| ALFREDO ZAGATTI. Qualcuno potrebbe affermare che il 75 per
cento di case in proprietà costituisce un elemento di
ricchezza, di prosperità, ma così non è: ce lo dicono i
dati ed anche il buon senso. La vivacità e l'ampiezza del
mercato dell'affitto e i redditi dei diversi paesi sono in
diretta proporzione. Noi siamo in coda, in compagnia di
Grecia, Irlanda e Spagna; i paesi a più alto reddito hanno
tutti un mercato dell'affitto ben più ampio ed
articolato.
D'altra parte, qui ci può sorreggere il buon senso. Nelle
realtà moderne e avanzate la mobilità sociale è un valore
da promuovere oppure no? E come si può affermarlo in
queste condizioni? In Italia tutto scoraggia la mobilità,
dalla ristrettezza del mercato delle locazioni
all'anacronistico peso della fiscalità sulle transazioni
immobiliari, che a nostro avviso, con coraggio e
ricercando le opportune compensazioni, andrebbe
eliminato.
E ancora. In una società avanzata qual è il metro di
misura del benessere familiare: la costrizione
all'investimento immobiliare, che per molte famiglie è
stato ed è fonte di indebitamento insopportabile, o la
possibilità di compiere libere scelte nell'investimento
delle proprie risorse?
Sia chiaro, non sono qui in discussione le scelte
individuali o le libere propensioni delle famiglie. Ciò
che occorre mettere in discussione sono le scelte
politiche che incidono su questo settore e finiscono per
influenzare i cittadini. Con un mercato dell'affitto così
asfittico e con politiche che hanno prodotto nel tempo
incrementi fuori misura dei valori
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immobiliari è inevitabile che il livello degli affitti si
posizioni in alto.
La seconda grande anomalia, cari colleghi, fa riferimento
alla quantità complessiva di unità immobiliari rispetto al
fabbisogno. Non so se tutti i colleghi abbiano presenti i
dati che parlano di un numero di case di molto superiore
al numero delle famiglie. Ricorderò solo uno di questi
dati: in Italia le case censite come non occupate
stabilmente sono più del 21 per cento del totale. Solo
Spagna e Portogallo ci eguagliano: una casa su cinque o è
una seconda casa oppure, per vari motivi, non è occupata
stabilmente.
Se a questo si accompagna il progressivo degrado del
patrimonio edilizio, si comprende come l'orientamento al
recupero costituisca ormai un imperativo, se si vogliono
offrire risposte abitative adeguate, qualificare le città,
impedire nuove devastazioni del terriorio.
C'è poi una terza grande anomalia, che riguarda, cari
colleghi, il ruolo dell'edilizia sociale: in Italia essa
non raggiunge il 6 per cento dell'intero stock in affitto,
mentre in Europa arriva al 19 per cento. Solo Spagna e
Portogallo stanno peggio di noi, perché tutti i grandi
paesi europei contano su un rilevante patrimonio di
edilizia sciale.
Credo che bastino questi dati per affermare un principio:
se si vuole introdurre qualcosa di veramente nuovo nella
politica della casa, occorre agire su diversi fattori in
modo simultaneo e concertato. Se si riconoscono nel
recupero, nell'aumento delle abitazioni da porre sul
mercato dell'affitto le due priorità da affermare, allora
bisogna far sì che la politica fiscale, l'intervento
pubblico dello Stato, le regole per il mercato della
locazione siano indirizzate in tal senso.
Faccio alcuni esempi partendo dal terreno forse più
difficile, quello fiscale, che nelle società moderne,
peraltro, è uno degli strumenti essenziali per indirizzare
il mercato senza stravolgerne le regole. Se si vuole
percorrere davvero qualche passo nel senso del federalismo
fiscale, è da qui che bisogna partire.
Possiamo tardare a lungo, cari colleghi, nel dotare questo
paese di un catasto che costituisca davvero la misura del
valore degli immobili e che sia, ad esempio, in condizioni
di registrare gli effetti sul valore degli immobili dei
processi di valorizzazione urbana prodotti anche grazie
agli investimenti pubblici? E ancora, come incide la
pressione fiscale sulle diverse tipologie di immobili? Non
esiste oggi un difetto di progressività che scoraggia
l'investimento nelle tipologie meno elevate? E con
riferimento alla destinazione d'uso, l'uso primario o la
disponibilità all'affitto non vanno più seriamente
incoraggiati rispetto agli usi di diverso genere? Non
vanno incoraggiate forme di recupero edilizio e di
partecipazione di privati a piani più complessi di
qualificazione urbana delle città rispetto alle nuove
edificazioni?
