| MARIA GABRIELLA PINTO. Signor ministro, onorevoli
colleghi, l'opportunità offertaci dalla discussione di
oggi, dovuta ad un'encomiabile iniziativa dei colleghi
riformatori, è di estrema importanza, soprattutto perché
la situazione che viene portata all'esame di quest'aula ci
appare paradigmatica rispetto
a quell'assetto di potere che ha rappresentato e
rappresenta un grave peso per il nostro paese, o meglio
una sorta di zavorra che lo trascina sempre più in
profondità, senza permettergli di muoversi liberamente,
per esplicare tutte le sue potenzialità. Si tratta di un
sistema di potere che ha le sue radici, o meglio il suo
humus, in quella democrazia consociativa, in quella
repubblica dei partiti che si e così ben insediata e
ramificata nel corso di questi decenni, che ha dato luogo
a quell'ignobile sistema partitocratico le cui conseguenze
sono oggi sotto gli occhi di tutti.
La democrazia in Italia è stata proiettata in una
concezione per così dire tolemaica, nella quale il centro
motore della vita politica del paese erano i partiti ed il
loro sistema di potere, mentre tutto il resto della vita
politica, sociale ed economica girava ordinatamente
intorno. Questo sistema si è accresciuto fino ad implodere
su se stesso, tale era la sua protervia e la sua
arroganza.
Di questa dinamica, volta alla sistematica occupazione e
spartizione del potere, tutti i partiti della cosiddetta
prima Repubblica sono stati protagonisti. Della debolezza
e della inadeguatezza delle istituzioni del nostro paese,
tutti i partiti - i più grandi ed i più piccoli - hanno
approfittato, colpevole anche gran parte della classe
dirigente del paese. Vi è chi, però, di ciò ha pagato
giustamente e salatamente il conto e chi lo sta pagando.
Comunque, pochi dei protagonisti dei primi cinquant'anni
di storia repubblicana possono ritenersi immuni da colpe.
La storia di Affittopoli - ma non solo quella - dimostra
come nel contesto dei privilegi, dei clientelismi, dei
favoritismi fossero appunto coinvolti quasi tutti i vecchi
partiti. Dimostra altresì come importanti dirigenti della
sinistra e del sindacato si siano bene accomodati alla
tavola imbandita della prima Repubblica! E oggi che stiamo
vivendo solo il secondo tempo di questa prima Repubblica,
chi non riconosce la necessità, l'obbligo e l'urgenza di
serie e sostanziali riforme della fisionomia istituzionale
del paese - che gli elettori dovranno scegliere attraverso
progetti diversi e alternativi che gli schieramenti in
campo dovranno loro presentare - evidentemente da quel
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pantano non ha alcuna intenzione di uscire, ma anzi intende
vivere in piena continuità con il regime partitocratico di cui
Affittopoli non è che uno degli aspetti.
Tale premessa, che ho sentito come necessaria e doverosa
per non collocare il dibattito odierno in un ambiente
asettico che non avrebbe corrisposto assolutamente alla
realtà dei fatti, ci aiuta a inquadrare il merito della
questione oggi in discussione.
La meritevole inchiesta de Il Giornale ha
scoperchiato una intollerabile situazione del patrimonio
immobiliare degli enti previdenziali, tra l'altro
sottoposti alla vigilanza del Ministero del lavoro. La
pessima gestione degli alloggi da parte di tali enti ha
rivelato uno stato di depauperamento, di spreco, di
clientelismo e di diseconomia assolutamente non in linea
con le finalità tipiche alle quali avrebbero dovuto essere
destinati. Per cercare una semplificazione
chiarificatrice, il patrimonio immobiliare degli enti
previdenziali in questione dovrebbe essere gestito secondo
due finalità ben precise: la prima è quella di garantirsi
dalla gestione la più elevata redditività possibile per
corrispondere nel modo più adeguato alle prestazioni
previdenziali ed assistenziali che gli enti hanno come
unica ragione sociale; la seconda finalità è quella di
risolvere nel modo più decoroso i problemi di alloggio per
quelle persone che si trovano in stato di difficoltà come
le famiglie meno abbienti o quelle che hanno subito
provvedimenti di sfratto.
