| GIACOMO DE ANGELIS. Signor Presidente, onorevoli colleghi,
la campagna de Il Giornale, che ha sollevato un vero
e proprio polverone, ha secondo noi un obiettivo che
sicuramente non è quello della moralizzazione della
gestione del patrimonio pubblico abitativo, bensì quello
di utilizzare tale campagna come grimaldello per sostenere
la privatizzatione di tutto il patrimonio pubblico, a
partire da quello degli enti previdenziali.
Certo, la gestione degli immobili da parte degli enti
previdenziali è stata nel tempo del tutto discrezionale e
clientelare. D'altronde, cosa aspettarsi da enti
previdenziali diretti da uomini buoni per tutte le
stagioni? Valga un esempio per tutti: il commissario
straordinario dell'INPDAP, dottor Seppia, deputato del
partito socialista - fedelissimo di Craxi - per diverse
legislature già presidente della Commissione cultura
allorquando si
è trattato di discutere ed approvare la legge Mammì, già
commissario straordinario dell'INPDAP durante i Governi
Amato e Ciampi, fu confermato nella stessa carica dal
Governo Berlusconi. Questo è uno dei tanti esempi che si
potrebbero portare.
Quello sollevato da Affittopoli è un polverone che,
invece, non ha mai messo in discussione l'attuale
struttura dirigente degli enti previdenziali né ha teso a
modificare ed a combattere il clientelismo e la
discrezionalità gestionale degli enti. Eppure rifondazione
comunista, già in una conferenza stampa del 20 novembre
1992, rese nota una relazione amministrativo-contabile in
merito alla gestione patrimoniale immobiliare degli
istituti di previdenza del Ministero del tesoro, oggi
INPDAP.
In tale relazione i dirigenti superiori dei servizi
ispettivi di finanza, dottor Morroni e dottor Germani,
denunciavano punto per punto la gestione "allegra" e non
certo disinteressata degli immobili del citato ente
previdenziale. Inutile dire che di quella conferenza
stampa pochi seppero, ma le denunce rese note da
rifondazione comunista restano. A ciò potremmo aggiungere
le tantissime altre interrogazioni presentate in questo
periodo, alle quali si attende una risposta, che speriamo
giunga alla fine di questo dibattito.
Con Affittopoli si punta a privatizzare - questo secondo
noi è il punto più importate - la gestione degli immobili,
ad innalzare i canoni d'affitto, anzi ad accelerare la
progressiva liberalizzazione degli affitti, del resto già
avviata con l'articolo 11 della legge n. 359 del 1992,
attraverso i cosiddetti "patti in deroga". In tale
contesto si vuole affermare la casa come una merce in
assoluto, ancorandola ad un mercato che fino ad oggi è
stato quello dei canoni neri; un mercato che comporta
tuttora 6 mila miliardi l'anno di evasione fiscale.
I patti in deroga sono stati un fallimento: solo il 30 per
cento dei contratti in scadenza si è trasformato in patti
in deroga; il restante è rimasto sommerso, nascosto nelle
pieghe dei cambi di destinazione d'uso illegali, dei
canoni neri.
Non solo, ma i patti in deroga hanno prodotto aumenti del
150-250 per cento dei
Pag. 15261
canoni di locazione, incidendo per il 25 per cento sul
dato di inflazione rilevato negli ultimi mesi.
Eppure - ed è questa la cosa che ci preoccupa di più -
anche a sinistra vi è chi sta lavorando ed elaborando
l'ampliamento della possibilità di deroga alla legge n.
392 del 1978; di ciò un esempio lampante è la discussione
relegata all'interno del disegno di legge relativo al
differimento dei termini in materia di lavori pubblici,
nel quale sono stati inseriti, a nostro avviso
surrettiziamente, gli articoli 7 ed 8. Questi articoli, in
pratica, rappresentano il superamento completo dell'equo
canone (per noi questo è un fatto grave), non solo nelle
norme che determinano il canone, ma in tutte quelle
presenti nella legge n. 92 del 1978 in materia di oneri
accessori, rapporti locativi e quant'altro.
