Banche dati professionali (ex 3270)
Testi integrali degli Atti Parlamentari della XII Legislatura

Documento


15340
DDL1310-0002
Progetto di legge Camera n. 1310 - testo presentato - (DDL12-1310)
(suddiviso in 19 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C1310. TESTIPDL
...C1310.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC1310 ZZ12 ZZRL ZZPR
    Onorevoli  Colleghi! -- A)  Apicoltura: situazione
  internazionale e nazionale.
    In quasi tutti i Paesi del mondo esiste l'attività di
  apicoltura; si calcola che gli apicoltori siano più di sei
  milioni e circa 50 milioni siano gli alveari, con una
  produzione annua di circa 1 milione e 200 mila tonnellate di
  miele.
    I maggiori produttori sono la Cina, la Russia, gli Stati
  Uniti, e subito dopo l'Argentina, il Canada e il Messico.
    I Paesi comunitari producono circa l'8 per cento del miele
  mondiale, più di 100 mila tonnellate nel 1991, con un
  incremento del 3,3 per cento rispetto al 1990.  Vi è nei Paesi
  della Unione europea una espansione di questo settore, le
  maggiori produzioni si sono avute in Germania, in
  Spagna, in Francia ed in Italia.  Nei Paesi della Unione
  europea si ha un consumo annuo di più di 200 mila tonnellate e
  nel 1990 si è avuto un incremento dei consumi del 2,2 per
  cento.  La Germania è il Paese in cui si ha il maggior consumo
  pro capite  annuo, (chilogrammi 1,5), seguita dalla
  Grecia e Danimarca, rispettivamente con 1,3 e 0,8
  chilogrammi.
    La Unione europea ha importato nell'anno 1990 circa 150
  mila tonnellate, la Germania è il Paese che assorbe più del 50
  per cento del miele importato, seguita dal Regno Unito con il
  18 per cento e, quindi dagli altri Paesi.
    Le importazioni sono andate aumentando costantemente negli
  ultimi anni, da circa 80 mila tonnellate del 1975 a quelle
  attuali.
 
