| TIZIANO TREU, Ministro del lavoro e della previdenza
sociale. La seconda da iniziativa in atto è, come è
noto, quella della procura della Repubblica di Roma, che
segue il suo corso.
Come è stato ripetuto da molti, vi è poi una Commissione
bicamerale che è stata ricostituita all'inizio di agosto,
a disposizione della quale sono stati posti i dati in mio
possesso.
Credo che questi tre strumenti siano sufficienti per fare
chiarezza sul passato, ma dico fin d'ora, dato che al
riguardo sono state sollevate molte questioni, che per
quanto concerne eventuali ulteriori iniziative, tipo
l'istituzione di una Commissione d'inchiesta, è il
Parlamento giudice della loro necessità ed io non posso
che rimettermi alle sue decisioni.
Faccio anche una precisazione circa i dati fondamentali
riguardanti il patrimonio degli enti, che sono stati
trasmessi a questo ministero con una notevole
sollecitudine e che io ricordo di aver messo a
disposizione anche della stampa; certo, vi è stata qualche
difficoltà pratica, poiché si trattava di momenti convulsi
ma li ho comunque messi a disposizione (Applausi
polemici del deputato Storace) usando
un'interpretazione, che io ritengo corretta, della legge
sulla trasparenza amministrativa, per cui era mio dovere
farlo questo escludendo quelle informazioni che potevano
essere di pregiudizio alla riservatezza e alla sicurezza
dei singoli. Questa mia scelta è stata anche criticata. In
ogni caso, la pubblicità dei dati è poi cessata perché la
procura della Repubblica di Roma ha ritenuto
che su quegli elenchi (non su tutte le notizie riguardanti
il patrimonio si dovesse osservare il principio del
segreto istruttorio. Dunque i fatti dimostrano, credo,
come non ci siano state reticenze da parte del
ministero.
Aggiungo, per testimoniare che l'azione di chiarimento è
proceduta, che l'esigenza qui richiamata di conoscere
meglio il patrimonio è stata la prima cui si è voluto fare
fronte. I dati fondamentali sulle caratteristiche del
patrimonio abitativo degli enti sono ormai quasi tutti
acquisiti e saranno - ripeto - messi a disposizione. Parlo
dei dati fondamentali, perché ci sono alcuni dati
specifici riguardanti categorie particolari che richiedono
approfondimenti ulteriori. I dati fondamentali, però, come
ho già detto, sono acquisiti. E bisogna riconoscere che,
nonostante l'efficienza della gestione passata abbia
lasciato a desiderare, c'è stato negli ultimi mesi uno
sforzo di recupero da parte degli enti, anzitutto per
quanto riguarda la migliore conoscenza del loro
patrimonio. L'opera di censimento richiesta al riguardo è
a buon punto.
Desidero ora svolgere una seconda osservazione importante
sul passato: mi riferisco all'eterogeneità delle regole.
Gli enti vigilati dal Ministero del lavoro, alcuni in modo
diretto e specifico, come quelli pubblici in senso stretto
sono venti, per altri i poteri di vigilanza sono molto più
attenuati dal momento che si tratta di enti in via di
privatizzazione o pivatizzati. Ebbene, le regole, i
criteri seguiti soprattuto per le assegnazioni sono
diversificati. La commissione di indagine lo ha già
rilevato, indicando che questa eterogeneità e la scarsa
pubblicità sono due fattori che hanno favorito quelle
anomalie e quei fenomeni di malcostume anche in questa
sede giustamente denunciati.
In particolare, si segnala dalla commissione d'indagine,
ma lo abbiamo verificato tutti, che mentre alcuni criteri
di assegnazione sono sufficientemente univoci, come quelli
che stabiliscono riserve per gli sfrattati e i lavoratori
in mobilità, c'è una quota parte di queste abitazioni che
è stata assegnata secondo criteri troppo indeterminati. E
nella indeterminatezza dei criteri si sono esercitate
forme di discrezionalità molto criticabili
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che, se non raggiungono l'illecito giuridico in senso
stretto, certo sono socialmente deprecabili. E' quindi su
questo che occorre anzitutto intervenire.