E ci domandiamo: tutto questo in cambio di che cosa? Della
contrattazione nazionale tra non definite associazioni
maggiormente rappresentative dei conduttori e dei
locatori; non definite in quanto lo stesso Ministero del
lavoro, di concerto con il Ministero dei lavori pubblici,
in una circolare del 14 luglio 1994, afferma di non avere
gli elementi conoscitivi necessari a formulare tale
valutazione. Del resto, sanno bene gli inquilini degli
enti assicurativi, previdenziali, di grandi società
private, come sono andate le trattative tra le
associazioni maggiormente rappresentative dell'inquilinato
e della proprietà. Spesso gli inquilini si sono trovati di
fronte ad accordi siglati senza essere, non dico
interessati, ma neanche informati dell'avvenuta stipula. E
gli aumenti sono sotto gli occhi di tutti.
Per ironia della sorte - ed è quanto si evince anche dalle
mozioni presentate - appare che in ogni caso, negli
alloggi pregiati continueranno a viverci i notabili,
nonostante tutto il baccano sollevato intorno al problema,
magari pagando un po' di più; per gli altri, invece, per
la stragrande maggioranza di coloro che hanno un reddito
molto basso vi sarà il superamento della circolare De
Cristofori e la triplicazione degli affitti, come
dichiarato dal ministro Treu.
Non è un gran passo in avanti. La privatizzazione degli
immobili degli enti previdenziali,
le dismissioni, la triplicazione dei canoni delle case
popolari - previsti dalla delibera CIPE del 13 marzo 1995
- rappresentano un qualcosa di più di una ricerca di
redditività; rappresentano la difesa ad oltranza della
rendita fondiaria e della speculazione edilizia. Quella
stessa rendita fondiaria e quella speculazione edilizia
che hanno prodotto (e sono dati su cui occorre riflettere)
milioni di alloggi sfitti; lo sfratto per una famiglia su
tre dal 1983 ad oggi; il degrado e la cementificazione
selvaggia del territorio nazionale e un milione di
famiglie ancora con lo sfratto esecutivo (e questo è il
dato più preoccupante).
In tale contesto, la delibera CIPE contiene al suo interno
un atto non degno di un paese civile (e noi vogliamo
denunciarlo). I ministri economici, con un Blitz -
così lo definiamo - hanno reintrodotto nella delibera la
clausola di reciprocità per l'accesso dei cittadini
stranieri. La reciprocità è il meccanismo in base al quale
in Italia - unico caso in Occidente - un lavoratore del
Bangladesh (per fare un esempio), che paga regolarmente
tasse e contributi GESCAL - quindi lavora regolarmente -
per chiedere un alloggio popolare dovrebbe dimostrare
addirittura che gli italiani possono partecipare ai bandi
di case popolari in Bangladesh. Fortunatamente, signor
Presidente, molte regioni italiane hanno completamente
disatteso questa clausola.
Abbiamo già constatato, con i patti in deroga, che la
liberalizzazione degli affitti non porta ad immettere sul
mercato immobili sfitti né ha avuto la funzione di
calmierare i prezzi. Non è possibile pensare che in Italia
si arrivi al cento per cento di proprietari di immobili.
Se fosse questo il pensiero guida (se ne potrebbe
discutere), bisognerebbe chiedersi in quale paese al mondo
tale realtà si è realizzata. In Italia, al contrario, il
30 per cento della popolazione (non è poca cosa) in tutti
questi anni, nonostante le politiche passate, non ha
acquistato una casa. Si tratta di una fascia di
popolazione composta da un 16 per cento di poveri con
redditi al di sotto della soglia di sussistenza che
diventa il 26 per cento al sud) e dai 100 mila senzatetto
esistenti. Se calassimo tutto questo ancora di più nella
realtà del Mezzogiorno,
Pag. 15262
ci renderemmo conto della drammaticità del problema
casa.
