung e del maresciallo
von Clausewitz, si è tentato di definire il sistema
aziendale Publitalia, Fininvest, Programma Italia, come un
potere politicamente rilevante, competitivo e confliggente
nel panorama politico italiano.
Dentro questa impostazione che a me pare assai pericolosa
dal punto di vista della democrazia, potrebbero trovare
legittimazione - "legittimazione" è parola insidiosa, da
maneggiare con cautela -, nonché ragione e motivazione
anche quanti pensano che speculare sulla lira sia
legittimo per conseguire un risultato elettorale.
E' per questa somma di valutazioni che attendiamo con vivo
interesse la risposta del Governo.
Ringrazio, infine, il Presidente per avermi consentito di
illustrare la mia interpellanza.
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