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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XII Legislatura

Documento


126777
STC0075-0007
COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA SUL FENOMENO DELLA MAFIA Resoc. Stenogr. n. 75 del 26 settembre 1995 (STC12-MAF-75)
(suddiviso in 10 Unità Documento)
Unità Documento n.7 (che inizia a pag.1971 dello stampato)
...Seguito della discussione della relazione annuale.
GIROLAMO TRIPODI.
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE TIZIANA PARENTI
ZZSTC ZZSTC260995 ZZSTC950926 ZZSTC000995 ZZSTC000095 ZZSTC75 ZZMAF ZZMAF260995 ZZMAF950926 ZZMAF000995 ZZMAF000095 ZZMAF75 ZZ12
    GIROLAMO TRIPODI.  La proposta di relazione non
  corrisponde agli attuali compiti della Commissione in ordine
  alla lotta alla criminalità organizzata, è molto generica e
  superficiale; inoltre, data la sua lunghezza, è dispersiva.
  Sarebbe stato invece necessario fornire indicazioni precise,
  evitando confusioni e genericità.
     Nella relazione manca anche un'analisi sullo stato attuale
  del fenomeno mafioso, sulla sua evoluzione, sui suoi rapporti
  con il potere politico, così come manca un allarme sulla
  caduta totale non solo della tensione, ma anche dell'impegno
  dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata.  Questa
  relazione non incoraggia la mobilitazione né rilancia
  l'impegno popolare e delle istituzioni nella battaglia contro
  la mafia e i poteri criminali, con le loro connivenze e le
  loro saldature consolidate con parte del potere politico e con
  poteri deviati come la massoneria, e non stimola un impegno
  massiccio del Parlamento e degli altri poteri dello Stato
  affinché intervengano.  Vi sono anzi considerazioni fuorvianti,
  per esempio quelle sul consociativismo nell'intervento
  straordinario nel Mezzogiorno.  In realtà, i Governi di allora
  e le forze che li dominavano hanno utilizzato gli interventi
  finanziari dello Stato nel Mezzogiorno attraverso vie
  clientelari, grazie agli abusi, alla corruzione e alle
  connivenze tra il potere politico e quello mafioso.  Perciò non
  si può parlare del consociativismo come se tutti vi fossero
  coinvolti, perché non si può dimenticare che nel meridione vi
  sono stati dirigenti politici, ad ogni livello, che hanno
  pagato con la vita la loro battaglia contro la mafia.
  Dimenticare questi aspetti significherebbe confondere la
  storia di coloro che hanno lottato contro la mafia, stando da
  una parte della barricata, con quella di coloro che stavano
  dall'altra parte, e colludevano con la mafia.  I fatti di
  questi giorni - lo vedremo nelle prossime settimane e nei
  prossimi mesi - dimostrano quali rapporti si erano instaurati
  e quali coperture e sostegni erano assicurati alle
  organizzazioni mafiose.
     Mancano, perciò, nella relazione, gli elementi
  fondamentali.  Descriverò tra poco quali sono gli aspetti che
  consideriamo più gravi della filosofia che traspare dalla
  relazione, volta a superare gli unici strumenti efficaci degli
  ultimi anni per la lotta alla criminalità organizzata; la
  caduta di tensione, il cedimento da parte dei poteri dello
  Stato, l'attacco sferrato negli ultimi due anni contro coloro
  che erano in prima linea in questa lotta e alcune iniziative
  assunte - che hanno favorito, direttamente o indirettamente,
  le organizzazioni criminali - hanno determinato una situazione
  di attesa, da parte delle cosche, per i risultati che possono
  derivare da tali iniziative.  Dopo l'attacco violento che è
  stato scatenato, abbiamo assistito addirittura alla
  provocatoria affermazione del presidente della Commissione
  giustizia della Camera che ha chiesto l'abolizione
  dell'articolo 416- bis  del codice penale: questo
  significa dire che la mafia non c'è più, che la mafia non
  esiste, dandole di fatto la possibilità di essere legittimata
  in tutti i suoi aspetti.
     In questa situazione di attesa, la mafia si muove con
  baldanza, grazie anche a fatti come l'abbandono del territorio
  da parte delle forze dello Stato: in provincia di Reggio
  Calabria, per esempio, sono state soppresse alcune stazioni
  dei carabinieri, pur trattandosi di zone in cui la presenza
  della mafia è molto forte (cito Condofuri e San Lorenzo), e
  ciò anche se i cittadini protestano e chiedono di mantenere la
  presenza delle forze dell'ordine.  Una volta, forse, erano
  contrari, ma vi è stata una maturazione delle coscienze dei
  cittadini, che vogliono collaborare: ma lo Stato abbandona
  questi territori.  Ma di questo, nella relazione, non c'è
  traccia.
     Manca, peraltro, qualsiasi elemento sulla situazione della
  giustizia nel nostro paese.  Sarebbe stato doveroso riportare
  almeno ciò che la Commissione ha ascoltato dapprima a Reggio
  Calabria e, qualche giorno fa, qui a Roma dal magistrato
 