Per quanto riguarda invece il livello dei canoni adottati
in passato, voglio fare qualche precisazione perché vi è
una certa approssimazione anche nelle analisi che ho
sentito oggi.
Anzitutto i maggiori enti previdenziali - mi riferisco ai
quattro più grandi che sitravano sotto la diretta
vigilanza del ministero - hanno applicato uniformemente i
canoni risultanti dalla cosiddetta circolare Cristofori
della fine del 1992. Si tratta, come si ricorderà, di una
regola in vigore approvata dal Governo di allora, e non
dal solo ministro del lavoro. Si verifica ora che i canoni
sono oggettivamente inadeguati (è una indicazione che
viene da più parti, a cominciare dai presidenti degli
stessi enti). Il rapporto tra essi ed i riferimenti del
mercato non è precisissimo, ma si può dire, sulla base dei
dati che abbiamo già raccolto per campione, che la
circolare Cristofori ha comportato aumenti rispetto
all'equo canone compresi tra il 50 e il 100 per cento, a
seconda della localizzazione dell'immobile (soprattutto a
seconda che si trovi in zone centrali o periferiche delle
città).
I patti in deroga, che si sono attuati, talora al di là
delle indicazioni della circolare Cristofori, soprattutto
per gli immobili di pregio - perché gli enti previdenziali
si sono già mossi in quella direzione -, portano aumenti
che vanno dal 200 al 300 per cento. Queste sono le soglie
convenzionalmente indicate come soglie di mercato: è stato
detto anche qui, ma va ripetuto, che il prezzo di mercato
in campo abitativo è un concetto non sempre preciso e
quindi va preso solamente come indicatore di massima.
Pertanto il problema dell'adeguamento dei canoni si pone
in prospettiva - dirò poi due cose al riguardo -, ma
ribadiamo che la valutazione del passato non può non tener
conto che la volontà espressa dai governi e confermata
fino ad adesso era di utilizzare il patrimonio degli enti
previdenziali come patrimonio pubblico in genere quale
fattore di calmierazione del mercato. Può essere
un'indicazione da rivedere, ma storicamente essa pone in
una luce diversa il comportamento degli amministratori di
questi enti.
Un altro dato che riguarda il passato e che credo sia
significativo per fare un'analisi equilibrata del futuro
riguarda la distribuzione delle unità abitative. La
percentuale riservata agli sfrattati risulta normalmente
osservata. Direi che questa regola nel passato era più
chiara, anche se preserta margini di equivoco perché il
concetto di sfrattato non è sempre sufficientemente
preciso. Si tratta comunque di una regola che è stata
largamente osservata, così come ne è stata osservata
un'altra tra le più diffuse quella della riserva dei posti
ai lavoratori pubblici in moibilità. Anzi, la quota
relativa a questi ultimi era normalmente non utilizzata e
ciò conferma anche che la mobilità dei lavoratori pubblici
è in realtà alquanto scarsa e che andrebbe incentivata.
Le domande che si accumulano rispetto a questo bene
scarso, che è la casa pubblica e segnatamente degli enti
previdenziali, sono in quantità variabile, molto
variabile. Vi sono situazioni nelle quali le liste di
attesa praticamente non esistono: ho già detto che in
ordine ai lavoratori in mobilità non ve ne sono, mentre
per gli sfrattati e per le altre categorie esse sono molto
consistenti - arrivando anche a rapporti pesanti - nelle
grandi città (in particolare a Roma) e lo sono molto meno
in altre zone d'Italia. Preciso questo in modo che non si
individuino regole nuove che siano troppo concentrate sul
caso Roma, che pure fa molto scalpore.