Questa grossa fascia della popolazione italiana è composta
soprattutto da lavoratori monoreddito e pensionati, dalle
giovani coppie costrette alla coabitazione soprattutto per
la mancanza di alloggi e non tanto per l'aumento degli
affitti (dato anch'esso vero). Una politica basata sulla
privatizzazione, sugli sfratti per finita locazione, sulla
riduzione sistematica degli alloggi sociali, sulla
liberalizzazione dei canoni con affitti medi pari ad uno
stipendio medio-basso non porta alla soluzione del
problema, ma all'estraneazione di un pezzo di società
dalla vita comune. Se insistessimo con questo tipo di
politica, danneggeremmo ancora di più i settori sociali
che ho indicato.
Dal momento che in quest'aula molti portano esempi,
statistiche, numeri, dati e fanno sempre riferimento
all'Europa, vorrei fare anch'io un esempio. Solo in Belgio
(è l'unico paese in Europa) vi è la possibilità di
sfrattare per finita locazione e solo in Italia (questo è
l'altro dato; altro che sprechi!) vi è una percentuale
così bassa di alloggi popolari (5 per cento). Nei Paesi
Bassi gli alloggi popolari rappresentano addirittura il 63
per cento del parco alloggi in locazione e il 43 per cento
del parco alloggi totale; ciò significa che vi sono 136,5
alloggi sociali ogni mille abitanti. In Inghilterra gli
alloggi sociali sono l'80 per cento degli alloggi in
locazione e il 25 per cento (che non è una cifra bassa)
del parco alloggi totale; in Francia gli alloggi popolari
sono il 46 per cento del parco alloggi in locazione e il
17 per cento del totale degli immobili residenziali. In
Italia (è questo il dato su cui occorre riflettere) gli
alloggi sociali sono solo il 16 per cento degli alloggi in
affitto ed un modestissimo 5 per cento del patrimonio
immobiliare complessivo.
Dai dati sopra riportati appare lampante che nel resto
d'Europa non vi è bisogno di determinare per legge il
canone di locazione nel privato. In Europa il pubblico
svolge egregiamente il suo ruolo e la sua funzione: il
ruolo di dare case ai soggetti deboli, la funzione di
calmiere del mercato. Se a ciò aggiungiamo che nei paesi
richiamati non esiste lo sfratto per finita locazione, come
pensano il Parlamento, il Governo, le forze politiche e
sindacali italiane di dare risposte concrete al bisogno di
casa, che comunque esiste? Proprio dalla particolare
situazione sopra descritta (a cui aggiungerei la vicenda
drammatica dei mutui ECU e la situazione dei proprietari
di prima casa che pagano l'ICI) scaturisce la necessità di
una forte inversione nella politica abitativa. Del resto,
non è stata l'ONU a condannare l'Italia per la situazione
grave e svantaggiata degli inquilini nel novembre del
1992, proprio per i patti in deroga, la poca edilizia
pubblica e gli sfratti per finita locazione? Molti non
hanno tenuto conto di quel monito dell'ONU, ma se vogliamo
dare l'avvio ad una controtendenza rispetto al dramma
della casa in Italia occorrerebbe leggerlo più
attentamente e cercare di capire cosa è possibile fare.
Riteniamo che la casa sia un diritto della persona e che
si debba tenere conto del bene d'uso che essa rappresenta.
Occorre, in definitiva, una nuova cultura abitativa. Dove
avete letto, in quale saggio di economia avete appreso che
nell'investimento immobiliare il guadagno deriva dal
canone di locazione percepito? E la rendita che fine ha
fatto? Se per un momento dovessimo accettare la filosofia
del mercato (che non è la nostra) dovremmo dire che, se è
giusto pagare l'affitto a prezzi di mercato (che molte
volte è nero), allora sarebbe giusto pagare le tasse non
sulla base del valore catastale, ma del valore reale di
mercato dell'immobile.
