| PAOLO STELLA RICHTER, Sottosegretario di Stato per i
lavori pubblici. Signor Presidente, onorevoli deputati, le
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cinque mozioni e la risoluzione Formenti ed altri n. 6-00022
oggi in esame riguardano non soltanto il problema dell'uso
del patrimonio degli enti previdenziali, cioè il tema dal
quale la questione era partita, ma riguardano per lo più
il tema più ampio della regolamentazione degli affitti. La
Camera consentirà pertanto che su queste mozioni e sulla
risoluzione sia data una risposta articolata, secondo le
rispettive ed interne competenze.
La prima mozione, che reca la firma dell'onorevole Vito ed
altri, concerne in un certo senso il problema degli
affitti per quel che attiene alla sua lettera d), in
quanto in essa si allude alla possibilità di "escludere
dalla quota offerta in locazione ad equo canone (...)" gli
immobili di pregio o quelli comunque di superficie
superiore ad una certa metratura. Il Governo ritiene che
tale proposta contenga in nuce una visione
meritevole di grande considerazione, nel senso che quello
dell'equo canone è certamente un problema di misura del
canone che il conduttore deve sopportare, ma non risolve
di per sé il problema essenziale di un proporzionato
rapporto tra la domanda e l'offerta di alloggi in
locazione. E' evidente che, perché i due termini del
rapporto si equilibrino - poiché non è pensabile procedere
ad una riduzione della domanda - occorre necessariamente
pensare ad un aumento dell'offerta. Quest'ultimo obiettivo
si può conseguire, ovviamente, attraverso vari canali, il
più naturale dei quali è quello dell'aumento della
produzione edilizia la quale, a sua volta, si articola in
una produzione pubblica ed in una produzione privata. Nei
nostri rapporti sociali è probabilmente da auspicare che a
questa domanda risponda una offerta esclusivamente
pubblica; ma è a dubitare che le risorse pubbliche possano
far fronte, almeno nel breve periodo, alla sproporzione
esistente.
Queste sono le ragioni per le quali riteniamo che il
problema vada affrontato in un contesto più ampio ed in
una prospettiva di risistemazione dell'intera materia. In
proposito, occorre tenere presente che la legislazione
vigente si muove gia nella direzione di una graduale e
prudente liberalizzazione del mercato degli affitti.
Infatti, alla norma sull'equo
canone - che originariamente riguardava tutti,
indiscriminatamente, i rapporti locatizi e abitativi,
oltre a quelli commerciali di cui evidentemente non è il
caso di occuparsi in questa sede - ha fatto seguito una
normativa sui cosiddetti patti in deroga, la quale ha
avuto una ricaduta, per alcuni molto positiva, per altri
dubbia, ma che rappresenta certamente un primo passo verso
la liberalizzazione.
Contemporaneamente è stato stabilito, per incentivare gli
investimenti nel settore dell'edilizia, che i fabbricati
ultimati successivamente al 1 gennaio 1992 siano sottratti
interamente e comunque alla disciplina sull'equo canone.
Nella legislazione attuale, quindi, convivono tre regimi
differenti: l'equo canone i patti in deroga e la
liberalizzazione totale per le costruzioni piu recenti.
Tale situazione è certamente fonte non solo di gravi
inconvenienti, ma anche di grave alterazione del mercato,
e quindi potenzialmente fonte di perequazioni ed
ingiustizie. L'alternativa non è certo quella di rimanere
nella situazione attuale, bensì quella di tornare indietro
o di procedere, con la prudenza del caso, sulla strada
intrapresa.
Una scelta di tale importanza, ovviamente, è una scelta
primaria del Parlamento; non si può però omettere di
prospettare che il pensiero del Governo è nel senso che
occorra muoversi verso una progressiva, totale
liberalizzazione in un arco di tempo sufficientemente
lungo e con accorgimenti tali da garantire le fasce più
deboli. In altri termini, è ovvio che la proposta non è
quella dell'introduzione di una liberalizzazione selvaggia
e senza gradualità, bensì di una liberalizzazione che si
accompagni a regole precise e ad adeguati accorgimenti,
atti ad assicurare che le categorie che non sono in grado
di opportare i maggiori oneri siano comunque
salvaguardate. Aumentare in sostanza la disponibilità di
case è un obiettivo che va perseguito, almeno nel breve
periodo, non soltanto attraverso un indiscutibile aumento
della "produzione" pubblica - mirata soprattutto a
particolari tipi di alloggi, in funzione della particolare
domanda delle persone singole, delle coppie nuove, cioè
appartamenti di limitata estensione e con particolari
caratteristiche -, ma anche attraverso
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una scelta coraggiosa che incoraggi gli investimenti
nell'edilizia.
