| Onorevoli Colleghi! -- A) Apicoltura: situazione
internazionale e nazionale.
In quasi tutti i Paesi del mondo esiste l'attività di
apicoltura; si calcola che gli apicoltori siano più di sei
milioni e circa 50 milioni siano gli alveari, con una
produzione annua di circa 1 milione e 200 mila tonnellate di
miele.
I maggiori produttori sono la Cina, la Russia, gli Stati
Uniti, e subito dopo l'Argentina, il Canada e il Messico.
I Paesi comunitari producono circa l'8 per cento del miele
mondiale, più di 100 mila tonnellate nel 1991, con un
incremento del 3,3 per cento rispetto al 1990. Vi è nei Paesi
della Unione europea una espansione di questo settore, le
maggiori produzioni si sono avute in Germania, in
Spagna, in Francia ed in Italia. Nei Paesi della Unione
europea si ha un consumo annuo di più di 200 mila tonnellate e
nel 1990 si è avuto un incremento dei consumi del 2,2 per
cento. La Germania è il Paese in cui si ha il maggior consumo
pro capite annuo, (chilogrammi 1,5), seguita dalla
Grecia e Danimarca, rispettivamente con 1,3 e 0,8
chilogrammi.
La Unione europea ha importato nell'anno 1990 circa 150
mila tonnellate, la Germania è il Paese che assorbe più del 50
per cento del miele importato, seguita dal Regno Unito con il
18 per cento e, quindi dagli altri Paesi.
Le importazioni sono andate aumentando costantemente negli
ultimi anni, da circa 80 mila tonnellate del 1975 a quelle
attuali.
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Le esportazioni della Comunità europea sono decisamente più
basse delle importazioni, circa 30 mila tonnellate annue, le
esportazioni sono state effettuate quasi per il 50 per cento
dalla Germania.
A livello comunitario abbiamo, quindi, una produzione non
sufficiente a far fronte al fabbisogno interno; il grado di
autoapprovvigionamento è del 47 per cento.
L'apicoltura italiana ha una tradizione antica. Nei
censimenti del 1928 e del 1933 erano 100 mila gli apicoltori,
con circa 600 mila alveari. Poco prima della guerra vi era
circa 1 milione di alveari, con una produzione stimata attorno
a 100 mila quintali di miele. La guerra dimezzò il patrimonio
apistico e la sua ricostituzione è stata estremamente
difficile a causa delle profonde trasformazioni del settore
primario. Intorno agli anni 70 è iniziata una lenta ripresa
incentivata anche dalla politica comunitaria e da un maggiore
interesse dei coltivatori.
E' difficile fare una stima precisa del numero degli
apicoltori e degli alveari e quindi della produzione annua di
miele. Quasi sempre i dati ISTAT contrastano con quelli
forniti dalle organizzazioni apistiche e le differenze non
sono di poco conto. Per fare un esempio nel 1985 l'ISTAT
censiva 370 mila alveari, le organizzazioni apistiche (FAI) ne
censivano 850 mila (vedi tabella 1).
Vi è stata nel nostro Paese una espansione del settore con
crescita del numero delle aziende, degli alveari e del miele
prodotto (vedi tabella 2) nonostante le difficoltà del mercato
l'esplodere della varroasi, e la assoluta disattenzione
politica verso il settore.
L'alveare non produce solo miele, ma anche altri prodotti,
dalla cera al polline, dai propoli alla pappa reale, dall'ape
regina agli sciami, per ottenere i quali l'apicoltore deve
raggiungere un alto grado di professionalità. La tipologia
delle imprese apistiche è, secondo i dati contraddittori e
oscillanti delle rilevazioni, quella che emerge dalla tabella
numero 3.
I professionisti sono quelli che hanno un numero di alveari
che vanno dalle 2300 unità per azienda a cifre molto più
elevate, i semiprofessionisti sono quelli che esercitano anche
altre attività. Gli hobbisti hanno un numero di alveari
modesto e l'attività di apicoltura è assolutamente
complementare ad altre. Una indagine ISMEA definisce le
dimensioni delle aziende secondo quanto riportato dalla
tabella 4. Il numero complessivo di addetti al comparto
apistico può essere stimato in circa 20 mila unità, in questa
cifra tuttavia non si comprende l'indotto.
Si calcola che il valore del miele prodotto in un anno si
aggiri intorno ai 40-45 miliardi di fatturato e che l'intero
fatturato del settore superi i 70 miliardi.
Il valore aggiunto che l'apicoltura produce attraverso
l'attività di impollinazione si calcola che raggiunga i 3.000
miliardi.
In Italia il consumo pro capite di miele è
relativamente basso se confrontato alle altre nazioni europee.
In questi ultimi anni, comunque, si è registrato un
apprezzabile aumento (vedi tabella 5), a causa di una maggiore
sensibilità verso i prodotti naturali di qualità.
La produzione annua si aggira attorno alle 10-12 mila
tonnellate di fronte a un fabbisogno di circa 23 mila.
