| GIACOMO GARRA. Desidero anzitutto osservare che la
relazione in esame è stata puntualmente presentata al termine
del primo anno di attività della Commissione. Di questo va
senz'altro dato atto al presidente, così come penso vada
riconosciuta l'adeguatezza del taglio e dell'ampiezza della
relazione stessa.
Nel primo capitolo viene espresso un apprezzamento - che
condivido - sui crescenti risultati conseguiti dalla
magistratura e dalle forze dell'ordine contro le
organizzazioni mafiose e si manifesta altresì un
riconoscimento all'apporto offerto dai collaboratori di
giustizia. Si tratta di considerazioni non certo riduttive: il
ruolo delle forze dell'ordine va sempre più esprimendosi in
base ad un sistema deduttivo anziché induttivo, nel senso cioè
che gli elementi di conoscenza forniti dai collaboratori di
giustizia sono sottoposti a verifica. Certo, non sempre questo
accade ma, perlomeno, si verifica di sovente.
Condivido la preoccupazione espressa a proposito della
possibilità che le indagini delle forze dell'ordine si
appiattiscano su moduli di accertamento burocratico, il che
non consoliderebbe certo un metodo utile.
Non meno interessante mi è sembrata la segnalazione
dell'opportunità di applicare presso ogni procura distrettuale
antimafia un magistrato proveniente da ciascuna delle procure
della Repubblica presso i tribunali ricadenti nel distretto.
In particolare, vengono auspicati due obiettivi: rendere
possibile che lo stesso magistrato inquirente svolga le
funzioni dell'accusa dal momento delle indagini preliminari
fino alla fase dibattimentale; favorire una più articolata
azione investigativa sul territorio.
E' stato affermato - se non erro dal senatore Tripodi -
che non vi è ottimale collaborazione tra i diversi corpi delle
forze dell'ordine. La relazione Parenti affronta il problema e
rileva con chiarezza come l'unificazione non possa avvenire in
maniera strisciante e che per il conseguimento di tale
finalità, ove necessario, dovrà intervenire il legislatore
giacché non compete al Governo attivare od attuare una
siffatta innovazione. La relazione, a tale riguardo, indica
con chiarezza i punti cardine per un rafforzamento della
prospettiva della collaborazione tra i corpi delle forze
armate e della polizia di Stato.
Articolate valutazioni sono riferite alle misure di
prevenzione, in particolare a quelle di carattere
patrimoniale. Nella relazione sono riportati a tale riguardo
dati di raffronto molto significativi. Dai relativi diagrammi
si evidenzia come l'entità dei beni sottoposti a confisca o
sequestro sia in continua ascesa. Ricordo che la Commissione
giustizia della Camera ha approvato in sede legislativa, il 25
luglio scorso, la proposta di legge n. 1778, dell'onorevole Di
Lello Finuoli ed altri, recante disposizioni
Pag. 1982
in materia di gestione e di destinazione di beni
sequestrati o confiscati. L'auspicio è che la nuova legge
possa rimuovere il fenomeno degli amministratori-custodi, che
potrebbe andar bene nell'ipotesi in cui si trattasse di beni
immobili o di pacchetti azionari ma che è disastroso in
presenza di aziende, anche alla luce dei riflessi che un
immobilismo dell'amministratore arrecherebbe alle sorti
dell'azienda, con particolare riferimento ai posti di lavoro
delle maestranze.
Il testo, dicevo, è all'esame del Senato dal 31 luglio
scorso. Pare che l'iter sia bloccato presso la Commissione
giustizia di quel ramo del Parlamento, alla quale risulta
essere stato assegnato in sede deliberante fin dal 4 agosto
scorso. Confidiamo che il Senato possa concludere in tempi
brevi l'esame del provvedimento, sul cui iter ci auguriamo
inoltre di poter essere informati.
Sarebbe fuorviante che la relazione Parenti venisse
ritenuta inadeguata in ordine al ruolo dei collaboratori di
giustizia per il fatto che a pagina 61 viene rilevata e
lamentata la dilatazione del numero dei soggetti assistiti
quali congiunti dei collaboratori. Credo che tale rilievo non
sia collegato all'intento di mettere in cattiva luce il
fenomeno dei collaboratori, quanto probabilmente a quello di
evidenziare un troppo lassista - mi si consenta il termine -
criterio di ammissione alla protezione di parenti e congiunti,
i quali non sono più gli stretti congiunti della disposizione
iniziale. E' innegabile che l'articolo 9, comma 2, del
decreto-legge n. 8 del 1991 ha sancito che misure
assistenziali possono essere adottate, oltre che nei confronti
dei congiunti prossimi, anche a favore di coloro che sono
esposti a causa delle relazioni che intrattengono con i
collaboratori di giustizia, compresi i conviventi (cioè,
scusatemi la battuta amena, amanti, partner gay e via
discorrendo). L'ampiezza della formula "persone esposte a
causa dei rapporti relazionali" è tale, a mio giudizio, da
consentire la protezione del vicino di casa, dell'amico di
strada e, francamente, mi pare sia condivisibile la
preoccupazione sottolineata nella relazione.