La mozione n. 1-00144, di cui è prima firmataria
l'onorevole Pistone, riguarda invece la delibera CIPE del
13 marzo 1995. Anche in questo caso, nel giudicare cioè
una delibera di cui il ministero, a nome del quale in modo
più specifico parlo, porta interamente la responsabilità,
non si può indulgere a facili demagogie. Non c'è dubbio
che qualsiasi aumento dei canoni di locazione per gli
immobili degli istituti delle case popolari sia un passo
doloroso, ma non c'è del pari dubbio che gli istituti
delle case popolari debbano necessariamente avere il
compito non soltanto di gestire immobili, ma di assicurare
che questa gestione sia tendenzialmente economica. Ciò al
fine, sia ben chiaro, non di lucrare su immobili destinati
alle fasce sociali più deboli, ma per garantire la
manutenzione ordinaria e straordinaria degli immobili e,
se possibile, nuovi investimenti pubblici che offrano
nuove case ai destinatari. E' necessario far presente che
con i canoni attuali molti istituti case popolari non
riescono non dico a finanziare la manutenzione
straordinaria degli immobili, ma addirittura a procedere a
quella ordinaria. Le conseguenze di un degrado del
patrimonio di edilizia abitativa pubblica evidentemente
sono gravissime e da evitare in ogni modo.
Ecco perché, considerato anche il fatto che la delibera
CIPE del 13 marzo 1995, di cui si discute, è articolata e
tiene conto delle diverse esigenze in funzione dei diversi
redditi degli assegnatari, il Governo ritiene che la
domanda di revoca della stessa non possa trovare
accoglimento.
Relativamente alla mozione Giovanardi ed altri n. 1-00171,
il Governo concorda sulla necessità di una revisione
generale del quadro normativo attualmente troppo
diversificato, come è stato già fatto presente; tale
diversificazione, infatti, è la fonte principale di
ingiustizie e di un non corretto funzionamento del
mercato. Per quanto riguarda il progressivo aumento del
rendimenti del patrimonio pubblico l'esecutivo si è già
espresso precedentemente. Tutto questo in merito alla
lettera f) del dispositivo della mozione in
questione, l'unico avente una qualche attinenza
con la materia delle locazioni in generale.
Altre due mozioni riguardano esclusivamente altri temi.
Vengo, dunque, alla risoluzione Formenti ed altri n.
6-00022, forse più complessa. Nella sostanza il Governo la
condivide interamente; più precisamente, come ho già
detto, concorda sulla necessità della definzione di un
quadro unitario per le politiche abitative, sulla base
delle due priorità richiamate nella risoluzione stessa. In
tal senso da alcuni anni si sta già svolgendo una
specifica attività attraverso il Ministero dei lavori
pubblici, nell'ambito di una più generale politica della
casa. Tale attività si è articolata da un lato nella
predisposizione della delibera di programmazione approvata
dal CIPE (si tratta di circa 12 mila miliardi relativi al
quadriennio 1992-1995 provenienti dai fondi GESCAL) e
dall'altro nella rideterminazione dei criteri e delle
modalità di fissazione dei canoni di locazione degli
immobili di edilizia residenziale pubblica. L'obiettivo
principale della delibera è quello del recupero del
patrimonio edilizio esistente anche attraverso operazioni
a valenza urbana, cioè programmi di recupero urbano e
programmi di riqualificazione urbana. Al recupero è
destinato non meno del 45 per cento dei fondi assegnati;
per la restante parte sono state definite priorità di
utilizzazione, che vedono sempre privilegiati gli
interventi di recupero.
L'altra priorità delle iniziative avviate è relativa
all'incentivazione della crescita del patrimonio da cedere
in locazione. Peraltro, come ho già detto, la questione
non può non inquadrarsi nel più generale perseguimento di
una progressiva liberalizzazione del mercato degli
affitti; in merito ho già espresso l'opinione del
Governo.
L'esecutivo ritiene altresì di potersi pronunciare
favorevolmente sull'altro punto di cui alla risoluzione in
oggetto, concernente la creazione di strumenti per la
gestione a livello locale dei problemi legati alla
mobilità dei conduttori sottoposti a sfratto, con la
previsione, ad esempio, delle cosiddette agenzie comunali
per la casa. Il Governo è altresì disponibile a studiare
meccanismi di sostegno per le famiglie che trovano
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sistemazioni temporanee in attesa di accedere all'edilizia
residenziale pubblica.
Nella risoluzione è trattato anche il problema
dell'esecuzione degli sfratti e quello di offrire certezze
al locatore che, secondo pronuncia giurisdizionale, ha
ottenuto il diritto a riconseguire la disponibilità del
suo alloggio. Anche su tale problema il Governo conviene
sulla proposta contenuta nella risoluzione Formenti ed
altri, manifestandosi evidente la necessità di rivedere i
procedimenti atti a garantire l'ottenimento del
risultato.
Per tutti i motivi esposti, il Governo ritiene di poter
aderire alla risoluzione nel suo complesso nonché alla
proposta di riforma della materia, già all'esame dell'VIII
Commissione della Camera, rispetto alla quale sono stati
già prospettati alcuni emendamenti. Per tali ragioni il
Governo esprime parere favorevole.
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