| GIROLAMO TRIPODI. La proposta di relazione non
corrisponde agli attuali compiti della Commissione in ordine
alla lotta alla criminalità organizzata, è molto generica e
superficiale; inoltre, data la sua lunghezza, è dispersiva.
Sarebbe stato invece necessario fornire indicazioni precise,
evitando confusioni e genericità.
Nella relazione manca anche un'analisi sullo stato attuale
del fenomeno mafioso, sulla sua evoluzione, sui suoi rapporti
con il potere politico, così come manca un allarme sulla
caduta totale non solo della tensione, ma anche dell'impegno
dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata. Questa
relazione non incoraggia la mobilitazione né rilancia
l'impegno popolare e delle istituzioni nella battaglia contro
la mafia e i poteri criminali, con le loro connivenze e le
loro saldature consolidate con parte del potere politico e con
poteri deviati come la massoneria, e non stimola un impegno
massiccio del Parlamento e degli altri poteri dello Stato
affinché intervengano. Vi sono anzi considerazioni fuorvianti,
per esempio quelle sul consociativismo nell'intervento
straordinario nel Mezzogiorno. In realtà, i Governi di allora
e le forze che li dominavano hanno utilizzato gli interventi
finanziari dello Stato nel Mezzogiorno attraverso vie
clientelari, grazie agli abusi, alla corruzione e alle
connivenze tra il potere politico e quello mafioso. Perciò non
si può parlare del consociativismo come se tutti vi fossero
coinvolti, perché non si può dimenticare che nel meridione vi
sono stati dirigenti politici, ad ogni livello, che hanno
pagato con la vita la loro battaglia contro la mafia.
Dimenticare questi aspetti significherebbe confondere la
storia di coloro che hanno lottato contro la mafia, stando da
una parte della barricata, con quella di coloro che stavano
dall'altra parte, e colludevano con la mafia. I fatti di
questi giorni - lo vedremo nelle prossime settimane e nei
prossimi mesi - dimostrano quali rapporti si erano instaurati
e quali coperture e sostegni erano assicurati alle
organizzazioni mafiose.
Mancano, perciò, nella relazione, gli elementi
fondamentali. Descriverò tra poco quali sono gli aspetti che
consideriamo più gravi della filosofia che traspare dalla
relazione, volta a superare gli unici strumenti efficaci degli
ultimi anni per la lotta alla criminalità organizzata; la
caduta di tensione, il cedimento da parte dei poteri dello
Stato, l'attacco sferrato negli ultimi due anni contro coloro
che erano in prima linea in questa lotta e alcune iniziative
assunte - che hanno favorito, direttamente o indirettamente,
le organizzazioni criminali - hanno determinato una situazione
di attesa, da parte delle cosche, per i risultati che possono
derivare da tali iniziative. Dopo l'attacco violento che è
stato scatenato, abbiamo assistito addirittura alla
provocatoria affermazione del presidente della Commissione
giustizia della Camera che ha chiesto l'abolizione
dell'articolo 416- bis del codice penale: questo
significa dire che la mafia non c'è più, che la mafia non
esiste, dandole di fatto la possibilità di essere legittimata
in tutti i suoi aspetti.
In questa situazione di attesa, la mafia si muove con
baldanza, grazie anche a fatti come l'abbandono del territorio
da parte delle forze dello Stato: in provincia di Reggio
Calabria, per esempio, sono state soppresse alcune stazioni
dei carabinieri, pur trattandosi di zone in cui la presenza
della mafia è molto forte (cito Condofuri e San Lorenzo), e
ciò anche se i cittadini protestano e chiedono di mantenere la
presenza delle forze dell'ordine. Una volta, forse, erano
contrari, ma vi è stata una maturazione delle coscienze dei
cittadini, che vogliono collaborare: ma lo Stato abbandona
questi territori. Ma di questo, nella relazione, non c'è
traccia.