Naturalmente in questa sede, per pura economia di
discorso, evito di trattare un capitolo, che pure è
essenziale, quello del regime dei suoli, delle regole
urbanistiche. Sul terreno della fiscalità nel settore
immobiliare si potrebbe davvero sperimentare un passo
efficace in direzione del federalismo, che non può ridursi
alla possibilità per i comuni di inasprire le aliquote ICI
per far fronte ai tagli dei trasferimenti; semmai esso può
tradursi in una reale partecipazione delle autonomie
locali al gettito fiscale ed in una reale possibilità di
esercitare una diversa modulazione della pressione
impositiva anche sulla base di questi parametri, per far
sì che i soldi ricavati dalle imposte siano spesi nello
stesso luogo in cui sono versati sotto l'efficace
controllo dei cittadini.
In buona sostanza ecco il punto: occorre una revisione
della fiscalità che produca, nell'ambito del gettito che
deve garantire, un incentivo a chi favorisce con le
proprie private scelte la realizzazione di obiettivi di
grande respiro sociale e di politica territoriale; un
fisco, quindi, capace di incoraggiare l'uso del patrimonio
edilizio e di scoraggiare il suo spreco e lo spreco del
territorio.
Vi sono poi altri due terreni intorno ai quali in questi
mesi il Parlamento ha pure lavorato nelle Commissioni
competenti e sui quali sarebbe auspicabile, urgente e
possibile produrre dei risultati legislativi rapidi. Mi
riferisco innanzitutto alle norme destinate a regolare il
mercato delle locazioni private. Tutte le discussioni su
questo tema ruotano su un punto: il rapporto che deve
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esistere fra libero mercato e attenzione agli effetti sociali
nella determinazione dei canoni.
Ho già detto e ripeto che in una condizione di mercato
così asfittico le tensioni sono destinate ad accentuarsi,
per cui la via maestra è e resta l'allargamento del
mercato stesso. Tuttavia, detto questo, io credo che
l'esperienza ci dia un'altra indicazione: parlare di
mercato libero e senza regole nel settore della locazione
è pura illusione, perché, qualora si realizzasse,
trascinerebbe con sé tensioni sociali di tale acutezza da
evocare, prima o poi, misure di blocco o dei canoni o dei
rilasci. Ormai anche le grandi associazioni della
proprietà edilizia riconoscono questo fatto. Viceversa, la
politica dei blocchi o la determinazione dei canoni per
via amministrativa o legislativa, quando si allontana
troppo dai valori di mercato, produce un altro pesante
effetto: l'allontamento di quote consistenti di unità
immobiliari dal mercato stesso o la forte crescita del
mercato nero. E a pagare, anche in questo caso, sono i più
deboli.
E' un difficile punto di equilibrio da trovare tra queste
Scilla e Cariddi e, quando non lo si trova, si sfasciano
le navi delle famiglie più deboli, lo ripeto.
Consideriamo l'attuale normativa dei patti in deroga. Non
vi è dubbio che essi hanno contribuito ad aumentare il
numero dei contratti in affitto e che hanno fatto
riemergere una significativa quota dei contratti in nero,
però noi non possiamo chiudere gli occhi di fronte ad una
realtà: la liberalizzazione di fatto del valore della
locazione ha prodotto un aumento medio, attorno al 152 per
cento, dei canoni precedenti nei 500 mila contratti,
circa, stabiliti sulla base dei patti in deroga. Si può
calcolare - come fanno i maggiori sindacati degli
inquilini - che si siano trasferiti in un solo anno
qualcosa come 2.800 miliardi dagli inquilini alla
proprietà. Conosco le obiezioni che possono essere rivolte
a tali dati, che sono le seguenti: poiché si partiva da
livelli dell'equo canone ormai lontani dal mercato si
riteneva che, dopo la prima fiammata, il mercato si
sarebbe assestato e via dicendo. Rimane però il fatto che
tutto ciò è avvenuto e che ha riguardato in gran parte
quelle famiglie di lavoratori che hanno visto eroso nel
corso di
questi anni il valore dei loro redditi! E lo Stato non
può essere indifferente ad una redistribuzione delle
ricchezze che, anche per questa via, si realizza così
pesantemente.
