| GABRIELLA PISTONE. Signor Presidente, onorevoli colleghi,
signor ministro, in data 27 maggio scorso è stata
pubblicata sulla Gazzetta ufficiale la delibera CIPE
del 13 marzo 1995 per effetto della quale i canoni di
locazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica
subiranno notevoli aumenti e, di fatto, verrà abolito il
canone sociale.
La mia mozione, sottoscritta da esponenti di quasi tutti i
partiti presenti in Parlamento - dall'onorevole Formenti,
presidente della Commissione ambiente, dall'onorevole
Berlinguer, dall'onorevole Perale all'allora capogruppo
della lega, onorevole Petrini - pone all'attenzione del
Governo una questione di vitale importanza proprio alla
luce di quanto è stato detto negli interventi che mi hanno
preceduta, in particolare in quelli degli onorevoli
Zagatti e Diliberto. La nostra mozione chiede al Governo
di impegnarsi a ritirare la delibera CIPE; ricordo
peraltro che già in Commissione ambiente vi è stato un
parziale pronunciamento in tal senso
attraverso una risoluzione presentata in quella sede.
Vi sono tre ragioni ben precise per le quali siamo
fermamente contrari a tale delibera e chiediamo al Governo
di ritirarla: la prima è di carattere costituzionale, la
seconda (ma non in ordine di importanza) di carattere
politico-sociale, la terza di opportunità
politico-programmatica. Procediamo con ordine cominciando
dalla ragione a valenza costituzionale.
Ben quattro regioni (Piemonte, Liguria, Marche e Molise)
hanno già presentato ricorso alla Corte costituzionale per
conflitto di attribuzione ed hanno impugnato la delibera
chiedendo al governo di annullarla. Inoltre, più di dieci
consigli regionali hanno presentato ed approvato
all'unanimità mozioni e ordini del giorno con i quali,
oltre ad esprimere e motivare un giudizio negativo sulla
delibera chiedono al Governo di ritirarla immediatamente.
Non ho certo l'abilità professionale e giuridica dei
costituzionalisti che hanno stilato i ricorsi (tra i quali
vi è il professor Valerio Onida) e non intendo quindi
sostituirmi a loro, ma cercherò, con il loro aiuto, di
dare una spiegazione.
La materia dell'edilizia residenziale pubblica è di
competenza regionale (gradirei essere ascoltata dal
ministro, in quanto stiamo parlando di un problema
piuttosto serio, che investe tante regioni del nostro
paese), ai sensi dell'articolo 117 della Costituzione e
degli articoli 87 e 93 del decreto del Presidente della
Repubblica n. 616. Allo Stato (e precisamente al CIPE, su
proposta del CER, il comitato per l'edilizia residenziale)
spetta il compito di determinare i criteri generali per le
assegnazioni e per la fissazione dei canoni delle
abitazioni di edilizia residenziale pubblica (articolo 2
della legge n. 457). Con la delibera citata il CIPE ha
dettato un nuovo testo dei criteri generali per le
assegnazioni e per la fissazione dei canoni degli alloggi
di edilizia residenziale pubblica (ai sensi, appunto,
dell'articolo 2 della legge n. 457), interamente
sostitutivo del testo annesso alla sua delibera precedente
del 19 novembre 1981.
