| ELIO VITO. Presidente e colleghi, la prima osservazione
che intendo fare è sul fatto che si svolga questo
dibattito. A cosa dobbiamo, infatti, lo svolgimento di un
dibattito su mozioni presentate sulla gestione del
patrimonio immobiliare degli enti previdenziali? A cosa
dobbiamo il fatto che si giungerà ad un voto, se non nella
seduta odierna, sicuramente in quella di domani? A cosa
dobbiamo il fatto che tutti i gruppi parlamentari, dopo la
nostra iniziativa, hanno presentato mozioni su tale
materia? Si tratta di un caso nuovo? E' la prima volta che
deputati, gruppi
parlamentari, esponenti politici vengono a conoscenza del
problema della cattiva gestione del patrimonio immobiliare
degli enti previdenziali? Sicuramente no.
Questa vicenda giunge oggi all'esame della Camera perché
su di essa si è svolta un'inchiesta giornalistica, una di
quelle inchieste che venivano tanto evocate nel nostro
paese quando non si svolgevano e la cui assenza veniva
tanto criticata da parte di opinionisti, di commentatori,
degli stessi esponenti politici. Ma tutti questi signori,
quando poi ci si è trovati di fronte, dopo anni, direi
dopo decenni, ad una campagna giornalistica che ha posto
in luce uno degli scandali più gravi del sistema di potere
partitocratico, sindacatocratico, consociativo dei decenni
scorsi - e che ancora vive -, ad un'inchiesta
giornalistica capace di far emergere cose che hanno
giustamente indignato l'opinione pubblica, hanno parlato
di campagne diffamatorie, di toni demagogici e
provocatori. Noi riteniamo, invece, che quell'inchiesta
giornalistica sia stata sana e meritoria; se eccessi vi
sono stati, questi sicuramente sono stati compensati dal
merito di aver fatto venire alla luce una delle vicende
più insopportabili ed odiose, che giustamente (e in
seguito tratterò la questione) provoca reazioni politiche,
cambiamenti di opinione nei confronti di leader
politici e che ha comportato anche alcuni risultati
concreti, come il cambio di alloggio dell'onorevole
D'Alema.
La cattiva gestione del patrimonio immobiliare degli enti
in questione non era un caso nuovo; la Camera anche
recentemente aveva avuto occasione di discutere
dell'argomento. Ad esempio presso l'XI Commissione lavoro,
il 22 febbraio scorso si era svolta l'audizione del
presidente dell'INPS, Gianni Billia, del presidente
dell'INAIL, Pietro Magno, e del commissario straordinario
dell'INPDAP, Mauro Seppia, in merito alla gestione del
patrimonio immobiliare degli istituti; nella seduta della
Commissione, durata l'intero pomeriggio, i tre
rappresentanti degli enti richiamati sono riusciti a non
dire nulla di tale gestione ed anche i commissari
interroganti, ad esempio l'onorevole Zagatti, sono
riusciti a non chiedere nulla al riguardo.
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Affittopoli, insomma, sarebbe potuta entrare alla Camera
già nello scorso febbraio; si era tenuta una seduta della
Commissione lavoro anche per questo, ma abilmente i
rappresentanti degli enti previdenziali l'hanno tenuta
fuori con il consenso della maggioranza parlamentare, che
in quella occasione sicuramente avrebbe potuto chiedere
delucidazioni. Si è parlato, invece, esclusivamente dei
criteri di vendita del patrimonio immobiliare degli
istituti e non ci si è soffermati assolutamente sulla
trasparenza, sulla consistenza, sui metodi di assegnazione
degli immobili stessi né sul fatto che la gestione del
patrimonio dovesse corrispondere alla funzione principale
degli enti previdenziali: ricavare il massimo reddito al
fine di finanziare le pensioni.
L'opera sicuramente meritoria di alcuni colleghi (penso,
anche in questo caso, al collega Tofani, che ha
prospettato di invitare in Commissione i rappresentanti
degli enti) non aveva portato ad alcun risultato.
Affittopoli è uno degli scandali del paese dei quali
deliberatamente le forze politiche, il Parlamento, da
decenni, anche recentemente, hanno evitato di parlare.
