| PIERGIORGIO MASSIDDA. Signor Presidente, signor ministro,
onorevoli colleghi, non mi spaventa il fatto che a
quest'ora (ma anche nelle ore della mattinata) non si
registri una grande affluenza in quest'aula. Ciò accade
sempre, purtroppo, quando non sono previste votazioni e
quando la discussione si prolunga per più di una giornata.
So benissimo che invece l'opinione pubblica è molto
attenta a quanto stiamo discutendo, all'argomento sul
quale ci stiamo soffermando.
Sento il dovere di usare, nel mio intervento, il
neologismo Affittopoli che tanto ha scandalizzato alcuni
colleghi che mi hanno preceduto. La storia di Affittopoli
costituisce infatti l'ennesimo atto delle gravi vicende
che hanno segnato il cammino - e speriamo segnino
l'epilogo - della partitocrazia. Atto che rimarca ancor
più significativamente il ruolo che quasi tutti i vecchi
partiti hanno recitato sul palcoscenico della vecchia
Repubblica. Affittopoli fa parte a pieno titolo di questo
sistema di potere che si è nutrito anche e soprattutto di
clientele, di favoritismi e di privilegi; che ha
contribuito in modo determinante al dissesto economico ed
alla lacerazione del tessuto connettivo delle relazioni
sociali e politiche del nostro paese; che ha determinato
lo sviluppo di questa cultura qualunquistica e
mistificatoria della politica, causa prima del distacco
fra cittadini e istituzioni.
La peculiarità di tutta questa vicenda sta anche nel fatto
che nasce da una meritoria inchiesta de Il Giornale,
che ha scatenato più di un risentimento e di una
reazione, a parer mio scomposta. Anche questo dato, se
inserito nel contesto cui abbiamo accennatorisulta
comprensibile. Come raramente è accaduto nel passato, in
Italia è stata condotta un'inchiesta in quella misura che
dovrebbe rappresentare una costante del costume
giornalistico, ossia quella che privilegia l'aspetto
investigativo, come avviene nella tradizione anglosassone.
Si tratta di uno stile di inchiesta a lungo evocato, la
cui assenza è stata criticata da opinionisti, commentatori
e da quegli stessi politici che si contraddistinguono oggi
per il loro silenzio e per le loro critiche.
Fortunatamente Il Giornale di Feltri non si è fatto
intimidire ed ha proseguito nel suo lavoro che ha portato
a scoperchiare una situazione intollerabile con
riferimento al patrimonio immobiliare degli enti
previdenziali pubblici e privati, cogliendo con le mani in
pasta un gran numero di personaggi appartenenti - come
sappiamo - al ceto sindacale e politico, molti dei quali
oggi siedono in questo Parlamento. Si è scoperta
un'insopportabile catena di privilegi per cui gli unici a
trovare con facilità un alloggio, magari centrale e
possibilmente lussuoso, a prezzi stracciati erano,
appunto, personaggi illustri della politica o del
sindacato. Si è inoltre compreso come il criterio della
più elevata redditività, che avrebbe dovuto essere
perseguito dagli enti previdenziali per poter meglio
rispondere alla loro ragione sociale di erogare
prestazioni pensionistiche per i propri iscritti, fosse
invece l'unico a non essere tenuto in considerazione.
Inoltre, la valorizzazione di tale patrimonio e la sua
corretta gestione in nome dell'efficienza e della buona
amministrazione, era quanto di più lontano dalla realtà
amministrativa di tali enti. Tale stato di cose
danneggiava doppiamente chi di quegli alloggi aveva
realmente bisogno: non solo a causa della cattiva e
diseconomica gestione, ma anche perché una condotta del
genere comportava ulteriori distorsioni nel già asfittico
mercato immobiliare. Le conseguenze delle alterazioni e
delle scorrettezze, soprattutto per quanto riguarda i
criteri di assegnazione delle unità immobiliari, sono
facilmente e brevemente catalogabili: blocco della
mobilità, prezzi alti e grave crisi abitativa. L'equo
canone funzionava soltanto per una minoranza di persone
afflitte dal problema della casa o solo per chi poteva, in
virtù di condizioni di privilegio, farlo funzionare per
sé. Tutta la situazione di stallo del mercato degli
alloggi è stata quindi favorita da Affittopoli,
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anche a causa della rilevanza numerica, oltre che
sociale, degli immobili posseduti dagli enti previdenziali
coinvolti nello scandalo.
