| DIEGO NOVELLI. Presidente, ministro, colleghi, il problema
della casa, come quello della salute, è uno di quelli che
più toccano da vicino direttamente o indirettamente, tutte
le famiglie italiane. Chi non ha un figlio o una figlia
che si deve sposare, chi non ha
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un nonno o una nonna, magari rimasti soli, da ospitare,
chi non ha un fratello sfrattato, chi non ha un mutuo
magari in ECU, da pagare, chi non ha un patto in deroga da
affrontare? Come vede, signor ministro, la casistica è
molto ampia. Ecco perché, direttamente o indirettamente,
questo è un problema che tocca da vicino le famiglie.
Confesso però che l'aspetto che più mi ha colpito, in modo
abbastanza sconcertante, sono state le reazioni che
abbiamo registrato di fronte a quello che è passato alla
cronaca politica di queste settimane come lo scandalo di
Affittopoli. Io non amo, pur essendo un giornalista, i
neologismi, ma penso che questo sia abbastanza
appropriato. La sorpresa (e lo dico da questi banchi) è
venuta dai settori della sinistra. Debbo dire, non per
iattanza o per presunzione, che gli altri settori mi
interessano poco in una circostanza come questa anche
perché il modello scandalistico che è stato adottato - tra
l'altro, a senso unico - mi pare che parli da sé.
Perché mi ha sorpreso l'atteggiamento di una parte della
sinistra? Perché, di primo acchito, di fronte a questa
indagine giornalistica fatta dal giornale di proprietà di
Berlusconi, si è cercato di minimizzare. Poi, a mio
avviso, si è ecceduto nel mea culpa, in una strana e
singolare vocazione autocritica. Infine (è l'aspetto più
preoccupante da un punto di vista politico e sociale) vi è
stato un atteggiamento tendente, sia pure a livello
personale, a svendere una conquista storica delle grandi
lotta degli anni sessanta e settanta caratterizzati da
movimenti di massa volti a rivendicare il diritto alla
casa. Vale la pena ricordare che quelle lotte furono
contrassegnate da momenti di grande scontro, di grande
tensione, e che purtroppo vi furono anche delle vittime.
Voglio ricordare qui due episodi accaduti nella mia città
proprio con riferimento alla questione della casa. Un
ragazzo, Tonino Mircichè, fu ucciso nel quartiere di
edilizia economica e popolare della Falchera, considerato
un ghetto della mia città, anche se così non è, o una
"corea" secondo le definizioni che si sono usate nel
linguaggio urbanistico non molto dotto. Questo giovane fu
ucciso perché aveva occupato un garage che era già stato
occupato abusivamente da una guardia notturna.
Ricordo un altro episodio, quello di Giovanni Oneto, un
padre di famiglia che si era visto strappare
l'appartamento dal proprietario per stato di necessità.
Dopo settimane di proteste e di dimostrazioni fatte
restando accampato con la famiglia nella piazza del
municipio, pensò di tentare una singolare forma di
protesta: indossò una muta da subacqueo, si cosparse di
benzina - pensando nella sua ignoranza che la muta lo
avrebbe protetto - e si diede fuoco, trasformandosi in una
torcia umana.
Si tratta di drammi e chi li ha vissuti conosce bene cosa
significhi il bisogno della casa: non sapere alla sera
dove andare a dormire! Famiglie con donne, bambini ed
anziani! Credo non sia giusto liquidare, come da alcuni
settori ho sentito fare sia nel dibattito di ieri sia in
quello di oggi, l'equo canone come normativa superata, non
moderna e con tanta disinvoltura giudicarlo strumento
vetusto perché non in sintonia con il concetto del libero
mercato.
