| Onorevoli Colleghi! -- Da qualche anno si discute nel
nostro Paese di "reddito minimo garantito", e sull'onda di
questo dibattito sono state presentate proposte di legge di
diversa impostazione. In realtà, già dai primi anni '80, in
coincidenza con la riflessione intorno alla crisi e alla
rifondazione del Welfare State, in Europa il basic
income era considerato uno dei temi fondamentali per una
efficiente politica sociale.
Va evidenziato in questa sede che mentre Paesi come la
Francia o la Danimarca sono impegnati a perfezionare una
legislazione già ampiamente sperimentata, l'Italia, pur
garantendo a livello costituzionale il diritto all'istruzione,
il diritto alla formazione e il diritto al lavoro, risulta a
tutt'oggi priva di una legge in materia.
Le proposte presentate attendono ancora l'esame del
Parlamento e vedono l'impegno concreto delle sole forze della
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sinistra, mentre i recenti provvedimenti governativi lasciano
intendere che il sostegno immediato per un (improrogabile)
accesso dei giovani nel mondo del lavoro debba passare
attraverso la consacrazione di una loro posizione
diversificata e debole ben espressa dall'idea stessa del
cosiddetto "salario d'ingresso". L'arretratezza del nostro
Paese rispetto agli altri Stati europei è davvero
impressionante. Appare attualissima pertanto l'esigenza di
affermare l'idea di fondo che sta alla base del cosiddetto
"reddito di cittadinanza": l'idea, cioè, che ogni cittadino
abbia diritto ad un reddito sufficiente a condurre una "vita
normale", e ciò non necessariamente quale corrispettivo
dell'attività lavorativa svolta, ma in attuazione di quel
principio fondamentale della nostra Costituzione, che impone
allo Stato di garantire e promuovere il pieno sviluppo della
persona umana.
I dati riguardanti la disoccupazione e quelli relativi ai
giovani in cerca di prima occupazione sono allarmanti, tanto
più se si considera la forte presenza, tra i giovani in cerca
di lavoro, di laureati e diplomati.
Minore attenzione viene invece riservata al fenomeno
altrettanto grave della sottoqualificazione dei giovani
disoccupati e soprattutto a quello dell'abbandono dei percorsi
scolastici.
La proposta di legge che presentiamo parte innanzi tutto
dalla convinzione che il fenomeno della disoccupazione
giovanile richieda, anche nell'immediato, e con carattere di
straordinarietà, interventi il più possibile generalizzati,
nei quali si concentri un grosso impegno finanziario: la
gravità del fenomeno e le sue implicazioni nel tessuto sociale
non consentono più interventi che finiscano col rivelarsi
fruibili solo dalla parte più organizzata dei giovani o da
quella più sensibile alle aggregazioni sindacali e politiche.
L'ingente impegno finanziario dello Stato, calcolato in 3.000
miliardi di lire per ciascuno degli anni 1994, 1995 e 1996, si
giustifica proprio perché finalizzato ad una grande opera di
recupero e sollecitazione di tutti i giovani mediante percorsi
di formazione che ne migliorino o valorizzino la preparazione
e la professionalità. La scelta di finanziare tale legge
attraverso una sostanziale riduzione degli stanziamenti
previsti in alcuni capitoli del bilancio del Ministero della
difesa, ed in particolare quelli relativi all'acquisto degli
armamenti e all'ampliamento di basi militari, è dettata
dall'esigenza di restituire senso e valore ad alcuni precetti
della nostra Carta costituzionale, quali il diritto allo
sviluppo armonico della propria persona, il diritto di ogni
individuo all'istruzione e alla formazione, il ripudio della
guerra. Mentre la maggior parte dei Paesi del mondo ha
drasticamente ridotto i propri armamenti, il governo italiano
non ha, fino ad oggi, adottato alcuna rilevante iniziativa
diretta a diminuire le spese militari, come emerge anche dalla
legge di bilancio in palese contrasto con gli accordi
internazionali di disarmo.
La seguente proposta di legge intende allontanarsi da
quelle succedutesi in questi anni anche sotto un altro
profilo. Il capitolo della utilizzazione dei giovani in
attività socialmente utili, inaugurato con la legge 1^ giugno
1977, n. 285, ha sortito qualche effetto positivo, come
l'inserimento di alcune migliaia di giovani nella pubblica
amministrazione, ma tale risultato non è legato ad obiettivi
di crescita e di valorizzazione della professionalità dei
giovani, né tantomeno ad obiettivi di qualificazione dei
servizi pubblici.
