| ANTONIO BARGONE. La prima impressione che si ricava dal
leggere la bozza di relazione annuale è che si tratti del
risultato di un lavoro ampio e di uno sforzo notevole. Credo
tuttavia di poter rilevare subito, anche in considerazione del
tempo limitato a nostra disposizione, l'impostazione sbagliata
alla quale il documento si ispira. In fase di illustrazione,
il presidente ha più volte sottolineato di essersi mossa in
continuità con la linea seguita dalla Commissione Violante, in
particolare con i contenuti della relazione che analizzava i
rapporti tra mafia e politica, approvata il 6 aprile 1993. Sta
di fatto che l'analisi del fenomeno mafioso, della sua
evoluzione e la valutazione dei percorsi di riorganizzazione e
dei tentativi di alleanza sono aspetti che non compaiono nella
relazione in esame.
Questo primo rilievo si aggiunge ad un altro che,
sostanzialmente, è riferibile a tutta la relazione.
Quest'ultima, infatti, sancisce la rottura della tensione
unitaria all'interno della Commissione. Dico questo perché
nella bozza al nostro esame si insiste nel sostenere tesi già
bocciate dalla stessa Commissione, in particolare con
riferimento all'articolo 41- bis dell'ordinamento
penitenziario ed alla disciplina in materia di collaboratori
di giustizia, argomenti che hanno provocato in questa sede una
discussione ampia ed approfondita, talvolta un aspro
confronto, e sui quali si è comunque pervenuti ad una sintesi
sancita da un voto espresso democraticamente dalla
Commissione. Ciò nonostante, si continuano a riproporre
determinate tesi, quasi che quel voto non fosse stato espresso
e si volesse affermare ancora una volta, a distanza di un anno
dall'insediamento della Commissione, che quest'ultima sia un
organismo presieduto da una parte e non invece da tutti i
gruppi
Pag. 1967
parlamentari, così come invece dovrebbe essere.
Le considerazioni sulla rottura della tensione unitaria e
sull'affermazione di tesi di parte trovano una loro
conseguenza naturale, che considero abbastanza grave, nel
fatto che nella proposta di relazione "manca" proprio la
mafia, che appare semplicemente un'astrazione. Del resto, gli
stessi riferimenti all'audizione del dottor Vigna non sono
portati alle estreme conseguenze: l'analisi dello stragismo,
in particolare, non viene ricondotta ad un tentativo di Cosa
nostra di ritrovare alleanze, dopo la rottura del patto con il
potere politico. Voglio ricordare che nella relazione
approvata il 6 aprile 1993 la rottura del patto veniva
individuata nel momento dell'uccisione dell'onorevole Lima. Da
quel momento in poi si è aperta una nuova fase che, subito
dopo la strage di via D'Amelio, ha fatto registrare una
reazione dello Stato piuttosto determinata e, nello stesso
tempo, una tensione ideale e morale nel paese, una
mobilitazione di massa delle coscienze fino ad allora
sconosciuta nell'ambito della lotta alla mafia, soprattutto in
realtà come quelle siciliane nelle quali l'omertà e la
reticenza la facevano da padrone.
Da questo punto di vista, si è verificata una svolta,
accompagnata anche da atti concreti quali l'arresto di
importanti latitanti (penso, in particolare, a Totò Riina)
oltre che da notevoli successi nell'azione di repressione,
soprattutto in quella indirizzata all'assetto militare della
mafia. Se l'obiettivo fosse stato di svolgere un'analisi che
presentasse una continuità con la relazione del 1993 si
sarebbe dovuto fare almeno una valutazione dei rapporti che,
da quel periodo in poi, Cosa nostra ha intrattenuto con le
istituzioni e con la politica. Ciò non è stato fatto e anche
quando si è cercato di introdurre qualche riferimento nella
relazione - penso, per esempio, al caso Mandalari - l'analisi
risulta comunque superficiale e non portata alle estreme
conseguenze.