Vorrei richiamare l'attenzione del Parlamento su una
questione: ho sentito anche pubblici amministratori non
trovare soluzione migliore, di fronte allo scandalo di
Affittopoli, che ipotizzare una revisione di tutti i
canoni di affitto delle case comunali, cercando di
superare l'equo canone. Questo atteggiamento mi pare non
solo sbagliato, ma irresponsabile, innanzitutto perché in
Italia non esiste un libero mercato nel settore delle
abitazioni: non vi è solo l'equo canone, vi sono almeno
altri tre o quattro regimi. Cerchiamo allora di fare un
discorso serio sull'equo canone, sull'equo canone più il
"nero": ma di questo nessuno parla, anche se sono
centinaia di migliaia le famiglie che oltre al canone
pagano ogni mese una quota in nero.
Signor ministro, vorrei che il suo Governo si soffermasse
- magari introducendo una norma al riguardo nella legge
finanziaria che state per licenziare - sul problema
dell'immenso parco di alloggi sfitti attualmente esistente
in Italia. Solo nella mia città si parla di 30 mila
appartamenti che non vengono immessi sul mercato. Come si
può allora parlare di libero mercato? Come si può
ripristinarlo, signor ministro?
Vent'anni fa non ricordo più se Pandolfi,
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Forte o Reviglio si posero il problema di immettere sul
mercato questo vasto numero di alloggi che
automaticamente, proprio in base ad una sana legge di
mercato che si fonda sulla domanda e sull'offerta, avrebbe
svolto una funzione calmieratrice. Infatti se sul mercato
della mia città vengono all'improvviso offerti 30 mila
appartamenti, lei capisce, signor ministro, che chi
pretende un determinato affitto libero a cifre
spropositate non riesce a collocare il proprio
appartamento. Quindi, quando si parlò dell'ICI, proprio da
questi banchi venne richiamata l'attenzione del Governo
dell'epoca sul fatto che sarebbe stato difficile applicare
in modo giusto e corretto. Tale imposte dal momento che
nel nostro paese i catasti non sono a regime. Lo sapete,
infatti, che ci sono decine di migliaia di comuni italiani
con il catasto fermo al 1936? Come è possibile allora fare
riferimento a degli estimi catastali che non sono più
aggiornati da sessant'anni? E poi si parla di evasione
fiscale, di buchi che l'erario registra!
Nel 1976-1977 - vado a memoria - l'ANCI, l'associazione
nazionale dei comuni itallani, aveva presentato un
progetto per fare in modo che il Governo intervenisse con
un contributo a favore di quei comuni che intendessero
promuovere un aggiornamento del catasto creando delle
squadre apposite. In tal modo, tra l'altro, si poteva
anche dare una risposta alla cosiddetta disoccupazione
intellettuale, cioè dei diplomati, geometri e periti. Ne
parlarono Pandolfi, Forte, Reviglio, Formica; la questione
arrivò al segretario generale del Ministero delle finanze,
Benvenuto, ma tutto rimase come prima.
Il piano straordinario per i catasti deve essere
immediatamente messo in cantiere per avere i risultati tra
uno, due, tre anni. Ma, se non si parte, non avremo mai
dei risultati e tra cinque anni saremo ancora qui a
discutere della questione. Anche questo è un investimento
positivo ed attivo perché avrà una ricaduta immediata.
Infatti se oggi spendiamo dieci o venti, nel giro di uno,
due anni, mettendo i catasti a regime, recupereremo dieci,
cinquanta, cento.
Sempre in materia fiscale, in alcuni comuni si è applicata
l'aliquota massima del 6 per
mille sulla prima casa. Ci sono delle famiglie che si
trovano in condizioni disperate perché hanno fatto un
mutuo con sacrifici di tutta la famiglia e magari,
sciaguratamente, lo hanno fatto in ECU perché qualcuno ha
fatto credere loro che questa era la condizione migliore,
ed oggi non riescono a far fronte alla situazione. E'
stato chiesto al Governo di vedere in quale misura si
possa intervenire perché si tratta di famiglie che si
trovano alla disperazione e pare che il Governo si sia
ravveduto dal momento che la finanziaria - non ho l'ultimo
documento elaborato, pare, nella giornata di ieri - non
conterrà un inasprimento dell'ICI. C'è stata una protesta
dei sindaci a tale riguardo.
