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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XII Legislatura

Documento


126824
STA0246-0019
Stenografico d'Aula n. 246 del 26 settembre 1995 (STA12-246)
(suddiviso in 50 Unità Documento)
Unità Documento n.19 (che inizia a pag.15169 dello stampato)
(il TITOLO si trova nell'Unità Documento n.6)
DISCUSSIONE: 1 - 00165; 1 - 00168; 1 - 00169; 1 - 00144; 1 - 00171; 1 - 00172. LAVASS
...DISCUSSIONE: 1 - 00165; 1 - 00168; 1 - 00169; 1 - 00144; 1 - 00171; 1 - 00172.
ALFREDO ZAGATTI.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE LORENZO ACQUARONE
ZZSTA ZZRES ZZSTA260995 ZZSTA950926 ZZSTA000995 ZZSTA000095 ZZSTA246 ZZ12 ZZDI ZZLL
    ALFREDO ZAGATTI.  Qualcuno potrebbe affermare che il 75 per
  cento di case in proprietà costituisce un elemento di
  ricchezza, di prosperità, ma così non è: ce lo dicono i
  dati ed anche il buon senso.  La vivacità e l'ampiezza del
  mercato dell'affitto e i redditi dei diversi paesi sono in
  diretta proporzione.  Noi siamo in coda, in compagnia di
  Grecia, Irlanda e Spagna; i paesi a più alto reddito hanno
  tutti un mercato dell'affitto ben più ampio ed
  articolato.
    D'altra parte, qui ci può sorreggere il buon senso.  Nelle
  realtà moderne e avanzate la mobilità sociale è un valore
  da promuovere oppure no?  E come si può affermarlo in
  queste condizioni?  In Italia tutto scoraggia la mobilità,
  dalla ristrettezza del mercato delle locazioni
  all'anacronistico peso della fiscalità sulle transazioni
  immobiliari, che a nostro avviso, con coraggio e
  ricercando le opportune compensazioni, andrebbe
  eliminato.
    E ancora.  In una società avanzata qual è il metro di
  misura del benessere familiare: la costrizione
  all'investimento immobiliare, che per molte famiglie è
  stato ed è fonte di indebitamento insopportabile, o la
  possibilità di compiere libere scelte nell'investimento
  delle proprie risorse?
    Sia chiaro, non sono qui in discussione le scelte
  individuali o le libere propensioni delle famiglie.  Ciò
  che occorre mettere in discussione sono le scelte
  politiche che incidono su questo settore e finiscono per
  influenzare i cittadini.  Con un mercato dell'affitto così
  asfittico e con politiche che hanno prodotto nel tempo
  incrementi fuori misura dei valori
 
