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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XII Legislatura

Documento


2062
DDL0137-0002
Progetto di legge Camera n. 137 - testo presentato - (DDL12-137)
(suddiviso in 8 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C137. TESTIPDL
...C137.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC137 ZZ12 ZZRL ZZPR
    Onorevoli Colleghi! --  Angelus Dei, imago Dei, lex
  animata, missus Domini, rex iustus et novus, salvator
  Ecclesiae, summus movens, vicarius Christi:  sono questi gli
  appellativi più frequenti con i quali i contemporanei facevano
  riferimento all'imperatore Federico II.  In quegli epiteti
  c'era qualcosa di più di semplice piaggeria, essi riflettevano
  e sottendevano la coscienza di una "filosofia dell'Impero"
  della quale gli Svevi furono consapevoli interpreti, per la
  quale si batterono fino allo spasimo, che sopravvisse loro
  come mito politico, come leggenda, come tessuto connettivo
  delle forze ghibelline italiane.
    La figura di Federico II è quella, tra tutti i principi
  svevi, più saldamente legata e intrecciata ai destini
  dell'Italia e, in particolare, a quel regno di Sicilia che
  gli Staufen ereditarono dai Normanni.  Un dominio, quello che
  Federico II ricevette dalla madre Costanza d'Altavilla, che
  comprendeva la Sicilia e l'Italia centromeridionale,
  delimitato a nord dai confini dello Stato della Chiesa, un
  territorio sul quale lo Svevo impiantò la prima monarchia
  assoluta dell'Occidente.
    Non è un mistero l'amore di questo sovrano per il regno
  dell'Italia meridionale, per quelle terre assolate, fertili e
  ricche che Federico II predilesse e preferì ai domini
  germanici, per quel Regno del Sud che chiamava "pupilla dei
  miei occhi" e dove trascorse gran parte della sua
  esistenza.
    "Eleggiamo la Sicilia - scrisse l'imperatore - a nostra
  diletta fra le terre e la scegliamo a residenza della nostra
  dimora,
 