Noi protestiamo, io protesto contro l'ICI sulla prima casa
perché non si può continuare a premere sulle fasce di
reddito più modesto. Perché non si introduce, invece,
un'ICI triplicata o quadruplicata per gli alloggi sfitti?
La mia non è una richiesta sovversiva o rivoluzionaria,
non è una richiesta bolscevica, signor ministro, dal
momento che quella norma esiste in Austria, in Germania,
in Olanda, in Belgio, in Francia: tutti paesi a
capitalismo avanzato. Perché in Italia non è stato
possibile introdurla? Ricordo un incontro a villa Madama
con l'allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi che
sembrava volesse risolvere la questione dalla sera al
mattino con il suo decisionismo e che parlava di fare
subito il decreto; dopo di che non se ne è fatto più
niente.
Triplicare l'ICI sulle case sfitte vuol dire costringere
con la legge i proprietari - a meno che non siano dei
masochisti - ad immettere sul mercato le case per non
pagare la tassa sull'alloggio sfitto. E in tal modo si
riequilibrerebbe il mercato.
Anche sui patti in deroga è necessario fare una
riflessione perché da parte nostra si era accettata forse
con troppa non dico superficialità, ma imbarazzo, una
norma per cercare di andare incontro alle esigenze dei
proprietari di case che avevano l'equo canone bloccato e
che non riuscivano a rientrare in possesso della case se
non c'era lo stato di necessità perché, quando scadevano i
contratti di locazione, i pretori - per fortuna - non
davano saggiamente la monitoria per lo sgombero; se si
fossero comportati
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diversamente, i prefetti avrebbero dovuto fronteggiare
delle rivoluzioni nelle proprie città, perché si trattava
di decine di migliaia di sfratti soltanto per finita
locazione. Si sono allora inventati i patti in deroga, ai
quali anche il sindacato inquilini si è un po' adeguato.
Vi citerò ora un caso concreto. Poche sere fa, durante un
dibattito ad una festa de l'Unità, sono stato
avvicinato da un operaio della FIAT di Torino che mi ha
raccontato la situazione nella quale versa. Signor
ministro, costui guadagna un milione e 600 mila lire al
mese ed ha a carico la moglie e due figli; pagava in base
all'equo canone 160 mila lire per un appartamento di due
stanze e servizi ma, scaduto il contratto di locazione, si
è sentito chiedere - con i patti in deroga - 650 mila lire
al mese di affitto!
La domanda che mi è stata posta da questo operaio la
rivolgo sia al ministro sia a tutti i colleghi ai quali
dico che vorrei che ci azzuffassimo su tali questioni.
Queste sono le liti che vorrei vedere tra i rappresentanti
del polo, cosiddetto della libertà, e quelli del polo
dell'ulivo. Vorrei veder litigare in televisione
Berlusconi ed esponenti della sinistra non sulla scelta
della data in cui votare (lunedì o mercoledì, a gennaio o
a febbraio e via dicendo), ma sulla risposta da dare a
quell'operaio della FIAT! Ma se si sostengono queste cose,
si viene subito accusati di fare demagogia e populismo!
Ecco perché ho ricordato il caso di quell'operaio, che
percepisce un milione e 600 mila lire al mese e che domani
dovrà pagare più di 600 mila lire di affitto! Gli rimarrà
quindi un milione di lire per sostenere se stesso, la
propria moglie e i propri figli!
Queste sono le domande che ci pongono i cittadini e la
gente normale che vive nella normalità della vita
quotidiana. Mi riferisco a quelle famiglie che una ricerca
dell'EURISPES - noto istituto di ricerche di scienze
sociali - ha definito le "famiglie acrobate"; si tratta di
una nuova categoria che rappresenta, peraltro, il 38 per
cento del totale delle famiglie italiane. Cosa vuol dire
"acrobate"? Che per arrivare alla fine del mese tali
famiglie devono fare il triplo salto mortale senza rete!