                             Pag. 15170
 
  immobiliari è inevitabile che il livello degli  affitti si
  posizioni in alto.
    La seconda grande anomalia, cari colleghi, fa riferimento
  alla quantità complessiva di unità immobiliari rispetto al
  fabbisogno.  Non so se tutti i colleghi abbiano presenti i
  dati che parlano di un numero di case di molto superiore
  al numero delle famiglie.  Ricorderò solo uno di questi
  dati: in Italia le case censite come non occupate
  stabilmente sono più del 21 per cento del totale.  Solo
  Spagna e Portogallo ci eguagliano: una casa su cinque o è
  una seconda casa oppure, per vari motivi, non è occupata
  stabilmente.
    Se a questo si accompagna il progressivo degrado del
  patrimonio edilizio, si comprende come l'orientamento al
  recupero costituisca ormai un imperativo, se si vogliono
  offrire risposte abitative adeguate, qualificare le città,
  impedire nuove devastazioni del terriorio.
    C'è poi una terza grande anomalia, che riguarda, cari
  colleghi, il ruolo dell'edilizia sociale: in Italia essa
  non raggiunge il 6 per cento dell'intero stock in affitto,
  mentre in Europa arriva al 19 per cento.  Solo Spagna e
  Portogallo stanno peggio di noi, perché tutti i grandi
  paesi europei contano su un rilevante patrimonio di
  edilizia sciale.
    Credo che bastino questi dati per affermare un principio:
  se si vuole introdurre qualcosa di veramente nuovo nella
  politica della casa, occorre agire su diversi fattori in
  modo simultaneo e concertato.  Se si riconoscono nel
  recupero, nell'aumento delle abitazioni da porre sul
  mercato dell'affitto le due priorità da affermare, allora
  bisogna far sì che la politica fiscale, l'intervento
  pubblico dello Stato, le regole per il mercato della
  locazione siano indirizzate in tal senso.
    Faccio alcuni esempi partendo dal terreno forse più
  difficile, quello fiscale, che nelle società moderne,
  peraltro, è uno degli strumenti essenziali per indirizzare
  il mercato senza stravolgerne le regole.  Se si vuole
  percorrere davvero qualche passo nel senso del federalismo
  fiscale, è da qui che bisogna partire.
    Possiamo tardare a lungo, cari colleghi, nel dotare questo
  paese di un catasto che costituisca davvero la misura del
  valore degli immobili e che sia, ad esempio, in condizioni
  di registrare gli effetti sul valore degli immobili dei
  processi di valorizzazione urbana  prodotti anche grazie
  agli investimenti pubblici?  E ancora, come incide la
  pressione fiscale sulle diverse tipologie di immobili?  Non
  esiste oggi un difetto di progressività che scoraggia
  l'investimento nelle tipologie meno elevate?  E con
  riferimento alla destinazione d'uso, l'uso primario o la
  disponibilità all'affitto non vanno più seriamente
  incoraggiati rispetto agli usi di diverso genere?  Non
  vanno incoraggiate forme di recupero edilizio e di
  partecipazione di privati a piani più complessi di
  qualificazione urbana delle città rispetto alle nuove
  edificazioni?
    Naturalmente in questa sede, per pura economia di
  discorso, evito di trattare un capitolo, che pure è
  essenziale, quello del regime dei suoli, delle regole
  urbanistiche.  Sul terreno della fiscalità nel settore
  immobiliare si potrebbe davvero sperimentare un passo
  efficace in direzione del federalismo, che non può ridursi
  alla possibilità per i comuni di inasprire le aliquote ICI
  per far fronte ai tagli dei trasferimenti; semmai esso può
  tradursi in una reale partecipazione delle autonomie
  locali al gettito fiscale ed in una reale possibilità di
  esercitare una diversa modulazione della pressione
  impositiva anche sulla base di questi parametri, per far
  sì che i soldi ricavati dalle imposte siano spesi nello
  stesso luogo in cui sono versati sotto l'efficace
  controllo dei cittadini.
    In buona sostanza ecco il punto: occorre una revisione
  della fiscalità che produca, nell'ambito del gettito che
  deve garantire, un incentivo a chi favorisce con le
  proprie private scelte la realizzazione di obiettivi di
  grande respiro sociale e di politica territoriale; un
  fisco, quindi, capace di incoraggiare l'uso del patrimonio
  edilizio e di scoraggiare il suo spreco e lo spreco del
  territorio.
    Vi sono poi altri due terreni intorno ai quali in questi
  mesi il Parlamento ha pure lavorato nelle Commissioni
  competenti e sui quali sarebbe auspicabile, urgente e
  possibile produrre dei risultati legislativi rapidi.  Mi
  riferisco innanzitutto alle norme destinate a regolare il
  mercato delle locazioni private.  Tutte le discussioni su
  questo tema ruotano su un punto: il rapporto che deve
 