Emerge pertanto un deficit molto elevato e siamo
costretti ad importare miele da altri paesi. Il prezzo del
miele da importazione è molto più basso del costo di
produzione del miele italiano. I prezzi medi, compreso il
dazio di circa il 26 per cento erano fino al 1989 quelli
visibili alla tabella 6.
Il miele argentino nel 1987 veniva importato in Italia a
1.420 lire al kg, compreso il dazio doganale; molto
competitivo è stato in questi anni il miele tedesco che non ha
mai superato le 2.500 lire al kg. Il dazio doganale non è
sufficiente quindi a colmare il divario tra il costo di
produzione del miele italiano e il prezzo di vendita di quello
straniero. Il nostro prodotto, pertanto, è potenzialmente
fuori mercato poiché non è possibile contenere i costi di
produzione al di sotto di un certo limite.
Le importazioni italiane provengono dai Paesi del
continente americano, per il
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46 per cento; da quelli dell'est europeo, per il 25 per
cento, dalla Comunità europea soprattutto dalla Germania, per
il 22 per cento ecc. Nell'ultimo decennio le importazioni si
sono decuplicate.
B) Importanza dell'apicoltura.
Il settore apistico è stato nel nostro Paese ingiustamente
trascurato. Poco ci si è preoccupati di questa attività
produttiva, della trasformazione e commercializzazione dei
suoi prodotti, degli aspetti biologici e sanitari degli
alveari. Lo scarso interesse per l'apicoltura, soprattutto da
parte del Governo e degli enti pubblici è dovuto a varie
cause: al modesto reddito che dalle api si ottiene, al numero
di occupati nel settore, alla presenza di molti hobbisti, al
fatto che non ci si è resi conto della grande funzione che le
api svolgono per l'economia e l'ambiente.
Si è tardato molto a riconoscere, anche per assenza di dati
certi, che l'apicoltura è un settore strategico per le
produzioni agricole.
A questo riguardo ci sono studi e ricerche che dimostrano
che circa 40 mila miliardi del prodotto lordo vendibile in
agricoltura risulta legato all'attività di impollinazione
delle api.
Il massiccio impiego di fitofarmaci tossici e non
selettivi, la pratica di monocolture su vaste estensioni, la
meccanizzazione, la scomparsa di cespugli e di essenze
spontanee, hanno provocato da un lato la quasi totale
scomparsa degli insetti utili, e dall'altro la comparsa di
altri organismi dannosi, che resistono anche all'uso dei
pesticidi. A questo va aggiunto il fatto che oggi vi è la
tendenza ad utilizzare in frutticoltura cultivar
autosterili e di usare sementi ibride che dipendono da
impollinazione incrociata. In questa situazione il servizio di
impollinazione delle api è essenziale. Per alcune colture
l'unica forma valida di impollinazione è quella entemofila, la
produttività e la riproduzione del soggetto vegetale sono oggi
quindi garantite dalle api.
L'azione impollinatrice delle api è indispensabile anche
per equilibri ecologici della flora spontanea.
Un calcolo per difetto ci porta a dire che l'intervento
delle api sulle piante e sugli alberi da frutto attraverso
l'impollinazione assicura all'agricoltura italiana un
incremento produttivo valutabile attorno ai 3 mila miliardi di
lire all'anno.
L'ape è quindi un fattore produttivo dell'economia.
L'agricoltore, soprattutto per le colture specializzate, non
può più limitarsi a preoccuparsi solo del clima, della
concimazione, della potatura, della lotta ai parassiti, ma
deve pensare soprattutto a come ottimizzare l'impollinazione e
quindi l'impiego delle api.
In questo quadro lo sviluppo delle produzioni di qualità
reclamano anche un uso di prodotti che non distruggano gli
insetti che sono a loro servizio. Le api sono degli insetti
che si rilevano sensibili agli anticrittogamici, agli
insetticidi e quindi possono diventare strumento di controllo
della pericolosità e nocività di questi prodotti e
dell'inquinamento del territorio.
C) Produzione, commercializzazione: vincoli
strutturali.
In Italia grazie alle condizioni geografiche e climatiche
favorevoli e alla professionalità degli apicoltori, produciamo
più di 30 tipi di miele pregiato. Tuttavia l'apicoltura del
nostro Paese non si sviluppa come dovrebbe a causa di alcuni
rilevanti vincoli di carattere strutturale, ambientale,
giuridico, sanitario e politico.
In molte zone del Paese, in seguito alla meccanizzazione e
alla specializzazione colturale, si è sviluppata la
monocoltura che, modificando interi ecosistemi, ha comportato
la riduzione della disponibilità e della varietà floreali;
nelle zone di collina e di montagna si va perdendo la
copertura arborea, arbustiva ed erbacea e gli ecosistemi
boschivi si sono profondamente modificati.
La meccanizzazione, le monocolture e l'agricoltura
intensiva hanno portato all'uso massiccio di diserbanti e
pesticidi
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anche durante il periodo della fioritura con conseguente
moria di api e a volte di interi apiari.
