| ROBERTO RONCHI. Nel regime privatistico delle locazioni
esiste anche il principio della libera scelta del
contraente: sono nozioni elementari del mercato liberista.
Ciò consente anche ad un fondo pensione di una banca di
affittare un proprio immobile ad un magistrato senza che
vi sia alcun motivo di darne rilievo sulla stampa.
Ciò premesso, sono convinto che il discorso dovrebbe
essere inquadrato in un ambito più vasto che abbraci in
generale il mercato immobiliare ed il mercato delle
locazioni. Sotto questo profilo mi sembra particolarmente
indicativa e di un certo valore la mozione Formenti ed
altri n. 1-00168.
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Complementare a tale discorso è poi la mozione Pistone ed
altri n. 1-00144 sottocritta anche dal presidente
dell'VIII Commissione oltre che da altri deputati ed
illustrata dalla collega prima firmataria.
La prima di queste mozioni intende infatti fare in modo
che gli enti previdenziali entrino effettivamente nel
mercato - non in un mercato protetto o di favore -
rendendosi partecipi delle sue regole. Possiamo decidere
quale sarà il destino di questi enti; si tratta però di
stabilire se debbano essere soggetti privati, come è
avvenuto finora, oppure se debbano configurarsi a tutti
gli effetti come soggetti pubblici. Nel primo caso si
applicheranno le norme della legislazione sulle locazioni,
se saranno invece soggetti pubblici, si applicherà il
regime delle graduatorie e delle assegnazioni, della
limitazione nella scelta del contraente. Possiamo decidere
tra queste due ipotesi, non l'una e l'altra; non possiamo
sostenere, come si legge nella mozione del centro-destra,
che si devono valorizzare queste proprietà al massimo
livello possibile di mercato, affermando
contemporaneamente che una quota prevalente deve essere
destinata a famiglie meno abbienti, con reddito inferiore
a 24 milioni annui, perché si dice tutto ed il contrario
di tutto.
In Italia il comparto immobiliare per il mercato dei meno
abbienti si chiama edilizia residenziale pubblica,
edilizia economica popolare. Dobbiamo decidere allora che
cosa fare di questi enti di previdenza. Ecco perché penso
che, al fine di risolvere questi problemi, la mozione di
cui è prima firmataria la collega Pistone sia
complementare rispetto a quella che ritengo essere già una
mozione molto equilibrata e pregnante.
Ho ascoltato l'intervento della collega Pistone: a mio
parere, l'assurdità della delibera CIPE del 13 marzo 1995
consiste nel fatto che si vorrebbe in qualche modo
introdurre all'interno del comparto dell'edilizia
residenziale pubblica il principio dei patti in deroga
(non si fa né più né meno che questo). Questo discorso è
irrazionale, perché di fatto abbiamo una fascia di
popolazione con reddito medio-basso che supera i limiti
per concorrere, secondo la graduatoria, all'assegnazione
degli alloggi popolari, ma che, al tempo stesso, è
insufficiente per
accedere non solo al mercato dell'acquisizione
immobiliare, ma anche a quello dei patti in deroga nel
privato.
Introdurre il mercato dei patti in deroga nel pubblico
significa far soffrire tutti quei soggetti che
appartengono alla fascia di reddito medio-bassa di cui si
diceva, senza disturbare minimamente coloro che
usufruiscono di un alloggio di edilizia residenziale
pubblica e che potrebbero tranquillamente concludere patti
in deroga nell'ambito del mercato privato, lasciando
disponibile un appartamento quanto mai prezioso.
Vi è un altro aspetto che spesso si sottovaluta e che non
viene tenuto in considerazione. Abbiamo una legislazione
che affida ai comuni, e soprattutto a quelli di grandi
dimensioni, il problema della tensione abitativa, degli
sfratti e di quant'altro. Di fatto, però, la disponibilità
della maggior parte degli alloggi di edilizia residenziale
pubblica non fa capo al comune, bensì ad un istituto
autonomo le cui radici si perdono nel tempo, addirittura
nell'altro regime; un istituto sopravvissuto ad un certo
modo di intendere il problema della residenzialità che
sicuramente non ha più alcun riscontro con le esigenze
moderne del vivere civile. La maggior parte degli alloggi
che potrebbero rendersi disponibili sono in mano
all'Istituto autonomo case popolari; invece, si chiede ai
comuni di risolvere la tensione abitativa sulla base di
una quota residuale di alloggi del demanio con la quale
appunto è difficile far fronte a questa situazione
abitativa.
A Milano, il comune riesce a malapena ad assegnare suoi
alloggi a chi è colpito da sfratto esecutivo con
intervento immediato della forza pubblica. Questa è la
realtà!
Pertanto, per quanto riguarda la mozione presentata
dall'onorevole Pistone, a parte il riferimento al ritiro
della delibera CIPE (che ha i caratteri
dell'irrazionalità), la richiesta al Governo di riformare
gli IACP vuol dire concepire in maniera diversa la
politica degli alloggi, dell'edilizia residenziale
pubblica, delle case degli IACP; vuol dire estendere
l'effettiva fascia di bisogno per l'acquisizione
dell'alloggio in affitto quando vi sono difficoltà a
reperirlo sul mercato; vuol dire anche dare una gestione
più sana a questi enti
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previdenziali che sono caratterizzati da un eccesso
impressionante di abusivismo, di morosità, perché finora
non sono serviti tanto all'emergenza abitativa, quanto
soprattutto ad una protezione clientelare ed assistenziale
che dovrebbe essere spazzata via.
Ecco, sulla base di tali considerazioni, penso che le
mozioni presentate dagli onorevoli Formenti e Pistone
abbiano una loro coerenza; sono prive di quella confusione
che porta invece a non saper distinguere gli interventi
del mercato dagli interventi di natura pubblica che il
mercato chiaramente non può coprire. Da queste due
mozioni, lo ripeto, emerge coerenza; nelle altre vedo
soltanto una gran confusione! E dietro la confusione c'è,
come al solito, la demagogia. Non nego l'esistenza di
problemi di sostanza, ma non si riesce davvero a capire
che cosa si voglia dare ad intendere alla gente nel
momento in cui si inventa non un problema ma una parola -
Affittopoli - e si tirano in ballo questioni che sono
assolutamente marginali e che possono servire per riempire
una pagina di giornale.
Mi sono molto impressionato nel leggere un articolo de
il Giornale di Feltri: in esso non vi erano
considerazioni sul buon uso di questi enti previdenziali,
ma erano riportate le foto di alcuni esponenti del
Parlamento coinvolti nella vicenda. E il titolo recitava:
questi quando se ne vanno?
Ecco la demagogia! Ciò non consente di dare al Governo - a
qualsiasi governo - un indirizzo reale e concreto sui
gravi problemi che oggi stiamo vivendo (Applausi dei
deputati del gruppo della lega nord).
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