                               Pag. 2
 
  perché noi, cui irradia lo splendore del titolo di Cesare,
  non ci teniamo meno gloriosi di chiamarci  uomo d'Apulia;
  e ci sentiamo, per dir così, pellegrini fuori della nostra
  casa, quando, chiamati ovunque nel mare tempestoso
  dell'impero, veleggiamo lontano dalle corti e dai porti di
  Sicilia".
    Quando parla di "Sicilia" Federico II, ovviamente, si
  riferisce all'intero regno meridionale, compresa la sua parte
  continentale.  Fu questo regno la materia alla quale
  l'imperatore impresse forma nuova, gettando le fondamenta di
  un edificio statuale nel quale si esprime e matura un concetto
  di regalità che lo storico Kantorowicz chiama "iuricentrica",
  fondata cioè sul diritto.
    Federico II condensa in sé diverse idee di sovranità che,
  tutte, permearono la regalità medievale: l'idea del re come
  "unto del Signore", il cui modello è il re biblico Davide; la
  concezione germanica del re guerriero e condottiero che, per
  la nobiltà della sua stirpe, è duce di un' élite
  aristocratica; l'archetipo romano, infine, dell'autorità
  imperiale.
    Forte di tutte e tre queste tradizioni, lo Svevo si accinse
  a svolgere la sua funzione, elaborando una propria concezione
  della regalità inscritta sia nell'ordine provvidenziale che in
  quello naturale.  Prima di lui Federico Barbarossa, nell'ambito
  di quella tensione inevitabile con il Papato che è il tratto
  più caratteristico della storia degli Svevi, aveva posto le
  premesse concettuali dell'autonomia e della dignità
  dell'Impero, contestando la dottrina ecclesiastica secondo la
  quale la regalità temporale era un  beneficium  concesso
  al sovrano tramite il Pontefice, unico e solo detentore del
  potere di dispensare regni ed imperi.
    Una menzogna, secondo l'ideologia sveva, una pretesa
  assurda quella del Papa. "La potenza divina - ricordava il
  Barbarossa facendo perno sulla teologia e sul diritto romano -
  origine di ogni potestà celeste e terrena ha confidato a noi
  che siamo il suo Cristo (cioè l'unto in suo nome) il regno e
  l'impero da governare e la pace della Chiesa da difendere...".
  E questa strenua difesa dell' honor imperii  accompagna le
  azioni e la vita di tutti i sovrani svevi fino all'ultimo,
  tragico atto che concluderà l'epopea degli Staufen con la
  morte di Corradino.
    Acquisita la corona imperiale nel 1220, battuto a Bouvines
  nel 1214 il rivale Ottone IV, Federico II si dedicò all'opera
  di riordinamento del regno di Sicilia, opera sicuramente più
  grandiosa e duratura che lasciò dietro di sé all'ammirazione
  dei posteri.
    I modelli ispiratori del suo regno furono tre venerandi
  imperatori romani: Giustiniano, Augusto e Cesare.  Al primo,
  codificatore del diritto romano, guardò Federico II nel
  promulgare a Melfi, nel 1231, le  Costituzioni,  cioè un
  corpus  di diritto pubblico e amministrativo per il regno
  di Sicilia che univa leggi normanne, decreti imperiali e un
  gran numero di nuove norme.
    Da Augusto, restauratore di una nuova "età dell'oro", lo
  Svevo traeva ispirazione nel tendere allo scopo finale ed
  ultimo della sua missione: "Rinnovare la  pax augusta -
  scrive Kantorowicz, il maggiore dei biografi
  dell'imperatore Svevo - e l'ordine divino del mondo, fu da
  Federico II riguardato come missione propria; poiché se
  quell'ordine divino fosse stato ripristinato, anche il suo
  tempo sarebbe stato "compiuto", e la  pax  e la
  iustitia  sarebbero tornate sulla terra come già con
  Augusto".
    Augustali si chiamarono le monete d'oro che l'imperatore
  fece coniare, che recavano inciso da un lato il ritratto dello
  Svevo, raffigurato secondo l'effigie degli imperatori romani
  con il mantello, l'alloro e il diadema, e dall'altro l'aquila
  romana con inciso il nome dell'imperatore,
  Fridericus.
    Quanto a Cesare, seguendo il suo esempio Federico ordinò la
  celebrazione solenne del suo compleanno chiamando l'intero suo
  popolo a festeggiare: "il giorno natalizio dell'imperatore fu
  la prima festa cui prese parte tutto il popolo di Sicilia:
  saraceni e greci, ebrei e cristiani".
 
