| Onorevoli Colleghi! -- La legge 16 febbraio 1942, n.426,
istitutiva del CONI introdusse anche la Federazione italiana
della caccia (allora l'unica associazione venatoria italiana)
tra le associazioni federate al CONI stesso. Tale decisione,
che permise alla Federcaccia di disporre di un finanziamento
pubblico, che oggi si aggiunge all'altro finanziamento
disposto dall'articolo 24 della legge 11 febbraio 1992, n.
157, poteva essere giustificata all'epoca per due ordini di
motivi: 1) non si era ancora sviluppata nel Paese e nel mondo
la coscienza ecologica che, dagli anni '60 in poi, ha prodotto
nell'opinione pubblica un'opposizione alla caccia, di cui si
chiede la limitazione, se non la totale abolizione; 2) il
regime fascista aveva interesse ad incrementare la caccia, in
cui vedeva una sorta di preparazione pre-militare a causa
dell'uso e della dimestichezza con le armi, come dimostrò
anche nel 1923 (legge 24 giugno 1923, n.1420) quando permise
ai cacciatori di entrare nei fondi privati, creando così
un'anomalia rispetto all'intera Europa, che dura tuttora.
Poiché scopo istituzionale del CONI è quello di
incrementare lo sport (articolo 2 della legge 16 febbraio
1942, n.426), occorre innanzitutto stabilire che cosa si
intende per sport, e quindi vedere se la caccia può rientrare
nella sua definizione. Su questo punto le opinioni sono
divise, ma si deve convenire ad ogni modo che alla caccia
manca una caratteristica della maggior parte degli sport, e
cioè l'aspetto competitivo, sia sotto forma di gare che di
primati che l'atleta si sforza di migliorare.
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Essendo infatti la caccia di per sè distruttiva, la
competitività non potrebbe non accentuarne la distruttività
stessa: infatti le stesse associazioni venatorie cercano di
non mettere l'accento sulla competitività, ma anzi hanno
inventato la figura (astratta) del cacciatore-ecologo, il
quale, ben lungi dall'uccidere quante più prede possibili,
dovrebbe invece far uso limitato delle armi e volgere più
l'attenzione al controllo del bracconaggio, ai censimenti
della selvaggina, alla prevenzione degli incidenti, tutte
attività certamente molto utili se venissero praticate, ma
certamente non sportive. Se quindi la caccia poteva avere una
componente competitiva (e quindi sportiva) in passato, oggi le
esigenze della conservazione della natura pongono la caccia di
fronte al dilemma: o essere competitiva, e quindi anche
distruttiva, autocondannandosi a essere messa al più presto al
bando; oppure far credere all'opinione pubblica, per potere
sopravvivere, di rinunciare al concetto stesso di
competizione, e in questo caso aver sempre meno titolo ad
essere considerata come uno sport.
Per inciso, si tenga presente che:
la caccia non è una delle specialità ammesse alle
olimpiadi;
le notizie concernenti la caccia non vengono abitualmente
riferite nelle pagine sportive dei quotidiani, ma in quelle
relative alla cronaca;
molti psicologi (Washburn, Menninger, Servadio,
Giambelluca, Sicuteri) considerano la caccia come espressione
di nevrosi, e ciò è in singolare contraddizione con la
caratteristica citata in quasi tutte le definizioni di sport,
secondo le quali esso deve mirare al miglioramento non solo
fisico, ma anche psichico dell'individuo.
Abbiamo visto che l'inclusione della Federcaccia nel CONI
ha come conseguenza il godimento, da parte della Federcaccia,
di un finanziamento pubblico in aggiunta a quello stabilito
dall'articolo 24 della legge n.157 del 1992, ammontante circa
a tre miliardi e duecentoundici milioni. Già nel 1975 la Corte
dei conti, nella sua relazione al Parlamento sulla gestione
finanziaria della Federcaccia per gli anni 1960-1973, si era
pronunciata molto duramente contro tale finanziamento e l'uso
che ne veniva fatto. Premesso che l'articolo 9 della
Costituzione stabilisce che la Repubblica "tutela il
paesaggio", la Corte rilevava che per "paesaggio" si deve
intendere l'ambiente naturale in cui i singoli elementi
(flora, fauna, formazioni idro-geologiche) vivono e
interagiscono. Lo Stato ha pertanto, secondo la Corte, il
dovere di "vietare, o quanto meno di astenersi dall'agevolare
ogni atto che ne rappresenti minaccia o turbativa". Pertanto
"il finanziamento pubblico delle associazioni venatorie,
l'attività dei cui aderenti in principio e per i modi in cui
di fatto si svolge di certo non concorre al fine di tutela
dell'ambiente naturale, e in particolare della fauna, può
considerarsi non in contrasto con il precetto
costituzionale... solo in quanto le stesse associazioni
contribuiscano... alla realizzazione... della tutela
dell'ambiente". Dopo aver rilevato che alle associazioni
venatorie sono anche affidati alcuni compiti che possono
definirsi d'interesse pubblico, che però sarebbero meglio
espletati da amministrazioni pubbliche, e che la Federcaccia
non è stata in grado di espletare i compiti statutari,
specialmente quelli rivolti al soddisfacimento d'interessi di
rilevanza pubblica, la Corte concludeva che i contributi
devono essere erogati "per il finanziamento di attività
tecniche specifiche approvate dal Ministero dell'agricoltura e
delle foreste, sotto la vigilanza di quest'ultimo".
L'esclusione delle Federcaccia dal CONI avrebbe quindi
anche il vantaggio di far cessare, almeno in parte, questa
evidente violazione della Costituzione, da tempo denunciata
dalla Corte dei conti.
Va infine rilevato che la grande maggioranza dell'opinione
pubblica è ormai favorevole alla totale abolizione della
caccia, sia per motivi di tutela della natura e dell'ambiente,
sia perché essa causa sofferenze agli animali, che sono esseri
sensibili e capaci di soffrire al pari dell'uomo.
Già molti anni fa alcuni studiosi, come il professor Carlo
Consiglio e il professor
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Adriano Buzzati Traverso, hanno dato vita ad un comitato per
l'abolizione della caccia al quale hanno aderito molti
studiosi e cittadini. Cinque successivi sondaggi d'opinione
effettuati tra il 1976 e il 1984 hanno indicato che una
percentuale oscillante fra il 53 e il 67 per cento delle
persone è favorevole a tale abolizione. Tutti questi cittadini
si sentono offesi dal
fatto che una parte delle imposte che essi versano all'Erario
venga utilizzata per finanziare un'attività contraria ai loro
sentimenti, tanto che sono state recentemente avanzate
proposte per un'obiezione fiscale da effettuarsi detraendo
dalle imposte una percentuale corrispondente a quella che lo
Stato spende per finanziare simili attività.
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