| Onorevoli Colleghi! -- Le enormi carenze delle
strutture, dei mezzi economici, dell'assistenza in generale
che lo Stato italiano fornisce alle famiglie, quando c'è una
famiglia, dei soggetti handicappati sono a tutti note.
Non è però ammissibile che una nazione tecnologicamente
avanzata, che, a torto o a ragione, si pone tra i Paesi più
ricchi e sviluppati del mondo, alle soglie del secondo
millennio sia, dal punto di vista legislativo e regolamentare,
ancora così colpevolmente arretrata rispetto alle esigenze di
cittadini che hanno la stessa dignità, gli stessi diritti
degli altri, ed affidi la cura dei piu sfortunati all'opera,
mai troppo apprezzata ed agevolata, del volontariato.
E tuttavia la sede più adatta, la sede naturale per
cominciare a prestare la necessaria assistenza e, quel che più
conta,
l'unica in grado di dare agli handicappati l'affetto
istintivo, l'amore di cui ogni essere umano si nutre, è, e
rimarrà sempre, la famiglia.
Anche il diritto, che segue sempre con ritardo la società
civile che avanza secondo una coscienza ed una sensibilità
nuove e più alte, sta fortunatamente prendendo atto di ciò, e
la tendenza, sia nella produzione normativa, sia nell'opera di
interpretazione ed applicazione da parte dei giudici, sembra
diretta nel senso di far sì che dove vi sia un bambino, lì,
nei limiti di quanto è umanamente possibile, debba esservi una
famiglia, e questa debba essere incoraggiata ed agevolata.
Una famiglia, non un istituto o un orfanotrofio!
Esistono attualmente alcune leggi volte ad agevolare i
genitori nella loro opera di assistenza al figlio
handicappato. In particolare,
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per quelli che lavorano, lo Stato prevede la
concessione di benefìci che vanno dalla possibilità di
prolungare sino a tre anni il periodo di astensione
facoltativa dal lavoro a quella di ottenere permessi
retribuiti.
In modo del tutto inconcepibile, però, tali benefìci
vengono concessi soltanto se ambedue i genitori lavorano.
Risultano così premiati i genitori che lavorano, non
occupandosi direttamente per la gran parte del giorno dello
sviluppo del bambino, mentre le coppie che decidono di seguire
direttamente il bambino ed essere protagoniste del progetto
riabilitativo, con uno dei due genitori che quindi lavora in
casa, vengono ingiustamente penalizzate, in base al
presupposto che il genitore che sta in casa "non compie alcuna
attività lavorativa".
Ciò appare palesemente ingiusto e sicuramente non
incoraggia il ruolo della famiglia come protagonista dello
sviluppo del progetto riabilitativo, affettivo e sociale.
Incoraggia, al contrario, i genitori ad andare
a lavorare, promettendo il "premio" delle ferie
aggiuntive, ed a trascurare il minore handicappato e
l'importanza della famiglia.
I benefìci previsti devono essere concessi anche nel caso
in cui lavoratore sia uno solo dei genitori, ferme restando le
altre condizioni previste dalla legge.
La presente proposta di legge non pretende di risolvere
questa complessa problematica: è anzi solo un piccolo passo
nella direzione di una maggiore valorizzazione del ruolo della
famiglia su questi temi.
Tuttavia, in attesa di altri e più completi dispositivi che
affrontino con serietà e fuori dall'ottica della continua
emergenza i problemi dell' handicap, le misure in questa
sede proposte ci sembrano non semplicemente auspicabili od
opportune ma doverose, almeno per porre rimedio
all'irriducibile contraddittorietà della normativa in vigore
ed alle inammissibili sperequazioni che essa crea.
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