| Onorevoli Colleghi! -- L'ordine dei giornalisti, come del
resto tutte le strutture corporative, ha avuto - dietro la
maschera della selezione qualitativa degli aderenti e di un
rigoroso controllo deontologico - il fine ultimo di garantire
maggiori vantaggi
a chi ne fa parte e di ostacolare l'ingresso a nuovi
soggetti. Questi ultimi, infatti, sono visti come possibili
concorrenti in un ambito professionale che va rigidamente
sorvegliato in modo da impedire che i privilegi acquisiti
possano essere rimessi in
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discussione. E' evidente infatti che il contratto collettivo
di lavoro dei giornalisti professionisti, se esteso a tutti
coloro che effettivamente svolgono questa professione,
comporterebbe costi insostenibili per la maggior parte delle
aziende editoriali.
Va tenuto presente che la situazione italiana è del tutto
anomala: l'Italia è l'unico Paese dell'Unione europea, e fra i
pochissimi al mondo, ad avere un ordine dei giornalisti ed una
legislazione in materia complicata e dettagliatissima. Questa
vasta regolamentazione favorisce la volontà di controllare una
professione come quella giornalistica, che, per sua natura, ha
una forte rilevanza sociale. Non stupisce che, a differenza di
altri Stati, dove la professione è libera, la considerazione
dell'opinione pubblica italiana per gli organi di informazione
e per i giornalisti sia scarsissima.
La realtà è che nella giungla di leggi e regolamenti che
hanno disciplinato la materia, i primi beneficiari
dell'istituto dell'ordine professionale dei giornalisti sono
stati spesso i suoi dirigenti, che hanno potuto gestire, con
fare clientelare, il potere, concessogli dalla legge, di
essere esaminatori e giudici di altri colleghi.
Gli scandali che hanno riguardato gli esami truccati e, più
recentemente, noti giornalisti ed esponenti dell'ordine, hanno
soltanto portato in superficie un fenomeno di malcostume che
durava da anni, se non da decenni, e che investe tutto
l' iter che un giornalista deve percorrere prima di
giungere all'esame che lo riconosca tale. Essere riconosciuto
praticante (e avere, quindi, il titolo di ammissione
all'esame) è così spesso frutto di un negoziato politico
basato sulla lottizzazione partitocratica, sul familismo e
sulle clientele.
Oltre cinquant'anni fa, in merito all'ordine obbligatorio
per i giornalisti, Luigi Einaudi diceva: "Null'altro che uno
strumento fazioso per impedire agli avversari, agli
antipatici, ai giovani, agli sconosciuti, l'espressione libera
del pensiero; null'altro che un mezzo per ripetere, forse
inconsapevolmente, l'eterno tentativo di limitare il numero
degli iscritti alla professione, nell'ingenua persuasione che
ciò valga a dar più lavoro agli arrivati, idea falsa sempre in
ogni campo e falsissima nella stampa quotidiana, dove l'idea
crea i lettori, dove i lettori non sono una quantità fissa, ma
variabilissima, che cresce o scema a seconda di chi parla ai
lettori; e sa parlare chi inventa la parola nuova, sia egli o
no iscritto all'albo".
Secondo il parere di molti giuristi, del resto,
l'iscrizione obbligatoria all'ordine dei giornalisti è
contraria all'articolo 21 della Costituzione che sancisce la
libertà di pensiero, al di là della giustificazione data a suo
tempo dalla Corte costituzionale, che configurava l'ordine
come mezzo di tutela "nel contrapposto potere economico dei
datori di lavoro".
Incompatibile ci appare, inoltre, l'istituzione ordinistica
con la natura sostanzialmente subordinata del rapporto di
lavoro giornalistico.
Le forme associative del lavoro subordinato passano
inevitabilmente attraverso la garanzia specifica dell'articolo
39 della Costituzione, quando attengano a finalità sindacali;
ovvero attraverso la garanzia generica dell'articolo 18 e
quindi sono da considerarsi in tutela della libertà
fondamentale del diritto negativo di associazione.
In conclusione, con la soppressione dell'ordine dei
giornalisti, prevista da questa proposta di legge, viene a
cadere un'anomalia tutta italiana all'interno della Comunità
europea e si restituisce piena dignità professionale a chi
svolge effettivamente la professione di giornalista.
L'articolo 2 della proposta di legge istituisce la "carta
di identità professionale del giornalista" valida fino al
momento in cui l'attività giornalistica cessa, abolendo da una
parte la qualifica (altrove sconosciuta) di "pubblicista", e,
dall'altra, eliminando lo status sociale praticamente
vitalizio, indipendente dall'esercizio della professione, di
"giornalista professionista".
Tale documento è rilasciato dal Garante per la
radiodiffusione e previa presentazione di documentazione
attestante l'effettiva attività giornalistica, svolta
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continuativamente, per un anno e regolarmente retribuita.
Per il rilascio di tale documento saranno adottati criteri
oggettivi stabiliti per legge. Non si tratterà, quindi, di un
accertamento di merito, ma di una semplice registrazione di
status per chi svolge di fatto la professione con
rapporto di impiego dipendente o in maniera libera e trae la
maggior parte del proprio sostegno economico da questa
attività.
Questa proposta di legge mira a promuovere un accesso
libero ed incondizionato alla professione, ponendo chiunque
voglia cimentarsi nel giornalismo in condizione di parità
sostanziale e lasciando di fatto al libero mercato delle idee
e degli uomini il compito di presentare occasioni ed
opportunità a chi è in grado di esercitare la professione.
In questo rinnovato quadro di liberalizzazione avranno
particolare importanza le strutture di formazione
universitaria ed i corsi specialistici che andranno
incentivati insieme alle varie associazioni di categoria
apportatrici di linfa nuova e svincolata da precedenti patti
di mutuo soccorso con il sistema partitocratico.
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