Il problema della morosità è grave e su esso si sono
registrate le prime reazioni. L'INPS è stato in grado di
ridurre il tasso di morosità dal 16 al 10 per cento negli
ultimi due anni. Il dato del 10 per cento può ritenersi
fisiologico se si sconta, purtroppo, che di questi morosi
gli enti pubblici sono una gran parte. Come dire, è il
pubblico che danneggia il pubblico. L'INPDAP ha ridotto il
tasso di morosità di 2 punti sempre negli ultimi mesi, pur
essendo un ente in grande difficoltà perché è il risultato
di un conglomerato di altri enti piccoli o diversi, ragion
per cui è partito da livelli di morosità molto elevati.
L'INAIL ha attivato una procedura meccanizzata per
l'emissione sistematica di
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diffide ogni qual volta il ritardo del pagamento superi i
60 giorni; questo è un sistema che, se si diffonde, puo
certamente migliorare il controllo del fenomeno. Tutti i
maggiori enti hanno in corso azioni di sollecito e
massicce azioni legali per contrastare il fenomeno.
Molto delicato è il problema, che anche qui è stato
denunciato delle ristrutturazioni e delle manutenzioni
straordinarie. E' un'analisi che va fatta per campione, in
profondità. Al momento essa è in corso e ne comunicheremo
gli esiti al più presto. Faccio notare, però, che anche a
tale riguardo vi è un problema di modifica di regole
perché la legislazione esistente prevede che spese di
questo genere - di manutenzione straordinaria e quindi di
ristrutturazione - fatte dall'ente, siano poi pagate
dall'affittuario attraverso una maggiorazione del canone,
che è in misura percentuale assolutamente inadeguata. In
sostanza, anche le ristrutturazioni e la manutenzione
straordinaria, pur essendo corrette dal punto di vista
della loro realizzazione, hanno per legge un trattamento
economico che reca danno o che comunque consente all'ente
di recuperare molto in ritardo il capitale e di non
recuperare gli interessi. Questa è una regola che va
cambiata.
Vorrei illustrare un ultimo dato sul passato per poi
soffermarmi sulle modifiche delle regole. Un'attenzione
particolare sia al momento del censimento che nella fase
di determinazione dei canoni si è rivolta ai cosiddetti
immobili di pregio o di alta qualità; la seconda è una
subcategoria creata da qualche ente come l'INAIL. Questi
immobili hanno percentuali variabili. Se li si definisce
meglio, probabilmente possono raggiungere una percentuale
attorno al 10 per cento del patrimonio degli enti
previdenziali maggiori. E' una categoria interessante
perché proprio per questi immobili non è accettabile la
locazione a prezzi ridotti, soprattutto se vengono
affittati a persone che si possono permettere di pagare i
canoni di mercato, ed è per questa categoria che si può
procedere più agevolmente e più rapidamente ad un
innalzamento dei canoni verso i livelli di mercato.
Faccio notare che stiamo parlando di patrimoni che, nella
loro generalità, sono formati
da abitazioni di carattere medio e che vengono assegnati a
famiglie e a soggetti con reddito medio. Si è affermato
sulla stampa, e sono dati che confermo, che gli affitti
dati a persone con reddito superiore agli 80-100 milioni
sono in misura molto ridotta, oscillando tra il 4 e il 6
per cento, mentre la gran massa degli affitti viene
assegnata a persone o a famiglie con reddito medio, cioè
inferiore ai 50 milioni annui. E' un dato di cui tener
conto perché, se dobbiamo modificare le regole ed
accertare le responsabilità passate, ciò va fatto con
rigore. Si devono prendere le misure necessarie e adottare
le sanzioni conseguenti, ma occorre fare attenzione anche
a non penalizzare indebitamente i cittadini che in realtà
hanno trovato nelle case degli enti previdenziali una
risposta essenziale alle proprie necessità abitative.
Faccio ora alcune osservazioni su talune proposte di
modifica delle regole che sono qui presentate in modo
indicativo perché - come ho già avuto modo di dire nelle
Commissioni lavoro di Camera e Senato - è mia intenzione
sottoporle, per una discussione preventiva - quando tra
poco saranno messe a punto - alle competenti Commissioni
prima che vengano perfezionate anche come proposte. Come
ho già detto, ricordo che le caratteristiche delle
modifiche alle regole sono già indicate nella legge
delega, cioè al comma 27 dell'articolo 3 della legge n.
