| ENRICO INDELLI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, era
ora che in quest'aula si parlasse e si discutesse di un
problema così importante. Dopo tanto parlare di
Tangentopoli o di Affittopoli, di cui questa situazione è
il frutto, finalmente viene alla luce un problema che non
interessa soltanto alcune persone privilegiate, ma
soprattutto la gente che quotidianamente deve confrontarsi
con queste realtà.
Ecco perché lo scorso gennaio ho presentato
un'interrogazione nella quale si evidenziava come il
decreto del ministro del lavoro che poneva in vendita
appartamenti di proprietà dell'ENPDAP, dell'INAIL e
dell'INPS avesse creato fra i locatari degli immobili un
clima di grande preoccupazione seguito, come era
facilmente prevedibile, da un coro di accorate proteste.
Il disappunto dei locatari scaturiva e scaturisce dalla
mancanza di chiarezza dei criteri di vendita, che
comporterebbero prezzi al metro quadro molto più alti del
valore degli estimi catastali, tali da risultare
addirittura superiori a quelli di stabili simili ubicati
nelle medesime zone. Il disappunto deriva inoltre dalla
confusione determinatasi sulle concrete possibilità di
ottenere i mutui agevolati, per chi ha intenzione di
acquistare tali immobili e, nel contempo, dalla mancanza
di tutela per coloro che non si trovano nelle condizioni
di acquistare. Dobbiamo anche evidenziare che i comuni che
dovrebbero gestire questa nuova emergenza abitativa (lo
dimostra anche il caso di Roma, capitale d'Italia) non sono
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tra l'altro stati consultati in ordine alla predisposizione dei
piani di smobilizzo.
L'intera operazione, di per sé, è apparsa e appare
congegnata in modo da favorire alcuni settori speculativi
invece di seguire un preciso piano di privatizzazione.
Ecco perché chiedemmo allora quali iniziative urgenti e
quali provvedimenti intendesse adottare il Governo per far
fronte a questa situazione. Soprattutto, si chiedeva di
investire del problema il Parlamento.
Oggi il Parlamento si occupa di uno scandalo che in molti
conoscevate e di cui pochi hanno parlato. La legge n. 573
del 1993 disponeva l'alienazione degli immobili dei tre
enti previdenziali più importanti, prevedendo per ciascuno
una quota di circa mille e cinquecento miliardi. Bisogna
ricordare al riguardo anche la legge n. 560 del 1993, che
regola l'alienazione dell'edilizia pubblica con questa
frase "In conformità alle normative vigenti in materia di
alienazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica".
Sulla base di disposizioni di legge sono state alienate
varie abitazioni di enti regionali e comunali con diverse
modalità. Rispetto al costo: una percentuale basata sulla
rendita catastale; rispetto allo sconto: l'1 per cento per
ogni anno di vetustà, fino a un massimo del 20 per cento;
riduzione del 10 per cento per i pagamenti in contanti; un
mutuo agevolato con tasso al 10 per cento per 15 anni;
pagamento del 30 per cento del costo alla stipula del
contratto; divieto di rivendita dell'immobile prima di
dieci anni dall'acquisto e dal pagamento totale, con
riduzione dell'IVA al 4 per cento ove si tratti di prima
casa. L'immobile non può essere alienato, restando di
proprietà dell'ente, per tre categorie: gli
ultrasessantenni, gli handicappati i titolari di reddito
familiare o complessivo inferiore al limite fissato dal
CIPE ai fini della decadenza dell'assegnazione, ove i
soggetti non siano interessati all'acquisto per
impossibilità finanziaria, pur rimanendo affittuari
dell'immobile stesso con i canoni di legge.
La nuova legge sulle pensioni ha previsto in modo
piuttosto duro l'alienazione degli immobili degli enti
previdenziali, che nulla ha a che vedere con le pensioni.