                             Pag. 1972
 
  che dirige la DDA di Reggio.  In quella città esiste il
  rischio di liberare pericolosi malviventi per decorrenza dei
  termini e di non celebrare i processi per mancanza di
  magistrati; si rischia che l'attività giudiziaria, non solo a
  Reggio ma anche a Palmi e a Locri, sia paralizzata.  In questa
  Commissione abbiamo sentito quale è stato l'impegno assunto
  dal ministro di grazia e giustizia: invece di venire incontro
  alle esigenze di quegli uffici, che hanno tanto bisogno di
  uomini e di mezzi, oltre che di strutture adeguate, in nove
  mesi si è premurato soltanto di soddisfare quelle che poco fa
  il collega Bargone ha definito le spinte dei mafiosi di Reggio
  Calabria, disponendo sei ispezioni - in nove mesi - contro
  quei magistrati.  E l'ultima è in corso in questi giorni!
  Invece di impegnarsi sulle gravi questioni che riguardano il
  distretto di Reggio, valutando ciò che è avvenuto - qualche
  mese fa un consigliere circoscrizionale del mio partito è
  sfuggito ad un agguato a colpi di lupara, ed è ancora invalido
  (i responsabili non sono stati ancora individuati) -, domani
  il ministro Mancuso va a Reggio Calabria quasi per soddisfare
  coloro che sono contro i magistrati.  Anziché assumere le
  decisioni che avrebbe dovuto prendere qualche mese fa,
  conclude la campagna di ispezioni contro coloro che sono in
  prima fila, che rischiano tutti i giorni, che sono sotto tiro
  e che, con l'operazione Olimpia, che ha coronato sacrifici di
  anni, hanno dimostrato la saldatura tra mafia, politica e
  massoneria deviata.  Questo è ciò che è emerso, ma coloro che
  hanno portato avanti questa operazione oggi si trovano di
  fronte ad una contestazione permanente.
     Manca, altresì, un altro aspetto importante.  Eppure,
  nell'impostare il programma di lavoro della Commissione, un
  anno fa, avevamo riproposto con forza l'impegno della
  Commissione antimafia ad occuparsi delle famose indagini sulla
  massoneria deviata: oggi possiamo registrare, come
  denunciavamo allora, un affossamento di queste indagini,
  perché non se ne parla più.  Mi riferisco alle indagini
  iniziate dall'allora procuratore di Palmi, dottor Cordova.
     Emerge perciò, dalla relazione, la volontà precisa di
  rilegittimare certe cose che favoriscono i poteri criminali.
  Basti pensare a quanto si afferma circa i collaboratori di
  giustizia, ipotizzando una modifica della normativa sui
  programmi di protezione e proponendo obiettivi come quelli
  della "selezione" e della scelta della "qualità".  Non
  comprendo: questo discorso è già stato affrontato a proposito
  del famoso regolamento per la protezione dei pentiti, ma la
  stessa Corte costituzionale ha riconosciuto che esso,
  soprattutto riguardo alla dichiarazione di intenti,
  rappresentava un fatto impossibile e pericoloso.  Si è avuta,
  perciò, la destabilizzazione di quello che, in questi anni, è
  stato uno degli strumenti più importanti di lotta, avendo
  determinato rotture all'interno delle organizzazioni criminali
  (non solo Cosa nostra, ma anche la camorra e la 'ndrangheta,
  oltre alla Sacra corona unita) e facendo conseguire importanti
  risultati.  Se la relazione indica la necessità di modifiche, è
  evidente che lo strumento rappresentato dalla collaborazione
  di giustizia viene messo in discussione: e da chi dovrebbe
  esserlo?  Da questa Commissione, che dovrebbe approvare la
  relazione?  La Commissione antimafia dovrebbe mettere in
  discussione uno strumento che favorisce la lotta alla mafia?
  Ma così si attuerebbe un indebolimento della lotta alla mafia!
  Ho già avuto modo di dire che questa Commissione non si
  muoveva nella direzione giusta, non garantendo continuità con
  gli impegni assunti nelle Commissioni delle precedenti
  legislature, che avevano conseguito risultati nella lotta
  contro la criminalità organizzata.  E' assai grave proporre di
  diminuire il ricorso ai collaboratori di giustizia affermando
  principi come quelli della selezione e del profilo
  qualitativo.  Cosa significa "selezione"?  Come si può dire che
  un collaboratore è utile e un altro non lo è?  In realtà, si
  tratta di un'affermazione che mette in discussione uno degli
  strumenti che hanno consentito di infliggere colpi alle
  organizzazioni criminali; gli altri sono stati l'articolo
  41- bis  dell'ordinamento penitenziario, che ha consentito
  l'isolamento
 
