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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XII Legislatura

Documento


126828
STA0246-0023
Stenografico d'Aula n. 246 del 26 settembre 1995 (STA12-246)
(suddiviso in 50 Unità Documento)
Unità Documento n.23 (che inizia a pag.15176 dello stampato)
(il TITOLO si trova nell'Unità Documento n.6)
DISCUSSIONE: 1 - 00165; 1 - 00168; 1 - 00169; 1 - 00144; 1 - 00171; 1 - 00172. LAVASS
...DISCUSSIONE: 1 - 00165; 1 - 00168; 1 - 00169; 1 - 00144; 1 - 00171; 1 - 00172.
GABRIELLA PISTONE.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE LORENZO ACQUARONE
ZZSTA ZZRES ZZSTA260995 ZZSTA950926 ZZSTA000995 ZZSTA000095 ZZSTA246 ZZ12 ZZDI ZZLL
    GABRIELLA PISTONE.  Signor Presidente, onorevoli colleghi,
  signor ministro, in data 27 maggio scorso è stata
  pubblicata sulla  Gazzetta ufficiale  la delibera CIPE
  del 13 marzo 1995 per effetto della quale i canoni di
  locazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica
  subiranno notevoli aumenti e, di fatto, verrà abolito il
  canone sociale.
    La mia mozione, sottoscritta da esponenti di quasi tutti i
  partiti presenti in Parlamento - dall'onorevole Formenti,
  presidente della Commissione ambiente, dall'onorevole
  Berlinguer, dall'onorevole Perale all'allora capogruppo
  della lega, onorevole Petrini - pone all'attenzione del
  Governo una questione di vitale importanza proprio alla
  luce di quanto è stato detto negli interventi che mi hanno
  preceduta, in particolare in quelli degli onorevoli
  Zagatti e Diliberto.  La nostra mozione chiede al Governo
  di impegnarsi a ritirare la delibera CIPE; ricordo
  peraltro che già in Commissione ambiente vi è stato un
  parziale pronunciamento in tal senso
  attraverso una risoluzione presentata in  quella sede.
    Vi sono tre ragioni ben precise per le quali siamo
  fermamente contrari a tale delibera e chiediamo al Governo
  di ritirarla: la prima è di carattere costituzionale, la
  seconda (ma non in ordine di importanza) di carattere
  politico-sociale, la terza di opportunità
  politico-programmatica.  Procediamo con ordine cominciando
  dalla ragione a valenza costituzionale.
    Ben quattro regioni (Piemonte, Liguria, Marche e Molise)
  hanno già presentato ricorso alla Corte costituzionale per
  conflitto di attribuzione ed hanno impugnato la delibera
  chiedendo al governo di annullarla.  Inoltre, più di dieci
  consigli regionali hanno presentato ed approvato
  all'unanimità mozioni e ordini del giorno con i quali,
  oltre ad esprimere e motivare un giudizio negativo sulla
  delibera chiedono al Governo di ritirarla immediatamente.
  Non ho certo l'abilità professionale e giuridica dei
  costituzionalisti che hanno stilato i ricorsi (tra i quali
  vi è il professor Valerio Onida) e non intendo quindi
  sostituirmi a loro, ma cercherò, con il loro aiuto, di
  dare una spiegazione.
    La materia dell'edilizia residenziale pubblica è di
  competenza regionale (gradirei essere ascoltata dal
  ministro, in quanto stiamo parlando di un problema
  piuttosto serio, che investe tante regioni del nostro
  paese), ai sensi dell'articolo 117 della Costituzione e
  degli articoli 87 e 93 del decreto del Presidente della
  Repubblica n. 616.  Allo Stato (e precisamente al CIPE, su
  proposta del CER, il comitato per l'edilizia residenziale)
  spetta il compito di determinare i criteri generali per le
  assegnazioni e per la fissazione dei canoni delle
  abitazioni di edilizia residenziale pubblica (articolo 2
  della legge n. 457).  Con la delibera citata il CIPE ha
  dettato un nuovo testo dei criteri generali per le
  assegnazioni e per la fissazione dei canoni degli alloggi
  di edilizia residenziale pubblica (ai sensi, appunto,
  dell'articolo 2 della legge n. 457), interamente
  sostitutivo del testo annesso alla sua delibera precedente
  del 19 novembre 1981.
    La delibera appare volta a dettare criteri interamente
  vincolanti per le regioni, le quali, a norma del punto 1
  dell'allegato della
 