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    Le esportazioni della Comunità europea sono decisamente più
  basse delle importazioni, circa 30 mila tonnellate annue, le
  esportazioni sono state effettuate quasi per il 50 per cento
  dalla Germania.
    A livello comunitario abbiamo, quindi, una produzione non
  sufficiente a far fronte al fabbisogno interno; il grado di
  autoapprovvigionamento è del 47 per cento.
    L'apicoltura italiana ha una tradizione antica.  Nei
  censimenti del 1928 e del 1933 erano 100 mila gli apicoltori,
  con circa 600 mila alveari.  Poco prima della guerra vi era
  circa 1 milione di alveari, con una produzione stimata attorno
  a 100 mila quintali di miele.  La guerra dimezzò il patrimonio
  apistico e la sua ricostituzione è stata estremamente
  difficile a causa delle profonde trasformazioni del settore
  primario.  Intorno agli anni 70 è iniziata una lenta ripresa
  incentivata anche dalla politica comunitaria e da un maggiore
  interesse dei coltivatori.
    E' difficile fare una stima precisa del numero degli
  apicoltori e degli alveari e quindi della produzione annua di
  miele.  Quasi sempre i dati ISTAT contrastano con quelli
  forniti dalle organizzazioni apistiche e le differenze non
  sono di poco conto.  Per fare un esempio nel 1985 l'ISTAT
  censiva 370 mila alveari, le organizzazioni apistiche (FAI) ne
  censivano 850 mila (vedi tabella 1).
    Vi è stata nel nostro Paese una espansione del settore con
  crescita del numero delle aziende, degli alveari e del miele
  prodotto (vedi tabella 2) nonostante le difficoltà del mercato
  l'esplodere della varroasi, e la assoluta disattenzione
  politica verso il settore.
    L'alveare non produce solo miele, ma anche altri prodotti,
  dalla cera al polline, dai propoli alla pappa reale, dall'ape
  regina agli sciami, per ottenere i quali l'apicoltore deve
  raggiungere un alto grado di professionalità.  La tipologia
  delle imprese apistiche è, secondo i dati contraddittori e
  oscillanti delle rilevazioni, quella che emerge dalla tabella
  numero 3.
    I professionisti sono quelli che hanno un numero di alveari
  che vanno dalle 2300 unità per azienda a cifre molto più
  elevate, i semiprofessionisti sono quelli che esercitano anche
  altre attività.  Gli hobbisti hanno un numero di alveari
  modesto e l'attività di apicoltura è assolutamente
  complementare ad altre.  Una indagine ISMEA definisce le
  dimensioni delle aziende secondo quanto riportato dalla
  tabella 4.  Il numero complessivo di addetti al comparto
  apistico può essere stimato in circa 20 mila unità, in questa
  cifra tuttavia non si comprende l'indotto.
    Si calcola che il valore del miele prodotto in un anno si
  aggiri intorno ai 40-45 miliardi di fatturato e che l'intero
  fatturato del settore superi i 70 miliardi.
    Il valore aggiunto che l'apicoltura produce attraverso
  l'attività di impollinazione si calcola che raggiunga i 3.000
  miliardi.
    In Italia il consumo  pro capite  di miele è
  relativamente basso se confrontato alle altre nazioni europee.
  In questi ultimi anni, comunque, si è registrato un
  apprezzabile aumento (vedi tabella 5), a causa di una maggiore
  sensibilità verso i prodotti naturali di qualità.
    La produzione annua si aggira attorno alle 10-12 mila
  tonnellate di fronte a un fabbisogno di circa 23 mila.
    Emerge pertanto un  deficit  molto elevato e siamo
  costretti ad importare miele da altri paesi.  Il prezzo del
  miele da importazione è molto più basso del costo di
  produzione del miele italiano.  I prezzi medi, compreso il
  dazio di circa il 26 per cento erano fino al 1989 quelli
  visibili alla tabella 6.
    Il miele argentino nel 1987 veniva importato in Italia a
  1.420 lire al kg, compreso il dazio doganale; molto
  competitivo è stato in questi anni il miele tedesco che non ha
  mai superato le 2.500 lire al kg.  Il dazio doganale non è
  sufficiente quindi a colmare il divario tra il costo di
  produzione del miele italiano e il prezzo di vendita di quello
  straniero.  Il nostro prodotto, pertanto, è potenzialmente
  fuori mercato poiché non è possibile contenere i costi di
  produzione al di sotto di un certo limite.
    Le importazioni italiane provengono dai Paesi del
  continente americano, per il
 
