| MARIO BORGHEZIO. Signor Presidente, colleghi, mentre si
sta svolgendo questo dibattito sono alacremente in corso,
proprio qui a Roma, gli accertamenti della Guardia di
finanza in ordine alla gestione del patrimonio immobiliare
del più grande istituto previdenziale italiano, l'INPS.
Tali accertamenti stanno cominciando a dare risultati
molto interessanti, tracciando un quadro, che non è
eccessivo definire grave, di ristrutturazioni irregolari,
di lavori di manutenzione straordinaria per centinaia di
milioni, di adozione di criteri quanto meno opinabili
nell'assegnazione degli alloggi. Ciò è avvenuto nonostante
una circolare della direzione generale dell'Istituto del 7
marzo 1990 dettasse una serie molto analitica di regole da
seguire. Dall'inchiesta in corso emerge, quindi, che anche
dove le regole vi sono - come nel caso dell'INPS, da me
indicato -, queste non sono state rispettate. E' evidente,
quindi, che siamo di fronte ad un caso
eclatante di mancato funzionamento del sistema dei
controlli. Si riproduce la vecchia storia di
Tangentopoli, una vicenda molto triste che ha dimostrato,
oltre ad un certo clima morale che aveva pervaso il paese
- ed anche di questo clima si risente nella vicenda di
Affittopoli -, l'inadeguato od inesistente funzionamento
del sistema dei controlli sulla pubblica amministrazione e
sulle sue deviazioni in questo malandato paese.
Ho parlato dell'INPS, ma un capitolo a parte merita
l'analisi del secondo grande istituto previdenziale,
l'INPDAP, il cui patrimonio immobiliare ha una redditività
che nel 1995 è scesa fino allo 0,65 per cento. Pensate,
una media di 80 mila lire ad alloggio: già questo
basterebbe a capire quale sia la situazione della gestione
di questo patrimonio. Ma vi sono dati ancora più
interessanti ed eloquenti: mi riferisco all'incidenza, sul
dato complessivo dei 500 miliardi di deficit, di 300
miliardi relativi agli affitti di immobili ad uso non
abitativo, quindi negozi, locali di aziende, terreni e
così via. Se si analizzano queste situazioni si scopre che
una grande società di intermediazione mobiliare di Roma,
la Carcaricola spa ha un debito verso l'INPDAP di 24
miliardi e 800 milioni. Ma vi è di più: scopriamo che
questo Istituto oggi non riesce neppure a farsi pagare
dalla polizia (verso la quale ha un credito di 1 miliardo
757 milioni per la caserma di via Davide Campari) e
persino dai carabinieri, con i quali è riuscito ad
accumulare un'insolvenza di 770 milioni per la caserma
Casilina-Torpignattara.
Questo è l'indice, la cartina di tornasole dell'efficacia
e dell'efficienza di questo settore così importante della
pubblica amministrazione della gestione del denaro
pubblico.
Inutile aggiungere che molti di questi crediti di
locazione non sono nemmeno assistiti da garanzie
fideiussorie. La gran parte di queste società morose nei
confronti degli enti si è limitata a versare tre mesi di
anticipo sulla locazione e poi non ha più fatto alcun
versamento. Qui siamo di fronte sicuramente,
oggettivamente a responsabilità certe, se è vero, come
ritengo sia vero, quello che riferiscono i dipendenti
dell'INPDAP. Scrive infatti in una lettera aperta il
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coordinamento dei dipendenti dell'INPDAP che "il sistema
informativo PIM, che governa l'amministrazione degli
stabili degli ex istituti di previdenza, è in grado di
conoscere le somme delle morosità in tempo reale. Infatti
la rilevazione delle morosità è garantita dal collegamento
meccanizzato con l'azienda delle poste e
telecomunicazioni, che fornisce ogni mese, su nastro, i
dati relativi ai bollettini pagati".
Allora dobbiamo prendere atto che gli elementi le
condizioni, il quadro delle regole, il quadro normativo ed
anche gli aspetti di carattere tecnico atti a fare
emergere in tempo reale le situazioni di morosità
esistevano ed esistono. Non è quindi assolutamente
indispensabile l'elaborazione di nuove regole. Non è
assolutamente necessario tracciare nuovi regolamenti.
