| Onorevoli Colleghi! -- Angelus Dei, imago Dei, lex
animata, missus Domini, rex iustus et novus, salvator
Ecclesiae, summus movens, vicarius Christi: sono questi gli
appellativi più frequenti con i quali i contemporanei facevano
riferimento all'imperatore Federico II. In quegli epiteti
c'era qualcosa di più di semplice piaggeria, essi riflettevano
e sottendevano la coscienza di una "filosofia dell'Impero"
della quale gli Svevi furono consapevoli interpreti, per la
quale si batterono fino allo spasimo, che sopravvisse loro
come mito politico, come leggenda, come tessuto connettivo
delle forze ghibelline italiane.
La figura di Federico II è quella, tra tutti i principi
svevi, più saldamente legata e intrecciata ai destini
dell'Italia e, in particolare, a quel regno di Sicilia che
gli Staufen ereditarono dai Normanni. Un dominio, quello che
Federico II ricevette dalla madre Costanza d'Altavilla, che
comprendeva la Sicilia e l'Italia centromeridionale,
delimitato a nord dai confini dello Stato della Chiesa, un
territorio sul quale lo Svevo impiantò la prima monarchia
assoluta dell'Occidente.
Non è un mistero l'amore di questo sovrano per il regno
dell'Italia meridionale, per quelle terre assolate, fertili e
ricche che Federico II predilesse e preferì ai domini
germanici, per quel Regno del Sud che chiamava "pupilla dei
miei occhi" e dove trascorse gran parte della sua
esistenza.
"Eleggiamo la Sicilia - scrisse l'imperatore - a nostra
diletta fra le terre e la scegliamo a residenza della nostra
dimora,
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perché noi, cui irradia lo splendore del titolo di Cesare,
non ci teniamo meno gloriosi di chiamarci uomo d'Apulia;
e ci sentiamo, per dir così, pellegrini fuori della nostra
casa, quando, chiamati ovunque nel mare tempestoso
dell'impero, veleggiamo lontano dalle corti e dai porti di
Sicilia".
Quando parla di "Sicilia" Federico II, ovviamente, si
riferisce all'intero regno meridionale, compresa la sua parte
continentale. Fu questo regno la materia alla quale
l'imperatore impresse forma nuova, gettando le fondamenta di
un edificio statuale nel quale si esprime e matura un concetto
di regalità che lo storico Kantorowicz chiama "iuricentrica",
fondata cioè sul diritto.
Federico II condensa in sé diverse idee di sovranità che,
tutte, permearono la regalità medievale: l'idea del re come
"unto del Signore", il cui modello è il re biblico Davide; la
concezione germanica del re guerriero e condottiero che, per
la nobiltà della sua stirpe, è duce di un' élite
aristocratica; l'archetipo romano, infine, dell'autorità
imperiale.
Forte di tutte e tre queste tradizioni, lo Svevo si accinse
a svolgere la sua funzione, elaborando una propria concezione
della regalità inscritta sia nell'ordine provvidenziale che in
quello naturale. Prima di lui Federico Barbarossa, nell'ambito
di quella tensione inevitabile con il Papato che è il tratto
più caratteristico della storia degli Svevi, aveva posto le
premesse concettuali dell'autonomia e della dignità
dell'Impero, contestando la dottrina ecclesiastica secondo la
quale la regalità temporale era un beneficium concesso
al sovrano tramite il Pontefice, unico e solo detentore del
potere di dispensare regni ed imperi.
Una menzogna, secondo l'ideologia sveva, una pretesa
assurda quella del Papa. "La potenza divina - ricordava il
Barbarossa facendo perno sulla teologia e sul diritto romano -
origine di ogni potestà celeste e terrena ha confidato a noi
che siamo il suo Cristo (cioè l'unto in suo nome) il regno e
l'impero da governare e la pace della Chiesa da difendere...".
E questa strenua difesa dell' honor imperii accompagna le
azioni e la vita di tutti i sovrani svevi fino all'ultimo,
tragico atto che concluderà l'epopea degli Staufen con la
morte di Corradino.
Acquisita la corona imperiale nel 1220, battuto a Bouvines
nel 1214 il rivale Ottone IV, Federico II si dedicò all'opera
di riordinamento del regno di Sicilia, opera sicuramente più
grandiosa e duratura che lasciò dietro di sé all'ammirazione
dei posteri.
