| Il sottosegretario Mario CONDORELLI rileva che
nell'attuale riparto istituzionale delle attribuzioni in
materia sanitaria la risposta del Ministero della Sanità sui
problemi igienico-ambientali connessi alla dismissione dello
stabilimento "Fibronit" di Bari deve necessariamente fondarsi
sugli elementi in materia acquisiti dalla competente regione
Puglia, purtroppo a tutt'oggi non ancora aggiornati.
Attivato da un esposto, in data 24 agosto 1994 il Servizio
igiene pubblica dell'allora Unità sanitaria locale Bari/11
effettuava un sopralluogo presso l'area dell'ex stabilimento
"Fibronit", in Bari Via Caldarola n. 13.
Vi si trovavano depositate, in cumuli ordinati ivi
accantonati dal 1986, circa 170 tonnellate di manufatti in
cemento-amianto, consistenti in tubi, manicotti e lastre di
varie dimensioni, per lo più in buono stato di
conservazione.
Gli ispettori operanti prendevano contatto con il Geometra
Giuseppe Barile, dipendente della società "Fibronit" e da essa
a suo tempo nominato custode dell' ex stabilimento e
della relativa area, apprendendone che erano già state avviate
le procedure preliminari per la rimozione e per lo smaltimento
di tale materiale accantonato, tenendo conto delle risultanze
di un referto inerente agli accertamenti analitici effettuati
dal Laboratorio "Analysis S.r.l." su un campione dello stesso
materiale in cemento-amianto, attestante che esso, in base
alla valutazione delle fibre libere di amianto, deve
classificarsi fra i "rifiuti speciali", non "tossico-nocivi".
Dell'esito di tale sopralluogo venivano informati la
Ripartizione sanità igiene e tutela dell'Ambiente del comune
di Bari, la Prefettura e l'Assessorato all'ambiente della
regione Puglia.
Un nuovo sopralluogo effettuato il 16 novembre 1994
permetteva di accertare
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che nella stessa area erano state iniziate le operazioni di
rimozione dei materiali senza adottare alcuna precauzione a
salvaguardia della salute dei lavoratori e senza darne, come
prescritto, preventiva comunicazione al Servizio Igiene
Pubblica dell'Unità sanitaria.
Tali gravi inadempienze inducevano il sindaco di Bari,
tempestivamente informato al riguardo, ad emettere apposita
ordinanza in data 18 novembre 1994, con cui la società
"Fibronit" veniva diffidata dal proseguire le stesse
operazioni; il 29 novembre successivo essa veniva invitata ad
esibire al medesimo Servizio igiene pubblica il relativo
"piano di lavoro".
Contemporaneamente si sono svolte analoghe operazioni di
controllo del "Nucleo Operativo di tutela ambientale" -
"N.O.T.A." della Provincia di Bari, dal cui verbale di
sopralluogo - trasmesso alla Procura della Repubblica presso
il Tribunale di Bari al pari di quello del Servizio igiene
pubblica della locale unità sanitaria - è emersa una effettiva
situazione di rischio ambientale.
Sebbene gli elementi così pervenuti al Ministero della
Sanità siano incompleti e, soprattutto, non risultino
aggiornati allo stato attuale della vicenda, rileva che il
Ministero è in grado di precisare che, in data 27 aprile 1995,
la società "Fibronit", dopo varie precedenti intese,
presentava alla stessa Unità sanitaria - ritenutala competente
in materia ai sensi dell'articolo 7 del decreto del Presidente
della Repubblica 8 agosto 1994 - il definitivo "Piano di
lavoro" per la bonifica del proprio ex stabilimento di
Bari, con la specifica indicazione delle varie fasi di
attuazione, dandone comunicazione alla Ripartizione igiene,
sanità e ambiente del comune di Bari, all'Assessorato
regionale all'ambiente ed al Settore ecologia della provincia
di Bari.
Tale "Piano" veniva così sottoposto al vaglio dell'Unità
sanitaria locale - ma, come già premesso, manca ogni conferma
degli ulteriori sviluppi - dalla quale avrebbe dovuto, nel
frattempo, essere approvato, così autorizzandosi la soc.
"Fibronit" a dar corso definitivamente ai relativi lavori.
In base a tale "Piano" la bonifica dell' ex
stabilimento "Fibronit" di Bari è mirata alla completa
rimozione delle residue presenze di amianto, già individuate
nelle coperture in amianto-cemento dei capannoni e nelle
residue polveri depositate sulle strutture dello stabilimento,
suscettibili di contenere fibre di amianto, ed alla bonifica
superficiale dei terreni, che possono risultare inquinati per
presenza di amianto. Alla bonifica superficiale del terreno
dovrebbe seguire un'indagine di "carotaggio" di esso per
individuare eventuali materiali di amianto interrati in
passato.
Tale bonifica dovrebbe venire attuata in quattro fasi:
la prima, relativa alla bonifica dalle strutture
edilizie e dei pavimenti eventualmente inquinati;
la seconda, relativa alla rimozione delle coperture in
amianto-cemento;
la terza, alla ulteriore pulizia con idrogetti dei
pavimenti, per rimuovere eventuali residui di amianto-cemento
dovuti alla rimozione delle lastre di copertura dei tetti;
la quarta, alla rimozione dei terreni periferici.
Le varie fasi dovrebbero essere attuate, in pratica, senza
soluzione di continuità tra di loro, ma in tempi successivi
per contenere al massimo il rischio di dispersione ambientale
di fibre di amianto.
Fa quindi presente che, con riferimento, in particolare,
al rilevamento ed alla corretta valutazione dell'inquinamento
interno ed esterno all'area interessata, prima, durante e dopo
l'intervento di bonifica, la società aveva da tempo preso
contatto con l'Istituto di medicina del lavoro dell'Università
di Bari, - anche se ne manca la conferma - con il quale ormai
dovrebbe avere già stipulato idonea convenzione.
Per quanto già detto, non si conoscono, a tutt'oggi,
neppure le eventuali determinazioni dell'autorità giudiziaria,
conseguenti ai ricordati rapporti inviati alla
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Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bari;
tuttavia, l'attuazione del "Piano di lavoro" ora illustrato e
della relativa "bonifica" dovrebbero, almeno, assicurare il
ripristino dell'igiene ambientale nell'area interessata.
Assicura quindi che si farà carico di seguire da vicino,
anche attraverso i responsabili, le fasi di attuazione della
bonifica.
Nicola MAGRONE (gruppo prog.-fed.), intervenendo per la
replica, rileva che già negli anni 70 si accertò, attraverso
apposita indagine, che il 50 per cento dei dipendenti della
"Fibronit" erano affetti da asbestosi: a seguito di quella
indagine, la fabbrica è stata dismessa dal punto di vista
della produzione, ma si è proceduto alla frantumazione sul
posto di ingenti quantitativi di prodotti, i quali sono poi
stati trasportati senza alcuna cautela, con ciò provocando
danni anche nell'ambiente circostante la fabbrica. E' quindi
evidente che si tratta di un problema che si trascina da anni
e che ha generato un disagio collettivo.
Confida conseguentemente nella assicurazione fornita dal
sottosegretario in ordine alle fasi di attuazione della
bonifica.
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