| OLIVIERO DILIBERTO. Non saremo certo noi comunisti, signor
Presidente ed onorevoli colleghi, a sollevare obiezioni
rispetto ad una campagna giornalistica relativa al tema
della casa, né saremo noi comunisti ad ergerci a difensori
di vecchi e nuovi privilegi, di inaccettabili situazioni
di favore, di piccoli o grandi abusi. Si sapeva da molti
anni che il patrimonio immobiliare pubblico, e in
particolare, ma non solo, quello degli enti previdenziali,
versava, come versa, in una condizione gestionale anomala
largamente inefficiente, spesso sottratta ad elementari
controlli, e qualche volta persino ignota in molti suoi
aspetti agli organismi competenti. Si sapeva delle
gestioni clientelari e delle forme di discrezionalità che
rasentavano, come rasentano tuttora, in taluni casi
l'arbitrio sia nell'assegnazione che nella determinazione
dei canoni di locazione.
Gestioni, dunque, non adeguate non dico ad un paese
democratico, ma neanche ad un paese civile e progredito.
La responsabilità, come è stato ricordato nelle settimane
passate, è certamente dei Governi che si sono succeduti,
di tutti i Governi, da quelli centristi a quelli del
centro sinistra, dal triste periodo del cosiddetto CAF
sino all'attuale Governo Dini, passando, naturalmente, per
il Governo Berlusconi, le cui responsabilità alcuni
colleghi della destra tendono a dimenticare o a
sottovalutare; come se in otto mesi non si potesse per lo
meno intervenire sul piano della semplice acquisizione dei
dati, della conoscenza delle situazioni eventualmente
anomale.
Non vi è dubbio che le responsabilità sono molte,
trasversali ed antiche. A questo proposito, ministro Treu,
non posso che giudicare largamente inadeguate le risposte
da lei offerte nel corso delle due audizioni presso le
Commissioni lavoro rispettivamente del Senato e della
Camera nei giorni 13 e 14 settembre scorsi: inadeguate,
perché reticenti nel merito del problema, serissimo, che è
quello dell'individuazione della responsabilità; parziali,
nella ricognizione dei dati; francamente deboli nella
distinzione, fatta proprio dal ministro - cito
testualmente - "tra anomalie sociali e violazioni
giuridicamente rilevanti", come se il problema politico,
del ministro, appunto, non fosse proprio quello di
affrontare e cercare di risolvere nella misura del
possibile le anomalie sociali, poiché quelle
giuridicamente rilevanti spettano alla magistratura. Sono
del tutto inaccettabili, infine, sul piano politico, le
risposte offerte dal ministro nelle audizioni proprio
nell'individuazione delle soluzioni, delle ipotesi di
lavoro, che ancora una volta nella sostanza vengono
affidate ad una sorta di potere taumaturgico del mercato
(e su questo tornerò più avanti).
Vi sono, dunque, certamente responsabilità politiche; ma
allora, al di là della campagna di stampa alla quale
abbiamo assistito nelle settimane passate, vi è un primo
dato che va sottolineato e di cui pare ci si dimentichi:
innanzitutto va messa in discussione l'attuale struttura
dirigente degli enti previdenziali che, viceversa, pare
passerà indenne da questa vicenda.
Pag. 15174
Vedete, nell'ormai lontano 20 novembre 1992 il nostro
partito, in una conferenza stampa i cui atti sono
facilmente rintracciabili, rese nota una relazione
amministrativo-contabile (badate, eravamo nel 1992)
proprio in merito alla gestione del patrimonio immobiliare
degli enti, in particolare dell'attuale INPDAP.
Denunciavamo allora, in una conferenza stampa, ripeto,
evidentemente tenuta per tempo e lungimirante, la gestione
fallimentare degli immobili di quell'ente previdenziale.
Tutto - superfluo dirlo - restò come prima; ecco, dunque,
come una denuncia seria, circostanziata, non strumentale
politicamente, venne ignorata, poiché, evidentemente,
allora non serviva a fini strettamente di parte.
C'è dunque da chiedersi, senza spirito di parte, se
l'odierna campagna di denuncia sia mossa da una sacrosanta
esigenza di giustizia, di trasparenza, di efficiente ed
equanime gestione del patrimonio immobiliare degli enti.
Vi è da chiederselo: se così fosse, non avremmo alcunché
da obiettare. Siamo anche noi - come ho dimostrato - da
tempi non sospetti, da tre anni almeno, a favore della
massima trasparenza e per la fine di ogni forma di
discrezionalità nelle attribuzioni e nella determinazione
dei canoni; siamo quindi per la fine di ogni eventuale
situazione di privilegio. Ogni abuso - se abusi vi sono
stati - andrà rigorosamente punito; ogni zona d'ombra
dovrà essere rimossa, anche perché questo è il presupposto
indispensabile per evitare di fare di ogni erba un fascio
e per evitare di trasformare un'esigenza di giustizia in
una caccia alle streghe confusa.