Hanno evitato di discuterne, di portarlo a conoscenza
dell'opinione pubblica; eppure vi erano documenti
ufficiali, anche parlamentari, che denunciavano che
riguardo alla gestione del patrimonio immobiliare, ai
criteri di assegnazione degli immobili, alla redditività
degli stessi, si stava andando in direzione opposta alle
finalità degli istituti previdenziali, ai criteri, alle
esigenze minime di trasparenza e legalità.
Nella relazione svolta presso la famosa - lo è diventata
in questi giorni; ma quanti sapevano della sua esistenza?
- Commissione parlamentare di controllo sull'attività
degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e
assistenza sociale, nella scorsa legislatura si richiama
il parere (obbligatorio per legge), del CNEL, approvato il
14 ottobre 1993, in cui si ribadiscono due concetti,
peraltro entrambi presenti nella mozione che sto
illustrando. Si rileva che la gestione del patrimonio
immobiliare deve dare un rendimento atto a garantire
l'erogazione delle pensioni; si conferma, dunque, che tale
patrimonio deve essere gestito esclusivamente
con la finalità di ricavarne il massimo reddito possibile
per corrispondere il trattamento pensionistico ai soggetti
associati. Non riguarda, quindi, l'ente previdenziale, la
necessità, che pure esiste nel paese, di promuovere una
politica della casa, di calmierare i prezzi, di venire
incontro alle esigenze di equo canone e di alloggi per gli
sfrattati. Naturalmente quote (e ne discuteremo) devono
essere riservate alle categorie ricordate, ma il
patrimonio immobiliare degli enti previdenziali deve dare
la massima redditività, perché deve servire a garantire
l'erogazione delle pensioni. Quindi la cattiva gestione
del patrimonio, che non ha consentito agli istituti di
ricavarne la massima redditività possibile, è avvenuta a
danno dei pensionati, degli iscritti agli enti, che
evidentemente avevano diritto di pretendere che si
ottenesse dagli alloggi il massimo reddito possibile, per
assicurare nel tempo i trattamenti pensionistici e
assicurativi.
Questo è ciò che è avvenuto ed è l'aspetto principale dal
punto di vista di una corretta gestione dei fondi, del
patrimonio immobiliare degli enti. Ebbene ciò non è mai
stato contestato in questi anni di vita politica e
parlamentare, come se il patrimonio immobiliare degli enti
previdenziali dovesse servire esclusivamente a tutelare il
ceto politico e sindacale, come se si sapesse che gli enti
investivano i fondi acquistando alloggi per dare una
sistemazione ai potenti della prima Repubblica, che poi
spesso sono confluiti nella seconda Repubblica. Questo è
il nodo dell'intera questione e, per quanto ci riguarda,
riteniamo che debbano esservi conseguenze da un punto di
vista amministrativo, contabile e penale, poiché vi è
stata una vera e propria cattiva amminitrazione che ha
prodotto danni in contrasto con le finalità stesse degli
enti previdenziali.
Nella relazione del CNEL del 14 ottobre 1993 inviata al
Parlamento e alla Commissione parlamentare di vigilanza,
si conferma che il patrimonio immobiliare rappresenta la
principale voce attiva posta a copertura dei debiti;
quindi, una cattiva gestione della principale voce attiva
comporta, ed ha comportato, conseguenze molto serie.
Ebbene, in tale relazione, per quanto riguarda
specificamente l'analisi delle relazioni presentate
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dagli enti alla Commissione parlamentare, il CNEL
afferma: "si devono però rilevare ancora una volta le
difficoltà incontrate nella conoscenza e nella
elaborazione dei dati, difficoltà peraltro già manifestate
dalla Commissione parlamentare rispetto alle relazioni del
1990 e del 1991. In particolare, i dati forniti non sono
sempre completi, congrui ed aggiornati, e risultano di
difficile comparazione a causa della diversa
valorizzazione spesso utilizzata dagli enti nel fornire le
indicazioni richieste dalla Commissione. Questa
considerazione fa quindi emergere ancora una volta la
necessità di una maggiore e più puntuale standardizzazione
delle rilevazioni dei dati patrimoniali richiesti agli
enti al fine di poter effettuare un controllo più
approfondito - ed eventualmente comparativo - in merito
alle singole gestioni patrimoniali.