Manca, peraltro, qualsiasi elemento sulla situazione della
giustizia nel nostro paese. Sarebbe stato doveroso riportare
almeno ciò che la Commissione ha ascoltato dapprima a Reggio
Calabria e, qualche giorno fa, qui a Roma dal magistrato
Pag. 1972
che dirige la DDA di Reggio. In quella città esiste il
rischio di liberare pericolosi malviventi per decorrenza dei
termini e di non celebrare i processi per mancanza di
magistrati; si rischia che l'attività giudiziaria, non solo a
Reggio ma anche a Palmi e a Locri, sia paralizzata. In questa
Commissione abbiamo sentito quale è stato l'impegno assunto
dal ministro di grazia e giustizia: invece di venire incontro
alle esigenze di quegli uffici, che hanno tanto bisogno di
uomini e di mezzi, oltre che di strutture adeguate, in nove
mesi si è premurato soltanto di soddisfare quelle che poco fa
il collega Bargone ha definito le spinte dei mafiosi di Reggio
Calabria, disponendo sei ispezioni - in nove mesi - contro
quei magistrati. E l'ultima è in corso in questi giorni!
Invece di impegnarsi sulle gravi questioni che riguardano il
distretto di Reggio, valutando ciò che è avvenuto - qualche
mese fa un consigliere circoscrizionale del mio partito è
sfuggito ad un agguato a colpi di lupara, ed è ancora invalido
(i responsabili non sono stati ancora individuati) -, domani
il ministro Mancuso va a Reggio Calabria quasi per soddisfare
coloro che sono contro i magistrati. Anziché assumere le
decisioni che avrebbe dovuto prendere qualche mese fa,
conclude la campagna di ispezioni contro coloro che sono in
prima fila, che rischiano tutti i giorni, che sono sotto tiro
e che, con l'operazione Olimpia, che ha coronato sacrifici di
anni, hanno dimostrato la saldatura tra mafia, politica e
massoneria deviata. Questo è ciò che è emerso, ma coloro che
hanno portato avanti questa operazione oggi si trovano di
fronte ad una contestazione permanente.
Manca, altresì, un altro aspetto importante. Eppure,
nell'impostare il programma di lavoro della Commissione, un
anno fa, avevamo riproposto con forza l'impegno della
Commissione antimafia ad occuparsi delle famose indagini sulla
massoneria deviata: oggi possiamo registrare, come
denunciavamo allora, un affossamento di queste indagini,
perché non se ne parla più. Mi riferisco alle indagini
iniziate dall'allora procuratore di Palmi, dottor Cordova.
Emerge perciò, dalla relazione, la volontà precisa di
rilegittimare certe cose che favoriscono i poteri criminali.
Basti pensare a quanto si afferma circa i collaboratori di
giustizia, ipotizzando una modifica della normativa sui
programmi di protezione e proponendo obiettivi come quelli
della "selezione" e della scelta della "qualità". Non
comprendo: questo discorso è già stato affrontato a proposito
del famoso regolamento per la protezione dei pentiti, ma la
stessa Corte costituzionale ha riconosciuto che esso,
soprattutto riguardo alla dichiarazione di intenti,
rappresentava un fatto impossibile e pericoloso. Si è avuta,
perciò, la destabilizzazione di quello che, in questi anni, è
stato uno degli strumenti più importanti di lotta, avendo
determinato rotture all'interno delle organizzazioni criminali
(non solo Cosa nostra, ma anche la camorra e la 'ndrangheta,
oltre alla Sacra corona unita) e facendo conseguire importanti
risultati. Se la relazione indica la necessità di modifiche, è
evidente che lo strumento rappresentato dalla collaborazione
di giustizia viene messo in discussione: e da chi dovrebbe
esserlo? Da questa Commissione, che dovrebbe approvare la
relazione? La Commissione antimafia dovrebbe mettere in
discussione uno strumento che favorisce la lotta alla mafia?
Ma così si attuerebbe un indebolimento della lotta alla mafia!