Vi è stato o non vi è stato - fino ad oggi - un tentativo
di Cosa nostra di trovare nuovi referenti politici? Abbiamo
valutato in Commissione elementi che ci abbiano portato a
ritenere, per esempio, che Cosa nostra, la mafia, abbiano
cercato quei referenti a destra? Il caso Mandalari fornisce
un'indicazione di questo tipo? Il procedimento penale di
Catania, al quale nella relazione non si fa riferimento (si
tratta di un'omissione grave) ha fatto o non ha fatto emergere
un rapporto anche abbastanza stretto con esponenti politici
della destra? Nella relazione, inoltre, non è contenuto alcun
riferimento al caso Matacena, a dimostrazione di uno scarso
approfondimento di un certo tipo di rapporti. Torneremo su
queste questioni - penso, in particolare, proprio al caso
Matacena - perché l'omissione riscontrabile nella bozza di
relazione fa il paio - per così dire - con un dossier di
non so quante - comunque numerosissime - interrogazioni
presentate in questa legislatura dall'onorevole Matacena
contro i magistrati della procura di Reggio Calabria,
interrogazioni che sono assurte al ruolo e alla funzione di un
attacco premeditato, costante e coerente nei confronti della
magistratura che avrebbe avviato nei suoi confronti un
procedimento penale per reati molto gravi.
Da queste considerazioni bisognava muovere per valutare
anche il fenomeno dello stragismo, sul quale in questa sede il
dottor Vigna ha detto cose molto precise che pure nella
relazione non sono riportate, certamente per le ragioni che ho
detto. Il dottor Vigna ha affermato in maniera chiara,
evidente ed inequivocabile che quegli attentati, quella nuova
stagione di attentati commessi al di fuori della Sicilia,
fatto inedito per la mafia, sono stati realizzati per far
recedere lo Stato da un orientamento favorevole alla proroga
dell'applicazione dell'articolo 41- bis, o addirittura
per conseguire l'obiettivo di superarlo, ed alla gestione dei
collaboratori di giustizia. Se non si dice questo, non si
comprende nemmeno quali siano gli obiettivi della mafia e di
Cosa nostra, in che modo si stiano riorganizzando, quali siano
le ragioni della ricerca di un nuovo rapporto politico.
Pag. 1968
Sarebbe stato inoltre opportuno fare riferimento al calo
di tensione denunciato in questa sede. A tale riguardo mi
richiamo, presidente, soltanto agli elementi emersi nel corso
delle nostre audizioni ed acquisiti attraverso i documenti. Il
procuratore nazionale Siclari - ma non solo lui - ha parlato
di calo di tensione e ha detto che subito dopo il 27 marzo è
mancata una determinazione complessiva da parte del Governo
nei confronti della mafia. Ebbene, tutto questo è stato il
frutto anche di una campagna elettorale il cui obiettivo era
lo stesso di Cosa nostra: il superamento della legislazione
sui pentiti e dell'articolo 41- bis dell'ordinamento
penitenziario.
A ciò si aggiunge oggi, quasi si volesse avviare una sorta
di campagna elettorale che faccia emergere un segnale di
disponibilità nei confronti della mafia, la proposta davvero
sconvolgente dell'onorevole Maiolo, presidente nientemeno che
della Commissione giustizia della Camera, relativa
all'abrogazione dell'articolo 416- bis del codice
penale.
Vi è stata una svolta giudiziaria, una svolta nelle
indagini, anche grazie ai collaboratori di giustizia, ma ad
essa non ha corrisposto una svolta politica; addirittura
l'atteggiamento politico, gli atti compiuti nei confronti
della mafia si sono espressi in modo inversamente
proporzionale alla svolta giudiziaria. Non riesco quindi a
vedere una continuità (anzi, a mio avviso, è riscontrabile una
rottura) rispetto alla relazione approvata nella precedente
legislatura.