                             Pag. 15177
 
  stessa, si informano ai presenti criteri mediante una
  nuova normativa "che dovrà  entrare in vigore entro sei
  mesi dalla data di pubblicazione della presente delibera
  nella  Gazzetta Ufficiale " (cioè entro il 27 novembre
  1995).  I criteri stabiliti appaiono destinati a
  sovrapporsi, sostituendosi, a quelli determinati, per
  quanto riguarda le regioni, dalle leggi regionali
  attualmente in vigore.  Di fatto, la delibera del CIPE non
  si limita solo a fissare i criteri generali, ma
  regolamenta minuziosamente ogni aspetto della materia dai
  requisiti per l'assegnazione degli alloggi alla procedura
  di assegnazione, all'autogestione ai casi di annullamento
  e revoca dell'assegnazione, ai criteri per la
  determinazione dei canoni.  A quest'ultimo proposito,
  mentre il punto 11 della precedente delibera del CIPE del
  1981 prevedeva tre categorie di assegnatari (articolabili
  però in molte fasce a seconda del reddito del rispettivo
  nucleo familiare, per cui la fascia A comprendeva il
  canone sociale ridotto, la fascia B il canone sociale e la
  fascia C l'equo canone) e, per i redditi al di sopra del
  limite di decadenza, per tutto il periodo di permanenza
  dell'assegnazione, l'applicazione del canone di cui alla
  legge sull'equo canone n. 392 del 1978, la nuova delibera
  riduce invece drasticamente l'arco di variabilità del
  canone configurandolo, salvo la prima fascia dei redditi
  minimi (che già fruiscono del cosiddetto canone sociale
  ridotto) non più come un canone sociale commisurato ad una
  percentuale dell'equo canone, ma come canone di
  riferimento commisurato ad un'aliquota del valore
  catastale dell'immobile, diversa a seconda che il reddito
  annuo del nucleo familiare non superi - oppure superi - il
  limite stabilito per la decadenza.  Nel primo caso il
  canone è pari al 4,5 per cento del valore catastale
  dell'immobile; la regione può anche stabilire percentuali
  diverse, comprese tra il 3 e il 6 per cento e da
  articolare in non più di tre fasce di reddito, purché sia
  garantita l'incidenza media del 4,5 per cento.  Nel secondo
  caso, ovvero oltre il limite della decadenza, il canone
  non dovrà essere inferiore al 7 per cento del valore
  catastale dell'alloggio ed è graduato in relazione al
  reddito del nucleo familiare.  Solo in via transitoria è