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    Nel proemio alle  Costituzioni  di Melfi - che non a
  caso l'imperatore volle chiamare  Liber Augustalis -
  Federico II esponeva la sua concezione della sovranità,
  innovativa e conservatrice al tempo stesso, rispondente alla
  tradizione politica medievale e anticipatrice di quella
  moderna.  E questo perché lo Svevo non si accontentava del
  ruolo che il Medioevo attribuiva al re, quello di "conservare"
  l'ordine e custodire le norme, ma volle essere re-legislatore,
  creatore di nuove norme, sulla base di un diritto conferitogli
  da Dio stesso.  Così Roffredo di Benevento sintetizzò la
  funzione giuridica di cui si investì Federico II:
  "L'imperatore fonda il diritto sul dono largitogli dalla
  grazia celeste".  Come fonte di  iustitia  l'imperatore era
  mediatore tra Dio e gli uomini, mediatore tra il diritto
  divino e quello umano.  Federico definisce se stesso  lex
  animata in terris:  l'espressione - spiega Antonino De
  Stefano, studioso dell'idea imperiale di Federico II - va
  intesa nel senso che egli "è il custode, il difensore, il
  realizzatore della volontà divina sulla terra".  Altra massima,
  ricavata dalla letteratura giuridico-romana coltivata negli
  studiua  del XII e del XIII secolo, sulla quale
  l'imperatore svevo faceva affidamento, era il principio
  secondo cui  princeps legibus omnibus solutus est:  "egli
  intende - scrive De Stefano - di essere al di fuori e al di
  sopra di ogni legge positiva, espressione di volontà
  individuale, ordinamento particolare delle cose temporali, e
  non rivelazione del disegno divino.  E' Dio, afferma Federico,
  il quale ha costituito il suo trono al di sopra dei popoli e
  al di sopra dei regni.  Le leggi cui l'imperatore è sottoposto
  hanno la loro scaturigine in Dio e non negli uomini".
    Nella solenne introduzione al codice siciliano Federico
  fonda la sua teoria della sovranità "necessaria" e
  "provvidenziale" al tempo stesso ripercorrendo le tappe della
  creazione: l'uomo adamitico, assolutamente libero e innocente,
  non ha bisogno di leggi, Stati e re.  Ma dopo la "colpa"
  originaria che si è trasmessa a tutto il genere umano le
  società tendono - come affermava sant'Agostino parlando
  dell'umanità  concupiscentiae subdita -  al disordine ed
  alla trasgressione, la perduta libertà rende gli individui
  incapaci di governare se stessi.  Ecco allora che per la natura
  stessa delle cose è necessario il polso del sovrano per
  mantenere l'ordine, e allo stesso tempo è l'"ispirazione della
  Provvidenza" che ha creato i monarchi.  Quindi il potere dei re
  deriva dall'ordine "naturale" e da quello "provvidenziale" al
  tempo stesso, è giustificato dalla dottrina agostiniana
  desunta dalla fede cristiana e da quella aristotelica che
  prende le mosse dalla  necessitas rerum.
    Ma la più alta missione del sovrano non è solo quella
  voluta dai teologi, di rimediare all' infirmitas  insita
  nella "città terrena", né quella voluta dai filosofi, di
  realizzare le virtù civili, ma soprattutto quella, spirituale
  e sacra, di redimere il genere umano attraverso l'imperatore
  "nuovo Messia": "Lo Stato federiciano - afferma De Stefano - è
  il prodotto della volontà divina che, creando il principato,
  offre agli uomini lo strumento della loro redenzione terrena;
  ed è il prodotto della volontà dei sudditi, che, obbedendo al
  principe, conseguono quell'ordine, quella pace, quella
  giustizia e quel benessere, cui il loro spirito
  incoercibilmente aspira.  Così, lo Stato, sorto
  provvidenzialmente, si realizza naturalmente, divino nella sua
  origine, è naturale nei suoi risultati, è soprannaturale e
  naturale insieme".
    Non diversamente Dante, nel  De Monarchia,  affiderà
  all'imperatore il compito di riportare l'umanità alla
  condizione della perfezione edenica, alla riconquista della
  "conoscenza" e della "beatitudine" originarie.
    E' sulla base di queste convinzioni che Federico II si
  accinge all'opera legislativa, consapevole del carattere di
  "novità" della sua azione, tanto che la giustifica così:
  "Nulla togliamo alla dignità dei precedenti sovrani se,
  conformemente alla peculiarità dei tempi nuovi, generiamo dal
  nostro seno nuovi diritti, e per nuovi mali escogitiamo nuove
  medicine...".
    L'iniziativa non trovava d'accordo il Pontefice Gregorio
  IX, le cui rimostranze non impedirono però allo Svevo di
  procedere nei suoi disegni.  Nella parte del co-
 