                               Pag. 3
 
  46 per cento; da quelli dell'est europeo, per il 25 per
  cento, dalla Comunità europea soprattutto dalla Germania, per
  il 22 per cento ecc.  Nell'ultimo decennio le importazioni si
  sono decuplicate.
  B)  Importanza dell'apicoltura.
    Il settore apistico è stato nel nostro Paese ingiustamente
  trascurato.  Poco ci si è preoccupati di questa attività
  produttiva, della trasformazione e commercializzazione dei
  suoi prodotti, degli aspetti biologici e sanitari degli
  alveari.  Lo scarso interesse per l'apicoltura, soprattutto da
  parte del Governo e degli enti pubblici è dovuto a varie
  cause: al modesto reddito che dalle api si ottiene, al numero
  di occupati nel settore, alla presenza di molti hobbisti, al
  fatto che non ci si è resi conto della grande funzione che le
  api svolgono per l'economia e l'ambiente.
    Si è tardato molto a riconoscere, anche per assenza di dati
  certi, che l'apicoltura è un settore strategico per le
  produzioni agricole.
    A questo riguardo ci sono studi e ricerche che dimostrano
  che circa 40 mila miliardi del prodotto lordo vendibile in
  agricoltura risulta legato all'attività di impollinazione
  delle api.
    Il massiccio impiego di fitofarmaci tossici e non
  selettivi, la pratica di monocolture su vaste estensioni, la
  meccanizzazione, la scomparsa di cespugli e di essenze
  spontanee, hanno provocato da un lato la quasi totale
  scomparsa degli insetti utili, e dall'altro la comparsa di
  altri organismi dannosi, che resistono anche all'uso dei
  pesticidi.  A questo va aggiunto il fatto che oggi vi è la
  tendenza ad utilizzare in frutticoltura  cultivar
  autosterili e di usare sementi ibride che dipendono da
  impollinazione incrociata.  In questa situazione il servizio di
  impollinazione delle api è essenziale.  Per alcune colture
  l'unica forma valida di impollinazione è quella entemofila, la
  produttività e la riproduzione del soggetto vegetale sono oggi
  quindi garantite dalle api.
    L'azione impollinatrice delle api è indispensabile anche
  per equilibri ecologici della flora spontanea.
    Un calcolo per difetto ci porta a dire che l'intervento
  delle api sulle piante e sugli alberi da frutto attraverso
  l'impollinazione assicura all'agricoltura italiana un
  incremento produttivo valutabile attorno ai 3 mila miliardi di
  lire all'anno.
    L'ape è quindi un fattore produttivo dell'economia.
  L'agricoltore, soprattutto per le colture specializzate, non
  può più limitarsi a preoccuparsi solo del clima, della
  concimazione, della potatura, della lotta ai parassiti, ma
  deve pensare soprattutto a come ottimizzare l'impollinazione e
  quindi l'impiego delle api.
    In questo quadro lo sviluppo delle produzioni di qualità
  reclamano anche un uso di prodotti che non distruggano gli
  insetti che sono a loro servizio.  Le api sono degli insetti
  che si rilevano sensibili agli anticrittogamici, agli
  insetticidi e quindi possono diventare strumento di controllo
  della pericolosità e nocività di questi prodotti e
  dell'inquinamento del territorio.
  C)  Produzione, commercializzazione: vincoli
  strutturali.
    In Italia grazie alle condizioni geografiche e climatiche
  favorevoli e alla professionalità degli apicoltori, produciamo
  più di 30 tipi di miele pregiato.  Tuttavia l'apicoltura del
  nostro Paese non si sviluppa come dovrebbe a causa di alcuni
  rilevanti vincoli di carattere strutturale, ambientale,
  giuridico, sanitario e politico.
    In molte zone del Paese, in seguito alla meccanizzazione e
  alla specializzazione colturale, si è sviluppata la
  monocoltura che, modificando interi ecosistemi, ha comportato
  la riduzione della disponibilità e della varietà floreali;
  nelle zone di collina e di montagna si va perdendo la
  copertura arborea, arbustiva ed erbacea e gli ecosistemi
  boschivi si sono profondamente modificati.
    La meccanizzazione, le monocolture e l'agricoltura
  intensiva hanno portato all'uso massiccio di diserbanti e
  pesticidi
 