                             Pag. 15171
 
  esistere fra libero mercato e attenzione agli effetti sociali
  nella determinazione dei canoni.
    Ho già detto e ripeto che in una condizione di mercato
  così asfittico le tensioni sono destinate ad accentuarsi,
  per cui la via maestra è e resta l'allargamento del
  mercato stesso.  Tuttavia, detto questo, io credo che
  l'esperienza ci dia un'altra indicazione: parlare di
  mercato libero e senza regole nel settore della locazione
  è pura illusione, perché, qualora si realizzasse,
  trascinerebbe con sé tensioni sociali di tale acutezza da
  evocare, prima o poi, misure di blocco o dei canoni o dei
  rilasci.  Ormai anche le grandi associazioni della
  proprietà edilizia riconoscono questo fatto.  Viceversa, la
  politica dei blocchi o la determinazione dei canoni per
  via amministrativa o legislativa, quando si allontana
  troppo dai valori di mercato, produce un altro pesante
  effetto: l'allontamento di quote consistenti di unità
  immobiliari dal mercato stesso o la forte crescita del
  mercato nero.  E a pagare, anche in questo caso, sono i più
  deboli.
    E' un difficile punto di equilibrio da trovare tra queste
  Scilla e Cariddi e, quando non lo si trova, si sfasciano
  le navi delle famiglie più deboli, lo ripeto.
      Consideriamo l'attuale normativa dei patti in deroga.  Non
  vi è dubbio che essi hanno contribuito ad aumentare il
  numero dei contratti in affitto e che hanno fatto
  riemergere una significativa quota dei contratti in nero,
  però noi non possiamo chiudere gli occhi di fronte ad una
  realtà: la liberalizzazione di fatto del valore della
  locazione ha prodotto un aumento medio, attorno al 152 per
  cento, dei canoni precedenti nei 500 mila contratti,
  circa, stabiliti sulla base dei patti in deroga.  Si può
  calcolare - come fanno i maggiori sindacati degli
  inquilini - che si siano trasferiti in un solo anno
  qualcosa come 2.800 miliardi dagli inquilini alla
  proprietà.  Conosco le obiezioni che possono essere rivolte
  a tali dati, che sono le seguenti: poiché si partiva da
  livelli dell'equo canone ormai lontani dal mercato si
  riteneva che, dopo la prima fiammata, il mercato si
  sarebbe assestato e via dicendo.  Rimane però il fatto che
  tutto ciò è avvenuto e che ha riguardato in gran parte
  quelle famiglie di lavoratori che hanno visto eroso nel
  corso di
  questi anni il valore dei loro redditi!  E lo  Stato non
  può essere indifferente ad una redistribuzione delle
  ricchezze che, anche per questa via, si realizza così
  pesantemente.
    In particolare, esiste una fascia a basso reddito che non
  trova spazio nell'edilizia sociale e non può stare nel
  mercato a tali condizioni.  Ed esiste un'altra fascia, a
  reddito medio-basso, che supera le condizioni per accedere
  all'edilizia residenziale pubblica, ed è anch'essa
  tagliata fuori da queste condizioni di mercato!  Credo sia
  necessario agire rapidamente per favorire nel mercato
  delle locazioni la formazione di un'area fortemente
  calmierata che si rivolga a quest'area di famiglie.  E
  questo lo si può fare, a mio avviso, introducendo forme di
  negoziazione collettiva tra le parti, inquilinato e
  proprietà a livello nazionale e territoriale a cui sia
  assegnato il compito di fissare e di controllare le
  dinamiche di aumento.  Ciò esige, però, un ruolo attivo
  dello Stato in grado in qualche modo di compensare sotto
  forma di sgravio fiscale chi partecipa e liberamente
  aderisce a questa fascia contrattata.
    E' questo il succo delle proposte approvate in sede
  referente dalla Commissione lavori pubblici, con il
  contributo di tutti i gruppi, e che a me pare contenga una
  forte base di razionalità.  Si consideri, d'altra parte,
  che i consistenti aumenti dei canoni garantiscono gettito
  allo Stato.  Ed io trovo difficile sostenere l'equità di un
  processo in cui tutti guadagnano - proprietari e Stato -
  sulle spalle degli inquilini!  Nessuno di coloro i quali
  hanno partecipato alla stesura di quel testo ritiene che
  esso non sia perfettibile grazie al contributo
  parlamentare o a quello che può venire dal Governo, che si
  può esprimere approfondendo tale ipotesi oppure
  predisponendone altre.  Ciò che mi pare insostenibile in
  questa situazione è l'inerzia!
    A tale questione è legata anche quella della gestione
  degli sfratti.  Anche in questo caso sembra di assistere al
  caso del cane che si morde la coda.  Sappiamo che la
  maggioranza degli sfratti nasconde una mancata
  rinegoziazione dei canoni, richieste troppo alte ed
  incapacità di soddisfarle.  Nello stesso tempo, però,
  sappiamo anche altre due cose.  In primo luogo, che le
  politiche di blocco
 