                             Pag. 1973
 
  in carcere di pericolosi mafiosi, e il sequestro e la
  confisca dei patrimoni illecitamente realizzati.  Guarda caso,
  questi tre strumenti sono tutti messi in discussione nella
  relazione!
     Tra l'altro, non vedo come sia possibile proporre il
  superamento dell'articolo 41- bis  quando il Parlamento ne
  ha già prorogato la durata fino al 1999: è una
  sottovalutazione, se non un insulto, del Parlamento, come se
  questa Commissione fosse un'altra cosa, quando invece anche
  noi abbiamo contribuito all'approvazione di questa norma.  Non
  vedo come sia possibile, a distanza di pochi mesi, proporre il
  suo superamento facendo presente che alcuni giudici di
  sorveglianza hanno affermato che si poteva risolvere la
  questione in altro modo.  La Commissione ha il dovere, invece,
  di accertare come l'applicazione di questa norma è stata
  attuata, perché la verità è che è stata svuotata totalmente:
  dai 1.200 mafiosi tenuti in isolamento presso le carceri di
  massima sicurezza nel 1992-1993, siamo scesi a meno di 400,
  meno del 50 per cento dei quali è sottoposto al trattamento,
  perché gli altri, come Riina, viaggiano continuamente, certo
  per motivi di giustizia, ma trovando il modo durante i
  dibattimenti per fare interviste televisive.  Ricordo che
  l'allora sottosegretario Contestabile, quindi una persona al
  di sopra di ogni sospetto per garantismo, disse che un
  detenuto, di cui non fece il nome (anche se lo avevamo
  caldamente invitato a farlo), un mafioso molto pericoloso, in
  un anno aveva trascorso solo 65 giorni presso carceri di
  massima sicurezza, perché gli altri li aveva passati girando
  per tutto il paese!
     Pertanto, la proposta del superamento del 41- bis  va
  respinta.  Tra l'altro, presidente, questa Commissione si è
  pronunciata a maggioranza e non se ne possono contestare le
  decisioni: se le posizioni di una maggioranza non coincidono
  con quelle della presidenza, quest'ultima è tenuta ad
  attenersi alle decisioni della maggioranza.  Sui pentiti, per
  esempio, la Commissione si è pronunciata con un documento
  assai dettagliato e puntuale; ma la relazione dimentica,
  ignora tale documento e fa proposte per la revisione di questa
  norma.  Nel contempo, non viene nemmeno effettuata un'analisi
  sui rapporti tra mafia e politica, nonostante al riguardo
  potrebbero essere richiamati una serie di fatti e di vicende.
  Penso, per esempio, all'appello lanciato da Piromalli alla
  vigilia delle elezioni del 1994 da un'aula di Palmi, quando
  disse: "Noi voteremo per forza Italia, voteremo per la
  destra".  Si tratta di indicazioni precise con riguardo allo
  spostamento elettorale verificatosi nelle zone nelle quali si
  registra una presenza della mafia, uno spostamento verso i
  nuovi poteri e, quindi, verso la destra.  Eppure, su questo
  problema, la relazione non si sofferma e si limita a
  richiamare fatti del passato.
     Il collega Bargone ha fatto riferimento al processo
  Andreotti, che si è aperto oggi a Palermo.  Non posso non
  rilevare come quando la Commissione antimafia si interessi di
  un processo nel quale, come è evidente, la giustizia, le
  istituzioni dello Stato debbono giudicare i comportamenti ed i
  reati che ha potuto commettere un grosso personaggio politico,
  il fatto di richiamare il Parlamento a pronunciarsi sulla
  colpevolezza o meno di quel personaggio rappresenti un siluro
  lanciato contro il processo.  Si tratta di un fatto grave:
  questa Commissione deve dimostrare il massimo rispetto nei
  confronti dei magistrati che hanno lavorato e di quelli che
  dovranno giudicare.  Viene invece proposto un intervento da
  parte di organi - mi riferisco al Parlamento - che in questo
  momento non sono competenti a decidere su un procedimento
  penale in corso.  Ripeto: si tratta di un fatto gravissimo che
  non può assolutamente essere accettato, anche perché
  significherebbe inserirsi nel coro di tutti coloro i quali in
  questo momento cercano di squalificare il processo, di farne
  un qualcosa di inventato, senza considerare il lavoro svolto a
  tutti i livelli che ha portato a determinate conclusioni.  E'
  fuori di dubbio, infatti, che il processo rileva fatti
  inquietanti, che richiamano collusioni di uno dei massimi
  rappresentanti dello Stato con le organizzazioni criminali o
  episodi che hanno visto fornire aiuti alla mafia in base
 