I costi di produzione del miele in Italia per carenze
strutturali ed organizzative, sono molto superiori a quelli di
quasi tutti gli altri Paesi comunitari e non solo. Gli
apicoltori italiani riescono a produrre e a vendere perché
accettano una remuneratività della manodopera e dei capitali
investiti al di sotto delle quotazioni di mercato. La Germania
attua una vera e propria concorrenza sleale, in quanto importa
miele dai paesi extraeuropei a prezzi bassi, lo lavora, lo
confeziona e lo riesporta nei paesi della Comunità Europea,
molto in Italia, a prezzi inferiori a quelli del costo di
produzione dei nostri mieli.
I bassi prezzi dei mieli in Italia sono dovuti anche alla
polverizzazione della offerta che riduce il potere
contrattuale degli apicoltori e al fatto che essi sono imposti
da poche aziende agroalimentari.
Vi è polverizzazione delle aziende, tutte piccole, e questo
è un pesante ostacolo allo sviluppo dell'apicoltura, perché in
questa tipologia di aziende è difficile attuare criteri di
imprenditorialità e di professionalità molto elevata.
Le aziende non sono dotate di attrezzature tecnologicamente
avanzate; non sono diffuse strutture consortili, cooperative
idonee allo stoccaggio, alla lavorazione e al confezionamento
del miele.
Esiste un problema di mercato sia per quanto attiene i
controlli sulla qualità dei prodotti che non sono sufficienti
a mettere i produttori al riparo dalla concorrenza sleale e
soprattutto non si è riusciti a definire un corretto ed
equilibrato rapporto fra produzione e commercializzazione.
Occorre rapidamente definire il quadro normativo per i
prodotti tipici, di origine protetta, e le specificità
alimentari ai sensi dei regolamenti CEE 2081 e 2082 del
1992.
Manca una adeguata assistenza sanitaria, sono carenti le
strutture diagnostiche che potrebbero sostenere e risolvere i
problemi degli apicoltori. L'intervento sanitario è impostato
più sulla repressione che sulla prevenzione, questo produce
ostacoli al nomadismo, non migliora le conoscenze degli
apicoltori.
Non si fa politica di ricerca e sperimentazione, i mezzi a
disposizione sono limitati e manca il coordinamento fra
diverse iniziative. La ricerca dovrebbe coprire invece il
settore della produzione, quello sanitario, la vita e
l'attività delle api, il miglioramento genetico e il rapporto
apiambiente. La stessa formazione professionale degli addetti
dovrebbe collegarsi con questo quadro di riferimento per
conseguire innovazioni produttive e miglioramenti qualitativi
e ambientali.
La situazione legislativa presenta carenze macroscopiche:
l'apicoltura è regolata, nella sostanza, ancora dalla legge n.
562 del 1926 e non si è riusciti ad ottenere ancora una nuova
legge quadro. Anche gli strumenti normativi più recenti sono
disattesi o inattuati, ci riferiamo: al piano specifico di
intervento del settore apistico, emanato dal Ministero
dell'agricoltura, approvato dal CIPE il 28 giugno 1990, in
attuazione della legge n. 752 del 1986. Gli impegni delineati
in tale pur notevole documento programmatico sono
sostanzialmente disattesi. Ci riferiamo inoltre alla legge sul
miele n. 753 del 1982 in attuazione della direttiva
comunitaria sulla armonizzazione delle legislazioni
concernenti il miele, che resta inattuata per la mancata
adozione dei decreti applicativi che avrebbero consentito
un'articolazione merceologica più alta della produzione e
spinto per un forte salto qualitativo e garantito lo sforzo
produttivo degli apicoltori nazionali.
Le inadempienze e le carenze registrate non hanno
consentito all'Italia di esercitare un ruolo positivo anche in
ambito comunitario in relazione alle politiche di sostegno al
settore che vede contrapporsi ai grandi Paesi produttori
Italia, Francia, Spagna e Grecia il fronte degli interessi
industriali espressi dai Paesi del nord Europa in primo luogo
dalla Germania.
Tutti questi vincoli e carenze limitano la valorizzazione
del settore, chi ha governato non si è reso conto della grande
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importanza che ha l'apicoltura come parte decisiva di un ciclo
non fine a se stesso ma di grande aiuto allo sviluppo della
produzione agricola.
D) Proposte.
La nostra proposta si muove proprio nella direzione del
superamento di queste carenze e del recupero degli annosi
ritardi nella definizione di una moderna legge quadro.
L'articolo 1 riconosce l'apicoltura come attività di interesse
nazionale; l'articolo 2
definisce l'apicoltura come attività imprenditoriale
agricola; l'articolo 6 affida alle regioni il compito
delicatissimo della disciplina dell'uso delle sostanze
insetticide e acaricide. Al Comitato nazionale per
l'apicoltura (articolo 7) è assegnato il compito di
programmare, indirizzare e promuovere le linee portanti della
crescita e dello sviluppo del settore.
Gli articoli 8, 9, 10 e 11 semplificano le procedure
burocratiche e organizzative. L'articolo 14 propone i termini
per una revisione e per l'adeguamento del regolamento di
polizia veterinaria.
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Pag. 7
... (Omissis) ...
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