  consentita l'applicazione
  dell'equo canone come canone di riferimento, aumentato o
  diminuito in misura non superiore al 25 per cento o
  aumentato in misura non inferiore al 50 per cento se il
  reddito supera il limite di decadenza.  Per di più la
  regione dovrà garantire, nell'assumere le determinazioni
  di propria competenza, non solo il pareggio tra costi e
  ricavi di amministrazione (compresi gli oneri fiscali e di
  manutenzione), ma anche il versamento al fondo per
  l'edilizia residenziale pubblica dello 0,5 per cento annuo
  del valore catastale del patrimonio gestito, con
  l'esclusione dei soli alloggi a canone sociale.
      I nuovi criteri dovranno essere direttamente applicati
  dagli enti gestori (ovvero, IACP e comuni) a decorrere dal
  settimo mese successivo alla delibera qualora le regioni
  non abbiano provveduto ad emanare i provvedimenti
  regionali attuativi.
    In sostanza, l'applicazione dei nuovi criteri
  comporterebbe forti aumenti del canone per quasi tutti gli
  assegnatari con reddito superiore a quello della fascia A,
  che dà ancora diritto al canone sociale.  A tale proposito,
  considerato che le cifre in questi casi contano molto più
  delle parole, vorrei riportare i dati dello IACP di La
  Spezia.  Io sono di Roma, ma l'Italia è grande, così ho
  preso in considerazione un piccolo comune, peraltro uno di
  quelli che funziona meglio (vedremo poi perché gli IACP
  non funzionano).  Lo IACP di La Spezia dispone di 3279
  alloggi di cui 2359 (circa il 72 per cento) assegnati a
  famiglie della fascia B, ossia quella fino al limite di
  decadenza, che per la regione Liguria è fissato in 35
  milioni annui (la fascia comprende quindi i redditi tra i
  16 milioni, equivalenti al raddoppio della pensione minima
  di riferimento, ed i 35 milioni, che rappresentano il
  limite di decadenza).
    Riferendoci ai valori catastali e non più, appunto,
  all'equo canone, cosa succede?  Citerò esempi vari,
  riferiti a valori catastali differenti.  Il primo di quelli
  riportati nella tabella di cui dispongo è pari a 217
  milioni: ebbene, con l'aliquota del 3 per cento il solo
  canone (escluse, quindi, tutte le spese condominiali, di
  riscaldamento e così via) ammonta a 544 mila lire.  Il
  valore intermedio, con l'aliquota del 4,5 per cento, che
  si deve comunque assicurare, è pari a 816 mila lire;
 