Ho già avuto modo di dire che questa Commissione non si
muoveva nella direzione giusta, non garantendo continuità con
gli impegni assunti nelle Commissioni delle precedenti
legislature, che avevano conseguito risultati nella lotta
contro la criminalità organizzata. E' assai grave proporre di
diminuire il ricorso ai collaboratori di giustizia affermando
principi come quelli della selezione e del profilo
qualitativo. Cosa significa "selezione"? Come si può dire che
un collaboratore è utile e un altro non lo è? In realtà, si
tratta di un'affermazione che mette in discussione uno degli
strumenti che hanno consentito di infliggere colpi alle
organizzazioni criminali; gli altri sono stati l'articolo
41- bis dell'ordinamento penitenziario, che ha consentito
l'isolamento
Pag. 1973
in carcere di pericolosi mafiosi, e il sequestro e la
confisca dei patrimoni illecitamente realizzati. Guarda caso,
questi tre strumenti sono tutti messi in discussione nella
relazione!
Tra l'altro, non vedo come sia possibile proporre il
superamento dell'articolo 41- bis quando il Parlamento ne
ha già prorogato la durata fino al 1999: è una
sottovalutazione, se non un insulto, del Parlamento, come se
questa Commissione fosse un'altra cosa, quando invece anche
noi abbiamo contribuito all'approvazione di questa norma. Non
vedo come sia possibile, a distanza di pochi mesi, proporre il
suo superamento facendo presente che alcuni giudici di
sorveglianza hanno affermato che si poteva risolvere la
questione in altro modo. La Commissione ha il dovere, invece,
di accertare come l'applicazione di questa norma è stata
attuata, perché la verità è che è stata svuotata totalmente:
dai 1.200 mafiosi tenuti in isolamento presso le carceri di
massima sicurezza nel 1992-1993, siamo scesi a meno di 400,
meno del 50 per cento dei quali è sottoposto al trattamento,
perché gli altri, come Riina, viaggiano continuamente, certo
per motivi di giustizia, ma trovando il modo durante i
dibattimenti per fare interviste televisive. Ricordo che
l'allora sottosegretario Contestabile, quindi una persona al
di sopra di ogni sospetto per garantismo, disse che un
detenuto, di cui non fece il nome (anche se lo avevamo
caldamente invitato a farlo), un mafioso molto pericoloso, in
un anno aveva trascorso solo 65 giorni presso carceri di
massima sicurezza, perché gli altri li aveva passati girando
per tutto il paese!
Pertanto, la proposta del superamento del 41- bis va
respinta. Tra l'altro, presidente, questa Commissione si è
pronunciata a maggioranza e non se ne possono contestare le
decisioni: se le posizioni di una maggioranza non coincidono
con quelle della presidenza, quest'ultima è tenuta ad
attenersi alle decisioni della maggioranza. Sui pentiti, per
esempio, la Commissione si è pronunciata con un documento
assai dettagliato e puntuale; ma la relazione dimentica,
ignora tale documento e fa proposte per la revisione di questa
norma. Nel contempo, non viene nemmeno effettuata un'analisi
sui rapporti tra mafia e politica, nonostante al riguardo
potrebbero essere richiamati una serie di fatti e di vicende.
Penso, per esempio, all'appello lanciato da Piromalli alla
vigilia delle elezioni del 1994 da un'aula di Palmi, quando
disse: "Noi voteremo per forza Italia, voteremo per la
destra". Si tratta di indicazioni precise con riguardo allo
spostamento elettorale verificatosi nelle zone nelle quali si
registra una presenza della mafia, uno spostamento verso i
nuovi poteri e, quindi, verso la destra. Eppure, su questo
problema, la relazione non si sofferma e si limita a
richiamare fatti del passato.