La superficialità e l'approssimazione con cui nella
relazione vengono trattati questi temi sono non casuali ma
espressione di una chiara volontà di non valutare
obiettivamente se la mafia si indirizzi verso nuovi referenti
politici. Del resto, il fugace riferimento al processo
Andreotti è abbastanza significativo. Colpisce negativamente
il fatto che quel riferimento sia quasi del tutto coincidente
con la tesi difensiva del senatore Andreotti, secondo la quale
la sua azione si inquadrerebbe in un contesto politico che
l'avrebbe obbligato ad esercitarla, come se non vi fossero
responsabilità penali individuali da accertare in quel
processo e come se un giudizio politico sul senatore Andreotti
non fosse stato già espresso più volte ed in più sedi. Vorrei
richiamarmi, presidente, alla distinzione tra responsabilità
politica e responsabilità penale, che nella relazione del 1993
era indicata in maniera molto netta e che oggi si tende ancora
una volta a confondere. Del resto, questo è il clima che si
respira. Oggi, giorno in cui ha inizio il processo Andreotti,
vi sono vari tentativi di fuorviare l'opinione pubblica
rispetto a quel processo, si fa intendere che si tratta di un
processo politico; di qui le prese di posizione a difesa
dell'imputato. Sono abbastanza colpito da episodi inquietanti,
come per esempio quello del doppio riferimento che l'onorevole
Buttiglione, nel corso dell'assemblea congressuale di
fondazione del CDU, ha fatto all'onorevole Andreotti descritto
come grande statista e come vittima di un complotto politico,
oltre al fatto di considerare l'onorevole Mannino vittima di
un complotto e di richiamarsi ad una democrazia cristiana che
non deve essere più in ginocchio ma che deve guardare in
faccia, a testa alta, i suoi avversari politici. Tutti questi
mi sembrano segnali abbastanza indicativi di un atteggiamento
di disponibilità nei confronti di certi ambienti.
Nell'illustrare la sua relazione, presidente, sempre con
riferimento al processo, al ruolo ed alla funzione che deve
svolgere la magistratura in questa fase, lei ha espresso una
considerazione che mi ha sorpreso: ha detto che la
magistratura svolge il controllo finale sulla patologia del
sistema. Credo si tratti di un'affermazione grave. Non è certo
questo il ruolo e la funzione della magistratura, la quale
deve individuare responsabilità individuali e perseguirle in
base al codice, ma non può assolutamente operare il controllo
finale sulla patologia del sistema perché questo sarebbe
contrario al nostro ordinamento, alla Costituzione, creerebbe
una intollerabile situazione di contrapposizione, di conflitto
patente tra i vari organismi dello Stato. Ciò mi sorprende,
perché la magistratura è stata più volte richiamata,
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soprattutto dalla sua parte, presidente, a rientrare nei
ranghi, specialmente nel periodo in cui la mancanza di potere
politico ha sovraesposto il potere giudiziario.
Né si può sostenere che il sistema proporzionale favorisse
la mafia mentre il sistema maggioritario non la favorirebbe.
Non credo che esista un sistema elettorale antimafia; esistono
atti, comportamenti, linee politiche, indirizzi politici,
azioni coerenti, lineari da parte degli organi dello Stato per
colpire il fenomeno mafioso come elemento costitutivo del
sistema, come patologia.
Non siamo ancora usciti da quella fase. La relazione alla
quale ho fatto più volte riferimento aveva individuato una
coabitazione tra potere politico e potere mafioso come
elemento costitutivo del sistema. Ebbene, inaugurando questa
nuova fase che si definisce impropriamente "seconda
Repubblica", abbiamo tutti manifestato l'intenzione di passare
ad una situazione in cui questo fenomeno non fosse più così
patologicamente presente all'interno del sistema, fosse
ridotto a fisiologia ed in quanto tale, quindi, si potesse
colpirlo con gli organi preposti (forze dell'ordine e
magistratura).