"L'esame della componente immobiliare del patrimonlo degli
enti previdenziali, effettuata attraverso le relazioni
fornite alla Commissione parlamentare, fa emergere varie
perplessità in merito alla significatività dei dati
rilevati ai fini del controllo da parte della Commissione.
In primo luogo si deve segnalare che solo 36 dei 44 enti
forniscono alcune indicazioni circa il loro patrimonio
immobiliare, e che per i rimanenti 8 enti non è possibile
ricostruire dati di consistenza (...). Sulla base dei dati
forniti è quasi impossibile effettuare una valutazione
omogenea del patrimonio immobiliare dei diversi enti.
Infatti, il più delle volte è riportato solo il valore
degli immobili iscritto in bilancio al prezzo di acquisto,
per cui le cifre indicate, risentendo dell'epoca di
acquisizione degli immobili stessi, non sono correttamente
sommabili tra loro. Anche nel caso in cui siano state
effettuate rivalutazioni, non sempre è possibile
ricostruirne le modalità ed i tempi (...). Anche i dati
relativi al tasso di rendimento della gestione degli
immobili sono in alcuni casi poco significativi sia perché
si riferiscono ai valori di acquisto degli immobili sia
perché evidenziano il tasso di rendimento globale di tutto
il patrimonio immobiliare, compresi gli immobili di uso
diretto non produttivi di reddito (...). In definitiva la
gestione del patrimonio immobiliare potrebbe essere
effettuata nel rispetto
dei criteri di economicità ed efficienza secondo i
principi della buona amministrazione".
Vengono poi elencate le misure ritenute necessarie ad
ottenere il rispetto dei principi indicati nonché a
garantire la massima trasparenza. Il CNEL puntualmente
elenca ciò che la Commissione parlamentare avrebbe dovuto
pretendere dagli enti previdenziali, il che invece non è
mai avvenuto. In particolare - leggo sempre dalla
relazione del CNEL - si segnalava: "disporre di una
valutazione aggiornata del valore degli immobili, utile
anche per poter <aggiornare+ la corrispondente voce
nell'attivo del bilancio degli enti (...); richiedere
nelle relazioni un dettagliato resoconto circa i criteri
di amministrazione oltre che indicazioni sulle modalità di
rinnovo del patrimonio immobiliare (...); identificare
nuovi parametri tecnico-economici".
Prosegue la relazione a proposito della trasparenza: "i
risultati del lavoro svolto non permettono di formulare
giudizi positivi in merito a completezza, correttezza,
congruità e significatività dei dati. Come più volte
evidenziato, infatti, le relazioni spesso non contengono i
dati richiesti dalla Commissione e sono spesso di
difficile lettura e di difficile valutazione. Si pensi ad
esempio alle difficolta di analisi dei dati patrimoniali -
immobiliari e mobiliari - ed ai vuoti contenuti nelle
relative tabelle, nonostante l'importanza assunta dal
patrimonio nelle gestioni previdenziali, a tutela degli
assicurati".
Siamo, dunque, di fronte a situazioni che il CNEL ha
denunciato nel 1993, facendo tra l'altro presente che
tutto ciò era già emerso dalle precedenti relazioni del
1990-1991. Si trattava, quindi, di dati noti agli atti
parlamentari; si tratta di questioni delle quali le forze
politiche, evidentemente, hanno ritenuto di non dover
tener conto. Vi era una Commissione parlamentare che
avrebbe dovuto vigilare sulla gestione del patrimonio
immobiliare degli enti previdenziali; è noto che la
gestione del patrimonio immobiliare degli enti
previdenziali è la principale fonte attiva del bilancio di
quegli stessi enti; è stata inoltre denunciata l'assoluta
carenza di correttezza e di analiticità con la quale vengono
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forniti alla Commissione parlamentare dagli enti
interessati i dati relativi al proprio patrimonio
immobiliare.
