| DOMENICO GRAMAZIO. Credo di poter affermare, Presidente,
signor ministro, che se avessimo discusso il problema
della casa nell'aula di un consiglio comunale, a Roma e
forse in qualsiasi altra città d'Italia, nella piazza
antistante vi sarebbero stati centinaia, migliaia di
cittadini in attesa di una casa. Centinaia, migliaia di
cittadini che hanno sulle spalle uno sfratto esecutivo
(non parlo degli sfratti per morosità, sui quali mi
soffermerò dopo) e che intendono ottenere dagli organi
comunali, provinciali o regionali la possibilità cui fece
ricorso (lei, signor ministro, ricorderà questo
avvenimento) un prefetto a Roma, quella cioè di consentire
lo sfratto solo quando è assicurato il passaggio da casa
in casa. Molto scandalo e molta attenzione suscitò, in
quei giorni la volontà di tale prefetto di non mettere per
la strada a Roma, capitale d'Italia e grande città
affamata di appartamenti, centinaia a e centinaia di
cittadini.
Gli anni sono passati e siamo arrivati alla scoperta di
Affittopoli. Una scoperta di oggi? Il collega Savarese
ricordava poc'anzi che, quando è tornato in Italia ed ha
cominciato a cercare una casa, il portiere di un palazzo
di proprietà di un ente pubblico gli ha detto che se non
fosse stato raccomandato, non avrebbe avuto nessuna casa.
Lo sapevamo tutti, tutti parlavano del rapporto che si
poteva avere con gli enti. Lei, signor ministro, che è
stato per anni consulente del più grande ente
previdenziale italiano, l'INPS, sa benissimo che le case
venivano assegnate dall'ente stesso e che era prerogativa
del suo presidente decidere le assegnazioni. Solo
pochissimi tra le migliaia di dipendenti dell'INPS
riuscirono ad avere un'abitazione dell'ente. Così è
avvenuto anche per tutti gli altri enti previdenziali
proprietari di beni immobili di grande prestigio (tali
sicuramente non solo a Roma, ma anche in ogni parte
d'Italia). Mi riferisco per esempio alle case del centro
storico della città di Roma, proprietà degli enti
provenienti dal Pio istituto, dallo scioglimento delle
IPAB: si tratta di case bellissime, stupende, come quella
dell'ex senatore del PCI-PDS Bufalini. Case situate al
centro di Roma, che venivano assegnate su richiesta degli
enti solo agli amici degli amici sindacalisti! Effettuando
una ricognizione degli appartamenti distribuiti dagli enti
pubblici e previdenziali ci accorgiamo infatti quanto sia
pesante lo strapotere sindacale in quegli enti. Da tale
ricognizione risulta che le case degli enti previdenziali
sono assegnate, guarda caso, o a ex sindacalisti o ad
amici di cordate politiche vicine al mondo sindacale. Non
si ha mai la sensazione che all'interno dei vecchi partiti
chi non fosse collocato sulla stessa corrente dei
sindacalisti potesse avere la casa. Quello che esisteva
era un rapporto chiaro, come lo era il modo di gestire gli
enti previdenziali in funzione di un rapporto politico e
di un apporto politico ai gruppi e alle correnti.
Come esempio potrei fare la cronistoria dei passaggi di
corrente a Roma della vecchia democrazia cristiana o del
partito socialista per evidenziare che avevano la
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possibilità di ottenere un'abitazione proprio quanti erano
collocati nella stessa corrente, nello stesso gruppo dei
presidenti degli enti previdenziali o dei consiglieri di
amministrazione di estrazione sindacale che gestivano quel
potere. Ciò riguarda anche persone che siedono in questo
Parlamento; non ne farò i nomi anche perché ogni cittadino
che abbia seguito, da quando è iniziato lo scandalo di
Affittopoli, Il Giornale di Feltri sa benissimo che
quelle case erano assegnate a uomini di spicco di un vero
e proprio potere politico che gestiva, ha gestito ed in
parte ancora gestisce il potere negli enti previdenziali,
e non solo in essi. Non posso infatti non ricordare che in
tutta Italia gli IACP si trovano nella stessa condizione:
condizione che vede l'abbandono di beni immobili di grande
valore.
Nel suo intervento l'onorevole Podestà ha polemizzato non
con la prima Repubblica ma con chi, a suo dire, aveva
avuto la disponibilità di case degli enti previdenziali,
non ricordando che quando il patrimonio di quegli enti
cominciò a costituirsi (negli anni trenta e quaranta, fino
all'inizio del conflitto mondiale) quelle case erano
assegnate ai lavoratori e non agli amici dei partiti
politici, se è vero, come è vero, che quando ci furono i
processi dopo il 1945, nessun gerarca fascista fu accusato
di avere in assegnazione le case degli enti previdenziali
o degli IACP. Tutto, infatti, si poté dire allora, ma
quando furono creati quegli enti le case andarono ai
lavoratori che da essi dipendevano. Mi chiedo, allora,
cosa dovrebbero pensare i tanti lavoratori che, come il
sottoscritto e come tanti colleghi parlamentari, per anni
hanno pagato la trattenuta per i fondi GESCAL e non hanno
mai avuto una casa di un ente pubblico. Io che sono stato
dipendente dell'Istituto nazionale della previdenza
sociale so benissimo, per esempio, che le assegnazioni
venivano fatte in base ad una precisa ripartizione tra le
rappresentanze sindacali di CGIL, CISL e UIL. Ricordo per
esperienza personale (lo dicevo qualche giorno fa in un
incontro con dirigenti dell'INPS) quando i direttori delle
sedi, per assegnare le case, per effettuare le
segnalazioni al presidente del consiglio
d'amministrazione, incontravano addirittura le
rappresentanze sindacali provinciali di CGIL, CISL e
UIL.
Non si tratta soltanto di parlamentari, ma di ex
deputati, ex ministri, ex sindacalisti. L'altro giorno
facevo il conto di quanto hanno risparmiato coloro che
hanno goduto dell'assegnazione della casa di un ente
previdenziale per dieci anni. Non voglio riportare nome e
cognome, ma in base ai miei calcoli un ex collega ha
risparmiato, in dieci anni, 650 milioni. Ciò vuol dire che
se quella casa fosse stata affittata al giusto prezzo ed
al giusto destinatario, quel cittadino avrebbe dovuto
pagare circa 650 milioni.
Penso allora al sacrificio che tanti in Italia hanno fatto
per comprarsi la casa ed alla telefonata che ho ricevuto
qualche giorno fa, nel corso di una trasmissione
televisiva, da parte di una cittadina la quale diceva:
"Sono due volte ladri, perché io seguito a pagare il mutuo
e faccio sacrifici per pagarlo e poi devo pagare anche
l'ICI, mentre lor signori non pagano né il mutuo né
l'ICI". Non si tratta più, quindi, soltanto dei 650
milioni del costo reale dell'appartamento: a quella cifra
vanno aggiunti il costo del denaro che si è dovuto
sostenere per il mutuo, l'ICI e così via, che non sono mai
stati pagati.
Che importano, allora, i sacrifici dei lavoratori? Mi
riferisco ai sacrifici che tanti - il 72 per cento degli
italiani - hanno fatto per avere una casa e per lasciare
in eredità quel bene immobile ai figli e un domani ai
nipoti.
Mi chiedo che significato abbia svolgere questo dibattito
in un'aula in cui, come diceva poc'anzi l'onorevole
Savarese, sono presenti undici deputati (forse ora saranno
nove, non li ho contati). Intorno al vuoto del Parlamento
vi è però un'altra attenzione...
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