335 di riforma del sistema pensionistico. In questa legge
delega sono contenuti taluni princìpi fondamentali che, se
attuati, potranno - credo - risolvere alla radice le
situazioni di diseconomicità e di scarsa trasparenza che
sono state denunciate per il passato. E' quindi in tale
direzione che vogliamo marciare. Il primo principio
contenuto nella delega - e, quindi, ripeto che siamo
nell'ambito di un diritto positivo che definirei "fresco"
- è che il patrimonio immobiliare degli enti
previdenziali, che non sia adibito ad uso strumentale e
che non sia necessario per coprire riserve tecniche (anche
questo aspetto va chiarito, perché le riserve tecniche si
possono coprire in vario modo), deve essere dismesso.
Questa è la direttiva. E' ovvio, però, che le dismissioni
debbono essere fatte con gradualità ed entro i limiti di
tempo indicati. Preciso inoltre che
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la direttiva prevede - tale questione è stata ricordata
in questa sede ed è anche richiamata nella risoluzione ed
in alcune mozioni presentate - che la funzione principale
ed istituzionale degli enti non è quella di fare i gestori
di immobili, bensì quella di dare prestazioni
previdenziali ai beneficiari. La funzione sociale che
questi enti hanno indubbiamente svolto fino ad ora, di
supplire alla carenza di una casa pubblica adeguata per
quantità e qualità, deve e può essere riconosciuta, ma
solo in via transitoria, però - lo ripeto - l'obiettivo da
seguire è indicato dalla legge ed è quello di dismissione
e di economicità! Dismissione significa che occorrerà
trovare le forme ed i tempi affinché l'utilizzo e - per
questo aspetto - la vendita del patrimonio degli enti sia
effettuata anch'essa secondo i criteri di trasparenza e di
economicità. Non dimentichiamo che proprio nella
compravendita degli immobili degli enti, nel recente
passato si sono manifestati scandali e forme di illecito
anche penalmente rilevanti; e ciò deve essere
assolutamente evitato con le nuove regole!
La seconda direttiva contenuta nella legge delega prevede
che tutte le operazioni di gestione degli immobili degli
enti devono essere fatte non in via diretta, ma attraverso
strumenti specializzati che possano, appunto, garantire
l'economicità e la trasparenza. In questa sede è stato
rilevato - e ciò corrisponde al vero - che soprattutto i
maggiori enti non sono attrezzati professionalmente per
svolgere la difficile opera di gestione degli affitti e, a
maggior ragione, non sono attrezzati per gestire un
portafoglio immobiliare complesso. Quindi, coerenza
vorrebbe che, per superare le diseconomie e gli abusi del
passato, ci si affidi - nei modi che vedremo - all'opera
di professionisti ed a strumenti adeguati e moderni del
tipo di quelli esistenti anche nella prassi di altri
paesi. La trasparenza e la professionalità sono meglio
attuablli, quindi, attraverso il ricorso a strumenti di
questo genere.
Le società di gestione e di alienazione del patrimonio
immobiliare degli enti che si sono sperimentate nei tempi
recenti hanno indicato - credo - una strada utile.
Tuttavia, le modalità con cui si sono realizzati,
non sono apparse del tutto soddisfacenti ed occorrerà
quindi rivederle.
Per quanto riguarda le regole nuove che dovranno
presiedere all'assegnazione degli immobili, nel periodo in
cui gli enti continueranno ad essere locatori di immobili
(sarà un periodo transitorio, ma certamente importante),
ho già detto prima qual è il principio: occorre che i
criteri siano uniformi tra i vari enti, precisi e
applicati con la massima-trasparenza, il che vuol dire,
anzitutto, pubblicità, che effettivamente finora non è
stata sufficiente. Tra le regole più importanti ne ho già
ricordate due: una è la riserva a favore degli sfrattati,
ma andrà precisato che si deve trattare di sfratti
esecutivi e non, per esempio, per morosità, e che
all'interno di quella categoria occorrerà tener conto
delle condizioni familiari e di bisogno; il secondo
criterio, che dovrà essere confermato e diffuso, cioè
esteso anche agli enti che non lo applicano, è quello
della riserva a favore dei dipendenti in mobilità per
ragioni di servizio.