In particolare, esiste una fascia a basso reddito che non
trova spazio nell'edilizia sociale e non può stare nel
mercato a tali condizioni. Ed esiste un'altra fascia, a
reddito medio-basso, che supera le condizioni per accedere
all'edilizia residenziale pubblica, ed è anch'essa
tagliata fuori da queste condizioni di mercato! Credo sia
necessario agire rapidamente per favorire nel mercato
delle locazioni la formazione di un'area fortemente
calmierata che si rivolga a quest'area di famiglie. E
questo lo si può fare, a mio avviso, introducendo forme di
negoziazione collettiva tra le parti, inquilinato e
proprietà a livello nazionale e territoriale a cui sia
assegnato il compito di fissare e di controllare le
dinamiche di aumento. Ciò esige, però, un ruolo attivo
dello Stato in grado in qualche modo di compensare sotto
forma di sgravio fiscale chi partecipa e liberamente
aderisce a questa fascia contrattata.
E' questo il succo delle proposte approvate in sede
referente dalla Commissione lavori pubblici, con il
contributo di tutti i gruppi, e che a me pare contenga una
forte base di razionalità. Si consideri, d'altra parte,
che i consistenti aumenti dei canoni garantiscono gettito
allo Stato. Ed io trovo difficile sostenere l'equità di un
processo in cui tutti guadagnano - proprietari e Stato -
sulle spalle degli inquilini! Nessuno di coloro i quali
hanno partecipato alla stesura di quel testo ritiene che
esso non sia perfettibile grazie al contributo
parlamentare o a quello che può venire dal Governo, che si
può esprimere approfondendo tale ipotesi oppure
predisponendone altre. Ciò che mi pare insostenibile in
questa situazione è l'inerzia!
A tale questione è legata anche quella della gestione
degli sfratti. Anche in questo caso sembra di assistere al
caso del cane che si morde la coda. Sappiamo che la
maggioranza degli sfratti nasconde una mancata
rinegoziazione dei canoni, richieste troppo alte ed
incapacità di soddisfarle. Nello stesso tempo, però,
sappiamo anche altre due cose. In primo luogo, che le
politiche di blocco
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o procedure che non garantiscano tempi certi nei rilasci
degli appartamenti, soprattutto per chi ha necessità
dell'abitazione, finiscono con il rappresentare un forte
disincentivo per chi deve collocare appartamenti sul
mercato. In secondo luogo, non si può pensare che gli
inquilini siano abbandonati a se stessi, soprattutto
quando i redditi non sono elevati e la casa non si trova.
Anche in questo caso ritengo che si debbano trovare
risposte equilibrate, uscire dal provvisorio, definire una
normativa di tutela effettiva di diritti che spesso
appaiono inconciliabili, sostenere ed incentivare la
diffusione di strumenti di governo della mobilità locativa
che già molte città e molti comuni stanno sperimentando,
pur senza il sostegno legislativo e finanziario
necessario!
Da ultimo (ma non per importanza!) vorrei affrontare le
questioni dell'edilizia sociale e del sostegno ai ceti più
deboli.
Onorevoli colleghi, non credo di avere il bisogno di
ricordare i dati sulle vecchie e sulle nuove povertà in
Italia, che per certi aspetti sono impressionanti! Ciò
che, invece, ho inteso ricordarvi è l'assoluta marginalità
della risposta pubblica nel nostro paese rispetto a quella
di altri paesi (anche qui la realtà assume i colori del
paradosso). Le risorse per l'edilizia sociale in Italia,
infatti, sono state principalmente ricavate dalla proroga
dei contributi ex Gescal a carico dei lavoratori e dei
datori di lavoro del settore privato. Questo meccanismo
cesserà - lo abbiamo deciso con l'approvazione della
riforma pensionistica - salvo un parziale residuo per i
prossimi tre anni.