Bisogna far funzionare il sistema dei controlli. Bisogna
evidentemente ribaltare l'attuale sistema di gestione di
questi enti. Bisogna ribaltare una vecchia filosofia,
tipica della versione più borbonica, più arretrata, più
inefficiente dello statalismo, quello dello Stato
centralista, dello Stato che continua a opprimere i poveri
cittadini e le proprie amministrazioni con una struttura
elefantiaca, inefficiente, assolutamente inadatta, come
vediamo, ad amministrare alcunché, persino a riscuotere
l'affitto dalla polizia e dai carabinieri. Questo è il
risultato dell'amministrazione dello statalismo!
Allora a differenza di coloro che vedono in questo
incredibile scandalo di Affitopoli l'occasione per uno
scontro epico, colossale fra destra e sinistra, noi
riconduciamo fortemente questa gravissima situazione ad
uno scontro molto diverso, che va alle radici del
problema, lo scontro fra una concezione veterostatalista
dello Stato caratterizzata dall'assoluta inadeguatezza e
dalla carenza ed inefficacia del sistema dei controlli ed
una concezione moderna, di tipo federalista, dello Stato e
della pubblica amministrazione.
Questo scandalo è la dimostrazione che un immenso flusso
di denaro, una immensa ricchezza prodotta dal lavoro degli
italiani onesti poteva essere impiegata secondo criteri
completamente diversi poteva, per esempio, essere
veicolata verso soggetti distinti dall'ente previdenziale,
attraverso (è
una proposta recentemente avanzata da un personaggio
autorevole) un'intermediazione bancaria autonoma, o
comunque qualunque altro meccanismo esterno alla pubblica
amministrazione. In tal modo infatti ogni decisione sugli
impieghi sarebbe dipesa da soggetti in grado di esaminare
e valutare responsabilmente, cioè rispondendo in prima
persona, l'affidabilità delle controparti, dei
destinatari.
E' questo il punto su cui la lega, la lega liberista e
federalista, intende soffermarsi nell'analisi delle cause
di questo incredibile cancro che attanaglia la pubblica
amministrazione del bel paese. Molti hanno osservato (e
non si può non condividere questa valutazione) che gli
istituti previdenziali sono stati, soprattutto in questi
ultimi dieci, quindici anni, terreno di conquista da parte
di un'incredibilmente vorace tipologia di roditori, grandi
speculatori immobiliari: chi si trovava in difficoltà a
"sbolognare" palazzi interi, magari costruiti aggirando a
suon di tangenti le norme urbanistiche ed i piani
regolatori, non aveva problemi.
Il gruppo dei fratelli Berlusconi si distingue in questa
attività fin dagli inizi dell'operazione - siamo in pieni
anni sessanta - relativa al centro residenziale di
Brugherio, sito a nord di Milano e costruito finanziamento
della banca Rasini. Non si vendeva un mattone ed allora è
stata trovata una soluzione magica: il fondo di previdenza
dei dirigenti commerciali. In varie tranches gli
immobili sono stati ceduti con un incasso di venti
miliardi dell'epoca.
Seguono colpi magistrali portati a segno dallo stesso
gruppo con l'ENPAM, l'ente previdenziale ed assistenziale
dei medici presieduto non casualmente da Ferruccio De
Lorenzo. Leggiamo in una ingiallita copia dell'agenzia
Op quello che notava il defunto Pecorelli: "Silvio
Berlusconi, il noto costruttore milanese, è uscito dalle
difficoltà finanziare che da tempo lo angustiavano. Per
via dell'equo canone, nessuno voleva più saperne dei suoi
appartamenti di lusso. Per fortuna, è intervenuto Carmelo
Conte, che gli ha fatto vendere all'ENPAM appartamenti di
Milano Due per complessivi 33 miliardi".
Poi nel maggio 1984 vediamo passare nel patrimonio
dell'ente 135 appartamenti e 146
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del complesso residenziale "Il solco" della lottizzazione
berlusconiana Milano Tre: 22 miliardi incassati.
Due anni dopo nell'estate 1986, l'ENPAM torna nuovamente
in soccorso del cavaliere acquistando palazzo Vasari a
Lacchiarella, a sud di Milano, dove Berlusconi aveva
costruito il centro commerciale "Il girasole". Prezzo
richiesto: 23 miliardi e 400 milioni; prezzo pagato: 23
miliardi e 700 milioni.