I modelli ispiratori del suo regno furono tre venerandi
imperatori romani: Giustiniano, Augusto e Cesare. Al primo,
codificatore del diritto romano, guardò Federico II nel
promulgare a Melfi, nel 1231, le Costituzioni, cioè un
corpus di diritto pubblico e amministrativo per il regno
di Sicilia che univa leggi normanne, decreti imperiali e un
gran numero di nuove norme.
Da Augusto, restauratore di una nuova "età dell'oro", lo
Svevo traeva ispirazione nel tendere allo scopo finale ed
ultimo della sua missione: "Rinnovare la pax augusta -
scrive Kantorowicz, il maggiore dei biografi
dell'imperatore Svevo - e l'ordine divino del mondo, fu da
Federico II riguardato come missione propria; poiché se
quell'ordine divino fosse stato ripristinato, anche il suo
tempo sarebbe stato "compiuto", e la pax e la
iustitia sarebbero tornate sulla terra come già con
Augusto".
Augustali si chiamarono le monete d'oro che l'imperatore
fece coniare, che recavano inciso da un lato il ritratto dello
Svevo, raffigurato secondo l'effigie degli imperatori romani
con il mantello, l'alloro e il diadema, e dall'altro l'aquila
romana con inciso il nome dell'imperatore,
Fridericus.
Quanto a Cesare, seguendo il suo esempio Federico ordinò la
celebrazione solenne del suo compleanno chiamando l'intero suo
popolo a festeggiare: "il giorno natalizio dell'imperatore fu
la prima festa cui prese parte tutto il popolo di Sicilia:
saraceni e greci, ebrei e cristiani".
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Nel proemio alle Costituzioni di Melfi - che non a
caso l'imperatore volle chiamare Liber Augustalis -
Federico II esponeva la sua concezione della sovranità,
innovativa e conservatrice al tempo stesso, rispondente alla
tradizione politica medievale e anticipatrice di quella
moderna. E questo perché lo Svevo non si accontentava del
ruolo che il Medioevo attribuiva al re, quello di "conservare"
l'ordine e custodire le norme, ma volle essere re-legislatore,
creatore di nuove norme, sulla base di un diritto conferitogli
da Dio stesso. Così Roffredo di Benevento sintetizzò la
funzione giuridica di cui si investì Federico II:
"L'imperatore fonda il diritto sul dono largitogli dalla
grazia celeste". Come fonte di iustitia l'imperatore era
mediatore tra Dio e gli uomini, mediatore tra il diritto
divino e quello umano. Federico definisce se stesso lex
animata in terris: l'espressione - spiega Antonino De
Stefano, studioso dell'idea imperiale di Federico II - va
intesa nel senso che egli "è il custode, il difensore, il
realizzatore della volontà divina sulla terra". Altra massima,
ricavata dalla letteratura giuridico-romana coltivata negli
studiua del XII e del XIII secolo, sulla quale
l'imperatore svevo faceva affidamento, era il principio
secondo cui princeps legibus omnibus solutus est: "egli
intende - scrive De Stefano - di essere al di fuori e al di
sopra di ogni legge positiva, espressione di volontà
individuale, ordinamento particolare delle cose temporali, e
non rivelazione del disegno divino. E' Dio, afferma Federico,
il quale ha costituito il suo trono al di sopra dei popoli e
al di sopra dei regni. Le leggi cui l'imperatore è sottoposto
hanno la loro scaturigine in Dio e non negli uomini".
Nella solenne introduzione al codice siciliano Federico
fonda la sua teoria della sovranità "necessaria" e
"provvidenziale" al tempo stesso ripercorrendo le tappe della
creazione: l'uomo adamitico, assolutamente libero e innocente,
non ha bisogno di leggi, Stati e re. Ma dopo la "colpa"
originaria che si è trasmessa a tutto il genere umano le
società tendono - come affermava sant'Agostino parlando
dell'umanità concupiscentiae subdita - al disordine ed
alla trasgressione, la perduta libertà rende gli individui
incapaci di governare se stessi. Ecco allora che per la natura
stessa delle cose è necessario il polso del sovrano per
mantenere l'ordine, e allo stesso tempo è l'"ispirazione della
Provvidenza" che ha creato i monarchi. Quindi il potere dei re
deriva dall'ordine "naturale" e da quello "provvidenziale" al
tempo stesso, è giustificato dalla dottrina agostiniana
desunta dalla fede cristiana e da quella aristotelica che
prende le mosse dalla necessitas rerum.