La partita attualmente è questa, cioè se in questo nuovo
scenario politico ed istituzionale la mafia, i poteri
criminali possano trovare di nuovo posto, esattamente come è
avvenuto nella fase precedente. Questo discorso non è
affrontato dalla relazione, perché c'è reticenza, riserva ad
andare fino in fondo, ad individuare il percorso di
ricollocazione del fenomeno mafioso e delle sue alleanze.
I segnali contano moltissimo; ha fatto quindi bene il
senatore Bertoni, poco fa, a richiamare la presa di posizione
dell'onorevole Maiolo, perché sin dall'inizio dell'attività
della nostra Commissione noi sosteniamo che quando si tratta
di questioni riguardanti la mafia e l'azione di contrasto al
fenomeno mafioso i segnali sono importantissimi e possono
avere addirittura effetti devastanti, come per esempio in
Sicilia, laddove possono essere visti come segnali di
disponibilità. Non abbiamo mai detto che vi sono stati patti
con nuove forze politiche; riteniamo però che la mafia possa
operare una scelta sulla base dei segnali e delle
disponibilità che riceve. Come abbiamo osservato più volte, la
mafia non fa politica, non ha interesse a fare politica, però
ha interesse a trovare spazi e si rivolge a quelle forze
politiche, a quegli uomini politici che glieli concedono, come
in passato.
Questo è il fulcro della nostra azione, della nostra
analisi, che invece manca nella relazione.
Per quanto concerne i vari capitoli della bozza di
relazione, vi è innanzitutto il tentativo di svuotare il ruolo
delle DDA con un richiamo al disagio delle procure, che
lavorerebbero male ed in ambiti non definiti perché - per così
dire - coperti dalle DDA. Inoltre, la parte riguardante gli
uffici giudiziari è omissiva nel senso che non si descrive
esattamente la situazione; per esempio, non si fa riferimento
(se non successivamente, grazie alle iniziative del
procuratore Boemi) al caso drammatico della Calabria, ad una
situazione che va affrontata con grande determinazione.
Anche con riferimento alle forze dell'ordine manca
un'analisi precisa, una proposta. Un'affermazione che non
condivido e che mi preoccupa è quella secondo cui il
coordinamento porterebbe addirittura ad un rischio per
l'autonomia delle forze dell'ordine, mentre invece più volte
si è detto che se vi fossero le condizioni politiche idonee
sarebbe necessario un coordinamento organico tra le forze
dell'ordine e, comunque, una loro agibilità sulla base di una
direzione unitaria. Sempre con riferimento alle forze
dell'ordine, nella relazione si sostengono le seguenti tesi,
che più volte abbiamo respinto: le forze dell'ordine adesso
svolgerebbero soltanto investigazioni a posteriori; per
i collaboratori di giustizia dovrebbe essere fatta una
selezione ai fini dell'applicazione della legge sulla
protezione; per quanto riguarda, infine, l'articolo
41- bis, si conferma la tesi, contenuta in una relazione
respinta da questa Commissione, favorevole al superamento di
tale articolo. Mi pare che questi tre elementi dimostrino
quello che all'inizio ho segnalato come un pervicace
Pag. 1970
tentativo di far sì che questa Commissione affermi una tesi di
parte, senza nemmeno recepire posizioni espresse a maggioranza
in questa sede.
Quanto alla mafia nel centro-nord, siamo fermi all'analisi
della relazione Smuraglia; non si è mosso un dito in questa
direzione, non si è proceduto ad alcun aggiornamento: c'è
soltanto un ritardo che la Commissione deve segnalare.