Queste sono le imprese di chi per molti anni, direi con
continuità storica, ha selvaggiamente saccheggiato questi
enti.
Da ultimo vorrei ricordare una interrogazione fulminante
che ci riporta alla mente la capacità con la quale un
nostro collega, il compianto onorevole Carlo Tassi
(Applausi), sapeva cogliere nel segno. Si tratta di
un'indagine instancabile, esemplare, di un parlamentare di
opposizione che ha il dovere, anche contro interessi
particolari, di colpire il malaffare dovunque si annidi,
senza guardare in faccia nessuno.
In data 24 giugno 1992 denunciò un affare incredibilmente
sballato per l'Istituto dipendenti enti locali: il centro
commerciale Standa di Desenzano viene prima acquistato
dalla Casa degli italiani e poi rivenduto nel 1991 per 19
miliardi alla Cantieri riuniti milanesi (società del
gruppo); passa poi all'INADEL, dopo soli cinque mesi a
prezzo lievitato, e viene riaffittato alla Standa per un
miliardo annuo. Se l'INADEL avesse tenuto quei soldini in
banca ci avrebbe sicuramente guadagnato!
Questo tipo di transazioni immobiliari, a base di perizie
di comodo a prezzi chiaramente fuori mercato, stando ai
risultati del rapporto steso sul gruppo dal'ispettore del
SECIT Mario Casa e consegnato ai magistrati, sono non
un'eccezione ma una costante.
Veniamo alle mozioni. Non possiamo non condividere, sul
piano dei principi e dei contenuti, il documento di cui è
primo firmatario l'onorevole Formenti per l'indicazione
dei correttivi che offre all'azione del Governo al fine di
raggiungere un risultato che oggi sembra oggettivamente
impossibile, quello di una gestione economica del
patrimonio degli enti previdenziali caratterizzata dal
massimo di trasparenza ma anche dalla garanzia che quote
adeguate di
questo patrimonio - e noi proponiamo fino al limite del
50 per cento - siano riserve tecniche, cioè destinate ai
cittadini sottoposti a procedimento esecutivo di
sfratto.
Tutto il restante cospicuo patrimonio pubblico va però
messo sul mercato immobiliare per calmierare ma anche per
assicurare in tempi rapidi il raggiungimento del risultato
di una vera redditività, che finora non è stata non dico
raggiunta ma nemmeno sognata dagli enti previdenziali (sul
come perseguirla stiamo attenti!).
Abbiamo sentito parlare dei metodi, dei criteri di
accordi, di consultaziori con i sindacati. Stiamo
scherzando? Sono proprio loro che hanno coperto decenni di
gestione parassitaria del patrimonio immobiliare pubblico.
Quando un gestore, in questo caso un gestore
politico-sindacale, ha dato, come oggettivamente ha fatto,
pessima prova di sé, lo si cambia senza tanti
complimenti.
I precedenti in tema di riordino del settore non sono
incoraggianti se pensiamo, ad esempio, alla trovata di
colui che ha preceduto l'attuale ministro del lavoro,
l'onorevole Mastella, di costituire la DIEP, una nuova
sigla nella galassia degli enti, la dismissione
immobiliare enti pubblici, per accorpare le vendlte di
INPS, INAIL e INPDAP; società che la riforma
pensionistica, con l'articolo 23, comma 27, ha eliminato,
mettendo opportunamente fine ad uno strumento destinato in
realtà a perpetuare il vecchio modo di governare questi
enti. Sono le vecchie soluzioni, le vecchie vie camuffate
da falso nuovo.