Un'analisi dettagliata della relazione rischierebbe di
rendere prolisso il mio intervento; procederò quindi per
rapidi flash per poi soffermarmi su un ultimo punto.
Merita certamente attenzione la problematica dell'articolo
41- bis, comma 2, dell'ordinamento penitenziario. Non vi
è dubbio che il numero di nuovi detenuti sottoposti a detto
regime tra il 1993 ed il 1994 abbia segnato un modesto calo: i
sottoposti erano stati 139 nel 1993 e sono stati 102 i nuovi
sottoposti nel 1994. Nel corso di audizioni riservate in
questa sede ci è stato detto che il boom del secondo
semestre del 1992 fu in qualche misura determinato o da un
risveglio improvviso dai "sogni di Aligi" oppure da un
sussulto di sdegno per le uccisioni terribili e le stragi di
Capaci e di via D'Amelio.
Certo, la proroga al 31 dicembre 1999 della normativa di
cui all'articolo 41- bis ha eliminato uno dei punti
controversi fra "rigoristi" e "lassisti". La quasi unanimità
con cui il Parlamento ha approvato la legge di proroga
dimostra come fossero gratuite le accuse della sinistra al
polo delle libertà. Attenzione, però, ai criteri di
concessione dei colloqui familiari e soprattutto alle
traduzioni collettive che vanificano la ratio
dell'articolo 41- bis!
Quanto alle tematiche dei capitoli secondo e successivi,
mi soffermerò soltanto sulla vicenda politica-mafia. Le
critiche alla relazione Parenti sono state incentrate da
alcuni colleghi della sinistra anche sulle valutazioni svolte
nella relazione medesima sul tema dei processi penali a carico
del senatore Giulio Andreotti. Su tali valutazioni ascoltate
in quest'aula ritengo di dovermi soffermare. Certo, le tesi
del procuratore aggiunto Lo Forte che sostiene avere il
"Giulio nazionale" operato solo come esponente di partito ma
non anche quale esponente del governo e quale presidente del
Consiglio dei ministri, non collimano con quanto sostenuto
dalla presidente Parenti, la quale a pagina 90 della relazione
afferma che nell'obiettivo dell'accusa vi è "l'azione
spiegata" - da Andreotti - "nella sua qualità sia di statista
che di uomo politico al vertice della DC ed investe l'uso del
potere e dell'influenza che
Pag. 1983
egli, sulla base di tale duplice caratura, avrebbe esercitato
per rafforzare ed espandere l'associazione mafiosa in
questione".
Non mi pare invece che un serio dibattito in Parlamento,
quale quello auspicato nella relazione, sulle responsabilità
politiche (e quindi senza alcuna sostituzione del Parlamento
alle competenze dei giudici di Palermo, di Perugia o del
tribunale dei ministri, che attengono a responsabilità penali
e non politiche) costituisca lesa maestà nei confronti di
Caselli, Lo Forte o comunque della magistratura del nostro
paese. Ma perché nel nostro paese quando gli esponenti del
polo delle libertà esprimono le loro opinioni sui processi a
carico del senatore Andreotti sono considerati nemici di
Caselli, mentre se ciò fanno i giornalisti o certi giornalisti
si è solo in presenza di un contributo all'informazione
pubblica?
Ed allora, mi esprimerò citando tesi giornalistiche non
sospette, non quelle del Giornale di Feltri o del
Secolo d'Italia e nemmeno quelle dell' Unità o del
manifesto; mi riferirò invece al Corriere della
Sera, alla Stampa, al Sole 24 ore e forse anche
al Popolo.
Ieri Enzo Biagi (quindi un non berlusconiano) ha
stigmatizzato le "indiscrezioni che filtravano un giorno dopo
l'altro dal palazzo di giustizia", criticando le anticipazioni
di colpevolezza che si hanno "da quando i giudici, invece che
con le sentenze (...) si sono rivolti a cronisti devoti e alle
telecamere", appunto, con anticipazioni di giudizio. E un uomo
della sinistra, Alessandro Galante Garrone, sulla Stampa
di ieri scriveva: "Attendiamo tutti, con ansia, di conoscere i
singoli fatti sui quali verte l'accusa".
Ci rendiamo conto della gravità e della enormità di un
auspicio o comunque di una manifestazione di attesa quale
quella enunciata dall'uomo di sinistra, dall'indipendente di
sinistra Alessandro Galante Garrone? La ripeto: "Attendiamo
tutti con ansia di conoscere i singoli fatti sui quali verte
l'accusa". Ma come, nemmeno in 70 mila pagine di richiesta di
rinvio a giudizio la procura della Repubblica di Palermo
riesce a specificare i singoli fatti di accusa?
| |