                               Pag. 4
 
  dice siciliano che riguarda la punizione e la persecuzione
  dell'eresia, Federico si richiama tanto alla concezione
  medievale del sovrano  defensor Ecclesiae  quanto a quella
  romana dell'eretico che, offendendo Dio, offende l'imperatore.
  L'eretico è dunque reo di "lesa maestà" e pertanto di
  "sacrilegio".
    In uno studio sulla sacralità del potere nell'Europa
  medievale e moderna Sergio Bertelli ricorda che si deve al
  pensiero ellenistico l'idea "che il sovrano fosse la
  manifestazione misericordiosa di Dio verso gli uomini, il
  pastore del proprio gregge, padre e benefattore, fonte della
  legge o, meglio ancora, la personificazione stessa della
  legge.  In quanto  pater,  ogni regicidio veniva giudicato
  alla stregua di un parricidio, anzi il maggiore dei parricidi.
  Dopo la scoperta della congiura contro Federico II, nel marzo
  1246, i colpevoli furono giudicati in base alla romana  lex
  Pompeia  e trattati come parricidi: chiusi in un otre e
  affidati alle onde".
    Il sovrano, che amministrava la  iustitia  alla stregua
  di un "sacramento", affidava ai suoi funzionari-giustizieri il
  compito di dispensare la legge nelle province del Regno.  Il
  corpo dei funzionari era strutturato come un vero e proprio
  ordine.  Nel 1239 si distinguevano tre gradi: quello dei
  giustizieri vicari delle dieci province, quello dei maestri
  giustizieri vicari delle due parti del Regno e il gran maestro
  dei giustizieri di corte.  Essi rappresentavano il re nel
  territorio del Regno, svolgevano compiti militari, funzioni di
  polizia, presiedevano ai giudizi con la consulenza di giuristi
  di professione.
    "Non più chierici - nota il Kantorowicz - ma laici colti
  furono i sostegni spirituali dello Stato; il clero venne
  escluso dall'amministrazione della Sicilia".
    E' in questo quadro che va considerata, per comprenderne il
  valore e l'importanza, la fondazione, nella primavera del
  1224, dell'università di Napoli.
    Federico II intendeva infatti creare un centro qualificato
  per la formazione di giuristi esperti al servizio del regno e
  dell'Impero, per la preparazione di una classe selezionata di
  abili funzionari.  Nello stesso tempo volle sottrarre al Papato
  la prerogativa - fino ad allora esercitata dai pontefici - di
  riconoscere alle varie scuole lo stato e la dignità di vere e
  proprie università.  Quella di Napoli fu così la prima
  università puramente statale, da cui non uscivano chierici ma
  amministratori di diritto imperiale.
    L'università di Napoli, nel progetto federiciano, doveva
  essere una sorta di antiBologna, città ribelle dove ferveva lo
  spirito libertario e comunale. "Chi ha fame e sete di
  sapienza" - ordina lo Svevo nell'editto di fondazione - non
  deve frequentare scuole al di fuori del regno, affrontare
  viaggi e peregrinazioni, potrà nutrirsi del cibo messo a
  disposizione dai dotti chiamati da Federico nella "leggiadra
  Napoli", i più valenti maestri.  Insegnava diritto civile
  Roffredo da Benevento, decretali il canonico Bartolomeo
  Pignatelli, arti liberali il maestro Terresio di Atina;
  maestro Arnaldo, un catalano, faceva conoscere la filosofia
  naturale di Aristotele; il grammatico Gualtiero d'Ascoli da
  Bologna si trasferì a Napoli, dove terminò la sua enciclopedia
  etimologica; insegnava infine scienze naturali il maestro di
  Tommaso d'Aquino, Petrus de Hibernia, che era per i
  contemporanei  gemma magistrorum.
    Così l'imperatore volle tener fede ai propositi espressi
  nella bolla di fondazione dell'università napoletana: "Nel
  regno nostro vogliamo allevare molti saggi e provvidi per sete
  di scienza e semente di sapienza; e, resi dallo studio abili
  all'osservazione del giusto diritto di Dio, al quale tutti
  servono, servano e piacciano a noi col culto della
  giustizia...".
    La salda organizzazione e amministrazione del regno
  poggiavano, infatti, sulla nuova creazione giuridica voluta da
  Federico II: la giustizia era posta a fondamento del Regno e
  all'arbitrio privato era sostituita la legge.  Federico porta
  avanti - spiega De Stefano - il processo di unificazione già
  iniziato dai Normanni: ogni velleità di autonomia comunale
  viene fiaccata sul nascere, le città non possono nominare
  consoli e rettori o attribuirsi alcuna
 