Ma il terreno dell'appiattimento acritico sul mercato non
ci trova concordi; al contrario, a nostro avviso una
profonda revisione delle politiche abitative non può che
partire: dallo sviluppo e dall'incremento dell'edilizia
residenziale pubblica a canone sociale attraverso
l'utilizzo dei fondi ex GESCAL, la riqualificazione ed il
recupero; dalla riforma dell'equo canone, ancorando il
canone agli estimi catastali, per esempio l'1,5 per cento
del valore catastale e l'abolizione della finita
locazione, detrazioni fiscali per proprietari ed
inquilini, riduzione dell'ICI per chi affitta, forte
tassazione per chi (e ciò riguarda tantissimi casi in
Italia) non fa nulla per affittare i propri appartamenti;
Pag. 15263
dall'assegnazione, gestione e fissazione dei canoni per
gli enti previdenziali sulla base delle normative
regionali in materia di edilizia residenziale pubblica.
Le mozioni in discussione indicano invece politiche
abitative tendenti all'esclusione e non all'affermazione
del diritto alla casa. La voglia di privatizzazione per
gli enti previdenziali non rappresenta un modo per
difendere le pensioni. Lo stesso commissario straordinario
dell'INPDAP ha affermato, nel corso dell'audizione del 22
febbraio scorso presso la Commissione lavoro, che la
vendita coprirebbe il disavanzo per soli cinque anni, dopo
di che si tornerebbe al punto di prima.
Nelle mozioni presentate vediamo però un rischio, quello
del peggioramento delle condizioni di vita degli
inquilini. Quando nella mozione della maggioranza si
afferma che il Governo deve definire una nuova
regolamentazione dell'istituto dei patti in deroga sulla
base di quanto in discussione in Commissione (mi riferisco
ai famigerati articoli 7 ed 8) si dice una cosa molto
grave. Si afferma in questo modo l'orizzonte della
liberalizzazione degli affitti, ma come? Si dice,
riducendo i contratti a tre anni, ampliando cioè la
previsione anche agli esercizi commerciali e artigianali
(il che ha comportato una dura presa di posizione da parte
della Confesercenti e della Confcommercio); oppure
assicurando ai proprietari - è questo l'altro elemento
grave - non solo l'aumento dei canoni, ma anche - e solo a
loro - una detrazione del 30 per cento dell'affitto
percepito dalla dichiarazione dei redditi. Nulla si dice
in merito alla finita locazione, sull'ICI per la prima
casa e sulla tassa dello sfitto, tutti punti che
rifondazione comunista ha affrontato da tempo anche
attraverso la presentazione di proposte di legge che, come
tante altre, bisognerebbe cominciare a discutere.
Noi riteniamo, in conclusione, che una materia alla quale
sono interessate cinque milioni di famiglie non possa
essere discussa in occasione dell'esame di un disegno di
legge in materia di differimento dei termini per i lavori
pubblici, senza tenere conto delle proposte di legge
presentate in Parlamento, magari esaminate nel chiuso di
una Commissione
in sede legislativa, ma soprattutto senza tenere conto di
tutto quello che sta avvenendo in Italia, di tutte le
persone che si stanno ribellando al meccanismo diabolico
dei patti in deroga. Siamo convinti che occorra, al
contrario, una nuova legge sulle locazioni. Tale legge
deve derivare da un ampio dibattito che si deve svolgere,
dentro e fuori il Parlamento, con tutti gli interessati, a
partire dagli inquilini. Certo, c'è bisogno di coraggio, è
necessario superare le letture ideologiche e la volontà di
perpetuare le politiche clientelari e spartitorie, sulle
quali non saremo mai d'accordo e che combatteremo; ma
l'Italia potrà essere all'altezza dell'Europa solo se
saprà allinearsi alle politiche abitative derivanti da
quanto contenuto nello stesso patto internazionale sui
diritti umani, nonché dall'esperienza degli altri paesi
europei (Applausi dei deputati del gruppo di
rifondazione comunista-progressisti).
| |