Più discutibile, ma mi riservo di approfondirla, è la
questione, che viene anche indicata in qualche mozione, di
una preferenza, o riserva, a favore dei dipendenti, delle
categorie che si occupano di previdenza (questa è una
materia particolarmente delicata che concerne soggetti,
come dirigenti, giornalisti, eccetera). Questi criteri
dovranno essere uniformemente applicati, quindi sarà
auspicabile, almeno per gli enti maggiori, che vi siano
forme di graduatorie unificate.
Oltre ai due criteri già indicati, gli altri oggettivi
sono quelli che si ritrovano nella prassi di qualche ente,
ma che non sono stati uniformemente diffusi, è sono: il
livello del reddito del nucleo familiare, la composizione
del nucleo, la presenza - sia come quantità che come
qualità - di anziani, di giovani coppie che, com'è stato
ricordato, hanno particolari difficoltà nell'accesso alla
casa. Questi criteri oggettivi devono essere rigorosamente
applicati per tutta l'area che rimarrà - e finché rimarrà
tale - a canoni controllati.
Gli immobili di pregio, come ho detto, possono essere i
primi per i quali riferirsi a prezzi di mercato: ma se si va in
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quella direzione, com'è giusto, occorrerà attribuire le
abitazioni a favore dei migliori offerenti. La questione è
delicata perché, trattandosi di enti pubblici, occorrerà
trovare una formula di autoregolazione, quale una soglia
minima, dalla quale partire per l'offerta.
Si pone poi un problema, che è stato sollevato anche oggi,
per il resto del patrimonio, cioè per quello non di
pregio, quello normale degli enti previdenziali. E'
auspicabile - e formulerò una proposta in tal senso - che
si escluda l'accesso, a questo, che è un bene scarso, di
soggetti che, avendo un reddito familiare superiore ad un
certo livello (che si può stabilire), possono permettersi
di attingere ad altre fonti. E' chiaro che, per evitare
elusioni, occorrerà procedere ad accertamenti fiscali
specifici, affinché non si registrino distorsioni
nell'applicazione di questa regola che mi pare
ragionevole. Nel corso del dibattito è stato anche
proposto di escludere dall'accesso a questa fascia di beni
a canone protetto le personalità pubbliche, così almeno ho
inteso. E' un suggerimento che si può considerare; logica
vorrebbe che, almeno dal punto di vista deontologico,
persone con influenza pubblica non competessero su una
quota di beni come questa.
Resta ancora - sempre per quanto riguarda i criteri di
assegnazione, ed intendo confermarla - una quota di
riserva per le famiglie con reddito particolarmente basso.
Questa regola va accordata con quella esistente per
l'edilizia residenziale pubblica; ma su questo mi pare di
aver trovato anche nel dibattito molte convergenze. Meno
convergenti, invece, sono le indicazioni sulla futura
determinazione dei canoni, o meglio mi pare di aver colto
anche qui un consenso circa l'opportunità che una
categoria di immobili di pregio, di qualità vada locata a
prezzi di mercato.
Invece, per la gran parte dell'attuale patrimonio
immobiliare degli enti sostanzialmente il 90 per cento -,
in merito al problema della determinazione dei canoni in
futuro si pone la necessità del contemperamento di
esigenze di economicità degli enti e bisogno di tutela
sociale, che permane. E' un'attività di bilanciamento
molto complessa, che non si può banalizzare e nella quale
ci siamo esercitati per moltissime altre leggi.