Ma la più alta missione del sovrano non è solo quella
voluta dai teologi, di rimediare all' infirmitas insita
nella "città terrena", né quella voluta dai filosofi, di
realizzare le virtù civili, ma soprattutto quella, spirituale
e sacra, di redimere il genere umano attraverso l'imperatore
"nuovo Messia": "Lo Stato federiciano - afferma De Stefano - è
il prodotto della volontà divina che, creando il principato,
offre agli uomini lo strumento della loro redenzione terrena;
ed è il prodotto della volontà dei sudditi, che, obbedendo al
principe, conseguono quell'ordine, quella pace, quella
giustizia e quel benessere, cui il loro spirito
incoercibilmente aspira. Così, lo Stato, sorto
provvidenzialmente, si realizza naturalmente, divino nella sua
origine, è naturale nei suoi risultati, è soprannaturale e
naturale insieme".
Non diversamente Dante, nel De Monarchia, affiderà
all'imperatore il compito di riportare l'umanità alla
condizione della perfezione edenica, alla riconquista della
"conoscenza" e della "beatitudine" originarie.
E' sulla base di queste convinzioni che Federico II si
accinge all'opera legislativa, consapevole del carattere di
"novità" della sua azione, tanto che la giustifica così:
"Nulla togliamo alla dignità dei precedenti sovrani se,
conformemente alla peculiarità dei tempi nuovi, generiamo dal
nostro seno nuovi diritti, e per nuovi mali escogitiamo nuove
medicine...".
L'iniziativa non trovava d'accordo il Pontefice Gregorio
IX, le cui rimostranze non impedirono però allo Svevo di
procedere nei suoi disegni. Nella parte del co-
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dice siciliano che riguarda la punizione e la persecuzione
dell'eresia, Federico si richiama tanto alla concezione
medievale del sovrano defensor Ecclesiae quanto a quella
romana dell'eretico che, offendendo Dio, offende l'imperatore.
L'eretico è dunque reo di "lesa maestà" e pertanto di
"sacrilegio".
In uno studio sulla sacralità del potere nell'Europa
medievale e moderna Sergio Bertelli ricorda che si deve al
pensiero ellenistico l'idea "che il sovrano fosse la
manifestazione misericordiosa di Dio verso gli uomini, il
pastore del proprio gregge, padre e benefattore, fonte della
legge o, meglio ancora, la personificazione stessa della
legge. In quanto pater, ogni regicidio veniva giudicato
alla stregua di un parricidio, anzi il maggiore dei parricidi.
Dopo la scoperta della congiura contro Federico II, nel marzo
1246, i colpevoli furono giudicati in base alla romana lex
Pompeia e trattati come parricidi: chiusi in un otre e
affidati alle onde".
Il sovrano, che amministrava la iustitia alla stregua
di un "sacramento", affidava ai suoi funzionari-giustizieri il
compito di dispensare la legge nelle province del Regno. Il
corpo dei funzionari era strutturato come un vero e proprio
ordine. Nel 1239 si distinguevano tre gradi: quello dei
giustizieri vicari delle dieci province, quello dei maestri
giustizieri vicari delle due parti del Regno e il gran maestro
dei giustizieri di corte. Essi rappresentavano il re nel
territorio del Regno, svolgevano compiti militari, funzioni di
polizia, presiedevano ai giudizi con la consulenza di giuristi
di professione.
"Non più chierici - nota il Kantorowicz - ma laici colti
furono i sostegni spirituali dello Stato; il clero venne
escluso dall'amministrazione della Sicilia".
E' in questo quadro che va considerata, per comprenderne il
valore e l'importanza, la fondazione, nella primavera del
1224, dell'università di Napoli.
Federico II intendeva infatti creare un centro qualificato
per la formazione di giuristi esperti al servizio del regno e
dell'Impero, per la preparazione di una classe selezionata di
abili funzionari. Nello stesso tempo volle sottrarre al Papato
la prerogativa - fino ad allora esercitata dai pontefici - di
riconoscere alle varie scuole lo stato e la dignità di vere e
proprie università. Quella di Napoli fu così la prima
università puramente statale, da cui non uscivano chierici ma
amministratori di diritto imperiale.