                             Pag. 15178
 
  con l'aliquota del 6 per cento (ci troviamo,  quindi,
  sempre nell'ambito delle fasce protette, non al di sopra
  del limite di decadenza) sale ad 1 milione 88 mila lire;
  se si considera invece il 7 per cento, si arriva ad
  1.270.208 lire.
    Potrei continuare nell'elencazione, ma posso anche
  allegare la tabella di cui dispongo agli atti
  parlamentari, non ho problemi in proposito.  Con tale
  discorso intendevo segnalare che il 72 per cento degli
  alloggi afferenti allo IACP di La Spezia presenta questo
  panorama.  Allora, ministro Treu - mi rivolgo a lei perché
  è presente in aula -, se siamo tra persone che ragionano e
  non che fanno demagogia o inseguono disegni liberistici
  assurdi che non stanno né in cielo né in terra, vorrei
  capire come si possa pensare che il 72 per cento dei
  fruitori di quegli alloggi (i quali si trovano nella
  fascia per cui è previsto un limite di decadenza di 35
  milioni di reddito annuo) possano pagare affitti che
  variano da 544 mila lire ad 1 milione 88 mila lire.  Ma li
  conoscete gli stipendi che si percepiscono in questo
  paese?  Una persona dovrebbe guadagnare per lo meno 5
  milioni al mese.  Si dice che l'incidenza delle spese per
  la casa sia di circa il 30 per cento: ebbene, se si somma
  1 milione 88 mila lire a circa 400 o 500 mila lire di
  spese condominiali (sapete, infatti, che il riscaldamento
  costa moltissimo e che ad esso vanno sommate le spese per
  le pulizie e così via), si dovrebbe avere uno stipendio di
  almeno 4,5 milioni, ma netti, non lordi.  Altrimenti, cosa
  andiamo a inseguire, le streghe?  Ho voluto, insomma,
  soltanto citare un caso concreto presente nella regione
  Liguria.
    Tra l'altro, alcuni degli ambiti disciplinati (come le
  procedure per le assegnazioni, i criteri del subentro, le
  regole per l'autogestione) sono addirittura del tutto
  estranei alla competenza demandata allo Stato
  dall'articolo 2 della legge n. 457 del 1978, la quale
  concerne esclusivamente la determinazione dei criteri
  generali per le assegnazioni e per la fissazione dei
  canoni delle abitazioni di edilizia residenziale pubblica.
  Anche le disposizioni afferenti agli aspetti rientranti in
  tale competenza statale, e in particolare quelle sui
  criteri di determinazione
  del canone, appaiono eccessivamente dettagliate e tali,
  dunque, da travalicare l'ambito dei criteri generali.  La
  realtà dell'edilizia residenziale pubblica e del relativo
  patrimonio, dell'utenza di tali alloggi, del fabbisogno e
  delle relative condizioni sociali ed economiche è
  ampiamente differenziata nelle varie aree del paese,
  signor ministro.  Voglio dire che la regione Emilia-Romagna
  non è uguale alla Calabria o alla Campania, ed ecco perché
  il Governo deve limitarsi a fissare criteri generali per
  poi affidare alle singole regioni la competenza di
  legiferare.  Non deve stabilire criteri talmente
  dettagliati che, praticamente, impongono di legiferare in
  una determinata maniera, vincolando l'ente competente.  Di
  questo, infatti, si tratta.  Poiché la gestione, la
  manutenzione e l'utilizzazione di tale patrimonio
  avvengono nell'ambito delle risorse di pertinenza delle
  regioni e degli enti gestori, mentre lo Stato si limita a
  ripartire risorse per nuovi investimenti, non sussiste
  alcuna giustificazione, nemmeno dal punto di vista della
  politica istituzionale e finanziaria perché lo Stato possa
  vincolare così minuziosamente i legislatori regionali nel
  disporre la disciplina di questa materia.
    Vorrei ora passare alla seconda ragione che io ho definito
  di carattere politico-sociale.  Gli effetti della delibera
  sarebbero drammatici sul piano dello sconquasso sociale
  che si andrebbe a produrre.  A tale riguardo ho portato
  l'esempio di La Spezia, ma ovviamente se ne potrebbero
  portare a centinaia, a partire da Roma e da tante altre
  città.  Con tale delibera, infatti, si sancisce
  definitivamente nella determinazione del canone il
  riferimento ai valori catastali e non più all'equo canone,
  infierendo in questo modo ancora una volta sulle classi
  sociali più deboli e del tutto impossibilitate, come prima
  ho dimostrato, a pagare gli aumenti che si andrebbero a
  determinare.  Oltretutto (e al riguardo vorrei sapere dal
  Governo se sia vero o no) sembra che l'esecutivo stia
  ventilando l'ipotesi di rivedere gli estimi catastali.
  Peggio mi sento: se già a questi livelli, con i vecchi
  estimi, siamo in queste condizioni, è facile immaginare
  cosa succederebbe dopo!  Si creerebbe così una situazione
  ancora più paradossale.
 