                               Pag. 4
 
  anche durante il periodo della fioritura con conseguente
  moria di api e a volte di interi apiari.
    I costi di produzione del miele in Italia per carenze
  strutturali ed organizzative, sono molto superiori a quelli di
  quasi tutti gli altri Paesi comunitari e non solo.  Gli
  apicoltori italiani riescono a produrre e a vendere perché
  accettano una remuneratività della manodopera e dei capitali
  investiti al di sotto delle quotazioni di mercato.  La Germania
  attua una vera e propria concorrenza sleale, in quanto importa
  miele dai paesi extraeuropei a prezzi bassi, lo lavora, lo
  confeziona e lo riesporta nei paesi della Comunità Europea,
  molto in Italia, a prezzi inferiori a quelli del costo di
  produzione dei nostri mieli.
    I bassi prezzi dei mieli in Italia sono dovuti anche alla
  polverizzazione della offerta che riduce il potere
  contrattuale degli apicoltori e al fatto che essi sono imposti
  da poche aziende agroalimentari.
    Vi è polverizzazione delle aziende, tutte piccole, e questo
  è un pesante ostacolo allo sviluppo dell'apicoltura, perché in
  questa tipologia di aziende è difficile attuare criteri di
  imprenditorialità e di professionalità molto elevata.
    Le aziende non sono dotate di attrezzature tecnologicamente
  avanzate; non sono diffuse strutture consortili, cooperative
  idonee allo stoccaggio, alla lavorazione e al confezionamento
  del miele.
    Esiste un problema di mercato sia per quanto attiene i
  controlli sulla qualità dei prodotti che non sono sufficienti
  a mettere i produttori al riparo dalla concorrenza sleale e
  soprattutto non si è riusciti a definire un corretto ed
  equilibrato rapporto fra produzione e commercializzazione.
  Occorre rapidamente definire il quadro normativo per i
  prodotti tipici, di origine protetta, e le specificità
  alimentari ai sensi dei regolamenti CEE 2081 e 2082 del
  1992.
    Manca una adeguata assistenza sanitaria, sono carenti le
  strutture diagnostiche che potrebbero sostenere e risolvere i
  problemi degli apicoltori.  L'intervento sanitario è impostato
  più sulla repressione che sulla prevenzione, questo produce
  ostacoli al nomadismo, non migliora le conoscenze degli
  apicoltori.
    Non si fa politica di ricerca e sperimentazione, i mezzi a
  disposizione sono limitati e manca il coordinamento fra
  diverse iniziative.  La ricerca dovrebbe coprire invece il
  settore della produzione, quello sanitario, la vita e
  l'attività delle api, il miglioramento genetico e il rapporto
  apiambiente.  La stessa formazione professionale degli addetti
  dovrebbe collegarsi con questo quadro di riferimento per
  conseguire innovazioni produttive e miglioramenti qualitativi
  e ambientali.
    La situazione legislativa presenta carenze macroscopiche:
  l'apicoltura è regolata, nella sostanza, ancora dalla legge n.
  562 del 1926 e non si è riusciti ad ottenere ancora una nuova
  legge quadro.  Anche gli strumenti normativi più recenti sono
  disattesi o inattuati, ci riferiamo: al piano specifico di
  intervento del settore apistico, emanato dal Ministero
  dell'agricoltura, approvato dal CIPE il 28 giugno 1990, in
  attuazione della legge n. 752 del 1986.  Gli impegni delineati
  in tale pur notevole documento programmatico sono
  sostanzialmente disattesi.  Ci riferiamo inoltre alla legge sul
  miele n. 753 del 1982 in attuazione della direttiva
  comunitaria sulla armonizzazione delle legislazioni
  concernenti il miele, che resta inattuata per la mancata
  adozione dei decreti applicativi che avrebbero consentito
  un'articolazione merceologica più alta della produzione e
  spinto per un forte salto qualitativo e garantito lo sforzo
  produttivo degli apicoltori nazionali.
    Le inadempienze e le carenze registrate non hanno
  consentito all'Italia di esercitare un ruolo positivo anche in
  ambito comunitario in relazione alle politiche di sostegno al
  settore che vede contrapporsi ai grandi Paesi produttori
  Italia, Francia, Spagna e Grecia il fronte degli interessi
  industriali espressi dai Paesi del nord Europa in primo luogo
  dalla Germania.
    Tutti questi vincoli e carenze limitano la valorizzazione
  del settore, chi ha governato non si è reso conto della grande
 
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  importanza che ha l'apicoltura come parte decisiva di un ciclo
  non fine a se stesso ma di grande aiuto allo sviluppo della
  produzione agricola.
  D)  Proposte.
    La nostra proposta si muove proprio nella direzione del
  superamento di queste carenze e del recupero degli annosi
  ritardi nella definizione di una moderna legge quadro.
  L'articolo 1 riconosce l'apicoltura come attività di interesse
  nazionale; l'articolo 2
  definisce l'apicoltura come attività imprenditoriale
  agricola; l'articolo 6 affida alle regioni il compito
  delicatissimo della disciplina dell'uso delle sostanze
  insetticide e acaricide.  Al Comitato nazionale per
  l'apicoltura (articolo 7) è assegnato il compito di
  programmare, indirizzare e promuovere le linee portanti della
  crescita e dello sviluppo del settore.
    Gli articoli 8, 9, 10 e 11 semplificano le procedure
  burocratiche e organizzative.  L'articolo 14 propone i termini
  per una revisione e per l'adeguamento del regolamento di
  polizia veterinaria.
 
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                      ...  (Omissis) ...
 
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