Ecco il nesso con la politica della casa: finché la casa
pubblica rimane un bene qualitativamente e
quantitativamente scarso la pressione sugli enti
previdenziali a svolgere funzioni di supplenza sarà forte
e sarà quindi anche pesante la resistenza ad adeguare i
canoni a livelli più alti. E' un'esigenza che condivido,
ma mi faccio anche carico della necessità di
contemperamento; molti hanno sollevato la questione, ma
nelle dichiarazioni di esponenti dei vari gruppi si
afferma tutto e il contrario di tutto: si vuole
l'economicità ma anche la tutela del soggetti bisognosi o
comunque non facoltosi attraverso gli stessi enti e gli
stessi alloggi. E' chiaro che non possono farsi insieme le
due cose; nel periodo che abbiamo davanti occorrerà dunque
trovare un difficile punto di equilibrio fra le due
esigenze ricordate, entrambe storicamente forti. Qualche
anno fa si è data la netta preferenza alla tutela e si è
largamente messo in secondo piano l'aspetto
dell'economicità; adesso i tempi sollecitano di muoversi
nella seconda direzione. Ripeto, tuttavia, che non
dobbiamo nasconderci; se siamo realisti dobbiamo
fronteggiare il problema.
Sono dell'avviso che il metodo più opportuno per adeguare
gli affitti della fascia in questione (non penso agli
immobili di pregio o a quanto deve essere riservato al
poveri) sia quello indicato anche dall'VIII Commissione
della Camera: affidare tale adeguamento che, ripeto, è
necessario, a forme di contrattazione collettiva. A mio
giudizio è un sistema più adeguato rispetto alla
fissazione di parametri rigidi. Come è stato detto in
qualche intervento (da Formenti, credo, e da qualche
altro) il metodo della contrattazione è apprezzabile in
quanto flessibile e tiene conto, tra l'altro, che il
territorio nazionale non è omogeneo; si deve trattare,
quindi, di parametri indicativi adattabili alle diverse
realtà regionali.
Credo che quella indicata sia una strada che, sebbene non
perfetta, può portare ad un progressivo adeguamento dei
canoni che tenga conto anche dei redditi familiari,
superando la circolare Cristofori senza rigidità e traumi.
Ripeto che forse è la scelta più delicata e va rapportata
con la politica generale della casa. Per quanto mi riguarda
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sono disponibile, anche se non è, se non in parte, mia
competenza collaborare con la Commissione interessata
perché si vada in questa direzione.
Dal dibattito ho tratto la conclusione che servono
chiarezza per il passato (sono a disposizione, lo
ribadisco) ed atti concreti; la concretezza è stata
chiesta da molti ed io intendo procedere con altrettanta
determinazione.
Il primo impegno (che ritrovo anche in alcune mozioni e
nella risoluzione Formenti ed altri n. 6-00022) è di
riferire quanto prima al Parlamento i risultati -
dovrebbero pervenire tra breve - del lavoro della
commissione d'indagine sulla gestione degli immobili. Il
secondo impegno è di trarre le conseguenze dagli
accertamenti compiuti dalla commissione richiamata e da
altri strumenti di indagine; conseguenze anche in ordine
alle responsabilità, che possono essere diverse e che
dovranno essere valutate con rigore ma senza indebite
generalizzazioni. Terzo impegno è di presentare subito una
bozza di decreto legislativo che tenga conto dei princìpi
che ho indicato in precedenza e che sono ricordati anche
nella risoluzione cui ho fatto riferimento (penso al
perseguimento degli obiettivi di trasparenza e di
economicità con la necessaria gradualità).
Nell'elaborare tale proposta - come ho detto poc'anzi -
intendo pormi in sintonia con il lavoro svolto dalle altre
amministrazioni competenti sul tema della casa, nonché con
l'attività intrapresa dall'VIII Commissione della Camera.
Ritengo che la larga convergenza registratasi in tale
Commissione sia un fatto positivo e da valorizzare.
Infine, nel tempo più breve possibile, ritengo non oltre
la metà di ottobre, credo che potremo disporre degli
elementi essenziali sia per formulare un giudizio più
pacato ma non indulgente delle gestioni passate, sia per
avviare una modifica razionale ed efficace delle regole,
il che rappresenta la garanzia non solo giuridica ma anche
politica che simili episodi scandalosi non si ripetano.
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