                             Pag. 15172
 
  o procedure che non garantiscano tempi  certi nei rilasci
  degli appartamenti, soprattutto per chi ha necessità
  dell'abitazione, finiscono con il rappresentare un forte
  disincentivo per chi deve collocare appartamenti sul
  mercato.  In secondo luogo, non si può pensare che gli
  inquilini siano abbandonati a se stessi, soprattutto
  quando i redditi non sono elevati e la casa non si trova.
  Anche in questo caso ritengo che si debbano trovare
  risposte equilibrate, uscire dal provvisorio, definire una
  normativa di tutela effettiva di diritti che spesso
  appaiono inconciliabili, sostenere ed incentivare la
  diffusione di strumenti di governo della mobilità locativa
  che già molte città e molti comuni stanno sperimentando,
  pur senza il sostegno legislativo e finanziario
  necessario!
    Da ultimo (ma non per importanza!) vorrei affrontare le
  questioni dell'edilizia sociale e del sostegno ai ceti più
  deboli.
    Onorevoli colleghi, non credo di avere il bisogno di
  ricordare i dati sulle vecchie e sulle nuove povertà in
  Italia, che per certi aspetti sono impressionanti!  Ciò
  che, invece, ho inteso ricordarvi è l'assoluta marginalità
  della risposta pubblica nel nostro paese rispetto a quella
  di altri paesi (anche qui la realtà assume i colori del
  paradosso).  Le risorse per l'edilizia sociale in Italia,
  infatti, sono state principalmente ricavate dalla proroga
  dei contributi ex Gescal a carico dei lavoratori e dei
  datori di lavoro del settore privato.  Questo meccanismo
  cesserà - lo abbiamo deciso con l'approvazione della
  riforma pensionistica - salvo un parziale residuo per i
  prossimi tre anni.
    Si pone una prima domanda (poi parlerò delle giacenze):
  nel futuro come si finanzierà questo settore?  E' pensabile
  che un grande paese come il nostro rinunci ad una sua
  politica della casa?  Saremmo un caso unico!  Non credo che
  la fiscalità generale potrà da sola garantire la quota di
  risorse necessarie per coprire un fabbisogno che rimane
  consistente.  D'altra parte anche negli altri paesi
  edilizia sociale non vuol dire soltanto contributi per la
  realizzazione di case a totale carico del bilancio dello
  Stato, ma vuol dire spesso ricerca di soluzioni che
  facciano leva su una quota di risorse pubbliche, che certo
  non può mancare, sull'individuazione di
  quote del risparmio privato da mobilitare  anche nel
  settore dell'edilizia sociale, sull'investimento,
  soprattutto mobiliare, da parte di grandi investitori
  istituzionali, sulla valorizzazione del patrimonio
  esistente ed infine, in molti paesi, sulle forti sinergie
  tra azioni dello Stato e azioni locali.
    Il modello seguito in Italia, invece, è stato
  caratterizzato da una ridottissima capacità di spesa delle
  entrate garantite dalla ex GESCAL, da investitori
  istituzionali, come gli enti di previdenza, che sono
  diventati, nei fatti, padroni di casa per decine di
  migliaia di famiglie, da un'edilizia residenziale pubblica
  per la quale il modello prevalente, soprattutto nella
  cosiddetta convenzionata, è il contributo a totale carico
  dello Stato, da una scarsissima capacità di valorizzare il
  patrimonio immobiliare, dall'assoluta confusione di
  responsabilità tra Stato e regioni, che ha prodotto
  deresponsabilizzazione dei diversi livelli istituzionali e
  un centralismo confuso.  Volete qualche dato?  Oggi sono
  nominalmente esistenti 28 mila miliardi di giacenze ex
  GESCAL, quasi tutte relative ad interventi già programmati
  ed assegnati; ciò nonostante il volume di investimento
  effettivo non è mai stato superiore, in questo settore, ai
  1700-2000 miliardi l'anno.  Ogni lira di entrata garantita
  dalla GESCAL si traduce in opera dopo anni, quando non sia
  stata prima distolta per altre finalità.
    Quale segno deve avere la riforma?  Abbiamo cercato di
  indicarne i tratti nella mozione che abbiamo presentato e
  che sinteticamente richiamo: riordinare le procedure per
  rimuovere le cause che hanno determinato le attuali
  giacenze; affermare in modo chiaro il ruolo delle regioni
  e degli enti locali nella programmazione e nella gestione
  delle risorse e la funzione di indirizzo e di controllo
  dello Stato, senza nuovi pasticci; trasformare
  radicalmente gli IACP in enti economici con responsabilità
  di bilancio; indirizzare la programmazione in direzione
  del recupero edilizio e dell'affitto.  Sono questi gli
  elementi presenti nel testo unificato della proposta di
  riforma di edilizia residenziale pubblica che è già stato
  approvato con il contributo ed il consenso di tutti i
  gruppi parlamentari e sul quale è stata chiesta la sede
  legislativa per poter procedere in fretta.
 