                               Pag. 5
 
  forma di autorità giurisdizionale, nessuno può farsi
  giustizia da sé, le guerre private sono severamente punite,
  solo gli ufficiali della corte hanno il compito di far
  rispettare la legge: Federico II abolisce i privilegi e
  "colloca tutti i sudditi sotto una tutela superiore e comune",
  alla concezione "privatistica" dei popoli germanici sovrappone
  "l'unitarismo statale romano", attraverso il nuovo assetto
  legislativo dato al regno di Sicilia "unifica, pacifica e
  ordina un paese che le fazioni della nobiltà avevano
  scompaginato e ridotto in stato di profonda anarchia".
    Se l'università di Napoli fu il luogo in cui veniva
  coltivato lo spirito giuridico, la corte siciliana di Federico
  II fu il centro dal quale si irradiava "una forza viva e
  vitale" che rinvigoriva un'epoca di decadenza.  C'era un
  illustre maestro di retorica come Pier delle Vigne, che portò
  a corte la tradizione dell' ars dictandi  di Capua, c'era
  l'astrologo e filosofo Michele Scoto, il traduttore maestro
  Teodoro, tramite di quel mondo arabo cui Federico II guardava
  con grande curiosità intellettuale, e c'era il famoso giurista
  Taddeo di Suessa, gran giustiziere del regno, che difese
  appassionatamente il suo imperatore al Concilio di Lione
  voluto da papa Innocenzo IV per intentare un vero e proprio
  processo contro Federico II.
    La corte siciliana fu il terreno fertile da cui germogliò
  una vera e propria "accademia", cui erano familiari la poesia,
  il culto dei classici, le scienze matematiche e perfino
  l'alchimia, l'ornitologia - di cui lo stesso sovrano era
  esperto e appassionato come prova il suo trattato  De arte
  venandi cum avibus -  la filosofia aristotelica, la
  matematica, la medicina.  A proposito di quest'ultima
  disciplina va ricordato che venne da Federico II il
  riconoscimento ufficiale della scuola di medicina e di
  chirurgia di Salerno, la cui licenza divenne obbligatoria per
  esercitare la professione medica.  L'imperatore volle inoltre
  procurarsi un trattato sulla fisiognomica, si circondò di
  astrologi, fece venire dotti ebrei di Spagna e di Provenza
  cultori di astronomia, egli stesso, si tramanda, era padrone
  di ben nove lingue.  Per questo alone leggendario che cominciò
  a circondarlo ancora in vita, i contemporanei lo gratificarono
  con l'epiteto di  stupor mundi.
    L'importanza storica della corte siciliana non sfuggì a
  Dante: "quegli eroi illustri, Federico Cesare e il figlio suo
  bennato Manfredi, dimostrando la nobiltà e la rettitudine
  della loro forma, sinché la fortuna permanse, seguirono le
  cose umane, sdegnando le bestiali: per la ragione che i nobili
  di cuore e di grazia dotati si sforzavano di aderire alla
  maestà di così gran principi; cosicché al tempo loro quanto
  splendeva per opera degli eccellenti fra i latini, dalla corte
  di sì grandi primamente usciva.  E poiché regale soglio era la
  Sicilia, avvenne che quanto i nostri predecessori composero in
  volgare, fosse chiamato siciliano".
    A giudizio di Kantorowicz alla corte di Federico II
  "cresceva un nuovo genere di uomini, e in essa era la
  filosofia veramente un elemento vitale, non solo un capriccio
  dell'imperatore.  Al cavaliere della Chiesa del tempo delle
  crociate si andava man mano sostituendo il cavaliere
  dell'intelletto, l'uomo capace di contese guerresche come di
  contese intellettuali, destinato a dominare nei secoli a
  venire".
    Dalla personalità di Federico II promana una coscienza dei
  "diritti della ragione" che è cosa ben diversa dal
  razionalismo ma è già rifiuto del pregiudizio: e lo dimostra
  quando rifiuta l'ordalia, quando, in occasione di un'invasione
  di cavallette, ordina ai suoi sudditi di raccoglierne ogni
  giorno quattro boccali e di consegnarli ai giurati per dare
  loro fuoco anziché affidarsi alle processioni propiziatrici,
  quando rifiutò di credere all'accusa di infanticidio mossa
  contro due ebrei di Hagenau e li mandò via impuniti.
    Nello stesso tempo l'alta concezione della missione
  spirituale della sovranità ne fece uno degli imperatori più
  consapevoli dell'età medievale: non a caso la leggenda del "re
  dormiente" si impadronì anche della sua figura come già di
  quella del Barbarossa.  In Sicilia il popolo ripeteva
  continuamente la frase  imperator vivit et non vivit.  Il
  re destinato a tornare, novello redentore, immanente nella
  percezione
 