Ebbene, a quanto pare, gli enti previdenziali non hanno
saputo rispondere, se non in minima parte, alla prima
esigenza ed hanno saputo soddisfare solo parzialmente la
seconda. Non solo, ma i criteri che sembra siano stati
alla base di tale gestione sono paradossalmente quelli
dell'assoluta mancanza di trasparenza e di efficienza,
tranne che nel caso dei cosiddetti affitti eccellenti, per
i quali ben pochi sono i personaggi appunto "eccellenti"
che hanno avuto problemi a trovare alloggi comodi,
lussuosi e centrali! Non vi è uno dei personaggi pubblici
coinvolti che abbia avuto in affitto una casa piccola e
nell'estrema periferia! Assolutamente nessuno!
Nella mozione Vito sono, a mio avviso, indicati
indispensabili passaggi per correggere
tutte le distorsioni presenti nella gestione del
patrimonio immobiliare degli enti previdenziali ed è
indicato, inoltre, un indirizzo - finalmente chiaro e
netto - per il Governo sia in termini di azione da
intraprendere sia in termini di tempi da rispettare. E il
Governo, una volta che è stata approvata la mozione, non
potrebbe in alcun modo sottrarsi alle proprie
responsabilità perché l'indirizzo fornito non presenta
margini di ambiguità. Tramite la mozione lo si impegna,
infatti, a far sì che gli enti previdenziali pubblici e
privati che gestiscono beni immobiliari riconducano
l'azione amministrativa ai criteri della maggiore
redditività seguendo le logiche di mercato sostituendo
alla totale irresponsabilità una seria e fattiva
responsabilità e garantendo la trasparenza degli
amministratori impegnati nella gestione del patrimonio.
Il principio qui da riaffermare è quello di far tendere
verso elementari canoni di efficienza e di efficacia
l'azione in questione; da ciò ne trarrebbero giovamento
sia le casse degli enti, sia quelle dello Stato, sia tutto
il mercato immobiliare italiano.
La strada che, in un'ottica più generale, si vuole
perseguire in attesa di un intervento legislativo
profondamente innovativo è quella di correggere i
devastanti effetti di una legislazione interventista e
dirigista che storicamente ha tentato di porre vincoli
alle naturali dinamiche del mercato ed alla libera
concorrenza, in nome di una socialità che ha pervaso quasi
sempre l'azione politico-economica e amministrativa del
nostro paese, creando gli effetti devastanti oggi sotto
gli occhi di tutti. L'Italia ha bisogno di serie ed
incisive riforme liberali e liberanti, che devono
iniettare nell'asfittico tessuto delle nostre relazioni
sociali ed economiche massicce dosi di libero mercato.
Nel caso oggi in discussione l'intervento statalista sotto
forma di equo canone ha portato ad una drammatica
diminuzione dell'offerta di case, alla diffusione di
contrattazioni al di fuori della legalità, alla creazione
di privilegi, ad una totale e drammatica mancanza di
certezza del diritto. Per questo chiediamo una immediata e
dettagliata ricognizione da parte di ciascun ente dello
stato del proprio patrimonio immobiliare (vogliamo cioè
che ogni ente sia pienamente consapevole
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del valore della situazione locativa e di tutto ciò che
riguarda le unità immobiliari in suo possesso) e che a
ciò, sotto la responsabilità del Governo, si aggiunga
un'azione di progressiva ricatalogazione, che permetta di
ricreare le condizioni per una nuova e diversa gestione
che si muova nel senso della valorizzazione dei canoni
nelle zone che lo richiedano e di una redistribuzione
degli immobili a favore degli affittuari con redditi bassi
(ma, come recita la mozione, con meccanismi di
assegnazione pubblici e trasparenti, in modo da evitare
qualunque abuso).
Altri e meritori sono i punti della mozione del polo; più
in generale, ciò che in conclusione mi preme sottolineare
è il principio al quale essa si informa, quello della
individuazione della responsabilità, per generare anche in
questo importantissimo comparto della vita amministrativa
del paese un circolo virtuoso che permetta una maggiore
trasparenza ed efficienza della condotta dei soggetti
privati e della pubblica amministrazione, a vario titolo
coinvolti nel funzionamento e nella gestione del
patrimonio immobiliare degli enti travolti dallo scandalo
di Affittopoli.
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