                             Pag. 15173
 
  Da questo punto di vista chiederemmo che anche il Governo
  sostenesse e contribuisse all'affermazione di questi
  indirizzi di riforma.
    Concludo, Presidente, rivolgendo un appello ai colleghi di
  tutti i gruppi con i quali in Commissione, su tale
  materia, abbiamo anche lavorato proficuamente.  Facciamo
  davvero sì che da questo dibattito scaturiscano una
  volontà di cambiamento ed un indirizzo preciso ed
  impegnativo!  Stiamo affrontando una grande questione
  sociale attorno alla quale per anni abbiamo conosciuto una
  caduta di tensione; dico questo anche autocriticamente,
  riconoscendo i limiti della mia stessa parte politica, che
  non sempre ha saputo sostenere con forza e vigore proposte
  innovative in questo campo.  Ma credo che questa tensione
  vada riaccesa e che la mobilitazione di intenti vada
  riaffermata; credo anche che l'esperienza sia buona
  maestra e mi auguro che esista l'opportunità, anche in
  questo scorcio di legislatura, di fare qualcosa di utile e
  di positivo  (Applausi dei deputati dei gruppi
  progressisti federativo, della lega nord e del partito
  popolare italiano).
 
DATA=950926 FASCID=STA12-246 TIPOSTA=STA LEGISL=12 NCOMM= SEDE= NSTA=0246 TOTPAG=0048 TOTDOC=0050 NDOC=0019 TIPDOC=O DOCTIT=0006 COMM= DI PAGINIZ=0013 RIGINIZ=051 PAGFIN=0017 RIGFIN=022 UPAG=NO PAGEIN=15169 PAGEFIN=15173 SORTRES=9509263 SORTDDL= FASCIDC=12STA 00246 SORTNAV=59509262 00246 200000 ZZSTA246 NDOC0019 TIPDOCO DOCTIT0006 NDOC0006



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