Si pone una prima domanda (poi parlerò delle giacenze):
nel futuro come si finanzierà questo settore? E' pensabile
che un grande paese come il nostro rinunci ad una sua
politica della casa? Saremmo un caso unico! Non credo che
la fiscalità generale potrà da sola garantire la quota di
risorse necessarie per coprire un fabbisogno che rimane
consistente. D'altra parte anche negli altri paesi
edilizia sociale non vuol dire soltanto contributi per la
realizzazione di case a totale carico del bilancio dello
Stato, ma vuol dire spesso ricerca di soluzioni che
facciano leva su una quota di risorse pubbliche, che certo
non può mancare, sull'individuazione di
quote del risparmio privato da mobilitare anche nel
settore dell'edilizia sociale, sull'investimento,
soprattutto mobiliare, da parte di grandi investitori
istituzionali, sulla valorizzazione del patrimonio
esistente ed infine, in molti paesi, sulle forti sinergie
tra azioni dello Stato e azioni locali.
Il modello seguito in Italia, invece, è stato
caratterizzato da una ridottissima capacità di spesa delle
entrate garantite dalla ex GESCAL, da investitori
istituzionali, come gli enti di previdenza, che sono
diventati, nei fatti, padroni di casa per decine di
migliaia di famiglie, da un'edilizia residenziale pubblica
per la quale il modello prevalente, soprattutto nella
cosiddetta convenzionata, è il contributo a totale carico
dello Stato, da una scarsissima capacità di valorizzare il
patrimonio immobiliare, dall'assoluta confusione di
responsabilità tra Stato e regioni, che ha prodotto
deresponsabilizzazione dei diversi livelli istituzionali e
un centralismo confuso. Volete qualche dato? Oggi sono
nominalmente esistenti 28 mila miliardi di giacenze ex
GESCAL, quasi tutte relative ad interventi già programmati
ed assegnati; ciò nonostante il volume di investimento
effettivo non è mai stato superiore, in questo settore, ai
1700-2000 miliardi l'anno. Ogni lira di entrata garantita
dalla GESCAL si traduce in opera dopo anni, quando non sia
stata prima distolta per altre finalità.
Quale segno deve avere la riforma? Abbiamo cercato di
indicarne i tratti nella mozione che abbiamo presentato e
che sinteticamente richiamo: riordinare le procedure per
rimuovere le cause che hanno determinato le attuali
giacenze; affermare in modo chiaro il ruolo delle regioni
e degli enti locali nella programmazione e nella gestione
delle risorse e la funzione di indirizzo e di controllo
dello Stato, senza nuovi pasticci; trasformare
radicalmente gli IACP in enti economici con responsabilità
di bilancio; indirizzare la programmazione in direzione
del recupero edilizio e dell'affitto. Sono questi gli
elementi presenti nel testo unificato della proposta di
riforma di edilizia residenziale pubblica che è già stato
approvato con il contributo ed il consenso di tutti i
gruppi parlamentari e sul quale è stata chiesta la sede
legislativa per poter procedere in fretta.
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Da questo punto di vista chiederemmo che anche il Governo
sostenesse e contribuisse all'affermazione di questi
indirizzi di riforma.
Concludo, Presidente, rivolgendo un appello ai colleghi di
tutti i gruppi con i quali in Commissione, su tale
materia, abbiamo anche lavorato proficuamente. Facciamo
davvero sì che da questo dibattito scaturiscano una
volontà di cambiamento ed un indirizzo preciso ed
impegnativo! Stiamo affrontando una grande questione
sociale attorno alla quale per anni abbiamo conosciuto una
caduta di tensione; dico questo anche autocriticamente,
riconoscendo i limiti della mia stessa parte politica, che
non sempre ha saputo sostenere con forza e vigore proposte
innovative in questo campo. Ma credo che questa tensione
vada riaccesa e che la mobilitazione di intenti vada
riaffermata; credo anche che l'esperienza sia buona
maestra e mi auguro che esista l'opportunità, anche in
questo scorcio di legislatura, di fare qualcosa di utile e
di positivo (Applausi dei deputati dei gruppi
progressisti federativo, della lega nord e del partito
popolare italiano).
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