La delibera appare volta a dettare criteri interamente
vincolanti per le regioni, le quali, a norma del punto 1
dell'allegato della
Pag. 15177
stessa, si informano ai presenti criteri mediante una
nuova normativa "che dovrà entrare in vigore entro sei
mesi dalla data di pubblicazione della presente delibera
nella Gazzetta Ufficiale " (cioè entro il 27 novembre
1995). I criteri stabiliti appaiono destinati a
sovrapporsi, sostituendosi, a quelli determinati, per
quanto riguarda le regioni, dalle leggi regionali
attualmente in vigore. Di fatto, la delibera del CIPE non
si limita solo a fissare i criteri generali, ma
regolamenta minuziosamente ogni aspetto della materia dai
requisiti per l'assegnazione degli alloggi alla procedura
di assegnazione, all'autogestione ai casi di annullamento
e revoca dell'assegnazione, ai criteri per la
determinazione dei canoni. A quest'ultimo proposito,
mentre il punto 11 della precedente delibera del CIPE del
1981 prevedeva tre categorie di assegnatari (articolabili
però in molte fasce a seconda del reddito del rispettivo
nucleo familiare, per cui la fascia A comprendeva il
canone sociale ridotto, la fascia B il canone sociale e la
fascia C l'equo canone) e, per i redditi al di sopra del
limite di decadenza, per tutto il periodo di permanenza
dell'assegnazione, l'applicazione del canone di cui alla
legge sull'equo canone n. 392 del 1978, la nuova delibera
riduce invece drasticamente l'arco di variabilità del
canone configurandolo, salvo la prima fascia dei redditi
minimi (che già fruiscono del cosiddetto canone sociale
ridotto) non più come un canone sociale commisurato ad una
percentuale dell'equo canone, ma come canone di
riferimento commisurato ad un'aliquota del valore
catastale dell'immobile, diversa a seconda che il reddito
annuo del nucleo familiare non superi - oppure superi - il
limite stabilito per la decadenza. Nel primo caso il
canone è pari al 4,5 per cento del valore catastale
dell'immobile; la regione può anche stabilire percentuali
diverse, comprese tra il 3 e il 6 per cento e da
articolare in non più di tre fasce di reddito, purché sia
garantita l'incidenza media del 4,5 per cento. Nel secondo
caso, ovvero oltre il limite della decadenza, il canone
non dovrà essere inferiore al 7 per cento del valore
catastale dell'alloggio ed è graduato in relazione al
reddito del nucleo familiare. Solo in via transitoria è
consentita l'applicazione
dell'equo canone come canone di riferimento, aumentato o
diminuito in misura non superiore al 25 per cento o
aumentato in misura non inferiore al 50 per cento se il
reddito supera il limite di decadenza. Per di più la
regione dovrà garantire, nell'assumere le determinazioni
di propria competenza, non solo il pareggio tra costi e
ricavi di amministrazione (compresi gli oneri fiscali e di
manutenzione), ma anche il versamento al fondo per
l'edilizia residenziale pubblica dello 0,5 per cento annuo
del valore catastale del patrimonio gestito, con
l'esclusione dei soli alloggi a canone sociale.
I nuovi criteri dovranno essere direttamente applicati
dagli enti gestori (ovvero, IACP e comuni) a decorrere dal
settimo mese successivo alla delibera qualora le regioni
non abbiano provveduto ad emanare i provvedimenti
regionali attuativi.
In sostanza, l'applicazione dei nuovi criteri
comporterebbe forti aumenti del canone per quasi tutti gli
assegnatari con reddito superiore a quello della fascia A,
che dà ancora diritto al canone sociale. A tale proposito,
considerato che le cifre in questi casi contano molto più
delle parole, vorrei riportare i dati dello IACP di La
Spezia. Io sono di Roma, ma l'Italia è grande, così ho
preso in considerazione un piccolo comune, peraltro uno di
quelli che funziona meglio (vedremo poi perché gli IACP
non funzionano). Lo IACP di La Spezia dispone di 3279
alloggi di cui 2359 (circa il 72 per cento) assegnati a
famiglie della fascia B, ossia quella fino al limite di
decadenza, che per la regione Liguria è fissato in 35
milioni annui (la fascia comprende quindi i redditi tra i
16 milioni, equivalenti al raddoppio della pensione minima
di riferimento, ed i 35 milioni, che rappresentano il
limite di decadenza).
Riferendoci ai valori catastali e non più, appunto,
all'equo canone, cosa succede? Citerò esempi vari,
riferiti a valori catastali differenti. Il primo di quelli
riportati nella tabella di cui dispongo è pari a 217
milioni: ebbene, con l'aliquota del 3 per cento il solo
canone (escluse, quindi, tutte le spese condominiali, di
riscaldamento e così via) ammonta a 544 mila lire. Il
valore intermedio, con l'aliquota del 4,5 per cento, che
si deve comunque assicurare, è pari a 816 mila lire;
Pag. 15178
con l'aliquota del 6 per cento (ci troviamo, quindi,
sempre nell'ambito delle fasce protette, non al di sopra
del limite di decadenza) sale ad 1 milione 88 mila lire;
se si considera invece il 7 per cento, si arriva ad
1.270.208 lire.
