| MICHELE VIETTI. Già qualche collega ha ricordato che una
volontà di alienazione del patrimonio pubblico è stata più
volte manifestata, anche in atti formali del Parlamento,
ma a ciò si è sempre opposta una straordinaria
vischiosità, una straordinaria resistenza, di modo che
l'alienazione, la dismissione del patrimonio pubblico
sembra l'operazione più difficile e più laboriosa da
compiere. Occorre che su questa strada si proceda in modo
più sollecito, più diretto.
Occorre poi che ciò che invece si ritiene debba rimanere
nella disponibilità dello Stato, degli enti pubblici,
venga gestito con criteri di efficienza e di redditività.
Gli enti pubblici, specie quelli previdenziali, non
sembrano avere i requisiti per poter svolgere questa
attività. E' dunque opportuno che la gestione del
patrimonio immobiliare pubblico venga affidata ad enti
strumentali specificamente
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a ciò destinati; enti esterni, che siano al di fuori del
condizionamento o della tentazione di condizionamento di
carattere politico e che operino esclusivamente in base ai
criteri dell'efficienza e della buona e corretta gestione.
In questo senso è andata anche la delega che in materia
previdenziale il Parlamento ha dato al Governo. Si chiede
che il Governo proceda su questa linea con celerità e
sollecitudine.
Il secondo requisito che ritengo debba essere tenuto
presente in una riflessione sulla funzione del patrimonio
immobiliare pubblico è la necessità di eliminare, anche
per questa componente, il vincolismo che troppo a lungo ha
imbavagliato il mercato delle locazioni immobiliari. Un
vincolismo che ha radici antiche nel nostro paese e che
con la legge dell'equo canone aveva raggiunto il suo
vertice parossistico. Un vincolismo che rispondeva ad una
illusione da socialismo reale - frutto di anni in cui
l'ideologia statalista e dirigista era dominante nel
nostro paese - secondo la quale era possibile attraverso
leggi minuziose che sopraffacessero l'autonomia
contrattuale delle parti dare al problema locatizio una
soluzione migliore di quella di mercato.
Così non è stato: tutti sappiamo che l'equo canone ha
prodotto l'ingessamento, la paralisi del mercato
locatizio. L'impossibilità per il proprietario di tornare
nella disponibilità del proprio alloggio e la scarsissima
redditività hanno di fatto paralizzato il mercato delle
locazioni ed hanno indotto i proprietari di case - che, è
già stato ricordato da altri, nel nostro paese sono circa
il 70 per cento degli italiani - a preferire di mantenere
vuoti gli alloggi piuttosto che immetterli sul mercato
locatizio.
Questo è stato il frutto negativo di una impostazione
vincolistica, dirigista del settore. Quando finalmente la
legge sull'equo canone è stata superata attraverso la
valvola di sfogo dei patti in deroga, il patrimonio
immobiliare pubblico è stato sottratto alla possibilità di
approfittare di tale via di uscita: gli accordi
Cristofori, sottoscritti in modo un po' surrettizio da
alcune piccole e non rappresentative associazioni di
proprietari di immobili privati, stabilirono che gli enti
non avrebbero fatto ricorso ai patti in deroga.
Questo, di fatto, come sempre capita, si è trasformato
non in una garanzia di tutela per le categorie più deboli,
che potevano ricorrere alla locazione a condizioni
privilegiate degli immobili di proprietà degli enti
pubblici, ma in una situazione di privilegio per la
nomenklatura di Stato, quella stessa nella quale -
lo voglio ricordare senza tornare sulla polemica - erano
rappresentate tutte le forze politiche, nessuna esclusa.
Abbiamo chiesto fin dal maggio, prima che il bubbone
scoppiasse, che il ministro del lavoro valutasse
l'opportunità di revocare la circolare Cristofori e
restituisse alla gestione del patrimonio immobiliare
pubblico la possibilità di adeguarsi al mercato, tirandola
fuori da quella nicchia che non proteggeva gli interessi
deboli, quelli meritevoli di tutela, ma mirava a
conservare privilegi che non avevano più - per il caso in
cui l'avessero avuta - alcuna giustificazione.
La circolare Cristofori del 1992 non fu ritirata allora e
non mi risulta che ancora oggi lo sia stata. Perciò
chiediamo con forza al ministro di intervenire in questa
materia e di revocarla, restituendo alla gestione del
patrimonio immobiliare pubblico un'elasticità che consenta
di dare una risposta adeguata a situazioni di reale
bisogno e non di tutelare indebite posizioni di
privilegio.