Io, tuttavia, onorevoli colleghi, mi permetto di dubitare
che siano queste le esigenze, o meglio le sole esigenze
che hanno mosso la campagna di quest'estate: francamente
ne dubito. Accanto ad esigenze talmente sacrosante da
sembrare ovvie, nella mozione dell'onorevole Vito vi è un
altro esplicito intendimento, cioè l'obiettivo di
utilizzare tale vicenda per puntare a due risultati
concreti e precisi: la privatizzazione di tutto il
patrimonio immobiliare pubblico a partire da quello degli
enti previdenziali; l'accelerazione, senza freni
ulteriori, della completa privatizzazione degli enti
medesimi,
giungendo in questo modo ad innalzare i canoni di affitto
in maniera indiscriminata. La casa, dunque, diventerebbe
esclusivamente una merce, così come merce è diventato il
corpo umano, con l'idea di affidare alle sole logiche del
mercato la sopravvivenza stessa delle donne e degli uomini
del nostro paese, affidando appunto al mercato
l'occupazione, la salute, l'istruzione e così via. Un
mercato, quello della casa, che peraltro si muove a
tutt'oggi nell'inerzia più totale dei Governi, che produce
6 mila miliardi di evasione fiscale annua; un mercato,
quindi, che neppure funziona, anzi un mercato illegale. Si
tratta anche di un mercato che ha prodotto disastri
sociali tangibili, con il fallimento dei patti in deroga,
con i cambi di destinazione d'uso illegali, con i canoni
in nero e le cosiddette foresterie. Abbiamo assistito ad
aumenti del 150 e addirittura del 250 per cento dei
canoni, il che ha inciso - badate bene - per il 25 per
cento sul dato di inflazione degli ultimi mesi.
Per quanto riguarda la casa, dunque, il mercato non solo è
ingiusto ma è anche inefficiente, favorisce l'evasione e
fa crescere l'inflazione. Ed ora si vorrebbe che anche il
patrimonio immobiliare pubblico venisse affidato al
mercato, a questa parola magica dell'ultimo scorcio del
nostro millennio.
Purtroppo non solo la destra lavora per le privatizzazioni
in tale settore; il ministro Treu ha promesso che i canoni
degli immobili degli enti verranno, col tempo, affidati al
libero mercato, pur con una fase transitoria. Il ministro
ha parlato, cito testualmente, di "piena economicità";
personalmente definisco tale operazione come un possibile
massacro sociale. Cosa accadrà infatti quando scadranno i
contratti di locazione, alla cui scadenza appunto il
ministro promette di adeguare al mercato tutta questa
partita anche - cito sempre testualmente - per "le
famiglie con reddito molto basso"? Sappiamo che al 31
dicembre di quest'anno scadranno complessivamente un
milione di contratti: come faranno le famiglie con reddito
molto basso a reggere l'impatto del mercato? Come faranno
coloro che già oggi a fatica arrivano al 27 del mese con
l'attuale canone? Come reagiranno costoro quando sapranno
- se mai lo sapranno - che Treu
Pag. 15175
li ha definiti, nell'audizione che si è tenuta presso la
Commissione lavoro della Camera, "categoria in
esaurimento"? Che dire della stessa mozione a firma
Formenti ed altri, presentata dal centrosinistra, che
propone anch'essa la dismissione del patrimonio pubblico?
Che dire ancora di quella parte del centrosinistra che sta
lavorando all'ampliamento delle possibilità di deroga alla
legge n. 392 del 1978 ossia, in pratica, per il
superamento completo del sistema dell'equo canone? E poi
in cambio di che cosa? In cambio di nulla.
Ci siano consentite allora le seguenti brevi
considerazioni. Già la delibera CIPE del 13 marzo 1995,
che chiediamo a gran voce di ritirare (e della quale
parlerà la collega Pistone), ha triplicato l'importo dei
canoni per le case popolari. In Italia vi sono 5 milioni
di alloggi sfitti. Aggiungo che dal 1983 ad oggi una
famiglia ogni tre ha ricevuto l'ingiunzione di sfratto e
che, ad oggi, sono un milione quelle con sfratto
esecutivo. Il mercato, insomma, non funziona, onorevoli
colleghi; serve solo ad arricchire chi è già ricco e a
danneggiare chi è già duramente colpito.
