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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XII Legislatura

Documento


1402
DDL0083-0002
Progetto di legge Camera n. 83 - testo presentato - (DDL12-83)
(suddiviso in 3 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C83. TESTIPDL
...C83.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC83 ZZ12 ZZRL ZZPR
    Onorevoli Colleghi! -- La legge 16 febbraio 1942, n.426,
  istitutiva del CONI introdusse anche la Federazione italiana
  della caccia (allora l'unica associazione venatoria italiana)
  tra le associazioni federate al CONI stesso.  Tale decisione,
  che permise alla Federcaccia di disporre di un finanziamento
  pubblico, che oggi si aggiunge all'altro finanziamento
  disposto dall'articolo 24 della legge 11 febbraio 1992, n.
  157, poteva essere giustificata all'epoca per due ordini di
  motivi: 1) non si era ancora sviluppata nel Paese e nel mondo
  la coscienza ecologica che, dagli anni '60 in poi, ha prodotto
  nell'opinione pubblica un'opposizione alla caccia, di cui si
  chiede la limitazione, se non la totale abolizione; 2) il
  regime fascista aveva interesse ad incrementare la caccia, in
  cui vedeva una sorta di preparazione pre-militare a causa
  dell'uso e della dimestichezza con le armi, come dimostrò
  anche nel 1923 (legge 24 giugno 1923, n.1420) quando permise
  ai cacciatori di entrare nei fondi privati, creando così
  un'anomalia rispetto all'intera Europa, che dura tuttora.
    Poiché scopo istituzionale del CONI è quello di
  incrementare lo sport (articolo 2 della legge 16 febbraio
  1942, n.426), occorre innanzitutto stabilire che cosa si
  intende per sport, e quindi vedere se la caccia può rientrare
  nella sua definizione.  Su questo punto le opinioni sono
  divise, ma si deve convenire ad ogni modo che alla caccia
  manca una caratteristica della maggior parte degli sport, e
  cioè l'aspetto competitivo, sia sotto forma di gare che di
  primati che l'atleta si sforza di migliorare.
 
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  Essendo infatti la caccia di per sè distruttiva, la
  competitività non potrebbe non accentuarne la distruttività
  stessa: infatti le stesse associazioni venatorie cercano di
  non mettere l'accento sulla competitività, ma anzi hanno
  inventato la figura (astratta) del cacciatore-ecologo, il
  quale, ben lungi dall'uccidere quante più prede possibili,
  dovrebbe invece far uso limitato delle armi e volgere più
  l'attenzione al controllo del bracconaggio, ai censimenti
  della selvaggina, alla prevenzione degli incidenti, tutte
  attività certamente molto utili se venissero praticate, ma
  certamente non sportive.  Se quindi la caccia poteva avere una
  componente competitiva (e quindi sportiva) in passato, oggi le
  esigenze della conservazione della natura pongono la caccia di
  fronte al dilemma: o essere competitiva, e quindi anche
  distruttiva, autocondannandosi a essere messa al più presto al
  bando; oppure far credere all'opinione pubblica, per potere
  sopravvivere, di rinunciare al concetto stesso di
  competizione, e in questo caso aver sempre meno titolo ad
  essere considerata come uno sport.
    Per inciso, si tenga presente che:
      la caccia non è una delle specialità ammesse alle
  olimpiadi;
      le notizie concernenti la caccia non vengono abitualmente
  riferite nelle pagine sportive dei quotidiani, ma in quelle
  relative alla cronaca;
      molti psicologi (Washburn, Menninger, Servadio,
  Giambelluca, Sicuteri) considerano la caccia come espressione
  di nevrosi, e ciò è in singolare contraddizione con la
  caratteristica citata in quasi tutte le definizioni di sport,
  secondo le quali esso deve mirare al miglioramento non solo
  fisico, ma anche psichico dell'individuo.
    Abbiamo visto che l'inclusione della Federcaccia nel CONI
  ha come conseguenza il godimento, da parte della Federcaccia,
  di un finanziamento pubblico in aggiunta a quello stabilito
  dall'articolo 24 della legge n.157 del 1992, ammontante circa
  a tre miliardi e duecentoundici milioni.  Già nel 1975 la Corte
  dei conti, nella sua relazione al Parlamento sulla gestione
  finanziaria della Federcaccia per gli anni 1960-1973, si era
  pronunciata molto duramente contro tale finanziamento e l'uso
  che ne veniva fatto.  Premesso che l'articolo 9 della
  Costituzione stabilisce che la Repubblica "tutela il
  paesaggio", la Corte rilevava che per "paesaggio" si deve
  intendere l'ambiente naturale in cui i singoli elementi
  (flora, fauna, formazioni idro-geologiche) vivono e
  interagiscono.  Lo Stato ha pertanto, secondo la Corte, il
  dovere di "vietare, o quanto meno di astenersi dall'agevolare
  ogni atto che ne rappresenti minaccia o turbativa".  Pertanto
  "il finanziamento pubblico delle associazioni venatorie,
  l'attività dei cui aderenti in principio e per i modi in cui
  di fatto si svolge di certo non concorre al fine di tutela
  dell'ambiente naturale, e in particolare della fauna, può
  considerarsi non in contrasto con il precetto
  costituzionale... solo in quanto le stesse associazioni
  contribuiscano... alla realizzazione... della tutela
  dell'ambiente".  Dopo aver rilevato che alle associazioni
  venatorie sono anche affidati alcuni compiti che possono
  definirsi d'interesse pubblico, che però sarebbero meglio
  espletati da amministrazioni pubbliche, e che la Federcaccia
  non è stata in grado di espletare i compiti statutari,
  specialmente quelli rivolti al soddisfacimento d'interessi di
  rilevanza pubblica, la Corte concludeva che i contributi
  devono essere erogati "per il finanziamento di attività
  tecniche specifiche approvate dal Ministero dell'agricoltura e
  delle foreste, sotto la vigilanza di quest'ultimo".
    L'esclusione delle Federcaccia dal CONI avrebbe quindi
  anche il vantaggio di far cessare, almeno in parte, questa
  evidente violazione della Costituzione, da tempo denunciata
  dalla Corte dei conti.
    Va infine rilevato che la grande maggioranza dell'opinione
  pubblica è ormai favorevole alla totale abolizione della
  caccia, sia per motivi di tutela della natura e dell'ambiente,
  sia perché essa causa sofferenze agli animali, che sono esseri
  sensibili e capaci di soffrire al pari dell'uomo.
    Già molti anni fa alcuni studiosi, come il professor Carlo
  Consiglio e il professor
 
                               Pag. 3
 
  Adriano Buzzati Traverso, hanno dato vita ad un comitato per
  l'abolizione della caccia al quale hanno aderito molti
  studiosi e cittadini.  Cinque successivi sondaggi d'opinione
  effettuati tra il 1976 e il 1984 hanno indicato che una
  percentuale oscillante fra il 53 e il 67 per cento delle
  persone è favorevole a tale abolizione.  Tutti questi cittadini
  si sentono offesi dal
  fatto che una parte delle imposte che essi versano all'Erario
  venga utilizzata per finanziare un'attività contraria ai loro
  sentimenti, tanto che sono state recentemente avanzate
  proposte per un'obiezione fiscale da effettuarsi detraendo
  dalle imposte una percentuale corrispondente a quella che lo
  Stato spende per finanziare simili attività.
 
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