A fronte di tutto ciò, non si avverte evidentemente
l'esigenza di chiedere, addirittura di pretendere dagli
enti interessati quanto avrebbe dovuto essere dovere della
Commissione parlamentare acquisire. Evidentemente, le
forze politiche - ma anche i sindacati, che pure sono
stati molto attenti all'attività degli enti di previdenza
- nutrivano un senso di colpa per il fatto di risiedere in
quegli appartamenti. Alle forze politiche e sindacali era
impossibile chiedere trasparenza e correttezza, od anche
semplicemente i dati sulla gestione del patrimonio
immobiliare degli enti previdenziali: quegli stessi
soggetti erano inquilini di quegli enti previdenziali, di
quegli immobili.
Questa è la realtà nella quale ci siamo trovati, assai
peggiore di una situazione di confusione tra controllore e
controllato; una situazione nella quale, oggettivamente,
chi doveva esercitare il controllo, chi era chiamato ad
una funzione pubblica, non si trovava nella condizione di
poterlo fare perché direttamente interessato alla mancanza
di criteri di trasparenza e di correttezza nella gestione
del patrimonio immobiliare, con danni, come abbiamo visto,
rilevantissimi dal punto di vista delle conseguenze sul
bilancio degli enti e, quindi, dello stesso bilancio dello
Stato. Questo ancora a febbraio.
Si osserva che, in fin dei conti, si tratta di case che
venivano affittate nell'assoluto rispetto dell'equo
canone. Perché mai, dunque, bisognava avere questo senso
di colpa? Che cosa ha scatenato nell'opinione pubblica una
reazione così ampia verso lo scandalo di Affittopoli?
Proprio il fatto che, dopo tante chiacchiere (che nei
decenni scorsi sono venute soprattutto dalla sinistra)
sulla distanza fra il paese legale ed il paese reale, sui
privilegi dei politici, è emerso uno scandalo che è
gravissimo, perché si confronta con il problema più comune
del cittadino, quello cioè di trovare un alloggio, una
casa.
Non importa tanto il fatto che quell'alloggio venisse
affittato ad un politico, ad un sindacalista, ad un
magistrato, ad un dirigente della pubblica amministrazione
ad equo
canone, cioè alle condizioni previste dalla legge. Ciò che
importa, ciò che caratterizza il privilegio e lo rende
odioso è che quelle condizioni erano impossibili da
ottenere per il cittadino comune. Quello che ha
determinato e determina la gravità dello scandalo è il
fatto che per il cittadino comune era ed è impossibile
trovare un alloggio a quelle condizioni; condizioni che
pure la legge avrebbe dovuto tutelare per il cittadino e
non per l'esponente politico.
Il problema non è solo che si è avuto diritto a
quell'appartamento grazie al cognome o alle conoscenze; il
fatto è che il diritto all'appartamento per un politico,
un sindacalista od un magistrato determinava
contestualmente, a causa delle condizioni in cui si faceva
vivere il mercato, l'impossibilità per il cittadino di
avervi accesso. Quest'ultimo era costretto, infatti, a
ricorrere ai prezzi di mercato che erano distorti proprio
per l'esistenza di quell'immenso patrimonio immobiliare
degli enti così mal gestito.
I prezzi di mercato - lo ripeto - erano distorti perché,
come sempre avviene, quando sussistono situazioni di
privilegio il mercato ne risente, a danno e scapito di chi
di quella situazione di privilegio non gode. Il cittadino
comune, quel cittadino comune tanto elogiato dalla nostra
sinistra, subiva quindi una doppia beffa per non poter
accedere all'affitto di un appartamento alle condizioni
alle quali avrebbe avuto diritto e per il fatto che,
godendo altri di quel privilegio - magari proprio
esponenti politici e sindalisti - , egli era costretto a
ricorrere al mercato in condizioni di grave distorsione
del mercato stesso. Se invece tutta la gestione di quel
patrimonio immobiliare fosse avvenuta secondo l'esigenza
di garantirne la massima redditività - che deve essere
esigenza primaria degli enti - ciò avrebbe contribuito
naturalmente a far abbassare i prezzi di tutto il mercato.
Avremmo quindi abolito i privilegi per i politici ed i
sindacalisti ed avremmo determinato anche per il cittadino
comune la possibilità di trovare alloggio in condizioni
migliori.