Tutto ciò si spiega in base alla logica di
"corrispettività" che ha ispirato i provvedimenti varati in
questi anni, nei quali lo svolgimento di attività socialmente
utili è configurato quale condizione per il godimento di un
salario o comunque di un beneficio economico, sicché
l'organizzazione di tale attività risponde allo scopo
dell'inserimento dei giovani in momenti di lavoro, e non
viceversa.
La presente proposta di legge intende muoversi in una
prospettiva opposta, ed ha alla base due idee di fondo: la
prima, cui si è fatto cenno, riguarda l'esigenza di
predisporre interventi straordinari a carattere generale,
fruibili cioè da tutti i giovani in cerca di prima occupazione
iscritti alle liste di collocamento.
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La seconda idea è che questi giovani debbano godere di un
sostegno finanziario pubblico innanzi tutto al fine di
affrancarsi dai bisogni più elementari e per potere, a partire
da ciò, occuparsi, con maggiore libertà, del proprio
curriculum scolastico e formativo.
L'assegno di sostegno e formazione previsto nell'articolo
2, vuol essere uno strumento per incentivare i giovani ad un
recupero della propria istruzione o della propria formazione,
affinché l'attesa di un inserimento nel mondo del lavoro sia
da essi impiegata proficuamente. L'obiettivo non si esaurisce
dunque soltanto nel riconoscere a questi soggetti un'esistenza
più dignitosa, secondo le caratteristiche proprie dei sistemi
di "reddito minimo garantito".
L'impiego in attività socialmente utili, la frequenza a
corsi di recupero e ad attività formative (articolo 8) è
condizione per il mantenimento dell'assegno (articolo 10). Per
lo Stato (come per gli enti locali), l'organizzazione di tali
corsi è attività (e banco di prova) attraverso cui dimostrare
concretamente l'impegno sul versante dei problemi giovanili.
Allo stesso modo, la proposta di legge chiama gli imprenditori
ad uno sforzo concreto finalizzato ad aprire ai giovani
disoccupati le porte dei luoghi di produzione: a questo fine
mira l'idea di attività formative da svolgersi in azienda
(articolo 7).
In linea con lo spirito della legge è la scelta di
rovesciare l'impostazione tradizionale a proposito dei
contenuti di tali attività: pur dovendo preliminarmente
riferirsi ai prevedibili andamenti del mercato del lavoro, i
programmi per attività di formazione non andranno a
configurarsi secondo contenuti decisi dall'amministrazione
pubblica ma quest'ultima, nella loro predisposizione, dovrà
tener conto delle preferenze manifestate dagli interessati,
dei bisogni e del patrimonio di formazione di cui essi sono in
concreto portatori.
L'idea di fondo che ispira la proposta di legge spiega
un'altra scelta qualificante. L'intervento che abbiamo
prefigurato non si rivolge soltanto ai giovani che già si sono
affacciati nel mondo del lavoro e cercano occupazione, ma
anche a quella fascia, sempre trascurata, di giovanissimi che,
abbandonata la scuola, si preparano presumibilmente ad
ingrossare le file dei disoccupati privi di istruzione di base
e qualificazione.
La concessione di un assegno alle famiglie dei giovani che
tornano a completare la scuola dell'obbligo (articolo 5), ci è
sembrata una risposta sicuramente utile, anche se parziale, ad
un problema di cui si dibatte molto, ma purtroppo quasi sempre
in termini generici.
L'assegno di sostegno e formazione - concesso a prescindere
dalle condizioni di reddito - e l'assegno per il recupero dei
ragazzi che hanno abbandonato la scuola dell'obbligo e
appartengono a famiglie bisognose, vogliono essere strumento
temporaneo e transitorio, ma efficace, per affrontare
concretamente la situazione di disagio dei giovani. L'idea è
quella di porre le condizioni affinché questi soggetti siano
realmente liberi di costruire il proprio percorso individuale
e il proprio futuro.
Nel Mezzogiorno ciò può voler dire offrire ai giovani la
possibilità di sottrarsi ad altre fonti di sostegno, come
quella di chi li utilizza nel mercato del lavoro nero ed
illegale, o li assolda addirittura quale manovalanza sicura e
a basso costo della criminalità organizzata.
L'assistenzialismo e la dequalificazione possono eliminarsi
riconoscendo come diritti fondamentali quei bisogni che la
pratica clientelare o il "favore" assicurano soltanto ai
"protetti". Il diritto allo studio, alla formazione
professionale e al lavoro, e il diritto alla sopravvivenza,
non sono negoziabili.
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