Potrei continuare nell'elencazione, ma posso anche
allegare la tabella di cui dispongo agli atti
parlamentari, non ho problemi in proposito. Con tale
discorso intendevo segnalare che il 72 per cento degli
alloggi afferenti allo IACP di La Spezia presenta questo
panorama. Allora, ministro Treu - mi rivolgo a lei perché
è presente in aula -, se siamo tra persone che ragionano e
non che fanno demagogia o inseguono disegni liberistici
assurdi che non stanno né in cielo né in terra, vorrei
capire come si possa pensare che il 72 per cento dei
fruitori di quegli alloggi (i quali si trovano nella
fascia per cui è previsto un limite di decadenza di 35
milioni di reddito annuo) possano pagare affitti che
variano da 544 mila lire ad 1 milione 88 mila lire. Ma li
conoscete gli stipendi che si percepiscono in questo
paese? Una persona dovrebbe guadagnare per lo meno 5
milioni al mese. Si dice che l'incidenza delle spese per
la casa sia di circa il 30 per cento: ebbene, se si somma
1 milione 88 mila lire a circa 400 o 500 mila lire di
spese condominiali (sapete, infatti, che il riscaldamento
costa moltissimo e che ad esso vanno sommate le spese per
le pulizie e così via), si dovrebbe avere uno stipendio di
almeno 4,5 milioni, ma netti, non lordi. Altrimenti, cosa
andiamo a inseguire, le streghe? Ho voluto, insomma,
soltanto citare un caso concreto presente nella regione
Liguria.
Tra l'altro, alcuni degli ambiti disciplinati (come le
procedure per le assegnazioni, i criteri del subentro, le
regole per l'autogestione) sono addirittura del tutto
estranei alla competenza demandata allo Stato
dall'articolo 2 della legge n. 457 del 1978, la quale
concerne esclusivamente la determinazione dei criteri
generali per le assegnazioni e per la fissazione dei
canoni delle abitazioni di edilizia residenziale pubblica.
Anche le disposizioni afferenti agli aspetti rientranti in
tale competenza statale, e in particolare quelle sui
criteri di determinazione
del canone, appaiono eccessivamente dettagliate e tali,
dunque, da travalicare l'ambito dei criteri generali. La
realtà dell'edilizia residenziale pubblica e del relativo
patrimonio, dell'utenza di tali alloggi, del fabbisogno e
delle relative condizioni sociali ed economiche è
ampiamente differenziata nelle varie aree del paese,
signor ministro. Voglio dire che la regione Emilia-Romagna
non è uguale alla Calabria o alla Campania, ed ecco perché
il Governo deve limitarsi a fissare criteri generali per
poi affidare alle singole regioni la competenza di
legiferare. Non deve stabilire criteri talmente
dettagliati che, praticamente, impongono di legiferare in
una determinata maniera, vincolando l'ente competente. Di
questo, infatti, si tratta. Poiché la gestione, la
manutenzione e l'utilizzazione di tale patrimonio
avvengono nell'ambito delle risorse di pertinenza delle
regioni e degli enti gestori, mentre lo Stato si limita a
ripartire risorse per nuovi investimenti, non sussiste
alcuna giustificazione, nemmeno dal punto di vista della
politica istituzionale e finanziaria perché lo Stato possa
vincolare così minuziosamente i legislatori regionali nel
disporre la disciplina di questa materia.
Vorrei ora passare alla seconda ragione che io ho definito
di carattere politico-sociale. Gli effetti della delibera
sarebbero drammatici sul piano dello sconquasso sociale
che si andrebbe a produrre. A tale riguardo ho portato
l'esempio di La Spezia, ma ovviamente se ne potrebbero
portare a centinaia, a partire da Roma e da tante altre
città. Con tale delibera, infatti, si sancisce
definitivamente nella determinazione del canone il
riferimento ai valori catastali e non più all'equo canone,
infierendo in questo modo ancora una volta sulle classi
sociali più deboli e del tutto impossibilitate, come prima
ho dimostrato, a pagare gli aumenti che si andrebbero a
determinare. Oltretutto (e al riguardo vorrei sapere dal
Governo se sia vero o no) sembra che l'esecutivo stia
ventilando l'ipotesi di rivedere gli estimi catastali.