Ripeto: si tratta del 38 per cento delle famiglie
italiane.
Non si può quindi più parlare in Italia di società dei
due terzi - quella teorizzata molto bene dal tedesco Peter
Glotz - ma soltanto dire che stiamo marciando verso una
società di un terzo: il 36 per cento delle famiglie
italiane, infatti, consuma il 60 per cento della quota
cosiddetta delle spese individuali! Ciò sta a significare
che in Italia una persona vive bene e due "maluccio"...
Se esaminiamo poi i risultati della commissione presieduta
da Carniti, potremmo trarre ulteriori dati significativi.
Preciso che non voglio parlare delle nuove miserie e delle
nuove povertà, perché se no, altrimenti, scadremmo - a
detta di alcuni - nella demagogia e nel populismo... Anzi,
una situazione del genere è fisiologica e funzionale
all'esistenza di un sistema, nel quale vi è bisogno di
avere fasce di reddito basso; non bisogna scandalizzarsi.
Non prenderò in considerazione questi aspetti, ma mi
soffermerò sulla fascia sociale delle famiglie normali -
non si tratta quindi di barboni o di miserabili - che
versano in una situazione al livello della sopravvivenza!
Ebbene, la casa è uno dei primi beni di cui ha bisogno una
famiglia!
L'ultimo collega che mi ha preceduto ha parlato, quasi con
disgusto, dell'edilizia pubblica. Ha detto che, per
carità, parlare di edilizia pubblica è come
bestemmiare...! Non è neppure moderno parlare di edilizia
pubblica in una società a capitalismo maturo...! Guai a
noi se affrontiamo tale argomento! Ma chi ha bisogno di
edilizia pubblica...? Chi non ha la casa se la procuri, se
la compri...! E noi siamo per una società
competitiva...!
A questo collega che ha sostenuto tale punto di vista
vorrei dire che l'edilizia pubblica è necessaria per
almeno tre ragioni. Mi riferisco, in primo luogo,
all'esigenza di un intervento pubblico anche per i centri
storici, nei quali assistiamo a fenomeni preoccupanti
quali quello dell'espulsione di un tessuto sociale. Non
sono tra quelli - pur essendomi occupato per tanti anni di
urbanistica e di problemi di risanamento dei centri
storici - che sostengono la conservazione dell'immobile
tout-court: quando una casa è fatiscente, è in
rovina, bisogna demolirla, non bisogna triplicare le spese
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per tenere insieme strutture che non hanno alcun valore. Non
sono favorevole, però, neppure alla cancellazione della
storia, della memoria, delle nostre città, o
all'espulsione di decine di migliaia di famiglie, in
omaggio ad una selvaggia speculazione edilizia! Allora
l'edilizia pubblica, l'intervento dello Stato, della mano
pubblica, dei comuni, può aiutare, può essere di supporto
per il risanamento dei centri storici. Se questo non c'è,
il privato può intervenire soltanto sulla base di un
rendiconto economico, sul quale nessuno certamente vuole
tacere, ma che neppure si vuole criminalizzare. Non credo,
infatti, che gli imprenditori debbano essere considerati
confraternite di beneficenza.
L'intervento pubblico, quindi, deve servire per il
risanamento dei centri storici, per la riqualificazione
delle periferie. Proprio nelle periferie vi sono quartieri
sorti in modo disordinato negli anni della speculazione
selvaggia, in contrasto con il piano regolatore. Simili
episodi non si sono verificati soltanto nel sud (fate
attenzione alla tesi che lo sostiene): nella mia città, ad
esempio, negli anni '50 sono state rilasciate cinquemila
licenze edilizie (così si chiamavano allora) in contrasto
con il piano regolatore. Questo è avvenuto nella regal
Torino! Tremila costruzioni abusive, negli anni del
cosiddetto miracolo economico, negli anni del
boom...!
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