Per rimanere al tema della recente riforma pensionistica,
vogliamo riflettere sul comportamento tenuto dai vari
gruppi per quanto concerne la cessione degli immobili
degli enti. E' vero o no che, originariamente, il testo
della riforma prevedeva che gli enti previdenziali non
potessero più acquistare immobili e che entro pochi anni
dall'emanazione delle norme delegate dovessero vendere il
patrimonio immobiliare in eccesso rispetto alla quota
strumentale? Ebbene, un gruppo parlamentare, quello di
forza Italia, si è prodigato in Commissione per far
modificare sostanzialmente questa primitiva formulazione,
ottenendo che la riforma nell'attuale e definitiva
formulazione prevedesse la
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possibilità per gli enti previdenziali di acquisire quote
di azioni di proprietà delle società immobiliari
proprietarie dei palazzi. Consentitemi allora di pensare
che alcuni di coloro che oggi plaudono alla denuncia dello
scandalo di Affittopoli, domani in Commissione potranno
anche rifiutarsi di sostenere la richiesta, che dovrebbe
essere di tutto il Parlamento, di istituire una
Commissione di inchiesta che accerti tutto il quadro delle
responsabilità sui mancati controlli, sulle assegnazioni,
sulla trasparenza delle procedure seguite per gli acquisti
degli immobili e sulla congruità dei prezzi di acquisto
dei "palazzi d'oro" che, a quanto si legge, avrebbero
portato a un certo gruppo, ben noto, 750-800 miliardi di
entrate.
Anche la recente lamentela del cavalier Berlusconi di non
aver potuto più vendere nemmeno un palazzo agli enti da
quando è in politica, è molto istruttiva. C'è da
domandarsi, infatti, se per questo imprenditore sia
normale che in un paese moderno e liberista, come quello
disegnato dai suoi programmi politici, siano gli enti
previdenziali, cioè gli enti che detengono ed amministrano
i denari versati dai lavoratori, il referente naturale, la
clientela di riferimento delle grandi holding
immobiliari, use - come egli ha ammesso - a pagare
sostanziose mediazioni per concludere i propri lucrosi
affari.
In tutta sincerità, però, anche da sinistra non si odono
squilli di tromba per andare all'attacco sul fronte di
Affittopoli: troppi imbarazzi, troppa arretratezza
culturale - consentiteci - per avvertire il dovere di
porre mano ad una vera rivoluzione di tutto questo settore
della pubblica amministrazione. Rispetto al persistere di
pratiche e metodi di spartizione dei privilegi,
all'impossibilità di convertire sul serio e in tempo reale
i burosauri della pubblica amministrazione ad adottare
criteri moderni di gestione del patrimonio immobiliare
pubblico, di fronte al rifiuto di capire che questo modo
di gestire è semplicemente connaturato al vecchio Stato
centralista e che quindi l'unica via è quella di
smantellare tale struttura demandando compiti e poteri, ad
esempio, all'autorità locale, come mi pare abbia chiesto
la Commissione competente della Camera, di fronte a tali
chiusure, ad una risposta politica
di basso profilo e di taglio non precisamente europeo che
si continua a dare a questo come ad altri problemi di
fondo e centrali del paese, l'unica via d'uscita è quel
terremoto politico-istituzionale che chiede il nord,
quella rivoluzlone del federalismo e delle
privatizzazioni.
E' bene chiarire allora, come noi intendiamo fare con
gesti politici inequivocabili, che il nord non ci sta alle
commedie degli inganni. Facendo eccezione per la mozione
di cui è primo firmatario l'onorevole Formenti, noi non
parteciperemo alla votazione delle altre mozioni. Ci
asterremo, facendo sentire però con tutta la nostra forza
il messaggio che bisogna inviare ai cittadini.
E' quello che si debba fare davvero, non un fuoco di
paglia, ma luce completa (costi quello che costi, senza
guardare in faccia nessun interesse e chiunque vada a
toccare) sullo scandalo di Affittopoli, con una vera ed
efficace commissione di inchiesta che passi in rassegna,
individui e colpisca tutte le responsabilità! Abbiamo
infatti il timore che, anche questa vicenda, segua tutte
quelle altre che hanno fatto la storia di un paese che ha
trovato molto spesso nella metafora de Il Gattopardo
il sigillo della incapacità di andare a fondo e di
applicare una regola calvinista (che sta molto a cuore a
noi della lega e particolarmente alla gente del nord di
questo paese) del "chi sbaglia paga", non facendo invece
pagare tali errori, questi demenziali criteri di
disamministrazione del denaro pubblico ai soliti noti, ai
soliti (ittadini e magari agli affittuari onesti del
patrimonio pubblico nazionale! (Applausi dei deputati
del gruppo della lega nord - Congratulazioni).
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