Peggio mi sento: se già a questi livelli, con i vecchi
estimi, siamo in queste condizioni, è facile immaginare
cosa succederebbe dopo! Si creerebbe così una situazione
ancora più paradossale.
Pag. 15179
Non riesco a comprendere se i signori del Governo si
rendano ben conto della situazione in cui vivono migliaia
di famiglie nel nostro paese, laddove i dati ufficiali
(non i dati di rifondazione comunista!) parlano di
centomila senza tetto, del 13 per cento della popolazione
che vive sotto il livello di sussistenza, di circa il 12
per cento di disoccupati, di salari bloccati, di
inflazione che cresce e così via. A fronte di questi dati,
ci sono, come contrappeso, gli altri, che si riferiscono
invece al dato percentuale di edilizia residenziale
pubblica presente nel nostro paese, pari al 5 per cento,
come già è stato ricordato sia dal collega Zagatti sia dal
presidente del nostro gruppo Diliberto. Come ha già detto
appunto il collega Diliberto, la situazione in Europa è
del tutto diversa. Ed è naturale che altrove non vi siano
i problemi che invece sono presenti in Italia rispetto
alle norme sull'equo canone. In paesi dove viene
assicurata al cittadino la possibilità di accedere a
canoni di edilizia sociale controllata, è ovvio che non vi
è poi il problema di difendere categorie che non hanno
appunto bisogno di essere difese. Questo mi pare
elementare. Oltretutto simili fattori funzionano da
calmiere.
Ecco perché è scellerato, miope ed inefficace un
provvedimento del genere in un paese come il nostro.
Infatti, delle due l'una: o si va incontro ad una morosità
sempre più crescente, in presenza della quale certo gli
IACP non potrebbero risollevare le loro sorti, oppure si
andrà di fatto a buttare per strada o sotto i ponti
migliaia di famiglie, relegandole nell'emarginazione più
nera o nella categoria dei senza casa (in America gli
homeless sono più di otto milioni!). Gli IACP non
salvano certo i loro bilanci in questa maniera e così non
si colpiscono neanche gli abusi, che pure ci sono. E non è
da oggi che lamentiamo e denunciamo questa situazione:
sono decenni! A volte si ha anche la nausea a ripetere
sempre le stesse cose. Così si crea solo più dolore
sociale e si apre la strada, anzi l'autostrada, per la
legittimazione del libero mercato. Se addirittura (e a
questo proposito vorrei sapere quali spazi avranno i
sindacati nella contrattazione collettiva con i patti in
deroga) nell'edilizia residenziale pubblica si pagheranno
canoni
che si riferiscono minimo al 7 per cento del valore
catastale, figuriamoci cosa accadrà nel privato!
Ovviamente non potrà essere inferiore!
Su questa strada non possiamo e non vogliamo seguirvi! Ci
batteremo per imboccare un'altra via che sia quella della
ragione, dell'equilibrio, della giustizia sociale,
dell'efficienza e della trasparenza e perché si compiano
scelte che sappiano guardare nella loro complessità ad una
nuova ed organica politica della casa, nella quale anche i
caratteri dell'edilizia residenziale pubblica cambino
radicalmente.
Non è più possibile mantenere enormi concentrazioni di
edilizia statale che danno vita ad un terribile gigantismo
burocratico, fonte di gravi distorsioni (che conosciamo),
che induce lo stesso inquilino a forme di ribellione e di
malcostume. Basta vedere le grandi differenze di qualità
che esistono tra gli attuali IACP di modeste dimensioni e
quelli più ampi - mi riferisco a Roma per citare una città
a caso - delle aree metropolitane per trarne
considerazioni decisive.
L'edilizia pubblica deve essere di qualità, non racchiusa
in ghetti ma inserita nel tessuto urbano ed organizzata in
unità gestionali e in insediamenti di dimensioni limitate,
con un'amministrazione largamente decentrata e fortemente
autogestita. Non possono esservi IACP che devono gestire
migliaia - 10 mila, 20 mila, 30 mila, 50 mila - alloggi!