Il quadro che deriva da questa sommaria descrizione della
vicenda di cui si discute è piuttosto oscuro. E'
indispensabile quindi intervenire con risolutezza ed
incisività. Sarà per questo necessario un radicale
intervento legislativo sull'intero settore, che dovrà
avere come primo obiettivo quello di ridisegnare la
materia senza l'ingombrante presenza del solito intervento
statalista e pieno di vincoli.
La mozione del polo, dovuta in particolare all'iniziativa
dei colleghi riformatori, ha determinato - non
dimentichiamolo - la possibilità che si svolgesse il
presente dibattito, costringendoci a parlare di un bisogno
primario di tanti cittadini, soprattutto i meno abbienti,
tema quindi certamente urgente. Tale mozione ha trascinato
tutte le altre, che sono state presentate solo in seguito
(mi stupisce però il fatto che in esse non vi sia alcuna
traccia di Affittopoli).
Nella mozione del polo sono indicate direttive chiare e
lineari per il Governo che, se approvate,
rappresenterebbero un primo serio passo verso un'esercizio
meno illiberale dell'attività del settore. Il principio
che ispira la mozione è quello di far corrispondere
l'azione degli enti al criterio della massima redditività
e della massima trasparenza nella gestione del loro
patrimonio immobiliare. Passaggio propedeutico a tal fine
è quello indicato dalla lettera b) del n. 1) del
dispositivo della mozione stessa, ovvero l'"immediata e
dettagliata ricognizione da parte di ciascun ente della
destinazione e gestione" di tutte le singole unità
immobiliari, portando quindi gli enti a compiere un vero e
proprio censimento che dia un quadro completo della
situazione. Questo ci appare l'unico modo per riattivare
l'azione amministrativa in un settore così delicato come
quello della casa secondo criteri del tutto diversi,
improntati alla massima efficacia ed alla migliore
efficienza. Tale impostazione è però legata a doppio filo
a quell'aspetto più propriamente sociale al quale deve
comunque tendere l'azione degli enti. Viene a tal fine
individuata una certa fascia sociale che,
sia per ragioni economiche che di necessità abitativa,
dovrà essere ragionevolmente tutelata nell'assegnazione
degli alloggi.
Al di là degli altri punti specifici della mozione, quello
che è da sottolineare è il principio informatore della
stessa che, prendendo atto della situazione del patrimonio
immobiliare degli enti previdenziali, intollerabile sotto
tutti i punti di vista, impegna sia il Governo sia gli
enti stessi a perseguire obiettivi e percorrere passaggi
amministrativi ben precisi e cadenzati. Soprattutto li
impegna ad avere e a mostrare riscontri positivi nel breve
termine che siano testimonianza di un rinnovato approccio
e quindi di una prassi innovativa in tale materia.
Condivido anche molti dei passaggi presenti nelle altre
mozioni che hanno seguito quella presentata dal polo, però
ho l'idea che anch'esse cerchino di deviare l'episodio che
ha scandalizzato tutti. Ci si è appellati alla
magistratura, ma credo che impostata in questo modo la
questione sia soltanto parziale. E', ripeto, un problema
politico quello di intervenire nella vecchia mentalità,
esistente in Italia, secondo cui il più furbo debba sempre
superare la fila, come ha detto l'onorevole Maiolo.
L'obiettivo che dobbiamo porci è quello di una gestione
meno corporativa ed illiberale e quindi più responsabile e
controllata, in modo da porre fine a quel circolo vizioso
di irresponsabilità, favoritismi e privilegi che ha avuto
come unico risultato quello di togliere spazio e diritti
ai cittadini.
Non impostiamo quindi il nostro lavoro sul dualismo di
poli, ma cerchiamo tutti di fare leva sulla nostra
intelligenza e sul nostro buon senso per porre rimedio ad
un problema che si fa sentire a tutti i livelli,
indipendentemente dal colore politico (Applausi dei
deputati del gruppo di forza Italia).
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