| Onorevoli Colleghi! -- In tutta Europa e nel mondo si va
sempre più diffondendo - non solo nell'opinione pubblica ma
anche negli ambienti scientifici - un vivo allarme per i
pericoli che possono derivare alla salute delle persone
dall'esposizione ai campi elettrici e magnetici diffusi
nell'ambiente. Una delle fonti di tali campi è la tecnologia
impiegata per il trasporto della corrente elettrica. I campi
elettromagnetici (CEM) generati dalla trasmissione di corrente
elettrica alternata a bassa frequenza (Extremely Low
Frequency, ELF), infatti, presentano livelli di intensità e
caratteristiche tali da interferire nei più delicati
meccanismi della vita cellulare.
Mentre il campo magnetico dipende dalla quantità di
corrente circolante (che può variare considerevolmente nel
tempo,
a seconda delle necessità di esercizio), il campo elettrico
viene a dipendere unicamente dalla tensione applicata ai
conduttori dell'elettrodotto (che rimane pressoché costante
nel tempo).
In materia di elettrodotti ad alta ed altissima tensione va
ricordato - per dare un'idea della rilevanza della questione -
il progetto, concordato tra le compagnie elettriche europee,
di una rete continentale ad altissimo voltaggio (Extremely
High Voltage, EHV), che consentirà la trasmissione per cavi
aerei della corrente elettrica alternata, con frequenza di 50
Hz e con differenza di potenziale intorno ai 400 mila volt. A
ciò occorre aggiungere che sono in fase di avanzata
sperimentazione, e quindi presumibilmente di non remota
realizzazione, anche linee o tratti di linee aeree ad un
milione di volt.
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Un ormai cospicuo numero di lavori scientifici, basati sia
su indagini epidemiologiche che su ricerche di laboratorio,
fanno ritenere fondata l'ipotesi della mutagenicità dei campi
elettromagnetici generati da elettrodotti, con rischi
conseguenti per la salute di quanti a tali campi sono
inconsapevolmente esposti per la localizzazione di abitazioni,
scuole, luoghi di lavoro e simili, prossimi alle linee
elettriche. Rischi che le indagini epidemiologiche finora
effettuate prospettano particolarmente rilevanti per quanto
riguarda lo sviluppo dei tumori del sangue (leucemia), specie
nei bambini, nonché dei tumori del sistema nervoso.
Allo stato attuale delle conoscenze non è possibile
stabilire con sicurezza quali siano i limiti di esposizione
ammissibili efficaci sotto il profilo della prevenzione
primaria, soprattutto per quanto concerne gli effetti cronici.
Tale carenza di informazioni scientifiche esaurienti è dovuta
principalmente alla finora mancata incentivazione e
programmazione di adeguate indagini e ricerche sull'argomento.
Tuttavia le conoscenze fin qui acquisite hanno indotto
autorità scientifiche di prestigio internazionale come David
Carpenter, preside della scuola di medicina dell'Università di
New York, a dichiarare che "per quanto riguarda i campi
elettromagnetici ci sono conferme sufficienti per cominciare a
sventolare la bandiera rossa". Analoghi inviti e
raccomandazioni alla prevenzione (per quanto riguarda il
futuro) e alla bonifica ambientale (per quanto concerne le
linee elettriche già in esercizio) provengono dal Karolinska
Institut di Stoccolma e dall'EPA (l'ente federale statunitense
per la protezione ambientale). La raccomandazione di ricorrere
a soluzioni tecnologiche che riducano drasticamente i livelli
espositivi sotto i valori risultati rischiosi dalle ricerche a
tutt'oggi disponibili - in attesa che più ampi e approfonditi
studi, epidemiologici e sperimentali, forniscano informazioni
dirette e specifiche, fruibili ai fini pratici delle politiche
per la sicurezza ambientale e la sanità pubblica - è stata
formulata in più occasioni anche dal professor Cesare Maltoni,
direttore dell'Istituto di oncologia "F. Addarii" di
Bologna.
Ed è oggi vero che "forse mai nessun agente, a parte i CEM,
è stato oggetto, in un lasso di tempo così breve, di tanti
studi epidemiologici per verificarne gli effetti cancerogeni.