E' una soluzione pericolosa e preoccupante che
danneggia soprattutto i lavoratori e i pensionati
incidendo negativamente sulle famiglie con anziani e con
handicappati accentuando i problemi della coabitazione per
le giovani coppie. Senza contare che si privano delle
garanzie finanziarie le prestazioni pensionistiche aprendo
nel contempo lo spazio ai palazzinari e a società
immobiliari pronti a speculare sui lavoratori e sui
pensionati costringendoli a finire in mezzo a una
strada.
Ecco perché l'aspetto politico-parlamentare deve ribadire
con chiarezza e precisione tali modalità, principalmente
in considerazione delle garanzie dovute ed accordate come
categorie protette da queste leggi per tutte le possibili
future alienazioni di enti pubblici statali e parastatali,
pena l'impugnazione di un atto che sicuramente di per sé
va contro la Costituzione.
I tre enti previdenziali, interessati ad evitare tensioni
sociali di vasta portata e turbative economiche nel
mercato immobiliare, in questa fase potrebbero e
dovrebbero poter alienare soltanto gli immobili non
abitativi - in questo senso si sono espressi anche altri
colleghi (mi riferisco all'emendamento cui faceva cenno
precedentemente l'onorevole Scanu) - e quindi proprietà
immobiliari di valore, quali cinema, teatri, terreni
agricoli ed edificabili, stabilimenti e case di cura
termali, aziende agrarie e sedi di partiti e sindacati,
onde raggiungere la quota fissata di circa 1.500 miliardi,
ricorrendo eventualmente solo in un momento successivo
all'alienazione, secondo le norme delle leggi nn. 537 e
560 del 1993, degli immobili ad uso abitativo
esclusivamente di categoria A1, in quanto abitati da
soggetti appartenenti ai ceti più facoltosi e quindi in
grado di accedere all'acquisto.
Occorre a mio parere costituire un unico organismo comune
ai tre enti ed il Governo è stato investito del delicato
argomento di una gestione efficace del patrimonio
immobiliare, garantendo nel contempo un profitto equo
senza mai dimenticare le finalità sociali e calmieratrici
all'interno del mercato delle locazioni in un clima di
liberismo non dannoso per le categorie meno protette, di
cui le stesse leggi hanno rivendicato l'importanza.
Ecco perché una corretta applicazione dei
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patti in deroga approvati dal Ministero del lavoro
offrirebbe nel giro di quattro o cinque anni un notevole
introito nelle casse degli enti, come risulta dai primi
bilanci in proposito. Comunque qualsiasi soluzione non può
prescindere dalla valutazione del reddito familiare ai
fini di un introito fiscale equo. Per esempio i patti in
deroga ministeriali potrebbero essere applicati anche con
gradualità più ristretta esclusivamente alle persone con
fasce di reddito non superiori ai 50-60 milioni annui.
Oltre tali limiti di reddito potrebbe essere creato un
libero mercato, ma graduale (si deve tener presente che
sulla base di conti che sono stati effettuati, anche se in
maniera approssimativa, l'applicazione delle sole norme e
di patti in deroga comporterebbe un aumento immediato
dell'inflazione in misura superiore all'1 per cento).
Voglio ricordare ai colleghi che l'INPS non può non
valutare che il patrimonio immobiliare da alienare
rappresenta una parte del proprio fondo di riserva
tecnica, che per legge garantisce le prestazioni dovute.
Ciò vale per tutti gli enti assicurativi e previdenziali,
pubblici e privati, tanto più che il regime a ripartizione
dell'INPS non esiste di fatto, in quanto il deficit
cronico, dovuto innanzittutto alle prestazioni
assistenziali e non a quelle previdenziali, annulla tutte
le caratteristiche tecniche e finanziarie sulle quali si
basa un regime a ripartizione, nel quale le entrate
dovrebbero coprire tutte le uscite.