L'università di Napoli, nel progetto federiciano, doveva
essere una sorta di antiBologna, città ribelle dove ferveva lo
spirito libertario e comunale. "Chi ha fame e sete di
sapienza" - ordina lo Svevo nell'editto di fondazione - non
deve frequentare scuole al di fuori del regno, affrontare
viaggi e peregrinazioni, potrà nutrirsi del cibo messo a
disposizione dai dotti chiamati da Federico nella "leggiadra
Napoli", i più valenti maestri. Insegnava diritto civile
Roffredo da Benevento, decretali il canonico Bartolomeo
Pignatelli, arti liberali il maestro Terresio di Atina;
maestro Arnaldo, un catalano, faceva conoscere la filosofia
naturale di Aristotele; il grammatico Gualtiero d'Ascoli da
Bologna si trasferì a Napoli, dove terminò la sua enciclopedia
etimologica; insegnava infine scienze naturali il maestro di
Tommaso d'Aquino, Petrus de Hibernia, che era per i
contemporanei gemma magistrorum.
Così l'imperatore volle tener fede ai propositi espressi
nella bolla di fondazione dell'università napoletana: "Nel
regno nostro vogliamo allevare molti saggi e provvidi per sete
di scienza e semente di sapienza; e, resi dallo studio abili
all'osservazione del giusto diritto di Dio, al quale tutti
servono, servano e piacciano a noi col culto della
giustizia...".
La salda organizzazione e amministrazione del regno
poggiavano, infatti, sulla nuova creazione giuridica voluta da
Federico II: la giustizia era posta a fondamento del Regno e
all'arbitrio privato era sostituita la legge. Federico porta
avanti - spiega De Stefano - il processo di unificazione già
iniziato dai Normanni: ogni velleità di autonomia comunale
viene fiaccata sul nascere, le città non possono nominare
consoli e rettori o attribuirsi alcuna
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forma di autorità giurisdizionale, nessuno può farsi
giustizia da sé, le guerre private sono severamente punite,
solo gli ufficiali della corte hanno il compito di far
rispettare la legge: Federico II abolisce i privilegi e
"colloca tutti i sudditi sotto una tutela superiore e comune",
alla concezione "privatistica" dei popoli germanici sovrappone
"l'unitarismo statale romano", attraverso il nuovo assetto
legislativo dato al regno di Sicilia "unifica, pacifica e
ordina un paese che le fazioni della nobiltà avevano
scompaginato e ridotto in stato di profonda anarchia".
Se l'università di Napoli fu il luogo in cui veniva
coltivato lo spirito giuridico, la corte siciliana di Federico
II fu il centro dal quale si irradiava "una forza viva e
vitale" che rinvigoriva un'epoca di decadenza. C'era un
illustre maestro di retorica come Pier delle Vigne, che portò
a corte la tradizione dell' ars dictandi di Capua, c'era
l'astrologo e filosofo Michele Scoto, il traduttore maestro
Teodoro, tramite di quel mondo arabo cui Federico II guardava
con grande curiosità intellettuale, e c'era il famoso giurista
Taddeo di Suessa, gran giustiziere del regno, che difese
appassionatamente il suo imperatore al Concilio di Lione
voluto da papa Innocenzo IV per intentare un vero e proprio
processo contro Federico II.
La corte siciliana fu il terreno fertile da cui germogliò
una vera e propria "accademia", cui erano familiari la poesia,
il culto dei classici, le scienze matematiche e perfino
l'alchimia, l'ornitologia - di cui lo stesso sovrano era
esperto e appassionato come prova il suo trattato De arte
venandi cum avibus - la filosofia aristotelica, la
matematica, la medicina. A proposito di quest'ultima
disciplina va ricordato che venne da Federico II il
riconoscimento ufficiale della scuola di medicina e di
chirurgia di Salerno, la cui licenza divenne obbligatoria per
esercitare la professione medica. L'imperatore volle inoltre
procurarsi un trattato sulla fisiognomica, si circondò di
astrologi, fece venire dotti ebrei di Spagna e di Provenza
cultori di astronomia, egli stesso, si tramanda, era padrone
di ben nove lingue. Per questo alone leggendario che cominciò
a circondarlo ancora in vita, i contemporanei lo gratificarono
con l'epiteto di stupor mundi.