In merito all'economia, posso dire che la trattazione di
questo ambito rappresenta la parte migliore della bozza di
relazione. L'analisi è corretta; tuttavia, non si comprende
quanto sia funzionale alla relazione. Mi richiamo alla
relazione cui ho fatto in precedenza riferimento, ma
soprattutto al forum della precedente Commissione
antimafia ed al suo documento conclusivo, nel quale si afferma
che quella dell'economia criminale, quindi della difesa
dell'economia dal crimine, rappresenta la nuova frontiera
della lotta alla mafia, dell'azione di contrasto. Da qui le
proposte per aggredire i patrimoni mafiosi, colpirli là dove
hanno la possibilità, la forza, la capacità di riorganizzarsi
anche quando sono colpiti sul piano militare. A tutti questi
elementi non si fa riferimento, nel senso che l'analisi è
corretta ma avulsa, non funzionale alla Commissione, non
funzionale all'analisi del fenomeno mafioso ed alla sua
evoluzione. Si registra, in particolare, un'assoluta mancanza
di proposte; e quando queste ci sono (penso, per esempio, a
quella contro lo scioglimento dei comuni) sono immotivate, non
sono frutto di una discussione all'interno della
Commissione.
Devo altresì segnalare, presidente, una grave omissione:
mi riferisco ad una intuizione della precedente Commissione -
che ha prodotto risultati molto positivi sul piano della
collaborazione con il Ministero della pubblica istruzione -
relativa all'antimafia dei diritti, all'educazione alla
legalità. Come lei sa, presidente, tale impostazione ha
portato ad organizzare numerose assemblee nelle scuole ed ha
agevolato un dialogo costruttivo con i giovani, nonché una
crescita delle coscienze, e la consapevolezza che la lotta
all'illegalità diffusa è il primo passo della lotta alla
mafia. Il tema non viene affrontato nella relazione, per cui
manca una parte importante del modo in cui deve esplicarsi
l'azione dello Stato contro questo fenomeno.
Le conclusioni, infine, rappresentano una sorta di sigillo
politico alla tesi che ho cercato di esporre e confermano che
si tratta di una relazione di parte. Si afferma che la
democrazia in Italia non è un dato acquisito, che siamo di
fronte al commissariamento della Repubblica ed alla
sospensione della democrazia. Queste sono le tesi
dell'onorevole Berlusconi, presidente, e non possono essere
quelle della Commissione antimafia! Credo che per arrivare a
conclusioni che siano frutto di una discussione, di una
valutazione complessiva, dal nostro punto di vista, della
mafia e soprattutto del modo in cui le nostre istituzioni
debbono articolarsi per agire contro questo fenomeno, non
possiamo partire da tesi fondate su slogan
propagandistici, che peraltro non corrispondono alla realtà
dei fatti. Ritengo che in questo paese l'esercizio della
democrazia ogni giorno sia visibile, anche se con limiti,
carenze e contraddizioni; comunque, si tratta di una
democrazia vitale e credo che questo non possa essere
disconosciuto da nessuno. Non c'è alcun commissariamento della
Repubblica: le istituzioni che attualmente operano nel nostro
paese sono quelle previste dal nostro ordinamento e non vi è
stata alcuna forzatura di questa natura. Se si accede ad una
tesi così palesemente di parte, non si riesce nemmeno a capire
quali siano i problemi da affrontare e soprattutto non si
individua il percorso da seguire.
In conclusione, come si è potuto dedurre dal mio
intervento, esprimo un giudizio negativo sulla relazione.
Tuttavia, ci impegneremo affinché essa possa essere
modificata, ma non nel senso di affermare le nostre tesi,
perché, se aspirassimo a questo, saremmo in contraddizione con
quanto ho appena detto. Cercheremo di farlo contemperando le
opinioni di tutti, per arrivare ad una relazione che sia il
frutto di un dibattito aperto, franco della Commissione
antimafia. Non cercheremo
Pag. 1971
di affermare le nostre tesi rispetto alle altre, ma
riprenderemo un cammino che è stato interrotto, quello di una
Commissione che abbia come ancoraggio la tensione unitaria.
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