La maggior parte di questi studi, e in particolare quelli più
validi, indica nell'insieme che l'esposizione a CEM aumenta
l'insorgenza di tumori maligni, ed in particolare di linfomi e
leucemie e di tumori del tessuto centrale".
Ultimo in ordine di tempo lo studio epidemiologico
effettuato dal Karolinska Institut di Stoccolma che ha
rilevato come il rischio per i bambini di contrarre leucemie è
di 3-4 volte maggiore in quelli esposti a CEM rispetto a
quelli non esposti. L'esposizione dei soggetti ammalati in
Svezia è avvenuta a livelli di 0.2/0.3 micro Tesla, valori di
gran lunga inferiori rispetto ai limiti previsti dall'IRPA e
recepiti dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri
23 aprile 1992 (100 micro Tesla).
Una delle più significative e ampie indagini
epidemiologiche è stata condotta in Svezia su oltre 400.000
persone. Questa ricerca ha confermato una relazione tra
esposizione a campi elettromagnetici a bassissima frequenza ed
un eccesso di casi di leucemie:
fino a 0.09 micro Tesla: 1.0 volte rischio di
leucemia;
da 0.10 a 0.19 micro Tesla: 2.1 volte rischio di
leucemia;
da 0.20 a 0.29 micro Tesla: 2.7 volte rischio di
leucemia;
oltre 0.30 micro Tesla: 3.8 volte rischio di leucemia.
In tutte le ricerce epidemiologiche effettuate il rischio è
stato rilevato a dosi di gran lunga inferiori a quelle
attualmente connesse.
L'istituto nazionale di Scienze ambientali mediche del
Governo Federale USA ha un programma di sperimentazioni e
ricerche per valutare gli effetti cancerogeni dei CEM a
bassissima frequenza ed anche a
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quei livelli di intensità che vengono ritenuti accettabili
dall'attuale normativa.
Analoghe ricerche presso l'Istituto di oncologia di Bologna
sono in fase di preparazione: esse rappresentano il maggior
studio sperimentale noto.
Le principali misure preventive sono oggi costituite
dall'adozione di tracciati che consentano di rispettare idonei
limiti di distanza dalle abitazioni e dagli altri luoghi di
permanenza prolungata delle persone, nonché dall'impiego di
tecnologie di trasporto della corrente alternative alla
trasmissione per cavo aereo, come quella per cavo sotterraneo.
L'impiego dei cavi sotterranei è certamente più dispendioso di
quello dei cavi aerei, ma sul medio e lungo termine consente
risparmi nei costi di manutenzione e di sostituzioni tali da
renderli fin d'ora convenienti: se a ciò si aggiunge che i
cavi sotterranei di regola comportano un minor impatto
ambientale e paesaggistico, si può prevedere che in futuro
essi incontreranno un favore crescente. I maggiori costi che
le compagnie elettriche dovrebbero sopportare non giustificano
in ogni caso la sottovalutazione dei rischi per la salute
pubblica, specie in ordine agli effetti cronici che potrebbero
derivare dall'esposizione inconsapevole delle persone ai campi
elettromagnetici.
L'EPA in un suo rapporto classifica i campi
elettromagnetici a bassa frequenza nel sottogruppo B1 allo
stesso piano del cadmio e della formaldeide e quindi giudicati
nettamente più cancerogeni di certi agenti chimici tristemente
noti: il DDT, il PCB e la Diossina. Tumori del sistema
nervoso, leucemie e altre forme di tumori del sangue sono
chiaramente designati come possibili effetti generati da
inquinamento da campi elettromagnetici a bassa frequenza
(ELF).
I bambini sono i soggetti a maggior rischio. Il rischio
oncogeno da esposizione a CEM si evidenzia a dosi che sono
assai basse rispetto agli standard espositivi indicati
nelle direttive radioprotezionistiche.