L'assurdità della proposta di alienazione di parte di
immobili dell'INPS è comprovata anche dall'ipotesi della
necessità di un graduale e parziale passaggio per le
pensioni integrative alla capitalizzazione dell'INPS. Ecco
perché ricordo la proposta del Governatore della Banca
d'Italia Fazio di riportare questo istituto alla sua vera
funzione socio-assicurativa, togliendogli le infinite ed
arbitrarie prestazioni ed elargizioni assistenziali, che
sono proprie dello Stato e quindi del fisco. Solo così
l'INPS potrà tornare in attivo e provvedere esclusivamente
all'erogazione delle pensioni.
D'altra parte, giuridicamente si ritiene che il diritto di
disporre e quindi di alienare gli immobili dell'INPS
competa esclusivamente
ai lavoratori contribuenti, legittimi proprietari di tali
immobili. Solo un referendum tra i lavoratori ed i
pensionati potrebbe disporre degli stessi: lo Stato invece
può disporre solo di quelli al cui acquisto ha contribuito
totalmente o parzialmente ma in misura notevole. Ogni
forma coatta di alienazione degli immobili dell'INPS di
per sé rimette tutto in discussione di fronte alla Corte
costituzionale.
Valutando il patrimonio immobiliare degli enti
previdenziali emerge che l'INPS dispone di una percentuale
minima di beni: 5.500 appartamenti rispetto al quasi
decuplo dell'INPDAP, al quintuplo dell'INPDAI, ai 15 mila
appartamenti dell'INAIL ai 15 mila dell'ENASARCO e ai 15
mila dell'ENPAM. L'INPS è dunque l'istituto più povero di
proprieta immobiliari. Una parte di esse è situata nei
centri storici, in quanto acquisita in epoche remote dalla
Cassa di previdenza nel 1880, poi dall'INPS durante il
ventennio fascista e successivamente dal 1945 ad oggi.
Questo patrimonio era indispensabile, lo ricordo, per
legge, in quanto rappresentava, a regime di
capitalizzazione, il fondo di riserva tecnico
dell'istituto alla pari degli enti assicurativi. Le
prestazioni integrative istituende e il fasullo regime a
ripartizione esistente ci fanno esprimere per la non
alienazione del patrimonio immobiliare dell'INPS ad
eccezione, come ho detto, se lo si vuole, di altri
patrimoni immobiliari non ad uso di alloggi sociali.
Questa forzosa alienazione risulterebbe vantaggiosa per
speculazioni private, ma non per le fasce sociali meno
abbienti.
L'INPS, nel 1994, ha incassato sei miliardi dal suo
patrimonio immobiliare. Con i patti in deroga potrebbe
incassare quasi i due quarti nel giro di 3-4 anni.
Volevo ricordare alcuni parametri europei. Rispetto alle
percentuali degli alloggi sociali in affitto, l'Italia ha,
insieme con la Spagna, la percentuale degli alloggi
sociali più bassa rispetto a quella molto alta, del 78 per
cento, del Regno Unito, del 63 per cento dei Paesi Bassi,
del 46 per cento della Francia e del 49 per cento della
Danimarca. Noi abbiamo infatti solo il 25 per cento di
alloggi sociali, superando di poco la Spagna all'11 per
cento.