                             Pag. 1974
 
  alla gestione del potere.  Tutti questi fatti non possono
  portare ad un giudizio positivo.  In particolare, credo che
  dalla relazione vada eliminato qualsiasi riferimento al
  processo.  La Commissione antimafia deve piuttosto esprimere
  l'auspicio che sia fatta luce fino in fondo e che possano
  essere individuate tutte le responsabilità che vi possono
  essere e che ci sono state nel contesto dei rapporti tra mafia
  e politica e che hanno consentito ai poteri criminali, a Cosa
  nostra e a tutte le organizzazioni mafiose di raggiungere
  l'attuale livello di potenza e di pericolosità, che si esprime
  non soltanto nelle regioni tradizionalmente interessate dal
  fenomeno ma anche in tutto il paese ed a livello
  internazionale, esprimendosi come pericolo per la libertà dei
  cittadini, per la democrazia e come ostacolo ad ogni
  possibilità di convivenza civile e di sviluppo in certe
  regioni.
     In definitiva, sarebbe stato opportuno partire dalla
  situazione che ci troviamo di fronte, dalle esigenze
  continuamente rappresentate e sollecitate, dalle
  preoccupazioni che l'attuale contingenza deve indurci ad
  avvertire.  La relazione, invece, non ha preso le mosse da
  questo punto di partenza ma si è indirizzata in una direzione
  nella quale ci si limita soltanto a porre in discussione gli
  strumenti principali della lotta antimafia.  Nel contempo, non
  viene formulata nessun'altra proposta, se si esclude quella
  finalizzata all'abrogazione della legge sullo scioglimento dei
  consigli comunali inquinati per mafia.  Se le cose stanno in
  questo modo, credo - in nome di un'esigenza di giustizia e di
  un impegno costantemente profuso nella lotta alla criminalità
  organizzata, ai suoi collegamenti, alle sue diramazioni, ai
  suoi rapporti con poteri forti e forme organizzate di
  massoneria deviata - che non ci si possa limitare ad emendare
  la relazione, caro collega Bargone; questa relazione va invece
  riscritta, modificata, alla luce degli elementi e dei giudizi
  ai quali ho fatto riferimento nel mio intervento.  Dobbiamo
  quindi riproporre con forza l'esigenza della lotta alla
  criminalità organizzata ed affrontare le questioni relative
  alle difficoltà che si incontrano nel campo della giustizia,
  ai comportamenti registratisi negli ultimi anni con
  riferimento a coloro i quali hanno attaccato le persone che
  hanno lottato contro la mafia e agli strumenti utilizzati in
  questa direzione; si tratta, in definitiva, di riproporre la
  difesa della legge sui collaboratori di giustizia come
  strumento efficace e decisivo nella lotta alla mafia, insieme
  all'articolo 41- bis,  che va rispettato ed applicato.  Va
  inoltre garantita l'attuazione e l'applicazione della legge
  sui sequestri e le confische dei beni provenienti da
  arricchimento illecito.  Credo sia questo il nostro dovere.
  Soprattutto, dobbiamo pretendere la rottura di ogni rapporto
  tra politica e mafia.
     Sono questi i punti centrali sui quali la relazione va
  modificata nel suo complesso, dal momento che il limitarsi
  solo a qualche aggiunta o aggiustamento non modificherebbe la
  filosofia di base sulla quale essa poggia.
 
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