                               Pag. 6
 
  collettiva dei sudditi è un concetto - spiega Sergio
  Bertelli - con il quale una comunità, negando la morte del suo
  sovrano, nega la sua stessa dissoluzione.
    Per secoli il ricordo di Federico II, mai del tutto sopito
  in Italia e soprattutto nel Mezzogiorno, andò di pari passo
  con il collegamento di questo personaggio storico alla più
  convincente incarnazione del potere imperiale.  Per questo,
  quando i soldati rivoluzionari francesi invasero il Regno di
  Napoli sentirono il bisogno di infierire in modo emblematico
  sulla sua immagine, alla  porta triumphalis  di Capua: la
  statua di Federico II fu decapitata e le vennero mozzate le
  mani.
    La sua era una di quelle personalità che colpiscono,
  destinato a giganteggiare anche per i contrasti e per i
  conflitti di cui fu protagonista: "Vivente  signum
  contradictionis -  scrive De Stefano - egli fu molto
  vituperato e molto ammirato, e se i Papi videro in lui il
  Leviathan biblico e un novello Nerone, ad altri apparve come
  colui che fu "nobilissimo signore" (Novellino), il "chierico
  grande" (Dante), "di tutte le virtudi copioso" (Ricordano
  Malaspini), "savio di scrittura e di senno naturale,
  universale in tutte le cose" (Giovanni Villani).  Geniale e
  audace, eppure tanto avversato e calunniato, essenzialmente
  medievale eppure così moderno, egli, spentosi nel pieno vigore
  delle sue forze, in un momento crepuscolare della sua potenza
  ma quando la sua gran fede gli dava certezza della vittoria,
  ci appare veramente come il personaggio più tragico di tutto
  il secolo XIII.  Noi assistiamo al tramonto di Federico come al
  tramonto della civiltà medievale.  Dopo, incomincia la
  decadenza, lo smarrimento, lo scompiglio negli animi e nelle
  istituzioni, comincia la disintegrazione, l'unità è spezzata,
  la fede tramonta, il medioevo finisce".
                            * * *
    Da queste considerazioni nasce la volontà, che sappiamo
  essere condivisa anche da deputati di altri gruppi
  parlamentari, di celebrare la nascita, nell'ottavo centenario,
  dell'Imperatore Federico II.
    Ed intendiamo farlo proprio nel momento nel quale, alta e
  forte, si leva la voce della nostra parte politica che in
  difesa dello Stato, contro ogni nuova disgregazione, contro
  ogni nuova frammentazione nazionale, conflittuale ed al tempo
  stesso edonista ed egoista, attestata su spinte
  materialistiche di basso profilo morale, mentre soffiano
  impetuosi i venti del leghismo e della partitocrazia, ci
  richiamiamo alla necessità di riaffermarlo, e, con le profonde
  riforme istituzionali che chiediamo, rifondarlo attraverso
  l'unità nazionale.
    Vi sono, infatti, tra i concetti illustrativi della
  personalità di Federico due elementi che ci sembrano di
  singolare, straordinaria attualità, proprio oggi: quello della
  definizione spirituale del potere, da nobilitarsi oggi,
  dunque, attraverso quei contenuti, quello stile, quelle
  finalità che, trascendendo interessi limitati e contingenti,
  devono poter riacquisire alla sua espressione il senso alto di
  un esercizio del governo, in termini morali e di tensione
  ideale.  Dall'altro il riconoscimento che va a Federico II,
  riconfermato e sottolineato celebrandone l'ottavo centenario
  della nascita, nel senso di essere stato egli sostanzialmente
  il primo, re ed Imperatore, ad aver fortemente voluto e
  largamente realizzato l'unità nazionale, otto secoli prima che
  questa esigenza si manifestasse di nuovo e con urgenza come
  prepotente e risolutiva della disarticolazione dello Stato,
  delle conflittualità dei partiti, degli egoismi delle leghe.
  Una unità nazionale che dal tempo di Federico ad oggi non ha
  perduto i suoi connotati distintivi della caratterizzazione e
  morale e politica, e nazionale e sociale e che - partendo
  dalla tensione ideale della comunità nazionale - si identifica
  in determinati valori (ed in gerarchie riconosciute di tali
  valori) dall'amore alla lealtà, alla giustizia, alla
  solidarietà, alla fedeltà alla propria identità, alla propria
  storia ed alla propria cultura sa bene che uno Stato nazionale
  non è la sommatoria di contrapposti interessi da mediare per
  rispondere ad esigenze differenziate ma è la sintesi organica
  di quegli stessi interessi con i
 