Questi dati, riportati sui giornali, e quindi
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di facile lettura per tutti i cittadini, devono far
ricordare che in alcuni paesi l'occupazione di tipo
sociale è superiore a quella di tipo privato - vedi la
Gran Bretagna, i Paesi Bassi e l'Irlanda - perché in
questi ha luogo l'espropriazione di terreni da parte dello
Stato a scopo sociale, l'abusivismo è quasi completamente
inesistente e la speculazione sui terreni fabbricabili è
una conseguenza relativa. Mentre in altri paesi, come la
Danimarca, la Francia e la Germania, l'occupazione di tipo
sociale è quasi equivalente a quella privata - quindi la
politica sociale o di libero mercato sono equilibrati,
senza abusivismo e speculazione sui terreni edificabili -,
noi, come la Spagna, il Portogallo, la Grecia e,
stranamente, nel nord Europa la Danimarca, abbiamo
un'occupazione di tipo sociale di molto inferiore rispetto
a quella privata. Abbiamo davanti agli occhi l'immenso
abusivismo e le frequenti speculazioni di gruppi di potere
sui terreni fabbricabili. L'intervento dello Stato in
questa situazione è di per sé inesistente. L'unica trincea
calmieratrice potrebbe essere una corretta applicazione
riguardo alla dismissione o all'alienazione delle casse
degli enti previdenziali e comunali.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor ministro, ci
si è proposto di valutare oltre alle mozioni oggi al
nostro esame una proposta di legge in base alla quale,
attraverso l'alienazione degli alloggi degli enti
previdenziali, garantire l'accesso immediato all'alloggio
sia agli inquilini che ne hanno la possibilità economica
sia a coloro di più limitate possibilità per i quali si
prevede l'acquisto a tassi fissi di particolare
convenienza. Per gli inquilini che rientrano nelle
categorie dei percettori di reddito inferiore al doppio di
quello fissato dal CIPE ai fini della decadenza dal
diritto all'assegnazione, oppure per gli
ultrasessantacinquenni o portatori di handicap, come ho
ricordato, bisognerebbe assicurare la permanenza in
affitto con canoni sostanzialmente in linea con quello
vigente in regime di equo canone.
E' necessario altresi ricordare che, al fine di
contribuire in modo deciso al recupero del patrimonio
edilizio ed urbanistico esistente, si proporrebbe che il
40 per cento delle risorse rese disponibili dalla vendita
degli alloggi degli enti venga destinato al recupero del
suddetto patrimonio, disciplinando la successiva vendita
degli alloggi soprattutto per quanto riguarda i centri
storici.
Risultando oggi chiaro il ruolo sociale degli enti
previdenziali, è inopportuno e ingiustificato decidere di
arrivare alla dismissione del patrimonio abitativo se
prima non viene fatta chiarezza in Parlamento a livello
governativo e soprattutto di opinione pubblica. Noi siamo
contrari ai processi sommari, ma riteniamo, come altri in
quest'aula, che si possa pervenire ad una democrazia di
scelta e di partecipazione. La scarsa capacità di acquisto
degli inquilini lascia il campo aperto alle grandi
immobiliari ed alle facili speculazioni.
Queste sono le ragioni per le quali riteniamo che
sottrarre un patrimonio a tale funzione sociale, con
evitabili liberi aumenti dei canoni, aprirebbe una
speculazione incontrollabile. Riteniamo inoltre che
l'acquisto di alloggi debba essere una libera scelta degli
inquilini, regolamentata a seconda delle legislazioni che
andremo a predisporre; ma chi non può acquistarli, deve
avere il diritto di rimanere negli stessi alloggi se è in
possesso dei requisiti per il diritto all'assegnazione.
Signor ministro, vorrei infine ricordarle la necessità di
utilizzare fondi ex GESCAL per l'acquisto di tale
patrimonio da parte di molti comuni. A nostro avviso, il
patrimonio alloggiativo pubblico dovrebbe essere
ulteriormente sviluppato. Queste sono le ragioni per cui i
membri del patto dei democratici e del gruppo dei
democratici hanno assunto una posizione rivolta alla
tutela non solo delle categorie più deboli, ma anche e
soprattutto di quella fascia sociale, la più esposta, che
rappresenta la maggioranza degli italiani e che percepisce
un reddito lordo al di sotto dei 70 milioni annui.
Questi sono i motivi che ci portano a ritenere che
Affittopoli ed il dibattito che si sta svolgendo in
quest'aula debbano avere una giusta attenzione, seppur
limitata al problema oggetto di discussione, che dovrà
spingere questo Parlamento ed il Governo ad assumersi
l'impegno a portarlo a soluzione. (Applausi)
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