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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XII Legislatura

Documento


127142
STA0247-0117
Stenografico d'Aula n. 247 del 27 settembre 1995 (STA12-247)
(suddiviso in 400 Unità Documento)
Unità Documento n.117 (che inizia a pag.15243 dello stampato)
(il TITOLO si trova nell'Unità Documento n.17)
SEGUITO DISCUSSIONE: 1 - 00165; 1 - 00168; 1 - 00169; 1 - 00144; 1 - 00171; 1 - 00172; 6 - 00022; 6 - 00023. LAVASS
...SEGUITO DISCUSSIONE: 1 - 00165; 1 - 00168; 1 - 00169; 1 - 00144; 1 - 00171; 1 - 00172; 6 - 00022; 6 - 00023.
MICHELE VIETTI.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE LORENZO ACQUARONE (ore 12,34).
ZZSTA ZZRES ZZSTA270995 ZZSTA950927 ZZSTA000995 ZZSTA000095 ZZSTA247 ZZ12 ZZDI ZZLL
    MICHELE  VIETTI.  Già qualche collega ha ricordato che una
  volontà di alienazione del patrimonio pubblico è stata più
  volte manifestata, anche in atti formali del Parlamento,
  ma a ciò si è sempre opposta una straordinaria
  vischiosità, una straordinaria resistenza, di modo che
  l'alienazione, la dismissione del patrimonio pubblico
  sembra l'operazione più difficile e più laboriosa da
  compiere.  Occorre che su questa strada si proceda in modo
  più sollecito, più diretto.
    Occorre poi che ciò che invece si ritiene debba rimanere
  nella disponibilità dello Stato, degli enti pubblici,
  venga gestito con criteri di efficienza e di redditività.
  Gli enti pubblici, specie quelli previdenziali, non
  sembrano avere i requisiti per poter svolgere questa
  attività.  E' dunque opportuno che la gestione del
  patrimonio immobiliare pubblico venga affidata ad enti
  strumentali specificamente
 
                             Pag. 15244
 
  a ciò destinati; enti esterni, che siano al di fuori del
  condizionamento o della tentazione di condizionamento di
  carattere politico e che operino esclusivamente in base ai
  criteri dell'efficienza e della buona e corretta gestione.
  In questo senso è andata anche la delega che in materia
  previdenziale il Parlamento ha dato al Governo.  Si chiede
  che il Governo proceda su questa linea con celerità e
  sollecitudine.
    Il secondo requisito che ritengo debba essere tenuto
  presente in una riflessione sulla funzione del patrimonio
  immobiliare pubblico è la necessità di eliminare, anche
  per questa componente, il vincolismo che troppo a lungo ha
  imbavagliato il mercato delle locazioni immobiliari.  Un
  vincolismo che ha radici antiche nel nostro paese e che
  con la legge dell'equo canone aveva raggiunto il suo
  vertice parossistico.  Un vincolismo che rispondeva ad una
  illusione da socialismo reale - frutto di anni in cui
  l'ideologia statalista e dirigista era dominante nel
  nostro paese - secondo la quale era possibile attraverso
  leggi minuziose che sopraffacessero l'autonomia
  contrattuale delle parti dare al problema locatizio una
  soluzione migliore di quella di mercato.
      Così non è stato: tutti sappiamo che l'equo canone ha
  prodotto l'ingessamento, la paralisi del mercato
  locatizio.  L'impossibilità per il proprietario di tornare
  nella disponibilità del proprio alloggio e la scarsissima
  redditività hanno di fatto paralizzato il mercato delle
  locazioni ed hanno indotto i proprietari di case - che, è
  già stato ricordato da altri, nel nostro paese sono circa
  il 70 per cento degli italiani - a preferire di mantenere
  vuoti gli alloggi piuttosto che immetterli sul mercato
  locatizio.
    Questo è stato il frutto negativo di una impostazione
  vincolistica, dirigista del settore.  Quando finalmente la
  legge sull'equo canone è stata superata attraverso la
  valvola di sfogo dei patti in deroga, il patrimonio
  immobiliare pubblico è stato sottratto alla possibilità di
  approfittare di tale via di uscita: gli accordi
  Cristofori, sottoscritti in modo un po' surrettizio da
  alcune piccole e non rappresentative associazioni di
  proprietari di immobili privati, stabilirono che gli enti
  non avrebbero fatto ricorso ai patti in deroga.
  Questo,  di fatto, come sempre capita, si è trasformato
  non in una garanzia di tutela per le categorie più deboli,
  che potevano ricorrere alla locazione a condizioni
  privilegiate degli immobili di proprietà degli enti
  pubblici, ma in una situazione di privilegio per la
  nomenklatura  di Stato, quella stessa nella quale -
  lo voglio ricordare senza tornare sulla polemica - erano
  rappresentate tutte le forze politiche, nessuna esclusa.
    Abbiamo chiesto fin dal maggio, prima che il bubbone
  scoppiasse, che il ministro del lavoro valutasse
  l'opportunità di revocare la circolare Cristofori e
  restituisse alla gestione del patrimonio immobiliare
  pubblico la possibilità di adeguarsi al mercato, tirandola
  fuori da quella nicchia che non proteggeva gli interessi
  deboli, quelli meritevoli di tutela, ma mirava a
  conservare privilegi che non avevano più - per il caso in
  cui l'avessero avuta - alcuna giustificazione.
    La circolare Cristofori del 1992 non fu ritirata allora e
  non mi risulta che ancora oggi lo sia stata.  Perciò
  chiediamo con forza al ministro di intervenire in questa
  materia e di revocarla, restituendo alla gestione del
  patrimonio immobiliare pubblico un'elasticità che consenta
  di dare una risposta adeguata a situazioni di reale
  bisogno e non di tutelare indebite posizioni di
  privilegio.
    I patti in deroga hanno dimostrato sul mercato privato - e
  non ho dubbi che lo dimostreranno anche su quello pubblico
  - una capacità di riequilibrio dei picchi troppo bassi
  dell'equo canone ed anche di quelli troppo alti del
  mercato; hanno costituito una valvola di sfogo di un
  sistema locatizio che era giunto ormai all'asfissia.  Aver
  sottratto al patrimonio pubblico la possibilità di fruire
  di quella via di uscita è stato un grave errore, per cui
  chiediamo che il Governo rimedi prima possibile.
    La terza considerazione che desideravo fare a proposito
  del patrimonio pubblico riguarda la sua capacità di
  rispondere alle esigenze di tutela delle fasce più deboli.
  Per la parte che si ritiene di mantenere nella
  disponibilità dello Stato e degli enti pubblici, cioè per
  la parte reputata ancora strategica e che quindi decidiamo
  di non dismettere, è opportuno pensare ad una destinazione
 