Che senso ha?
I provvedimenti saranno efficaci solo se si svilupperà con
forza una nuova politica generale della casa attraverso la
legge sui suoli (siamo l'unico paese al mondo, credo, a
non averne una), la programmazione del territorio, il
recupero di vaste aree centrali e periferiche, il recupero
al centro di una politica della casa, lo sviluppo di
edilizia agevolata, convenzionata, cooperativa, la riforma
dell'edilizia pubblica e nuove politiche fiscali,
semplificative, incentivanti, che colgano l'intero
processo dalla costruzione, alla vendita. all'affitto.
A questo siamo pronti. Siamo pronti al confronto che,
peraltro, in questo ramo del Parlamento - come è detto
nello stesso testo della mozione - è già iniziato con
l'esame di un testo unificato in Commissione
Pag. 15180
ambiente in sede legislativa. Ci sono divergenze tra noi e
ci saranno, ma dobbiamo avere l'umiltà di metterci
attorno ad un tavolo e di risolvere questo benedetto
problema con la ragione, non con la demagogia che non
porta a niente o, meglio, porta a favorire gli interessi
di qualcuno! Questo mi pare, purtroppo, un problema
evidente.
Vede, signor ministro, chi non sarebbe interessato ad
acquisire come patrimonio le aree centrali delle città?
Allora si fa un'operazione di questo tipo: il centro delle
città diventerà tutto di proprietà di grandi immobiliari o
comunque di persone certamente ricche e danarose e poi si
creeranno i gironi. A seconda del cerchio in cui si abita
si potrà individuare il censo dell'abitante. Mi sembra
pazzesco e folle! Non è possibile pensare che nel centro
della città vivano solo i ricchi e che poi, man mano che
ci si allontana da esso, si trovino le categorie più
disagiate! Addirittura, con la delibera CIPE i poveri non
riusciranno neppure a restare nelle case IACP, nelle quali
vivono ora, peraltro in quartieri disastrati e totalmente
abbandonati, comunque non degni di un paese civile e
democratico.
Io dico che i provvedimenti saranno efficaci solo se si
svilupperà con forza una nuova politica generale della
casa attraverso la legge sui suoli e la programmazione. A
questo siamo pronti. Siamo pronti ad un confronto. Chi
avrà la maggioranza e le idee più brillanti le porterà
avanti, ma non si possono risolvere i problemi - ripeto -
con provvedimenti-tampone che rivelano un certo indirizzo
rispetto al quale non si torna più indietro. Non vogliamo
provvedimenti che, con la scusa di essere salvifichi,
risultino devastanti rispetto al poco che rimane in questo
paese di edilizia residenziale pubblica.
Sono convinta dell'utilità di una nuova politica della
casa che metta tutti sullo stesso piano, aprendo il
confronto con i sindacati, con gli inquilini, con la
gente. Il problema della casa in Italia riveste un ruolo
estremamente rilevante dal momento che nelle case in
affitto si trovano le persone con scarso reddito perché in
Italia si è sviluppata moltissimo la proprietà privata, e
non a caso; questo è l'effetto dell'angoscia della finita
locazione, un altro obbrobrio della legislazione italiana
perché non esiste in nessun'altra parte del mondo; credo
esista solo in Belgio. La finita locazione deve essere
possibile per giusta causa, per morosità, perché il
proprietario deve vendere l'alloggio. Non è possibile che,
scaduti i quattro anni di contratto, una persona venga
mandata via di casa senza sapere dove andare ad abitare.
Voglio sottolineare che la casa è un diritto della persona
e va tenuto conto del bene d'uso che essa rappresenta.
Occorre pertanto una nuova cultura abitativa che sappia
coniugare il diritto alla proprietà individuale della casa
con la garanzia assoluta del diritto di tutti ad
un'abitazione civile.
Chiedo al Governo di riflettere a fondo sulla nostra
proposta di ritirare la delibera CIPE. Il nostro non è un
capriccio, ma una battaglia giusta e sacrosanta se
vogliamo davvero risolvere il problema della casa a
livello nazionale senza creare nuove sacche di grande
disagio (Applausi dei deputati del gruppo di
rifondazione comunista-progressisti).
| |