Certo, vi sono leggi che tutelano gli alloggi per i più
bisognosi e per gli sfrattati. Anche gli enti
previdenziali avrebbero dovuto e devono comunque
sottostare a queste leggi
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ed è giusto che anche una quota del patrimonio immobiliare
degli enti previdenziali sia riservata a questi soggetti.
Si deve però trattare di persone che versano in uno stato
di effettiva necessità e di alloggi veramente popolari;
invece poi si scopre che si tratta di alloggi di lusso,
situati nel centro storico di Roma (e dai quali gli enti
previdenziali dovrebbero addirittura ricavare il massimo
reddito), riservati peraltro a persone non bisognose!
Pertanto, coloro che devono accedere a questo patrimonio
immobiliare devono innanzitutto dimostrare di averne
titolo; inoltre, del patrimonio immobiliare degli enti
previdenziali devono essere riservati quegli alloggi dai
quali sicuramente tali enti non possono ricavare il
massimo della redditività.
Queste sono anche le contraddizioni della cattiva gestione
del patrimonio immobiliare degli enti previdenziali e i
nodi sui quali la nostra mozione interviene. A questo
proposito devo dire che essa è stata sottoscritta da oltre
sessanta parlamentari del polo, di forza Italia, dei
riformatori, di alleanza nazionale, dei federalisti e
liberaldemocratici. La nostra mozione - mi sia consentito
dirlo - è oltretutto l'unica che affronta il problema di
Affittopoli; le altre sono state presentate
successivamente alla nostra, in un certo senso per
"correre al riparo", dopo che la Camera aveva deciso che
il 26 settembre si sarebbe svolto il dibattito sullo
scandalo di Affittopoli. Per questo bisogna riconoscere
che le altre mozioni intervengono sul problema più in
generale della politica della casa. La mozione Formenti,
addirittura, ritiene necessario e inderogabile definire
innanzitutto "una nuova regolamentazione per l'istituto
dei <patti in deroga+ sulla base delle proposte già
elaborate dall'VIII Commissione della Camera dei
deputati".
Mi sorprende - e mi rivolgo ai pochi colleghi della lega
presenti, oltre all'onorevole Formenti - che sulla vicenda
di Affittopoli la lega abbia aderito alla mozione della
maggioranza parlamentare del PDS e dei popolari, dei
gruppi cioè direttamente coinvolti nello scandalo stesso!
Questo era un tema sul quale la lega avrebbe potuto
chiamarsi fuori dai propri vincoli di appartenenza
alla maggioranza parlamentare e presentare una sua
autonoma mozione. Non si capisce per quale ragione su
questo, che non era uno dei punti sui quali si è impegnato
il Governo Dini, la lega abbia sentito l'esigenza -
l'onorevole Formenti addirittura risulta essere il primo
firmatario della mozione - di guidare la posizione che
vuole neutralizzare lo scandalo di Affittopoli. Ed è
sorprendente anche per le tradizioni, le radici e
l'elettorato della lega; credo che, se ci fossero
condizioni sufficienti di informazione sul dibattito
parlamentare che stiamo svolgendo, gli elettori della lega
- magari anche gli stessi deputati e i dirigenti di questo
partito - dovrebbero sapere che sullo scandalo di
Affittopoli la lega prende posizione come il PDS e i
popolari! Questa è una cosa che deve far riflettere!
E torniamo alle differenze fra le varie mozioni
presentate. La nostra è l'unica a ribadire quello che, a
nostro giudizio, è il fine imprescindibile della nostra
iniziativa parlamentare: impegnare il Governo affinché
siano confermate le disposizioni esistenti, per ribadire
che il fine degli enti previdenziali pubblici e privati
che possiedono immobili è quello di produrre il reddito
più elevato che il mercato consente, per finanziare le
pensioni e le prestazioni fornite ai propri assicurati. Se
non vi è questa affermazione, non capisco di che cosa
discutiamo! La vera novità è quella di imporre agli enti
il rispetto delle proprie funzioni, cosa che gli enti fino
ad ora non hanno fatto! La gestione del patrimonio
immobiliare da parte degli enti previdenziali è servita
fino ad oggi a tutelare delle categorie di privilegiati.
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