I patti in deroga hanno dimostrato sul mercato privato - e
non ho dubbi che lo dimostreranno anche su quello pubblico
- una capacità di riequilibrio dei picchi troppo bassi
dell'equo canone ed anche di quelli troppo alti del
mercato; hanno costituito una valvola di sfogo di un
sistema locatizio che era giunto ormai all'asfissia. Aver
sottratto al patrimonio pubblico la possibilità di fruire
di quella via di uscita è stato un grave errore, per cui
chiediamo che il Governo rimedi prima possibile.
La terza considerazione che desideravo fare a proposito
del patrimonio pubblico riguarda la sua capacità di
rispondere alle esigenze di tutela delle fasce più deboli.
Per la parte che si ritiene di mantenere nella
disponibilità dello Stato e degli enti pubblici, cioè per
la parte reputata ancora strategica e che quindi decidiamo
di non dismettere, è opportuno pensare ad una destinazione
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privilegiata a favore delle fasce sociali più bisognose. Per
la parte di patrimonio che rimane sotto la gestione pubblica,
seppure non diretta, come ho detto, ma attraverso enti
ad hoc, enti strumentali, si deve prevedere una
destinazione diretta a venire incontro alle esigenze
locative delle fasce più deboli.
Non è giusto che si continui a scaricare soltanto sui
privati il peso della funzione sociale di andare incontro
alle esigenze delle fasce più deboli. Non è giusto che il
problema di mettere a disposizione di coloro che hanno un
reddito modesto abitazioni a condizioni di favore venga
scaricato dallo Stato sui privati mentre il patrimonio
pubblico viene destinato a scopi non compatibili con tale
prospettiva. Si sgravino i privati dall'obbligo di
svolgere una funzione sociale di tutela delle fasce più
deboli in materia locativa e lo Stato si assuma tale
funzione in prima persona, anzitutto prevedendo una
destinazione privilegiata delle proprie abitazioni a tale
scopo.
La quarta e ultima riflessione a proposito della funzione
del patrimonio pubblico attiene alla necessità che esso si
integri con il mercato immobillare privato. Per far ciò
occorre che il mercato locativo privato riconquisti in
modo pieno la sua libertà e cadano gli ultimi residui di
illusione dirigista e vincolista, ma occorre soprattutto
che il patrimonio immobiliare privato venga sgravato dal
peso della eccessiva fiscalità. Gli aumenti di canone
frutto dei patti in deroga non sono stati sufficienti a
coprire l'incremento della fiscalità sulla casa pari al
138 per cento nel 1992 ed al 159 per cento nel 1993
rispetto al 1991, con un'incidenza che è raddoppiata in
due anni se riferita alle entrate tributarie complessive
dello Stato.
Il patrimonio immobiliare privato non è più in grado, se
si vuole che risponda ad esigenze di interesse collettivo,
di sopportare una pressione fiscale così forte. Occorre
anzi, nel rivedere il carico fiscale, utilizzare proprio
la leva fiscale per risolvere il problema dell'immissione
sul mercato di più alloggi che agevolino coloro che
versano in maggiori difficoltà nel pagare gli affitti.
Bisogna allora immaginare agevolazioni fiscali per chi
affitta. E' all'esame della Commissione ambiente una
proposta di legge, sulla quale
si registra un vasto consenso delle forze politiche, che
prevede una riduzione del reddito dichiarato (nell'ambito
di accordi provinciali) per chi affitta. Questo utilizzo
della leva fiscale per agevolare e premiare coloro i quali
immettono le abitazioni sul mercato risponde alla duplice
esigenza di "sgessare" il mercato delle locazioni e di
agevolare le fasce a reddito più debole. In quel
provvedimento è prevista inoltre la riconduzione della
gestione degli sfratti all'autorità giudiziaria,
sottraendola alla autorità amministrativa. Anche questo
rappresenta, a nostro avviso, un elemento importante per
dare al proprietario la sicurezza di poter ritornare in
possesso del proprio alloggio e che questo, una volta
affittato, non venga perduto per sempre. Quest'ultimo
rappresenta, infatti, uno degli incentivi più forti a non
affittare gli alloggi e a lasciarli sfitti.
Se queste quattro linee di riflessione - che mi sono
permesso di suggerire in modo costruttivo sul tema della
funzione del patrimonio immobiliare pubblico - potranno
ricevere l'attenzione anche delle altre forze politiche ed
una disponibilità ad esaminarne le ipotizzate soluzioni,
credo che questo sarebbe il frutto migliore di Affittopoli
e la dimostrazione che oportet ut scandala eveniant,
non per farne recriminazioni o strumentalizzazioni
politiche, bensì per trarre da tale scandalo gli spunti
costruttivi, operativi concreti, per dare risposte
efficaci al problema della casa, certamente non
trascurabile e non secondario nell'economia complessiva
del paese e nei rapporti sociali e della comunità
nazionale (Applausi dei deputati del gruppo del centro
cristiano democratico).
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