| ENZO SAVARESE. Signor Presidente, signor ministro, undici
colleghi presenti, credo che il problema di Affittopoli
sia serio, probabilmente equivalente a quello di
Tangentopoli.
A mio giudizio tutti noi dobbiamo ringraziare Feltri per
la sua campagna di moralizzazione (mi dispiace, collega
Podestà): è stato portato alla luce quello che forse è il
più odioso dei privilegi della prima Repubblica.
La prima Repubblica nel settore delle abitazioni è
riuscita a realizzare qualcosa di simile al doppio mercato
nei paesi dell'Europa orientale e della Russia prima della
perestroika; quelli del partito, quelli legati
all'intellighenzia che chiedevano, che potevano avere, che
avevano le case, e gli altri che si arrangiavano sul
mercato nero, il mercato libero. Chi di voi ha cercato un
alloggio sa quanto fosse difficile trovarlo in un paese
che volutamente non ha perseguito una politica della casa
negli ultimi quarant'anni. Dai tempi in cui un grande
attore, Totò, faceva un film in cui veniva rappresentato
il dramma della coabitazione, e poi in altri momenti,
cercare una casa nel nostro paese è sempre stata
un'impresa disperata.
Pensiamo al meccanismo della HLM, habitation à loyer
modéré francesi, che dovrebbero essere l'equivalente di
quelle dei nostri IACP: ebbene tale sistema in Francia ha
funzionato dando spazio ad un'edilizia residenziale che
potesse soddisfare le esigenze abitative dei meno
abbienti; invece da noi non ha funzionato, in Italia si è
privilegiata la furbizia, l'amicizia, le cosche e le mafie
(anche in questo caso sono mafie, non esistono solo quelle
delle quali si discute oggi a Palermo, probabilmente
incautamente).
Per anni, con un complice assenso del partito di
maggioranza relativa e delle opposizioni dell'epoca, in un
disegno consociativo,
si è fatto del problema della casa uno strumento per
tacitare gli amici, i clientes, le corti; si dava
quindi la casa a chi faceva parte di un determinato gruppo
politico, a chi era amico di quell'assessore, di quel
consigliere comunale, di quel direttore generale.
Ricordo, signor Presidente, quando giunto a Roma dopo
dieci anni di vita all'estero, provai a cercare casa.
Andai da mio nonno, che abitava in una casa dell'INA; il
portiere mi disse: "dotto', o lei è raccomandato oppure in
questa casa non c'entra". In quel palazzo abitano Rocco
Buttiglione e funzionari del Ministero del lavoro; in
quello come in altri palazzi abita molta gente!
Ritengo che, se si vuole portare avanti un'opera di
rinnovamento autentico, occorra avere il coraggio di
assumersi le proprie responsabilità. Mi è dispiaciuto
notare l'attegiamento di fastidio assunto da D'Alema, da
Veltroni, da D'Antoni, che si è dovuto installare la
"Jacuzzi" nella casa ai Parioli a poco più di un milione
al mese. Non sono questi i segnali che il paese si aspetta
da noi; forse sarebbe stato più opportuno, sicuramente più
onesto, ammettere che tutto ciò è vero, che tale era il
sistema nel quale avete, hanno, abbiamo vissuto per
cinquant'anni e quindi, come altri si è approfittato della
situazione. Invece, non è stato cosi.
In interventi precedenti ho sentito accenni al fatto che
vi sono case che non consentono redditività agli enti, i
quali differenziano la loro gestione del patrimonio. Anche
in ciò consiste il problema: dovremmo disporre di una
disciplina in materia, dovremmo dare disposizioni (e noi,
in quanto parlamentari, possiamo e dobbiamo intervenire in
tal senso) agli enti previdenziali affinché investano là
dove si crea ricchezza, cioè nel mercato mobiliare. Chi
conosce la realtà dei paesi più avanzati da un punto di
vista economico ed industriale, sa che è questo il campo
in cui si investe. Non credo che i fondi pensione
americani investano in immobili; essi investono in Borsa.
Vi è un'espressione americana tipica: widow and
orphan; i fondi, cioè, investono in titoli sicuri per
le vedove e per gli orfani. Da noi, invece, si è investito
nel mattone per condurre una politica clientelare. Quando
leggo che l'ente al quale
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appartenevo come dirigente di azienda, l'INPDAI, ha un
ritorno inferiore all'1 per cento sul proprio
investimento, mi domando che cosa abbiano fatto se non
clientelismo e demagogia, i dirigenti di questo e di altri
enti negli anni passati.
Il Governo deve compiere allora un atto di coraggio, deve
ribadire una posizione che non sia di semplice condanna
(con le condanne si fa poco, non è infatti aumentando
l'affitto a D'Alema di 500 mila lire o di un milione al
mese che si risolve il problema), ripensando una politica
abitativa che dia la casa a chi ne ha veramente bisogno e
non tassi le prime case.
Signori rappresentanti del Governo, leggo oggi sul
giornale di inasprimenti dell'ICI. Ma che senso ha colpire
il lavoratore che si è comprato la prima casa, il
risparmio individuale? Tassiamo, come è giusto che sia
(perché la solidarietà è qualcosa che dovrebbe unire
tutti), le grandi plusvalenze, le società che investono
ostinatamente nel mercato immobiliare per lucrare sugli
aumenti di valore dell'immobile, e non per dare casa
incassando quanto necessario e legittimo in base al valore
dell'immobile stesso. Queste sono scelte di politica
abitativa e dispiace, in un paese in cui la percentuale
dei proprietari è del 75-80 per cento, vedere i poveracci
che cercano disperatamente - chiedendo, raccomandandosi -
i 60, 70 metri quadrati di casa nelle tristi periferie
urbane, mentre i pochi fortunati godono di alloggi
privilegiati nei centri storici, nelle zone più esclusive
delle città.
Da parte nostra e del Governo serve allora il coraggio per
ricominciare una seria politica della casa.
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