                             Pag. 15179
 
    Non riesco a comprendere se i signori del Governo si
  rendano ben conto della situazione in cui vivono migliaia
  di famiglie nel nostro paese, laddove i dati ufficiali
  (non i dati di rifondazione comunista!) parlano di
  centomila senza tetto, del 13 per cento della popolazione
  che vive sotto il livello di sussistenza, di circa il 12
  per cento di disoccupati, di salari bloccati, di
  inflazione che cresce e così via.  A fronte di questi dati,
  ci sono, come contrappeso, gli altri, che si riferiscono
  invece al dato percentuale di edilizia residenziale
  pubblica presente nel nostro paese, pari al 5 per cento,
  come già è stato ricordato sia dal collega Zagatti sia dal
  presidente del nostro gruppo Diliberto.  Come ha già detto
  appunto il collega Diliberto, la situazione in Europa è
  del tutto diversa.  Ed è naturale che altrove non vi siano
  i problemi che invece sono presenti in Italia rispetto
  alle norme sull'equo canone.  In paesi dove viene
  assicurata al cittadino la possibilità di accedere a
  canoni di edilizia sociale controllata, è ovvio che non vi
  è poi il problema di difendere categorie che non hanno
  appunto bisogno di essere difese.  Questo mi pare
  elementare.  Oltretutto simili fattori funzionano da
  calmiere.
    Ecco perché è scellerato, miope ed inefficace un
  provvedimento del genere in un paese come il nostro.
  Infatti, delle due l'una: o si va incontro ad una morosità
  sempre più crescente, in presenza della quale certo gli
  IACP non potrebbero risollevare le loro sorti, oppure si
  andrà di fatto a buttare per strada o sotto i ponti
  migliaia di famiglie, relegandole nell'emarginazione più
  nera o nella categoria dei senza casa (in America gli
  homeless  sono più di otto milioni!).  Gli IACP non
  salvano certo i loro bilanci in questa maniera e così non
  si colpiscono neanche gli abusi, che pure ci sono.  E non è
  da oggi che lamentiamo e denunciamo questa situazione:
  sono decenni!  A volte si ha anche la nausea a ripetere
  sempre le stesse cose.  Così si crea solo più dolore
  sociale e si apre la strada, anzi l'autostrada, per la
  legittimazione del libero mercato.  Se addirittura (e a
  questo proposito vorrei sapere quali spazi avranno i
  sindacati nella contrattazione collettiva con i patti in
  deroga) nell'edilizia residenziale pubblica si pagheranno
  canoni
  che si riferiscono minimo al 7 per cento del  valore
  catastale, figuriamoci cosa accadrà nel privato!
  Ovviamente non potrà essere inferiore!
    Su questa strada non possiamo e non vogliamo seguirvi!  Ci
  batteremo per imboccare un'altra via che sia quella della
  ragione, dell'equilibrio, della giustizia sociale,
  dell'efficienza e della trasparenza e perché si compiano
  scelte che sappiano guardare nella loro complessità ad una
  nuova ed organica politica della casa, nella quale anche i
  caratteri dell'edilizia residenziale pubblica cambino
  radicalmente.
    Non è più possibile mantenere enormi concentrazioni di
  edilizia statale che danno vita ad un terribile gigantismo
  burocratico, fonte di gravi distorsioni (che conosciamo),
  che induce lo stesso inquilino a forme di ribellione e di
  malcostume.  Basta vedere le grandi differenze di qualità
  che esistono tra gli attuali IACP di modeste dimensioni e
  quelli più ampi - mi riferisco a Roma per citare una città
  a caso - delle aree metropolitane per trarne
  considerazioni decisive.
    L'edilizia pubblica deve essere di qualità, non racchiusa
  in ghetti ma inserita nel tessuto urbano ed organizzata in
  unità gestionali e in insediamenti di dimensioni limitate,
  con un'amministrazione largamente decentrata e fortemente
  autogestita.  Non possono esservi IACP che devono gestire
  migliaia - 10 mila, 20 mila, 30 mila, 50 mila - alloggi!
  Che senso ha?
    I provvedimenti saranno efficaci solo se si svilupperà con
  forza una nuova politica generale della casa attraverso la
  legge sui suoli (siamo l'unico paese al mondo, credo, a
  non averne una), la programmazione del territorio, il
  recupero di vaste aree centrali e periferiche, il recupero
  al centro di una politica della casa, lo sviluppo di
  edilizia agevolata, convenzionata, cooperativa, la riforma
  dell'edilizia pubblica e nuove politiche fiscali,
  semplificative, incentivanti, che colgano l'intero
  processo dalla costruzione, alla vendita. all'affitto.
    A questo siamo pronti.  Siamo pronti al confronto che,
  peraltro, in questo ramo del Parlamento - come è detto
  nello stesso testo della mozione - è già iniziato con
  l'esame di un testo unificato in Commissione
 
