| MICHELE VIETTI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, si
dice - anche evangelicamente - che è opportuno che gli
scandali avvengano, ma credo sia opportuno che ciò accada
se dagli scandali si prende spunto per porre rimedio alle
cause che li hanno provocati, per evitarne il ripetersi e
non per imbastire su di essi speculazioni o provocazioni o
per approfittarne per rimestare nel torbido. Ho sentito
invece riecheggiare fortemente tutto questo
nell'intervento dell'onorevole Pecoraro Scanio, il quale
ha preso spunto dallo scandalo di Affittopoli non per
cercare di individuare le sue radici e, con il buonsenso e
la buona volontà, i rimedi per uscire da questa
situazione, ma per impiantare su di esso una volgare
speculazione politica.
Mi ero riproposto di sottrarmi dall'esaminare situazioni
individuali di quanti dallo scandalo di Affittopoli erano
risultati avere maggiori o minori vantaggi, ma ascoltare
l'onorevole Pecoraro Scanio che racconta come in questa
vicenda l'onorevole D'Alema rappresenti l'unico esempio di
moralità e di richiamo all'eticità mi sembra francamente
eccessivo e provocatorio. Non so se l'onorevole
Pecoraro Scanio appartenga alla parte migliore o peggiore
dei post-comunisti. Rinuncio a fare come lui, che invece
ha individuato nei post-democristiani le parti migliori e
le parti peggiori. Certo, va detto che se qualche
post-democristiano ha fatto quantomeno lo sforzo di
riciclarsi, l'onorevole Pecoraro Scanio e molti suoi
compagni non hanno fatto neppure questo sforzo. Non si è
verificato nel loro caso neppure lo sforzo di cambiamento
e di riesame che un riciclo comporta, ma una semplice
continuità di una tradizione che ha addirittura il
coraggio di richiamare la posizione dell'onorevole D'Alema
come esempio di eticità, dimenticando che nella
nomenclatura ampiamente avvantaggiata da Affittopoli, la
presenza dei vertici del partito post-comunista è
certamente la più rilevante da un punto di vista sia
quantitativo sia qualitativo. Non voglio, ripeto,
continuare ad affrontare il tema su questo piano, sul
quale però siamo stati tirati per i capelli; ma certamente
non voglio neppure negare che in questa vicenda si siano
manifestati gli aspetti più deteriori del consociativismo
e che Affittopoli abbia rappresentato in qualche modo il
prezzo del consociativismo stesso. Tuttavia, onorevole
Pecoraro Scanio, "consociativismo" vuol dire appunto che
si era tutti insieme, e non mancava certo il partito
democratico della sinistra, non mancavano i progressisti;
anzi, la loro presenza quantitativa e qualitativa era
certamente da non sottovalutare.
Mi permetto allora di denunciare - senza che con ciò
nessuno intenda sottrarsi al proprio doveroso esame di
coscienza - l'incoerenza dimostrata in questa situazione
da chi ha preteso di rappresentare le categorie: sociali
più deboli e poi ha usurpato le posizioni riservate
proprio a quelle categorie: ciò deve a mio avviso indurre
ad un esame di coscienza molto più attento e profondo. Con
ciò, ripeto, non intendo assolvere nessuno degli altri, ma
chiedo a chi si trova in questa situazione, in cui
l'incoerenza è certamente più marcata, di dimostrare
almeno il buon gusto di non arrogarsi il diritto di dare
lezioni di moralità agli altri.
Credo che la vicenda di cui si parla abbia avuto una
"cronaca di scandalo annunciato" perché - mi permetto di
Pag. 15243
ricordarlo - fin dal 17 maggio 1995 il sottoscritto (quindi un
esponente di quel partito post-democristiano che l'onorevole
Pecoraro Scanio accusava di insensibilità su questo tema),
mostrando di non avere la coda di paglia, ha presentato
un'interrogazione in cui chiedeva al ministro del lavoro
(siamo, ripeto, al maggio di quest'anno e quindi molti
mesi prima che Il Giornale facesse esplodere lo
scandalo), se non ritenesse di dover revocare la circolare
Cristofori la quale escludeva l'applicazione dei patti in
deroga al patrimonio immobiliare degli enti pubblici. A
quella interrogazione non ho mai ricevuto risposta e sulla
scorta di essa il 20 agosto scorso rilasciai un'intervista
a Il Giornale richiamandone i contenuti. Dopo
quell'intervista lo scandalo montò e la valanga assunse
poi le dimensioni che tutti conosciamo. Dunque, nessuna
coda di paglia da parte nostra, bensì un'indicazione
tempestiva, in qualche modo addirittura preveggente, con
la quale si richiamava il ministro alle sue
responsabilità.
E' vero che questa vicenda rappresenta il frutto di un
passato molto pesante, in cui gli errori sono stati tanti
ed imputabili senz'altro a molti, ma non è possibile che
si sfugga sempre alle proprie responsabilità politiche e
di governo, scaricando le colpe su ciò che è stato fatto
prima. Il ministro ed il Governo erano stati richiamati da
un'esplicita interrogazione parlamentare su tale tema e
non risulta che ad essa sia stato dato seguito. Credo,
però, che anche questa sia una recriminazione che lascia
il tempo che trova e che quindi deve essere superata e
ritengo che la vicenda di Affittopoli, al di là dello
scandalismo facile ed al di là, appunto, delle
recriminazioni nei confronti dell'intempestività del
Governo nell'intervenire, debba rappresentare l'occasione
per una riflessione - e questo credo dovrebbe essere il
frutto migliore del presente dibattito - sulla funzione
del patrimonio immobiliare pubblico. Questo patrimonio -
ne abbiamo dovuto prendere atto - è molto consistente
quantitativamente e qualitativamente, ma è assolutamente
mal gestito, non redditizio, non rispondente ad una
qualsivoglia funzione. Credo allora che noi dobbiamo
recuperare e richiamare quattro importanti requisiti a
cui il patrimonio immobiliare pubblico deve rispondere.
Cercherò di illustrarli brevemente.
Anzitutto il patrimonio immobiliare pubblico deve
rispondere ad un requisito di redditività. Deve poi
rispondere ad un requisito di agilità e di libertà di
gestione e ad una funzione di tutela delle fasce più
deboli della popolazione; e deve in qualche maniera
integrarsi in modo compatibile con il mercato immobiliare
privato.
In primo luogo - ripeto - il patrimonio immobiliare
pubblico deve rispondere ad un requisito di redditività.
Così come è configurato oggi, non rende; è un patrimonio
che non produce quella ricchezza che dovrebbe poi andare a
vantaggio di tutta la collettività. Così non è. Tale
patrimonio deve allora essere anzitutto accuratamente
inventariato; occorre avere cognizione esatta della sua
composizione, della sua consistenza, del suo valore, della
sua destinazione, della sua utilità. Dopo averlo
inventariato, occorre definire quali parti di questo
patrimonio pubblico sia strategica rispetto alle finalità
che lo Stato intende perseguire. E ciò che non è
strategico va dismesso.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE
LORENZO ACQUARONE (ore 12,34).
| |