Sia allora consentita a rifondazione comunista una voce
dissenziente, fuori dal coro. Con la nostra mozione
chiediamo certamente al Governo la trasparenza, la
pubblicità, la fine degli eventuali abusi, ma le nostre
richieste sono anche assai diverse da quelle contenute
nelle altre mozioni.
In Italia solo il 5 per cento dell'intero patrimonio
immobiliare è di edilizia residenziale pubblica. In Europa
siamo terz'ultimi in questo settore, seguiti solo dalla
Grecia e dal Portogallo. Ecco quindi, ministri del Governo
Dini, un buon parametro per giudicare se siamo o meno
pronti ad entrare in Europa; ecco un dato economico e
sociale ben più rilevante di quelli che tanto preoccupano
il nostro Governo. Nei Paesi Bassi gli alloggi popolari
rappresentano il 63 per cento del parco alloggi in
locazione ed il 43 per cento del totale. Il 63 per cento:
ci rendiamo conto?
In Gran Bretagna gli alloggi popolari sono l'80 per cento,
così come in Francia. Questa sì è una vergogna nazionale
di fronte ai partners europei! Ecco perché nel resto
d'Europa non c'è bisogno di una legge sull'equo
canone. Non ce n'è bisogno, perché basta ed avanza
l'edilizia pubblica residenziale.
La casa è per noi, colleghi, un diritto ineliminabile
della persona, e, d'altronde, i più accorti tra i
costituzionalisti includono appunto quello all'abitazione
tra i diritti principali dell'individuo, insieme al
diritto al lavoro, alla salute, all'istruzione e così via.
Occorre dunque una radicale inversione nelle politiche
abitative.
Le altre mozioni in discussione pur così diverse tra loro,
propongono, in misura e tempi differenti, ulteriori
dismissioni del pubblico rispetto al privato. Noi
proponiamo esattamente il contrario, ossia il rilancio
della presenza pubblica (non solo dello Stato, ma anche
delle regioni e degli altri enti pubblici territoriali)
nella politica della casa attraverso una vasta politica di
costruzione di nuove abitazioni ed un organico recupero
sul territorio nazionale di tutti gli stabili degradati. I
fondi necessari si possono trovare basterebbe attingere ai
fondi dell'ex GESCAL, oltre 30 mila miliardi ancora
largamente inutilizzati e congelati.
Proponiamo inoltre la riforma dell'equo canone, ancorando
il canone medesimo agli estimi catastali con detrazioni ed
incentivi fiscali sia per i proprietari sia per gli
inquilini abolendo nel contempo l'ICI per la prima casa e
riducendola per coloro che affittano, invece di ipotizzare
- come sta incredibilmente accadendo in questi giorni -
ulteriori imposte sulla casa nella nuova legge
finanziaria.
In definitiva, noi temiamo che lo scandalo di Affittopoli
rischi, in ultima analisi, di aggravare, e non già di
migliorare la situazione degli inquilini.
Sia dunque benvenuta la trasparenza! Come ho dimostrato,
siamo stati i primi a richiederla anni fa. Siano colpiti
gli abusi e i privilegi! Si ponga fine ad ogni forma di
spreco e di inefficienza! Ma non può sottovalutarsi
neppure per un attimo la funzione calmieratrice delle
locazioni pubbliche e degli immobili degli enti
previdenziali, né può dimenticarsi che essa fa fronte ad
una totale e vergognosa inadeguatezza dell'edilizia
residenziale pubblica nel nostro paese.
Ecco, a nostro avviso, un modo serio, non
Pag. 15176
scandalistico né demagogico, di affrontare i problemi
della casa oggi sul tappeto; problemi che riguardano la
vita concreta di cinque milioni di famiglie italiane e che
non possono, non devono essere risolti con superficialità
o attraverso luoghi comuni.
In fondo - e concludo - nelle richieste di impegno al
Governo contenute nella nostra mozione non vi è altro che
ciò che il nostro paese ha già sottoscritto nel patto
internazionale sui diritti umani per quanto concerne le
politiche abitative; quindi, do-vrebbe essere già un
impegno del Governo.
Ecco allora una buona occasione per il nostro Governo per
seguire, una volta tanto in positivo, i parametri europei
previsti nelle convenzioni internazionali; una buona
occasione per dimostrarsi all'altezza di quei partners
europei, le cui indicazioni, invece fino adesso il
Presidente Dini sembra voler seguire soltanto quando si
tratta di colpire lavoratori, pensionati e ceti subalterni
(Applausi dei deputati del gruppo di rifondazione
comunista-progressisti).
| |