                               Pag. 7
 
  quali, riconosciutane la diversità, essa viene ricomposta
  nella reciproca funzionalità, in una sintesi superiore che li
  trascenda e li ricomprenda insieme.
    Questa è la lezione di Federico ed è per questo che la
  celebrazione dell'VIII centenario della nascita sua ha per noi
  il taglio culturale di una iniziativa nazionale da sostenersi
  da parte dello Stato (articolo 1) con le poliedriche
  articolazioni nel campo della storia, della cultura, della
  economia e della politica, passando attraverso studi,
  ricerche, seminari, pubblicazioni, catalogazioni e
  sistemazioni museali e artistico-architettoniche, a livello
  italiano, europeo e mediterraneo, proprio nel solco della
  politica di Federico e del ruolo che l'Italia di allora, verso
  l'Europa come verso il Mediterraneo, riaffermò come scelta e
  come vocazione politica (articolo 2).  E' evidente che in
  questo quadro le università meridionali, prima di ogni altra
  l'Ateneo Federiciano di Napoli, ma anche quelle di Bari,
  Cosenza, Palermo e quelle della Sardegna, avranno, in termini
  scientifici e di selezione delle iniziative da assumere, ruolo
  preminente (articolo 3), mentre in termini di organizzazione
  culturale e scientifica sarà un consorzio a gestire
  l'interscambio di esperienze ed i processi di formazione
  (articolo 4).
    Infine la proposta di legge - che già fu presentata nella X
  e nella XI legislatura e che le Camere non fecero in tempo ad
  esaminare - si sofferma sulle titolarità e sulle procedure di
  controllo della spesa (articolo 5) e sulla provvista e
  copertura finanziaria della iniziativa (articolo 6).
    Onorevoli colleghi, nello straordinario, eccezionale e, ci
  si consenta, spesso perverso sostegno finanziario ad una
  miriade di iniziative, spesso clientelari e comunque sia
  socialmente che culturalmente improduttive, la proposta di
  legge che sottoponiamo al vostro esame ha il pregio di essere
  una provocazione rivoluzionaria: un intervento pubblico dello
  Stato, di limitatissima portata ma di grandissimo rilievo
  culturale, per ripartire dalla memoria storica della nostra
  Italia, e da quella che è collocabile proprio in termini di
  governo e di qualità di governo della Nazione e dello Stato,
  nel modo migliore per costruire, anzi per ricostruire, il
  nostro futuro: su quell'esempio di Stato, su quei valori di
  Nazione, su quei ruoli e su quei destini della nostra
  comunità, in una interpretazione solo apparentemente
  "moderna".  Solo apparentemente, perché non c'è nulla di più
  eterno, purché fermi ed irrinunciabili restino i contenuti,
  della tradizione, che nelle forme sa costantemente rinnovarsi
  come i nuovi tempi richiedono.
 
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