| GIACOMO GARRA. ... andrebbe dritto filato al tribunale
dei ministri.
Il professor Chiavario conclude con un escamotage,
affermando che il processo, per ragioni di sicurezza pubblica,
si dovrebbe svolgere nell'aula bunker di Rebibbia, ma
con gli stessi protagonisti di Palermo (il presidente
Ingargiola e il pubblico ministero Lo Forte).
Procedendo nella panoramica, un'altra tesi non
"berlusconiana" si trova nel giornale Il Popolo, in cui
si lamenta che "da due anni e mezzo, cioè dalla richiesta di
autorizzazione a procedere nei confronti del senatore
Andreotti, molti hanno già trasformato in una condanna l'avvio
di una procedura giudiziaria". Si tratta di una "bacchettata"
al PDS e agli altri partner del Polo dell'ulivo; ma è
proprio vero che l'ulivo è il simbolo della pace?
Il processo di Palermo - concludo - deve essere un rito di
garanzia a tutela della dialettica tra accusa e difesa e non
potrà né dovrà essere - come ho letto su L'Avvenire
d'Italia - un'autopsia sulle carni di un uomo vivo. Affermo
questo non perché sia scritto su L'Avvenire d'Italia, ma
in nome di un primario principio universale di rispetto degli
uomini, qualunque nefandezza abbiano potuto commettere,
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di destra, di sinistra o di centro che essi
siano.
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