L'importanza storica della corte siciliana non sfuggì a
Dante: "quegli eroi illustri, Federico Cesare e il figlio suo
bennato Manfredi, dimostrando la nobiltà e la rettitudine
della loro forma, sinché la fortuna permanse, seguirono le
cose umane, sdegnando le bestiali: per la ragione che i nobili
di cuore e di grazia dotati si sforzavano di aderire alla
maestà di così gran principi; cosicché al tempo loro quanto
splendeva per opera degli eccellenti fra i latini, dalla corte
di sì grandi primamente usciva. E poiché regale soglio era la
Sicilia, avvenne che quanto i nostri predecessori composero in
volgare, fosse chiamato siciliano".
A giudizio di Kantorowicz alla corte di Federico II
"cresceva un nuovo genere di uomini, e in essa era la
filosofia veramente un elemento vitale, non solo un capriccio
dell'imperatore. Al cavaliere della Chiesa del tempo delle
crociate si andava man mano sostituendo il cavaliere
dell'intelletto, l'uomo capace di contese guerresche come di
contese intellettuali, destinato a dominare nei secoli a
venire".
Dalla personalità di Federico II promana una coscienza dei
"diritti della ragione" che è cosa ben diversa dal
razionalismo ma è già rifiuto del pregiudizio: e lo dimostra
quando rifiuta l'ordalia, quando, in occasione di un'invasione
di cavallette, ordina ai suoi sudditi di raccoglierne ogni
giorno quattro boccali e di consegnarli ai giurati per dare
loro fuoco anziché affidarsi alle processioni propiziatrici,
quando rifiutò di credere all'accusa di infanticidio mossa
contro due ebrei di Hagenau e li mandò via impuniti.
Nello stesso tempo l'alta concezione della missione
spirituale della sovranità ne fece uno degli imperatori più
consapevoli dell'età medievale: non a caso la leggenda del "re
dormiente" si impadronì anche della sua figura come già di
quella del Barbarossa. In Sicilia il popolo ripeteva
continuamente la frase imperator vivit et non vivit. Il
re destinato a tornare, novello redentore, immanente nella
percezione
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collettiva dei sudditi è un concetto - spiega Sergio
Bertelli - con il quale una comunità, negando la morte del suo
sovrano, nega la sua stessa dissoluzione.
Per secoli il ricordo di Federico II, mai del tutto sopito
in Italia e soprattutto nel Mezzogiorno, andò di pari passo
con il collegamento di questo personaggio storico alla più
convincente incarnazione del potere imperiale. Per questo,
quando i soldati rivoluzionari francesi invasero il Regno di
Napoli sentirono il bisogno di infierire in modo emblematico
sulla sua immagine, alla porta triumphalis di Capua: la
statua di Federico II fu decapitata e le vennero mozzate le
mani.
La sua era una di quelle personalità che colpiscono,
destinato a giganteggiare anche per i contrasti e per i
conflitti di cui fu protagonista: "Vivente signum
contradictionis - scrive De Stefano - egli fu molto
vituperato e molto ammirato, e se i Papi videro in lui il
Leviathan biblico e un novello Nerone, ad altri apparve come
colui che fu "nobilissimo signore" (Novellino), il "chierico
grande" (Dante), "di tutte le virtudi copioso" (Ricordano
Malaspini), "savio di scrittura e di senno naturale,
universale in tutte le cose" (Giovanni Villani). Geniale e
audace, eppure tanto avversato e calunniato, essenzialmente
medievale eppure così moderno, egli, spentosi nel pieno vigore
delle sue forze, in un momento crepuscolare della sua potenza
ma quando la sua gran fede gli dava certezza della vittoria,
ci appare veramente come il personaggio più tragico di tutto
il secolo XIII. Noi assistiamo al tramonto di Federico come al
tramonto della civiltà medievale. Dopo, incomincia la
decadenza, lo smarrimento, lo scompiglio negli animi e nelle
istituzioni, comincia la disintegrazione, l'unità è spezzata,
la fede tramonta, il medioevo finisce".
* * *
Da queste considerazioni nasce la volontà, che sappiamo
essere condivisa anche da deputati di altri gruppi
parlamentari, di celebrare la nascita, nell'ottavo centenario,
dell'Imperatore Federico II.
Ed intendiamo farlo proprio nel momento nel quale, alta e
forte, si leva la voce della nostra parte politica che in
difesa dello Stato, contro ogni nuova disgregazione, contro
ogni nuova frammentazione nazionale, conflittuale ed al tempo
stesso edonista ed egoista, attestata su spinte
materialistiche di basso profilo morale, mentre soffiano
impetuosi i venti del leghismo e della partitocrazia, ci
richiamiamo alla necessità di riaffermarlo, e, con le profonde
riforme istituzionali che chiediamo, rifondarlo attraverso
l'unità nazionale.