Con il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri
del 23 aprile 1992 sono stati fissati, per la prima volta in
Italia, i limiti massimi di esposizione della popolazione ai
campi elettrici e magnetici generati dagli elettrodotti alla
frequenza industriale nominale (50 Hz). Tale decreto
stabilisce le distanze di rispetto minime dai fabbricati
adibiti ad abitazione o ad altra attività che comporta tempi
di permanenza prolungati, con riferimento alle linee aeree
esterne a 132 kV, 220 kV e 380 kV. Il citato decreto ha
inoltre istituito, ai fini di un aggiornamento normativo e di
un approfondimento delle tematiche relative ai problemi
igienico-sanitari, un'apposita commissione tecnico-scientifica
alla quale è stata demandata la competenza di stabilire le
distanze di rispetto per eventuali linee a tensione superiore
a 380 kV.
Va rilevato peraltro che l'attenzione degli organismi
tecnici nazionali (ISS) e internazionali (INIRC/IRPA) si è
rivolta sulla protezione delle popolazioni da effetti a breve
termine, assumendo che quelli a lungo termine "non siano tali
da richiedere azioni di carattere sanitario". Ora, mentre la
documentazione scientifica a supporto dei danni conseguenti
all'esposizione a breve termine è ormai ampia e
sostanzialmente univoca, sperimentazione e studi degli effetti
dell'esposizione a lungo termine stanno muovendo i primi
passi.
La presente proposta di legge è fondata proprio
sull'assunto che i limiti e le distanze di rispetto fissati
dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 23
aprile 1992 siano rivolti alla protezione della popolazione da
effetti a breve termine, ma possono non essere
sufficientemente efficaci ai fini della prevenzione dagli
effetti a lungo termine della esposizione. Tale presunzione è
del tutto ragionevole, in analogia non solo con quanto è già
noto nel caso delle radiazioni ionizzanti ma, più in generale,
con quanto avviene in tutti i fenomeni in cui non si hanno
valide motivazioni scientifiche per sostenere l'esistenza di
una "soglia" nelle correlazioni causa-effetto.
In altri termini, si tratta di riaffermare il principio per
il quale in assenza di certezza sulla nocività e sui rischi si
debba procedere in modo conservativo: e del resto un tale
principio ha trovato già significative
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applicazioni nell'attività del Parlamento (cfr.
"Documento conclusivo dell'indagine conoscitiva sul settore
chimico", Commissione X, 27 aprile 1988, capitolo V, paragrafo
d) in sintonia con i dispositivi di varie sentenze della Corte
Costituzionale che hanno rilevato il carattere primario, cioè
la non subordinazione, del diritto all'ambiente oltre che del
diritto alla salute.
D'altro canto va osservato come lo stesso decreto del
Presidente del Consiglio dei ministri del 23 aprile 1992
stabilisca distanze di rispetto minime (più precisamente il
decreto dispone all'articolo 5 distanze "uguali o maggiori" a
una data misura), prevedendo quindi che possano essere
adottate distanze di sicurezza anche maggiori.
Pertanto, per quanto sopra esposto, si può concludere che
il decreto Presidente del Consiglio dei ministri 23 aprile
1992 con il quale si fissavano, per la prima volta in Italia,
i limiti massimi di esposizione ai campi elettrici e magnetici
generati dagli elettrodotti alla frequenza industriale
nominale (50 Hz) negli ambienti abitativi e
nell'ambiente esterno, sia da rivedere ampiamente. Non va
sottaciuto infine che gli elettrodotti producono un impatto
rilevante anche dal punto di vista ambientale particolarmente
nelle aree di pregio storico, artistico, architettonico,
archeologico, paesaggistico e ambientale.
Si propone, per le motivazioni sopra esposte, il seguente
progetto di legge, che consta di 9 articoli.
L'articolo 1 della proposta di legge ne descrive le
finalità. L'articolo 2 detta le definizioni valide ai fini
della proposta di legge. L'articolo 3 fissa i limiti di
esposizione ai campi elettrici e magnetici generati da
elettrodotti. L'articolo 4 definisce le fasce di rispetto
delle linee elettriche aeree esterne. L'articolo 5 disciplina
il costo degli interventi. L'articolo 6 stabilisce misure di
tutela dell'ambiente e del paesaggio. L'articolo 7 dispone le
necessarie azioni di risanamento per le linee elettriche
esistenti. L'articolo 8 dispone l'istituzione di un'apposita
Commissione tecnico-scientifica per l'aggiornamento normativo
e l'approfondimento della tematica. L'articolo 9 infine si
occupa della copertura finanziaria.
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