                             Pag. 15180
 
  ambiente in sede legislativa.  Ci sono divergenze tra noi e
  ci saranno, ma dobbiamo  avere l'umiltà di metterci
  attorno ad un tavolo e di risolvere questo benedetto
  problema con la ragione, non con la demagogia che non
  porta a niente o, meglio, porta a favorire gli interessi
  di qualcuno!  Questo mi pare, purtroppo, un problema
  evidente.
    Vede, signor ministro, chi non sarebbe interessato ad
  acquisire come patrimonio le aree centrali delle città?
  Allora si fa un'operazione di questo tipo: il centro delle
  città diventerà tutto di proprietà di grandi immobiliari o
  comunque di persone certamente ricche e danarose e poi si
  creeranno i gironi.  A seconda del cerchio in cui si abita
  si potrà individuare il censo dell'abitante.  Mi sembra
  pazzesco e folle!  Non è possibile pensare che nel centro
  della città vivano solo i ricchi e che poi, man mano che
  ci si allontana da esso, si trovino le categorie più
  disagiate!  Addirittura, con la delibera CIPE i poveri non
  riusciranno neppure a restare nelle case IACP, nelle quali
  vivono ora, peraltro in quartieri disastrati e totalmente
  abbandonati, comunque non degni di un paese civile e
  democratico.
    Io dico che i provvedimenti saranno efficaci solo se si
  svilupperà con forza una nuova politica generale della
  casa attraverso la legge sui suoli e la programmazione.  A
  questo siamo pronti.  Siamo pronti ad un confronto.  Chi
  avrà la maggioranza e le idee più brillanti le porterà
  avanti, ma non si possono risolvere i problemi - ripeto -
  con provvedimenti-tampone che rivelano un certo indirizzo
  rispetto al quale non si torna più indietro.  Non vogliamo
  provvedimenti che, con la scusa di essere salvifichi,
  risultino devastanti rispetto al poco che rimane in questo
  paese di edilizia residenziale pubblica.
    Sono convinta dell'utilità di una nuova politica della
  casa che metta tutti sullo stesso piano, aprendo il
  confronto con i sindacati, con gli inquilini, con la
  gente.  Il problema della casa in Italia riveste un ruolo
  estremamente rilevante dal momento che nelle case in
  affitto si trovano le persone con scarso reddito perché in
  Italia si è sviluppata moltissimo la proprietà privata, e
  non a caso; questo è l'effetto dell'angoscia della finita
  locazione, un altro obbrobrio della legislazione italiana
  perché non esiste in nessun'altra parte del mondo; credo
  esista solo in  Belgio.  La finita locazione deve essere
  possibile per giusta causa, per morosità, perché il
  proprietario deve vendere l'alloggio.  Non è possibile che,
  scaduti i quattro anni di contratto, una persona venga
  mandata via di casa senza sapere dove andare ad abitare.
    Voglio sottolineare che la casa è un diritto della persona
  e va tenuto conto del bene d'uso che essa rappresenta.
  Occorre pertanto una nuova cultura abitativa che sappia
  coniugare il diritto alla proprietà individuale della casa
  con la garanzia assoluta del diritto di tutti ad
  un'abitazione civile.
    Chiedo al Governo di riflettere a fondo sulla nostra
  proposta di ritirare la delibera CIPE.  Il nostro non è un
  capriccio, ma una battaglia giusta e sacrosanta se
  vogliamo davvero risolvere il problema della casa a
  livello nazionale senza creare nuove sacche di grande
  disagio  (Applausi dei deputati del gruppo di
  rifondazione comunista-progressisti).
 
DATA=950926 FASCID=STA12-246 TIPOSTA=STA LEGISL=12 NCOMM= SEDE= NSTA=0246 TOTPAG=0048 TOTDOC=0050 NDOC=0023 TIPDOC=O DOCTIT=0006 COMM= DI PAGINIZ=0020 RIGINIZ=025 PAGFIN=0024 RIGFIN=062 UPAG=NO PAGEIN=15176 PAGEFIN=15180 SORTRES=9509263 SORTDDL= FASCIDC=12STA 00246 SORTNAV=59509262 00246 200000 ZZSTA246 NDOC0023 TIPDOCO DOCTIT0006 NDOC0006



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