Vi sono, infatti, tra i concetti illustrativi della
personalità di Federico due elementi che ci sembrano di
singolare, straordinaria attualità, proprio oggi: quello della
definizione spirituale del potere, da nobilitarsi oggi,
dunque, attraverso quei contenuti, quello stile, quelle
finalità che, trascendendo interessi limitati e contingenti,
devono poter riacquisire alla sua espressione il senso alto di
un esercizio del governo, in termini morali e di tensione
ideale. Dall'altro il riconoscimento che va a Federico II,
riconfermato e sottolineato celebrandone l'ottavo centenario
della nascita, nel senso di essere stato egli sostanzialmente
il primo, re ed Imperatore, ad aver fortemente voluto e
largamente realizzato l'unità nazionale, otto secoli prima che
questa esigenza si manifestasse di nuovo e con urgenza come
prepotente e risolutiva della disarticolazione dello Stato,
delle conflittualità dei partiti, degli egoismi delle leghe.
Una unità nazionale che dal tempo di Federico ad oggi non ha
perduto i suoi connotati distintivi della caratterizzazione e
morale e politica, e nazionale e sociale e che - partendo
dalla tensione ideale della comunità nazionale - si identifica
in determinati valori (ed in gerarchie riconosciute di tali
valori) dall'amore alla lealtà, alla giustizia, alla
solidarietà, alla fedeltà alla propria identità, alla propria
storia ed alla propria cultura sa bene che uno Stato nazionale
non è la sommatoria di contrapposti interessi da mediare per
rispondere ad esigenze differenziate ma è la sintesi organica
di quegli stessi interessi con i
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quali, riconosciutane la diversità, essa viene ricomposta
nella reciproca funzionalità, in una sintesi superiore che li
trascenda e li ricomprenda insieme.
Questa è la lezione di Federico ed è per questo che la
celebrazione dell'VIII centenario della nascita sua ha per noi
il taglio culturale di una iniziativa nazionale da sostenersi
da parte dello Stato (articolo 1) con le poliedriche
articolazioni nel campo della storia, della cultura, della
economia e della politica, passando attraverso studi,
ricerche, seminari, pubblicazioni, catalogazioni e
sistemazioni museali e artistico-architettoniche, a livello
italiano, europeo e mediterraneo, proprio nel solco della
politica di Federico e del ruolo che l'Italia di allora, verso
l'Europa come verso il Mediterraneo, riaffermò come scelta e
come vocazione politica (articolo 2). E' evidente che in
questo quadro le università meridionali, prima di ogni altra
l'Ateneo Federiciano di Napoli, ma anche quelle di Bari,
Cosenza, Palermo e quelle della Sardegna, avranno, in termini
scientifici e di selezione delle iniziative da assumere, ruolo
preminente (articolo 3), mentre in termini di organizzazione
culturale e scientifica sarà un consorzio a gestire
l'interscambio di esperienze ed i processi di formazione
(articolo 4).
Infine la proposta di legge - che già fu presentata nella X
e nella XI legislatura e che le Camere non fecero in tempo ad
esaminare - si sofferma sulle titolarità e sulle procedure di
controllo della spesa (articolo 5) e sulla provvista e
copertura finanziaria della iniziativa (articolo 6).
Onorevoli colleghi, nello straordinario, eccezionale e, ci
si consenta, spesso perverso sostegno finanziario ad una
miriade di iniziative, spesso clientelari e comunque sia
socialmente che culturalmente improduttive, la proposta di
legge che sottoponiamo al vostro esame ha il pregio di essere
una provocazione rivoluzionaria: un intervento pubblico dello
Stato, di limitatissima portata ma di grandissimo rilievo
culturale, per ripartire dalla memoria storica della nostra
Italia, e da quella che è collocabile proprio in termini di
governo e di qualità di governo della Nazione e dello Stato,
nel modo migliore per costruire, anzi per ricostruire, il
nostro futuro: su quell'esempio di Stato, su quei valori di
Nazione, su quei ruoli e su quei destini della nostra
comunità, in una interpretazione solo apparentemente
"moderna". Solo apparentemente, perché non c'è nulla di più
eterno, purché fermi ed irrinunciabili restino i contenuti,
della tradizione, che nelle forme sa costantemente rinnovarsi
come i nuovi tempi richiedono.
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