                             Pag. 15245
 
  privilegiata a favore delle fasce sociali più bisognose.  Per
  la parte di patrimonio che rimane sotto la gestione pubblica,
  seppure non diretta, come ho detto, ma attraverso enti
  ad hoc,  enti strumentali, si deve prevedere una
  destinazione diretta a venire incontro alle esigenze
  locative delle fasce più deboli.
    Non è giusto che si continui a scaricare soltanto sui
  privati il peso della funzione sociale di andare incontro
  alle esigenze delle fasce più deboli.  Non è giusto che il
  problema di mettere a disposizione di coloro che hanno un
  reddito modesto abitazioni a condizioni di favore venga
  scaricato dallo Stato sui privati mentre il patrimonio
  pubblico viene destinato a scopi non compatibili con tale
  prospettiva.  Si sgravino i privati dall'obbligo di
  svolgere una funzione sociale di tutela delle fasce più
  deboli in materia locativa e lo Stato si assuma tale
  funzione in prima persona, anzitutto prevedendo una
  destinazione privilegiata delle proprie abitazioni a tale
  scopo.
    La quarta e ultima riflessione a proposito della funzione
  del patrimonio pubblico attiene alla necessità che esso si
  integri con il mercato immobillare privato.  Per far ciò
  occorre che il mercato locativo privato riconquisti in
  modo pieno la sua libertà e cadano gli ultimi residui di
  illusione dirigista e vincolista, ma occorre soprattutto
  che il patrimonio immobiliare privato venga sgravato dal
  peso della eccessiva fiscalità.  Gli aumenti di canone
  frutto dei patti in deroga non sono stati sufficienti a
  coprire l'incremento della fiscalità sulla casa pari al
  138 per cento nel 1992 ed al 159 per cento nel 1993
  rispetto al 1991, con un'incidenza che è raddoppiata in
  due anni se riferita alle entrate tributarie complessive
  dello Stato.
    Il patrimonio immobiliare privato non è più in grado, se
  si vuole che risponda ad esigenze di interesse collettivo,
  di sopportare una pressione fiscale così forte.  Occorre
  anzi, nel rivedere il carico fiscale, utilizzare proprio
  la leva fiscale per risolvere il problema dell'immissione
  sul mercato di più alloggi che agevolino coloro che
  versano in maggiori difficoltà nel pagare gli affitti.
  Bisogna allora immaginare agevolazioni fiscali per chi
  affitta.  E' all'esame della Commissione ambiente una
  proposta di legge, sulla quale
  si registra un vasto consenso delle forze  politiche, che
  prevede una riduzione del reddito dichiarato (nell'ambito
  di accordi provinciali) per chi affitta.  Questo utilizzo
  della leva fiscale per agevolare e premiare coloro i quali
  immettono le abitazioni sul mercato risponde alla duplice
  esigenza di "sgessare" il mercato delle locazioni e di
  agevolare le fasce a reddito più debole.  In quel
  provvedimento è prevista inoltre la riconduzione della
  gestione degli sfratti all'autorità giudiziaria,
  sottraendola alla autorità amministrativa.  Anche questo
  rappresenta, a nostro avviso, un elemento importante per
  dare al proprietario la sicurezza di poter ritornare in
  possesso del proprio alloggio e che questo, una volta
  affittato, non venga perduto per sempre.  Quest'ultimo
  rappresenta, infatti, uno degli incentivi più forti a non
  affittare gli alloggi e a lasciarli sfitti.
    Se queste quattro linee di riflessione - che mi sono
  permesso di suggerire in modo costruttivo sul tema della
  funzione del patrimonio immobiliare pubblico - potranno
  ricevere l'attenzione anche delle altre forze politiche ed
  una disponibilità ad esaminarne le ipotizzate soluzioni,
  credo che questo sarebbe il frutto migliore di Affittopoli
  e la dimostrazione che  oportet ut scandala eveniant,
  non per farne recriminazioni o strumentalizzazioni
  politiche, bensì per trarre da tale scandalo gli spunti
  costruttivi, operativi concreti, per dare risposte
  efficaci al problema della casa, certamente non
  trascurabile e non secondario nell'economia complessiva
  del paese e nei rapporti sociali e della comunità
  nazionale  (Applausi dei deputati del gruppo del centro
  cristiano democratico).
 
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