Il collega Bargone ha fatto riferimento al processo
Andreotti, che si è aperto oggi a Palermo. Non posso non
rilevare come quando la Commissione antimafia si interessi di
un processo nel quale, come è evidente, la giustizia, le
istituzioni dello Stato debbono giudicare i comportamenti ed i
reati che ha potuto commettere un grosso personaggio politico,
il fatto di richiamare il Parlamento a pronunciarsi sulla
colpevolezza o meno di quel personaggio rappresenti un siluro
lanciato contro il processo. Si tratta di un fatto grave:
questa Commissione deve dimostrare il massimo rispetto nei
confronti dei magistrati che hanno lavorato e di quelli che
dovranno giudicare. Viene invece proposto un intervento da
parte di organi - mi riferisco al Parlamento - che in questo
momento non sono competenti a decidere su un procedimento
penale in corso. Ripeto: si tratta di un fatto gravissimo che
non può assolutamente essere accettato, anche perché
significherebbe inserirsi nel coro di tutti coloro i quali in
questo momento cercano di squalificare il processo, di farne
un qualcosa di inventato, senza considerare il lavoro svolto a
tutti i livelli che ha portato a determinate conclusioni. E'
fuori di dubbio, infatti, che il processo rileva fatti
inquietanti, che richiamano collusioni di uno dei massimi
rappresentanti dello Stato con le organizzazioni criminali o
episodi che hanno visto fornire aiuti alla mafia in base
Pag. 1974
alla gestione del potere. Tutti questi fatti non possono
portare ad un giudizio positivo. In particolare, credo che
dalla relazione vada eliminato qualsiasi riferimento al
processo. La Commissione antimafia deve piuttosto esprimere
l'auspicio che sia fatta luce fino in fondo e che possano
essere individuate tutte le responsabilità che vi possono
essere e che ci sono state nel contesto dei rapporti tra mafia
e politica e che hanno consentito ai poteri criminali, a Cosa
nostra e a tutte le organizzazioni mafiose di raggiungere
l'attuale livello di potenza e di pericolosità, che si esprime
non soltanto nelle regioni tradizionalmente interessate dal
fenomeno ma anche in tutto il paese ed a livello
internazionale, esprimendosi come pericolo per la libertà dei
cittadini, per la democrazia e come ostacolo ad ogni
possibilità di convivenza civile e di sviluppo in certe
regioni.
In definitiva, sarebbe stato opportuno partire dalla
situazione che ci troviamo di fronte, dalle esigenze
continuamente rappresentate e sollecitate, dalle
preoccupazioni che l'attuale contingenza deve indurci ad
avvertire. La relazione, invece, non ha preso le mosse da
questo punto di partenza ma si è indirizzata in una direzione
nella quale ci si limita soltanto a porre in discussione gli
strumenti principali della lotta antimafia. Nel contempo, non
viene formulata nessun'altra proposta, se si esclude quella
finalizzata all'abrogazione della legge sullo scioglimento dei
consigli comunali inquinati per mafia. Se le cose stanno in
questo modo, credo - in nome di un'esigenza di giustizia e di
un impegno costantemente profuso nella lotta alla criminalità
organizzata, ai suoi collegamenti, alle sue diramazioni, ai
suoi rapporti con poteri forti e forme organizzate di
massoneria deviata - che non ci si possa limitare ad emendare
la relazione, caro collega Bargone; questa relazione va invece
riscritta, modificata, alla luce degli elementi e dei giudizi
ai quali ho fatto riferimento nel mio intervento. Dobbiamo
quindi riproporre con forza l'esigenza della lotta alla
criminalità organizzata ed affrontare le questioni relative
alle difficoltà che si incontrano nel campo della giustizia,
ai comportamenti registratisi negli ultimi anni con
riferimento a coloro i quali hanno attaccato le persone che
hanno lottato contro la mafia e agli strumenti utilizzati in
questa direzione; si tratta, in definitiva, di riproporre la
difesa della legge sui collaboratori di giustizia come
strumento efficace e decisivo nella lotta alla mafia, insieme
all'articolo 41- bis, che va rispettato ed applicato. Va
inoltre garantita l'attuazione e l'applicazione della legge
sui sequestri e le confische dei beni provenienti da
arricchimento illecito. Credo sia questo il nostro dovere.
Soprattutto, dobbiamo pretendere la rottura di ogni rapporto
tra politica e mafia.
Sono questi i punti centrali sui quali la relazione va
modificata nel suo complesso, dal momento che il limitarsi
solo a qualche aggiunta o aggiustamento non modificherebbe la
filosofia di base sulla quale essa poggia.
| |